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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

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