Una settimana di “Vergognamoci per lui” (92)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MAURIZIO ZAMPARINI 17/09/2012 Alla terza giornata di campionato l’allenatore del Palermo Giuseppe Sannino è stato esonerato. Col vulcanico presidente Zamparini questa è la regola, quindi non è proprio il caso di scandalizzarsi. Anzi, questa persistente bonaccia sulla panchina palermitana stava diventando pesante per tutti gli appassionati di vicende calcistiche. Ma finalmente la tempesta è arrivata a liberarli dall’accumulata tensione, e tutto è rientrato nella normalità. Da quando infatti il friulano è in Sicilia, due lustri circa, di allenatori ne ha provati una ventina, ma gli avvicendamenti in tutto sono stati quasi una trentina, contando i ritorni in panca di certi tecnici cacciati qualche mese prima, dovuti ai periodici ripensamenti di uno che cento ne pensa, duecento ne annuncia, e trecento ne fa. Zamparini non è scemo. Al contrario, nel suo mestiere di presidente è un cannone. Vende e compra come un matto, tiene i bilanci in ordine, ma riesce allo stesso tempo a fare progetti ambiziosi e ad allestire squadre di tutto rispetto. Tutta la sua follia vera la scarica sugli allenatori. Ma anche qui l’istinto calcolatore del mercante ha imparato a governarla. Assecondandola. La sua fama di mangia-allenatori ha ormai superato i limiti della cronaca e punta dritta alla storia. Zamparini ne è perfettamente consapevole e con lucida esaltazione sbriciola record su record. Dispiace però che tale titanica impresa debba essere macchiata da scuse ben poco napoleoniche, come quella di ieri: «Avevo paura di retrocedere» ha detto Zampa, «è meglio esonerare un allenatore piuttosto che andare in serie B. Rischiavamo sul serio. Sannino non era integrato con la squadra, non era sintonizzato con i giocatori. Non è stato il pareggio di ieri a farmi maturare l’idea, avevo già notato un’involuzione.» Qui non ci siamo, Zampa. Tu puoi fare molto meglio. Devi soltanto agire. Regale. Never explain and never complain. Aspettiamo, con fiducia. Bastano tre mesi?

RECEP TAYYIP ERDOGAN 18/09/2012 L’amico dell’umanità Robespierre fu uno dei primi a perorare la causa dell’abolizione della pena di morte, da lui qualificata di: «omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà.» Ai suoi tempi tale esacerbata sensibilità dovette sembrare ai villici persino pittoresca e lui stesso un pochettino strano. Per spedire sul patibolo Luigi XVI accusò allora il re di aver commesso un «crimine contro l’umanità», il crimine che andava al di là di ogni legge e al quale si poteva rispondere solo con una misura di salute pubblica. Così aprì le porte al Terrore, che lo vide protagonista, e alla Vandea, i primi mattatoi per la specie umana dell’era moderna, sul tipo di quelli che oggi, numeri alla mano, consideriamo i classici e incontrovertibili «crimini contro l’umanità». L’indefinibile «crimine contro l’umanità» nasce quindi come attrezzo retorico del democraticismo rivoluzionario: è l’arma impugnata da un sinedrio di laici sacerdoti per promuovere le cacce alle streghe dei tempi evoluti. Oggi è piuttosto un’arma dialettica di distruzione di massa pronta all’uso e alla portata di mano di qualsiasi deficiente, che per di più sta generando tutta una serie di cloni altrettanto metafisici. Così, se è abbastanza stravagante, non è però affatto strano che adesso il premier turco Recep Tayyip Erdogan, noto apostolo liberaldemocratico, voglia chiedere all’assemblea generale dell’Onu di proclamare «crimine contro l’umanità» la cosiddetta «islamofobia»; la quale, a seconda delle suscettibilità toccate, potrebbe andare dall’odio proclamato pubblicamente contro i musulmani, ad una scarsina considerazione per la religione del Profeta onestamente dichiarata. E’ lo stesso Erdogan che l’anno scorso definiva «razzista e discriminatoria» la legge approvata in Francia che punisce «il negazionismo del genocidio armeno». E qui si potrebbe anche ridere di questo corto circuito intellettuale, di questa gran messe di razzismi, discriminazioni, negazionismi, genocidi, crimini contro l’umanità, e fobie varie che se le danno a vicenda di santa ragione. Fa ridere meno il fatto che lo stesso Erdogan nelle stesse ore annunci soddisfatto che le forze di sicurezza di Ankara hanno ucciso 500 ribelli curdi nel solo ultimo mese. Cioè lo stesso Erdogan che accusa il suo vicino Assad di commettere «crimini contro l’umanità» nella repressione contro i ribelli siriani.

GQ CHINA 19/09/2012 E poi se la prendono se gli italiani sono fatti così. Ma loro, gli stranieri, come li vogliono, gli italiani? Proprio così: gaglioffi, leggeri, svelti, svegli, invadenti, sorridenti, parolai, amabili ed inaffidabili. L’anti-italiano, tipo l’androide che oggi ci guida, è tollerato solo nei casi disperati. Quindi dateci dentro e fate del vostro peggio, care le mie rumorose e simpatiche canaglie. Vedete un po’ dove potreste arrivare: ad essere nominati «uomo dell’anno» dall’edizione cinese della famosa rivista GQ – di cui io naturalmente, al contrario di tutti voi, non avevo mai sentito parlare – com’è capitato al più sciagurato dei nostri super-rampolli nazionali, Lapo Elkann; il quale, secondo Gentlemen’s Quarterly, anche attraverso la sua attività imprenditoriale, «non è solo un uomo di stile, ma anche un forte esempio di italianità e d’innovazione». Appunto, un forte esempio di italianità. Riconoscibile. E allora facciamoci riconoscere, senza timidezze. Che non sia proprio lui, Lapo, il fascinoso lazzarone di casa Agnelli, l’uomo chiave per superare la crisi della Fiat? Io ci farei un pensierino. Marchionne e i due ragazzotti Elkann sarebbero un trio imbattibile. Lapo porterà la verve. L’immagine. E Della Valle, verde di rabbia, non riuscirà a credere né ai propri occhi né ai propri occhiali quando si vedrà davanti un Elkann raddoppiato.

ROBERTO DIACETTI 20/09/2012 Avete presente quei milionari del mondo dello sport o dello spettacolo che ogni tanto vanno a dare quattro calci ad un pallone o a cantare sul palco per fare opera di beneficenza? Be’, in fondo che fanno di tanto eroico e di tanto faticoso se non esibirsi gratis per una serata, ciascuno recitando la sua piccola e ben pubblicizzata parte? Visto che è sempre la plebe a tirare fuori i soldi per quel benedetto incasso, auspicabilmente cospicuo, da devolvere in carità? Sono sicuro che se fossero più ambiziosi, invece di limitarsi a queste lodevoli iniziative, espressione con la quale si qualificano di solito i frutti di una generosità mediocre, col libretto degli assegni alla mano e senza tanti sforzi potrebbero fare miracoli e moltiplicare come minimo l’incasso per dieci. Appartiene a questo genere di gretta magnanimità la moda recente di politici e manager di tagliarsi lo stipendio. Visti i tempi. Vista la crisi. Per dare un segnale. Già. E poi? E poi eccoteli che ti annunciano, con l’aria di chi dona l’oro alla patria, tagli sanguinosi ai loro ricchi emolumenti dell’ordine del …dieci per cento. Come per ultimo ha detto di voler fare il nuovo Amministratore Delegato dell’ATAC. Invece di 294mila euro, il «tetto da non superare» imposto dal decreto Salva-Italia agli stipendi dei manager pubblici, Roberto Diacetti prenderà solo il 90% dello stipendio …massimo possibile, ovvero la miseria di 265mila euro. Lui la chiama «decurtazione». Sia chiaro: per me può prendere pure mezzo milione. Solo che quando si superano certi livelli di reddito le decurtazioni allo stipendio, e parlo di quelle vere, per chi le subisce sono della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni: uno nella vita di tutti i giorni manco se ne accorge. E il popolo meno ancora.

GIUSTIZIA E LIBERTA’ (D’EGITTO) 21/09/2012 Ma non erano stati l’entusiastico appoggio dell’Occidente democratico e la “leadership from behind” di Obama a far pendere la bilancia a favore dei patrioti della libertà nelle lotte rivoluzionarie della Primavera Araba? Il partito dei Fratelli Musulmani, Giustizia e Libertà, da non confondere con Libertà e Giustizia, voce dei non meno esaltati Fratelli della Società Civile Italiana, non ne sembra affatto convinto (e io, a dire il vero, meno ancora) o comunque se ne è già scordato. In un comunicato fatto seguire alla pubblicazione delle sataniche vignette di Charlie Hebdo, e dopo la tempesta causata dal quel filmetto, quel filmino, quel trailer figlio di N.N. che nessuno conosceva prima che gli infaticabili e molto suscettibili scopritori di offese al Profeta lo pubblicizzassero in tutto il mondo, si chiede: «Ci sono mani invisibili che spingono gli occidentali a provocare i popoli arabi e islamici che cominciano a trovare la loro libertà, cacciando regimi corrotti e tirannici?» Io credo di sì, che ci siano. In fatto di provocazioni, la produzione è talmente scarsa che a spingerla devono essere per forza i fantasmi.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (90)

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PIERO GRASSO 03/09/2012 Eccolo qua. Avete di fronte a voi un uomo. Una persona adulta. Con ogni probabilità non un imbecille, patentato o meno. E invece anche Piero, come migliaia di pappagalli antimafiosi che tornano periodicamente e infallibilmente in su la via leopardiana a ripetere il loro verso, immeritatamente non ancora inserito nello zoo canterino del Pulcino Pio, di quando in quando si mette a gracchiare i due vocaboli di cui si compone l’espressione «mente raffinatissima», un tormentone che ci perseguita da vent’anni. «Mente raffinatissima» è una locuzione che in Italia è prerogativa esclusiva del contesto mafioso. E’ cosa sua, grazie all’antimafia. Un’intera generazione è ormai dentro quest’aberrazione. Nessuna «mente raffinatissima» potrebbe star dietro una tattica calcistica, una strategia di marketing, o una costruzione filosofica. «Mente raffinatissima» non ha mai sofferto di corruzioni lessicali. Una mente solo raffinata, una mente diabolica, un’intelligenza sopraffina, un cervello mefistofelico, un’abilissima regia, non sono formule accettabili: ne va dell’ortodossia del rito antimafioso. Perché in effetti si tratta di un atto di fede. Di solito «mente raffinatissima» esce dalla bocca di questi androidi della legalità dopo una sospirosa pausa ad effetto, come se si trattasse della scoperchiatura di un segreto «inaudito», per dirla alla Veltroni, e non già di una coglionata ripetuta compulsivamente un milione di volte. «Mente raffinatissima» nobilita chi da decenni dà la caccia alle menti raffinatissime che tengono le fila dei misteri d’Italia. «Mente raffinatissima» serve molto bene allo scopo di non spiegare un bel nulla, in quanto con menti raffinatissime non sai mai se sei giunto veramente nel più riposto, e sacro, stanzino segreto del Tempio. E serve meglio ancora, quindi, allo scopo di lasciare aperti tutti i giochi. Ed in campo tutti i protagonisti di questo circo.

OSCAR PISTORIUS 04/09/2012 E’ stato un errore farlo partecipare alle Olimpiadi. Ma la folla, che sa essere a volte stoltamente feroce ed a volte stoltamente sentimentale, lo voleva. L’atleta sudafricano lo ha spiegato involontariamente lui stesso. Giunto secondo nella finale dei 200 metri delle Paralimpiadi londinesi, si è lamentato a caldo delle protesi usate dal vincitore. Poi si è pentito di questa indelicatezza verso un suo – chiamiamolo così – fratello di sventura, ma ha ribadito che «il problema c’è». Il problema, ovviamente, è quello della standardizzazione dei materiali, almeno per il suo tipo di competizione. E su questo ha sicuramente ragione. Ma con ciò ha confermato quello che tutti sanno: che Oscar non corre interamente sulle proprie gambe; che ogni confronto sportivo con chi ha la fortuna di averle intere è tecnicamente improponibile; che un giorno, per esempio, chi corre con le protesi, grazie alla tecnologia, potrebbe andare anche più forte di chi è fisicamente integro. Oscar è stato un esempio e la sua è una bella storia. Ma la sua partecipazione all’Olimpiade dei «normodotati», che doveva esserne l’apice, l’ha come sgonfiata, lasciandosi dietro il retrogusto amaro delle cose superflue e futili.

IL FANO 05/09/2012 La squadra marchigiana ha perso in casa contro l’Alessandria per 6 a 0 nella prima giornata del campionato di seconda divisione di Lega Pro. Un risultato, converrete, straordinario. Dopo questa tragicomica disfatta l’Alma Juventus Fano 1906 ha esonerato l’allenatore, facendogli tanti auguri. Cosa comprensibile, se non fosse che l’allenatore si chiama Karel Zeman, ed è figlio di Zeman il Grande. E questo cambia tutte le carte in tavola. Perché è chiaro come il sole che un tale disastro non può essere figlio del caso, che solo uno Zeman autentico e certificato poteva riuscire a combinarlo. Provateci voi, se ne siete capaci! Nooo… il bolide di Karel, semplicemente, non era ancora perfettamente a punto, e quindi non è nemmeno partito. Ma questi sono segnali inequivocabili. Anche una demenziale sconfitta può essere un ottimo, esaltante auspicio: uno schema zemaniano, non dal punto di vista tattico, ma da quello strategico. Ma per riconoscerlo bisogna avere la vista lunga, lunghissima. E anche una voglia pazza di divertirsi.

KEVIN PRINCE BOATENG 06/09/2012 Il giocatore del Milan è stato operato per una frattura di non so che ossicino della mano destra. Starà fuori dai campi di gioco per la bellezza di due settimane. Salvo complicazioni. Ai messaggi dei tifosi su Twitter non ha risposto ringraziandoli e invitandoli garbatamente a pensare alle cose serie. Ha bensì ringraziate quelle anime trepidanti, ma ha voluto pubblicare una sua foto dal letto d’ospedale, con tanto di braccio fasciato, cappellino d’ordinanza, e rassicurante pollice della mano sinistra alzato. «Sto bene», ha scritto, non sappiamo con quale mano. Scampato pericolo, dunque. Tiriamo tutti un grosso sospiro di sollievo. Che fosse il chirurgo il pericolo?

ROBERT REFDORD 07/09/2012 Mi sembra di ricordare che un giorno Céline scrisse, più o meno, non so più dove, e con evidente disgusto, che «da vecchi siamo la caricatura di noi stessi». Osservazione crudele, ma vera. Perché in effetti con l’età non soltanto lo splendore della carne pian piano se ne va, ma pure i nostri tratti e la nostra figura vanno incontro ad una deformità generalizzata. E a quel punto è soltanto lo spirito a riscattare la nostra umanità. A settantacinque anni suonati – din don! – l’attore e regista americano è sempre un giovanotto. E’ sbarcato alla Mostra del Cinema di Venezia con la stessa faccia, gli stessi capelli, lo stesso taglio di capelli, la stessa lunghezza di capelli e le stesse basette di quando recitò ne “I tre giorni del Condor”: di quando, cioè, di anni ne aveva esattamente la metà. E’ invecchiato come un albero robusto, che il tempo ha segnato, ma non ha né piegato né deformato. Insomma, un uomo stagionato alla perfezione, all’aria aperta, senza aiutini chirurgici. Così, di primo acchito, si potrebbe pensare ad un meraviglioso esempio di salute, se non fosse che Robert il progressista si è messo pure a parlare della corsa alla Casa Bianca. «Se si guarda il dibattito politico, neanche lo si può definire dibattito, ma, insomma, se avete visto le convention, quella dei repubblicani è infarcita di bugie, rappresenta l’1% della popolazione», ha detto, con la commovente, e meritevole di comprensione, e tuttavia ebete faziosità di un teenager. E allora il dubbio che più di una splendida stagionatura si tratti di un caso di morbosa mummificazione ha cominciato a farsi strada nella testa degli osservatori più attenti. Teniamolo d’occhio.

 

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (89)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PICCOLO MONDO COMUNISTA 27/08/2012 Ovvero la grande guerra tra La Repubblica–L’Unità–PD e Il Fatto Quotidiano–Di Pietro–Grillo. Non avendo mai risolto la sua questione morale, ossia la questione comunista, ossia la questione socialdemocratica, l’unica di cui vale veramente la pena di parlare, nell’anno 2012 la sinistra italiana è ancora all’anno zero. Il più ridicolo di tutti è stato Ezio Mauro: «oggettivamente di destra» ha definiti i comportamenti e le pulsioni dei montagnardi, a dimostrazione che a dispetto delle cosmesi kennediano-democratiche quando il gioco si fa duro gli avverbi preferiti sono quelli di sempre. «E chiamiamoli col loro nome: fascisti!», «Populisti berlusconiani!», han detto altri. «Amici dei Piduisti!», ha risposto Grillo. E allora mettiamoli in fila questi epiteti: oggettivamente di destra, fascisti, populisti, berlusconiani, amici dei piduisti! In pratica: traditori, corrotti e controrivoluzionari. S’intende che questi esaltati, e quello stesso popolo di sinistra che assiste sgomento alla lotta fratricida, hanno tutti per nume tutelare Enrico Berlinguer. Sono tutti figli della Questione Morale, la continuazione del comunismo con altri mezzi, la maschera compunta sotto la quale si nasconde il settarismo, la politica allo stato belluino: come essi, coi loro comportamenti e con le loro pulsioni, mostrano alla perfezione.

ACHILLE BONITO OLIVA 28/08/2012 Sono sicuro che l’anziana signora artefice del famigerato restauro del Cristo del Santuario di Borja fosse soddisfattissima al termine dei lavori. Tanto amore aveva messo nell’opera, e tanto di se stessa, che del Figlio di Dio aveva fatto un figlio tutto suo, una specie di icona rupestre – all’occhio dell’esperto non può sfuggire – di purissima scuola neanderthaliana: un Cristo delle Caverne, nei cui tratti scimmieschi la mamma poteva però vedere solo le perfezioni. Non so invece come si potesse sentire esattamente il povero parroco che aveva armata di pennello la mano della vecchietta. Certamente aveva confidato in parte nella Provvidenza e certamente si stava ora chiedendo perché la Provvidenza gli avesse giocato un tiro così brutto, visto che la Provvidenza non può giocare mai brutti tiri, bensì ammaestra anche quando sembra avversa. Insomma, una fantozziana storia di umili, nel senso di poveri cristi, o, nelle mani di un artista, il canovaccio di un garbato vaudeville sul sacro, e comunque una vicenda che nel silenzio e nella discrezione un po’ alla volta avrebbe trovato la sua soluzione. Ed invece la storia è stata data in pasto all’opinione pubblica, sempre affamata di sordide distrazioni. E sempre più s’ingrossa la fila di gente in attesa di vedere il «mostro». E magari di toccarlo. Che non si sa mai che non faccia il miracolo, e allora chi oserà mai discutere un restauro guidato evidentemente dalla mano di Dio? Per il nostro critico d’arte, tuttavia, questa corsa a vedere il Cristo di Neanderthal è un pellegrinaggio misto di devozione e contemplazione dell’arte: nel Cristo sfigurato ci sono tutte le spagnolesche stimmate di una Passione nuova. Questo è il guaio dei critici d’arte: quando non sono elitari, amano davvero un po’ troppo il popolo.

LUCA ZAIA 29/08/2012 Vedo con raccapriccio che Formigoni non ha ancora rinunciato al suo cavallo bolso da battaglia: la macroregione del nord. E allora ripetiamolo. La Lombardia è già un gigante: da un punto di vista demografico coi suoi dieci milioni di abitanti equivale grosso modo a nazioni come Ungheria, Svezia, Repubblica Ceca, Belgio, o al “Libero Stato” di Baviera. Mettendoci dentro l’Emilia Romagna, la macroregione del Nord conterebbe circa venticinque milioni di abitanti, e come entità politico-amministrativa in Europa starebbe dietro per grandezza solo alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna e alla Polonia e forse a quel che resta dell’Italia, se si mettesse insieme. Io sono convinto che lui queste cose non le sappia, non perché sia un imbecille, ma perché da vero italiano ha sviluppato un timore superstizioso per l’eloquenza dei numeri più semplici. Vedo perciò con sollievo che il suo collega veneto boccia lo stravagante progetto di questa Superlombardia. Vedo però, con ancor più profondo raccapriccio, che lo stesso collega veneto riesce ancora a credere, non si sa come, al progetto della macroregione del Nord. Non so, provo ad indovinare: forse una macroregione del Nord di stampo federale, composta dai liberi stati di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e degli altri liberi stati nanerottoli? Federata con le macroregioni del Centro e del Sud, ammesso, e non concesso, che Siciliani e Sardi siano della partita? Da coordinare col programmato taglio delle provincie e con la programmata istituzione delle città metropolitane? Di solito le idee che funzionano sulla carta nella realtà falliscono poi miseramente. Figuriamoci quelle che già sulla carta mostrano una certa qual traballante ebbrezza alcolica.

ENRICO LETTA 30/08/2012 Intervistato nel corso della convention estiva di VeDrò (in quel di Drò, nel Trentino) il molto costumato (o imbalsamato, a seconda dei gusti) vicesegretario del Pd non ha voluto definire una «boiata pazzesca» la recente proposta del ministro della Salute di tassare le bibite gassate, come lo spingevano a fare i maramaldi della Zanzara, il programma di Radio24, ripiegando ironicamente su «un’idea poco geniale, da ritirare subito». Per non sembrare però un becero qualunquista come tutti quelli che vedono rosso appena ci sono nell’aria nuovi balzelli, ha voluto dare un tocco distintivo alla sua protesta, rimarcando il fatto che alla sua festa a fare furore sono stati proprio il vecchio caro chinotto e la vecchia cara spuma, roba da normali cafoni una volta, ma roba da gente avvertita, responsabile, consapevole, e pure colta, adesso. «Salviamo il chinotto e la spuma bionda!», ha concluso, da difensore di un pezzo pregiato del patrimonio culturale nazionale, pronto ad entrare nell’Olimpo gastronomico di Slow Food.

EMILIO FEDE 31/08/2012 L’ex direttore del Tg4 fonda a ottantun anni un movimento d’opinione. Un movimento d’opinione è una specie di pallone sonda lanciato nel cielo della politica. Se lassù gli auspici sono favorevoli il movimento diventa un partito. Di questo movimento, a parte la sua naturale collocazione nel centrodestra berlusconiano, e la sua naturalissima attenzione verso il mondo femminile, cose che destano tutta la mia simpatia, si sa solo il nome: «Vogliamo vivere». Che come nome, peraltro, è tutto un programma. E niente affatto sorprendente. Emilio infatti, da direttore del Tg4, era sempre attentissimo a tutte quelle piccole, piccolissime, infinitesimali scoperte scientifiche, o presunte tali, che nel campo della medicina sembravano promettere l’elisir di lunga vita e magari l’immortalità. E quando chiedeva al recalcitrante esperto di turno, con tono penosamente spensierato: «E allora professore, vivremo tutti fino a centoventi anni?» era come preso da una smania o da una febbre che gli ardeva negli occhi. Deluso dai progressi della scienza, e sentendo che ormai il tempo comincia insopportabilmente a stringere; disdegnando la filosofia, e ancor più la religione, che son cose da vecchi moribondi; il sempiterno Emilio ha deciso allora di prendere in mano personalmente la questione.