E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (97)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO RAMAZZOTTI STOCKEL 22/10/2012 Tutto è andato a meraviglia, esattissimamente come previsto. La nave Estelle, con a bordo una ventina di attivisti filo-palestinesi, compresi parlamentari di diversi paesi europei, era diretta a Gaza, con l’intenzione di sfidare – pacificamente, va da sé – il blocco navale imposto da Israele. Fra di essi un italiano, di nome Marco Ramazzotti Stockel. Come da programma, il veliero di Freedom Flotilla è stato intercettato dalla marina militare israeliana e scortato al porto di Ashdod. Qualcuno degli attivisti più rumorosi è stato ammanettato, e, a detta di Stockel, «da parte dei militari c’è stata anche un po’ di cattiveria perché gli israeliani hanno usato, in modo brutale, anche pistole elettriche». Anche in questo il programma è stato perfettamente rispettato: brutalità, ma solo un po’. Il minimo sindacale, giusto per ravvivare il dramma. Grazie ai buoni uffici dell’ambasciata il nostro attivista ha evitato di passare la notte in un luogo di detenzione. Il giorno dopo è stato espulso da Israele, trasportato a Tel Aviv e imbarcato in un aereo che l’ha riportato sano e salvo in Italia, dopo un felice atterraggio all’aeroporto di Fiumicino. Appena sbarcato Ramazzotti Stockel ha detto: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo politico, che era quello di parlare e far parlare della situazione di Gaza e della Palestina, perché Gaza e Palestina sono centri di tensione internazionale gravissima per tutta l’Europa e l’Italia». Insomma, è andato tutto benone. Lagne comprese.

LA CORRUZIONE PERCEPITA 23/10/2012 Non bastava quella vissuta sulla propria pelle. Adesso i media hanno deciso di rovinarci la giornata pure con la corruzione «percepita», quella che ti mette di cattivo umore solo ad annusarla da lontano. La corruzione percepita si misura grazie a tre indici: l’indice di percezione della corruzione, «ottenuto sulla base di varie interviste/ricerche somministrate ad esperti del mondo degli affari e a prestigiose istituzioni»; l’indice di propensione alla corruzione, basato su interviste «condotte tra dirigenti senior di aziende nazionali e multinazionali, ma anche tra dirigenti e responsabili finanziari, camere di commercio, banche commerciali nazionali e straniere e studi legali commerciali»; e il barometro di percezione della corruzione, un sondaggio che «si rivolge direttamente ai cittadini, indagando sulla loro percezione della diffusione della corruzione nei vari settori». I parametri sembrano invero piuttosto fumosi, non lontani da quelli ormai leggendari che misurano la qualità della vita nelle classifiche de Il Sole 24 Ore, ma sono i criteri di Transparency International, che se siete del partito degli onesti non potete discutere. La corruzione percepita sembra fatta apposta per un paese sull’orlo di una crisi di nervi qual è il nostro. Il partito degli onesti ci ha lavorato ai fianchi per tanti di quei decenni che ormai non ci fidiamo più di nessuno. Siamo così precipitati nella classifica dell’onestà percepita al sessantanovesimo posto, insieme a Ghana e Macedonia, che presto lasceremo al loro mediocre destino di piccole nazioni per sprofondare ancor più nell’Abisso della Corruzione Percepita. Là dove su ogni nostra azione calerà l’ombra del sospetto, ma saremo contenti di far ridere il mondo. Sempre che un provvidenziale terremoto, colpevolmente imprevisto, non ci seppellisca prima tutti.

ROBERTO BENIGNI 24/10/2012  Il predicozzo di Saviano, il predicozzo di Celentano, il predicozzo di Benigni: ma non sarà questa la TV di regime, quella che non avevamo in realtà mai conosciuto? L’evento annunciato, l’osanna preriscaldato, il pubblico precettato, il trionfo assicurato, la qualità risibile: gli ingredienti ci sono tutti. Ci beccheremo dunque anche la seratona dedicata alla Costituzione. Il rito democratico officiato dal ridanciano Benigni avrà per titolo «La più bella del mondo», giusto per vestire di innocente, matta, fanciullesca magnanimità quella che sembra un’intimidazione agli infedeli e ai poco entusiasti. Perché costui è irregolare ed allineatissimo da sempre. Ma ormai ci vedo qualcosa di patologico.

CORRADO CLINI 25/10/2012 Decenni di propagandata (e fasulla) cultura della legalità e qual è l’unico risultato certo ottenuto? Il fariseismo di massa, la professione d’innocenza di popolo, il sistematico «noi buoni» espresso a tutti i livelli, da quello rionale a quello nazionale, contro le «cricche». Qualsiasi cosa succeda c’è sempre qualcuno che necessariamente è colpevole. Prendete il terremoto dell’Aquila. Ma sì, continuiamo a prenderci in giro con la storiella del mancato allerta o delle eccessive rassicurazioni da parte degli scienziati. Che in realtà non avevano escluso nulla. In quei giorni la verità la sapevano gli abruzzesi e la sapevano gli italiani: non c’era nessuna certezza, né che si verificasse la grande scossa, né quando, né dove. L’unico che si azzardò a profetare fu Giuliani che indicò senz’altro Sulmona, e senza fallo nel giorno sbagliato. Bisognava forse far sfollare la popolazione fino a tempo indeterminato? E poi quale popolazione? E dove? E allora dove trovare la colpa? Nei politici, nei tecnici, nei progettisti, nei costruttori, nelle leggi mai fatte, e in quelle mai fatte rispettare? No, salvo casi specifici e documentati. La quasi totalità degli edifici italiani non è costruita con criteri antisismici. Molti di questi sono vetusti, isolati nelle campagne o fittamente addossati l’uno sull’altro nei centri storici di paesetti e città. Chi li abita convive fatalisticamente, specie in certe aree, col rischio di conseguenze catastrofiche in caso di terremoto. E’ una colpa? No. Ciascuno di noi lo fa quotidianamente, in piccola o grande misura, con altri tipi di rischi. E’ la condizione umana. E che dovrebbe fare il proprietario di uno di questi edifici? Comprarsi una casa fatta coi giusti criteri? Costruirsela? Ristrutturare la propria abitazione adeguandola alle norme vigenti? E dove trova i soldi? Gliela fa lo stato, visto che ci sarà di sicuro qualche imbecille già pronto a parlare di diritto alla «casa antisismica»? Ma va’… Stiamo vivendo un lunghissimo periodo di transizione che urta contro resistenze culturali e problemi di costi. Invece di guardare avanti, e di vedere nei problemi come questi anche le opportunità, continuiamo a farci male per spirito di fazione. Così gli esperti della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati. Qualche politico locale è riuscito a proclamare che «giustizia è fatta!». Il mondo ci ha riso dietro. Spesso con un certo disprezzo. «Il paese di Galileo», questo lo stigma, anche se gli inquisitori questa volta avevano deciso nel nome del civismo e del progresso democratico, che non tollera imperfezioni e zone d’ombra. E il ministro dell’Ambiente, nel lodevole tentativo di difendere la Commissione, non ha trovato di meglio che andar dietro allo straniero. Anche lui a cianciare di Galileo. Robe da matti.

RISPOSTA AI COMMENTI. Cavilli e pretesti. Pretesti e cavilli. Non sarebbe neanche intelligente parlarne. Uno si fermerebbe prima. Dire che non sono colpevoli di non aver previsto, dire che non sono colpevoli di non aver dato l’allarme, perché in effetti i terremoti non si possono prevedere, ma che sono colpevoli di aver ubbidito ai politici nel dare un tono rassicurante alle loro osservazioni in ogni caso “non conclusive”, in un contesto semi-isterico nel quale altri profetizzavano date e luoghi sbagliati, è un esercizio da sofisti. Se avessero fatto il contrario? Se avessero dato un tono drammatico alle loro osservazioni in ogni caso “non conclusive” cosa ne sarebbe nato? Polemiche perché non si faceva niente? Polemiche perché si lasciava la popolazione a se stessa, senza nessuna direttiva precisa? e via di seguito… Ripeto che la verità la sapevamo tutti. Sapevamo di non sapere. Rido poi in faccia a quella magistratura e a quegli assatanati che cercano la verità nelle pieghe più riposte e sbrindellate della nostra sbrindellata quotidianità, nelle mezze frasi intercettate al telefono e equivocate di proposito, come “l’operazione mediatica” contestata a Bertolaso. Era appunto un’operazione mediatica, un’operazione di confronto coi media e con la popolazione, ma non voleva dire che fosse dolosa e menzognera. Lascio queste miserie alle passioni degli inquisitori e ai feticisti del diritto…

VITTORIO FELTRI 26/10/2012 Quello che mi fa specie in molti dei giornalisti che fino all’ultimo hanno seguito con simpatia le mirabolanti avventure politiche del Cavaliere di Arcore è il fatto che in realtà costoro non l’abbiano in fondo mai ben capito. Negli ultimi due anni, per esempio, Berlusconi ha fatto sistematicamente il contrario di quanto da loro sperato, auspicato o previsto: non ne hanno imbroccata una. Per loro Berlusconi è stato prima un generoso moschettiere della politica, un giocoso e sorridente rivoluzionario, e poi magari la triste ed impotente caricatura di quel moschettiere e di quel rivoluzionario. Per molti versi lo stesso mezzo Berlusconi dipinto dai suoi nemici, ma visto in luce positiva. Non hanno mai perfettamente inteso la razionalità di fondo dell’agire politico di un uomo che ha sempre cercato di unire, tenere insieme e costruire, salvo poi essere accusato di dividere gli italiani o di cacciare qualcuno che essere cacciato voleva. Ultimo a combattere per la sopravvivenza del suo governo, il Caimano, che non è mai stato vendicativo ed ha la vista lunga, è stato il primo, dopo le dimissioni, a promettere lealtà e collaborazione al governo dei tecnici. Ed oggi è Bersani a dire che le possibilità di un Monti-bis sono zero. E’ legittimo. Ma è la sconfitta di tutto coloro che a fondamento del “montismo” mettevano la scomparsa del berlusconismo, della sua creatura politica e della sua piattaforma politica di centrodestra; alla quale ultima, necessariamente, i “montiani” ora dovranno fare appello. Tutte le altre alternative sono finite mestamente nel cesso. L’addio del Cavaliere arriva dunque nell’ora più giusta. Non è una balla o uno scherzo. A non crederci troppo, a dubitare ancora, è invece Vittorio Feltri, che vuole comunque esprimere al Cavaliere il suo eterno ringraziamento per la vittoria del 1994, «quando la sinistra marciava spedita verso la vittoria elettorale, favorita dall’assenza del pentapartito (eliminato dalle inchieste giudiziarie)», e Silvio «si improvvisò politico, mise in piedi un partito di plastica nel giro di due mesi e risparmiò all’Italia un bagno tardocomunista.» Il partito di plastica! Eccolo qui, lo stesso mezzo Berlusconi sopramenzionato, quello dipinto dai nemici, ma visto in luce positiva.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (96)

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GUIDO ROSSI 15/10/2012 Quest’anno il Nobel per la Pace è stato assegnato all’Europa. La cosa in fondo non ha fatto molto rumore. Alle stravaganze del comitato norvegese guardiamo ormai con indifferenza. La prova è che in questo stesso momento non ricordo chi vinse il premio l’anno passato… boh! Il premio all’Europa ha fatto ridacchiare molti. Altri invece si sono accodati alla retorica. Tra questi ultimi Guido Rossi, avvocato, giurista e moltissime altre cose ancora, ma soprattutto sensale d’altissimo bordo, e per questo, forse, incline a sermoneggiare. Dal pulpito de Il Sole 24 Ore ha parlato come un papa: a settant’anni di distanza «all’epopea dei militari è subentrata quella, altrettanto pericolosa, dei mercati della speculazione finanziaria, la quale sembra oggi rinverdire la paura e disseppellire tragiche passioni della memoria in una crisi senza speranza, (…) val forse la pena di paragonare l’attuale Unione europea all’Olimpo degli dei greci. Cacciato Marte (Ares), il dio della guerra, l’Europa sembra invece oggi caduta nel dominio di Mercurio (Hermes), il dio del commercio, delle comunicazioni, “predone, ladro di buoi e ispiratore di sogni”, come lo descrive l’Inno Omerico a Hermes.» Bisogna capirlo: Guido ha fatto in tempo ad essere eletto nelle liste della “Sinistra indipendente” ai tempi del PCI, e con certe pompose sciocchezze va a nozze. Le quali, suggestioni mitologiche comprese, sembrano peraltro riecheggiare certe idee maneggiate con ben altra classe e serietà da Carl Schmitt, il grande pensatore reazionario, che infatti di mestiere faceva solo quello.

I ROLLING STONES 16/10/2012 I Beatles vissero un decennio, sufficiente comunque per buttare giù una cinquantina di canzonette che girano a meraviglia ancor oggi. Come tutte le popstar furono anche un fenomeno di costume, spesso ridicolo, e tuttavia furono soprattutto un fenomeno musicale. Alla fine degli anni sessanta poterono permettersi di tirare le cuoia. I Rolling Stones invece sono sempre stati degli animali da palcoscenico, un fenomeno agonistico, il rock allo stato vitalistico, ossia quello più cretino e noioso, che molto piace ai duri d’orecchi. E’ per questo che non hanno mai potuto permettersi di morire. Ed è per questo che per festeggiare il cinquantennale del loro sodalizio hanno annunciato il loro ritorno sul palco. Quattro date tra Londra e New York (Newark) in cui li vedremo dimenarsi in carne ed ossa forse per l’ultima volta, prima di intraprendere l’unica strada che assicuri loro un futuro: quella di fantasmi del palcoscenico.

ANTONIO CASSANO 17/10/2012 Siamo tutti contenti che dopo il malanno al cuore Cassano sia ritornato quello di sempre, lo specialista delle cassanate. E’ vero anche che questa testa matta è maturata. Il ragazzo che aveva «avuto 600-700 donne», centinaio più, centinaio meno, ha lasciato il posto all’uomo che con le cassanate gigioneggia, si diverte e ci diverte. Ma ogni tanto ci ricasca. «Ho detto di no alla Juventus: mi hanno cercato tre volte, ma io non voglio andarci perché loro vogliono dei soldatini che vanno diritto, ed io invece voglio girare a destra o a sinistra, uscire dai binari se ne ho voglia.» Questo rivela oggi Antonio, apostolo della libertà e della poesia del calcio. Forse è su di giri per il fatto che sua moglie sta aspettando il secondo figlio. Sul quale ha idee chiarissime: «È una cosa meravigliosa. Speriamo sia ancora maschio per farlo giocare a pallone.» Sarà deciso in seguito in quale ruolo e con quale numero di maglia. E che non si permetta di uscire dai binari, il moccioso!

PAOLO FLORES D’ARCAIS 18/10/2012 Come dice il direttore di Micromega, l’Italia, come direbbe Giulio Cesare, «est omnis divisa in partes tres: il partito della legalità, il partito dell’impunità, il partito dei quaquaraquà». Questi ultimi, decisivi per le sorti della patria, si fanno belli col nome di moderati, passano per persone «ragionevoli», chiamano manicheismo l’amore intransigente per la legge, ma in realtà costituiscono la massa dei pavidi e degli opportunisti che tiene in vita il partito dell’impunità. Con l’inizio della rivoluzione e la liquidazione del partito dell’impunità io vi dico che l’Italia, come direbbe Paolo Flores D’Arcais, sarà divisa in due parti: il partito della legalità, detto ora rivoluzionario, e quello dei quaquaraquà, detto ora controrivoluzionario, costituito dalla massa dei pavidi e degli opportunisti, detti ora collaborazionisti e traditori. Il partito della legalità allora, per la salvezza della patria, per fare piazza pulita, per sradicare una volta per sempre la mala pianta della corruzione, non potrà che procedere con decisione contro il partito dei quaquaraquà. Sarà l’ora suprema e terribile della virtù repubblicana: perché, come diceva Robespierre, «il terrore non è altro che la giustizia severa e inflessibile. Essa è dunque un’emanazione della virtù». Ecco, a questo punto riconciliamoci tutti con l’umanità, con una bella scorreggia.

DANIELA SANTANCHE’ 19/10/2012 Nella sua intemerata contro i vertici del partito la pasionaria prima ha rispolverato la solita mania dell’azzeramento; poi la solita mania della richiesta di dimissioni; poi il solito ricorso alla Dc come emblema del marcio in politica; ed infine la necessità di una «discontinuità» con l’esperienza Monti. Come non di rado capita, i destrorsi bellicosi ed isterici cadono come polli nei luoghi comuni del sinistrismo o ne sposano involontariamente le posizioni politiche. Osvaldo Napoli, ometto garbato ma nient’affatto coglione, anzi, uno dei più svegli e in gamba del Pdl, è stato il primo a metterla in riga: «Connetta cervello e lingua prima di parlare», ha detto, con nettezza D’Alemiana. E’ stato come suonare la tromba dell’adunata: il partito si è ricompattato come non mai. Mai visti i vari Alfano, Cicchitto, Quagliarello, Gasparri, Frattini & C. così pimpanti e solidali, neanche stessero festeggiando un gol. Speriamo bene. Sempre che non si tratti di misoginia.

La socialdemocrazia in Italia

Fuori dalle astrazioni teoriche, che lasciano il tempo che trovano, cosa significa dal punto di vista politico e nel concreto della storia contemporanea il termine «socialdemocrazia»? Tre cose:

  1. L’abbandono della fede nel «sistema socialista» e l’accettazione del «sistema democratico» (borghese). Il «sistema socialista» è incompatibile col «sistema democratico». Un «sistema socialista» è un sistema «compiuto», perfetto; la democrazia non lo è mai. Se vi domandate come mai in Italia una marea di imbecilli parli continuamente di «democrazia compiuta», ora lo sapete: non sono democratici. Socialdemocrazia, quindi, nei fatti significa «democrazia sociale» piuttosto che «socialismo democratico».
  2. La riconfermata propensione, più o meno accentuata, per lo statalismo e per le idee «laiche e di progresso».
  3. L’abbandono dell’antropologia giacobina, nata dallo spirito di fazione e propedeutica alla presa del potere, che divide la nazione in due parti: quella sana, onesta, virtuosa, migliore, e «democratica»; e quella insana, disonesta, corrotta, peggiore e «antidemocratica».

La sinistra italiana non è socialdemocratica perché non ha mai affrontato il terzo punto. Nei comunisti il giacobinismo era avvolto in panni marxisti. Orfani del marxismo, i comunisti sono rimasti nudi, ossia giacobini. La «lotta di classe» è stata sostituita dalla «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Al fattore K è subentrato il fattore G. E l’immobilismo italiano è continuato. A tutto favore degli esaltati, dei giustizieri, degli estremisti e dei cultori della legalità da una parte; e dei «mariuoli» dall’altra. Sono le due facce, entrambe disoneste, della stessa medaglia.

L’incompiuta trasformazione socialdemocratica in Italia ha lasciato in vita il mito del «centro». Il «centro» è la destra perbene, addomesticata e legittimata dalla sinistra comunista e giacobina, che, dentro un «sistema democratico» (borghese), sta alla seconda come il Partito dei Contadini stava al Partito Comunista nelle defunte «democrazie» popolari dell’Est europeo. Il «centro» serve per bloccare ogni evoluzione politica della destra, ossia il progressivo assorbimento nel «sistema democratico» di ciò che resta di quel radicalismo di destra che per comodità possiamo chiamare «identitario», e l’apertura verso le istanze «liberali». Il fenomeno politicamente non è contraddittorio perché è naturale che quando vengono liberate le vie di accesso alla destra, che fino a quel momento non poteva nemmeno chiamarsi «destra», ad essa concorrano come ad un gran fiume tutti gli affluenti. Questo è stato il significato politico del «berlusconismo».

Si capisce allora perché quegli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il «sistema democratico» (borghese) siano stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal «ministro della malavita» Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere. A quella astratta creatura d’importazione che è il «liberale» italiano tutto questo è sempre sfuggito, e nel suo gran dispitto intellettuale ha spesso collaborato allo sfascismo italico. L’irrilevanza politica se la merita tutta.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (95)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO FOLLINI 08/10/2012 Da quando è entrato nel Pd è come se fosse stato inghiottito dal Leviatano. Sparito. Eppure qualche anno fa era considerato una cima, una risorsa della repubblica. Si presentava come alfiere del moderatismo, nemico di ogni beceraggine e di ogni visione totalizzante della politica, ma era totalmente sprovvisto di vigore intellettuale: di palle, insomma, per dirla col popolo. Puntuto, ed impalpabile, il damerino vedeva il brutto solo dove era lecito e politicamente corretto, negli esaltati ed in Berlusconi. Fu così che lo spirito di adattamento che agiva dietro le bandiere del moderatismo lo condusse senza colpo ferire e con un’arietta di indipendenza dalla Dc all’Udc, dall’alleanza col Berlusca alla sua creatura, L’Italia di Mezzo, che infine lo ha traghettato tranquillo tranquillo nel Pd. Fedele alla sua filosofia di non prendere mai il toro per le corna, ma di discettare perentorio su questioni non propriamente all’ordine del giorno o marginali, l’altro ieri ha detto secco: «Agli atti c’è un voto della direzione del Pd che ha detto no al proseguimento dell’alleanza con Di Pietro. Nel 2008 presentai alla direzione del Pd un documento che diceva che l’alleanza con Di Pietro “si chiudeva lì”. Quel documento fu sotterrato, ma io lo votai. D’Alema con un gesto coraggioso e amichevole si astenne e Letta, che quel giorno non c’era, il giorno dopo mi disse che era d’accordo: agli atti quindi c’è un voto della direzione del Pd che ha detto no a Di Pietro». Parole che tradotte dal follinese significano: «Ok ragazzi, mi arrendo all’alleanza con Vendola. Vi ricorderò però il No ai Comunisti Italiani quando sarà in vista l’alleanza con Di Pietro».

FRANCESCO PROFUMO 09/10/2012 Edotto dall’esperienza – a scuola s’impara pur sempre qualcosa – ricordo che nei due ultimi anni di liceo feci un esperimento: non comprai alcuni libri di testo, due o tre. L’esperimento ebbe pieno successo: nessuno se ne accorse, ed io meno di tutti. Vedo che il problema dei libri scolastici è sempre lo stesso: costano l’iradiddio, sono troppi – come le materie – tanto che alcuni restano pressoché intonsi, e cambiano vorticosamente, quasi ogni anno. Compendio ragionato e scelto di migliaia di anni di scibile umano, loro caratteristica peculiare, e direi pure preziosa, dovrebbe essere invece una certa naturale, signorile, superiore, elegante e magnanima inattualità. Secondo me, un libro di testo scolastico cogli attributi dovrebbe restare uguale a se stesso per almeno trent’anni. Un ritocchino al massimo, o meglio, qualche foglietto volante integrativo ogni tanto, se tratta di materie scientifiche e se succede qualcosa di grosso, ma veramente grosso. Poi dovrebbe essere spartano, in bianco e nero preferibilmente, in edizione rigorosamente economica, un bel Mammuth Newton Compton di quelli di una volta, per far capire che è un “attrezzo”. Poi dovrebbe avere pochi compagni, sette-otto al massimo per la scuola media superiore, o come diavolo si chiama adesso, preferibilmente per tutto il ciclo. Alt! Sono più che sufficienti, sissignori. Questa attrezzatura secondo me avrebbe tre vantaggi: economicità, chiarezza – uno vede una volta per tutte a cosa va incontro e quale montagna deve con calma scalare – e un poetico e attraente carattere distintivo, dispregiatore delle mode, proprio delle istituzioni più solide. Il ministro dell’istruzione, invece, per rimediare ai costi e per stare al passo coi tempi, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno – cosa indegna del vero Sapere – ha pensato ad un nuova diavoleria, un altro dei mille rivoli in cui si sta perdendo la scuola: il tablet, che noi (noi chi? noi contribuenti?) «daremo a tutte le classi e a tutti gli studenti». Ma li vogliamo uomini o consiglieri comunali, questi ragazzi?

ROCCO BUTTIGLIONE 10/10/2012 Era nella natura delle cose fin dal principio: la sinistra italiana – non è una colpa – non poteva convivere indefinitamente con l’esperimento Monti. E il Berlusca l’aveva capito fin dal giorno delle sue dimissioni. Ha solo aspettato che gli apprendisti stregoni – le penne dei giornaloni e la miriade dei «piccoli leader», come li ha chiamati rispondendo a Belpietro – avessero esaurito tutte le cartucce con la non-politica dell’ineffabile centro. L’esperienza montiana può trovare continuità politica solo se si innesta nel centrodestra. Niente di trascendentale, s’intende. Anzi, turiamoci pure il naso. Ma questa è la realtà della nostra storia contemporanea.

Al netto dell’aspetto circense, che interessa soprattutto gli allocchi, il berlusconismo si è assunto un compito storico che la Dc, per viltà, non ha mai voluto intraprendere: riunire i figli dispersi della destra per riportarli alla politica. Ciò significava riportare anche l’Italia nel solco delle esperienze politiche europee. Il berlusconismo non è stato un accidente della storia: è stato una risposta costruttiva ad un’esigenza reale del paese. Questo spiega perché nonostante il massacro mediatico e giudiziario e la qualità spesso infima della sua truppa a Berlusconi sempre si ritorni.

Una bella serie di pigmei che si illudeva di poter ereditarne l’elettorato senza accettare il berlusconismo, inteso come progetto politico anche «di destra», una destra che non fosse quella finta, addomesticata e legittimata da Repubblica, è rimasta con un pugno di mosche in mano. Con la peraltro prevedibile rinuncia a candidarsi alla guida del governo, Berlusconi ha voluto dimostrare che se il «montismo» vuole sopravvivere, dovrà accettare il «berlusconismo», e fare della creatura politica berlusconiana l’architrave della maggioranza che lo sosterrà. Non è la scommessa di un disperato. Era scritto fin dal principio. Questa sarà la sua incruenta e costruttiva rivincita. E noi, cioè io, lo scrivemmo fin dal giorno dopo le sue dimissioni. C’è anche la possibilità che questi imbecilli sopravvivere non vogliano. Mai sottovalutare la virulenza della Sindrome di Martinazzoli. Ma alle elezioni mancano ancora mesi, e c’è un elettorato in cerca di risposte, e la pressione monterà.

Poi ci sono anche i casi disperati. Tipo Buttiglione. Qualche mese fa, a proposito della mirabolante traiettoria politica di uno degli esemplari della sua schiatta, scrissi: «Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza.» Rocco alla chiamata all’unione dei moderati di Berlusconi ha risposto così: «Se loro pensano che la nostra linea sia giusta, vengano con noi a fare la Lista per l’Italia.» E’ lo stesso Rocco che tre mesi fa – lo ripeto a distanza di pochi giorni – diceva che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo.»

ALDO GRASSO 11/10/2012 Ci ho pensato, e secondo me è andata così. La prima parte di questa gran brutta storia ce la racconta Malvino, quasi in diretta:

A ‘Otto e mezzo’ (La7, 8.10.2012), per sostenere la liceità del cambiare idea, Pier Ferdinando Casini piglia a esempio san Paolo, il quale – dice – «prima era un libertino, poi sulla via di Damasco…». Saulo di Tarso, un libertino? Ma vogliamo scherzare? Prima della folgorazione era un ebreo tra i più zelanti, obbedientissimo alle leggi mosaiche, irreprensibile in quanto a costumi, tutto tranne un libertino. Avrà fatto confusione con sant’Agostino? Passi, ma come ce la infila nelle Confessioni dell’Ipponate, la via di Damasco, ‘sto politico cattolico dei miei stivali?

Per Pier Ferdinando ostentare l’infinita pazienza di colui al quale tocca dire e ridire continuamente le cose più scontate ed irrefutabili del mondo ad un manipolo di testoni è diventata una seconda natura. E’ uno spettacolo. Quando poi, come in questo caso, prende un granchio colossale, è davvero irresistibile. Ad Aldo Grasso non è parso vero. Segretamente ispiratosi non alle parole del Signore, ma a quelle di Malvino, ha messo in castigo non solo il politico cattolico dei miei stivali, ma pure la sua collega Lilli Gruber:

Passi l’idea che Casini faccia una crasi [“crasi”? non è che sia Grasso a fare “confusione”? N.d.Z.] fra Sant’Agostino, noto peccatore poi convertito, e San Paolo, anche se per uno come lui, insomma, che è cresciuto fra le fila della Democrazia Cristiana, sempre dietro alle tonache dei preti, insomma, un errore così grossolano è intollerabile. San Paolo prima della conversione era un bigotto, oggi diremmo un ebreo ortodosso, un leninista della religione. Come fa ad aver commesso peccati lussuriosi prima? Vabbe’, diciamo: passi Casini, è un politico. Ma la grande giornalista? Ma Lilli? Ma il ‘fact checking’? Cioè quella cosa per cui se uno parla, insomma, si controlla anche pescando nella propria cultura? Niente? Proprio niente?

Notate che Malvino ha fatto solo un’ipotesi. Sant’Agostino nelle “Confessioni” ha raccontato la storia della sua vita, senza perdersi troppo in particolari, dalla prima giovinezza fino alla maturità della fede, la storia del suo progressivo distacco dalla «carnalità» del mondo, carnalità che significava anche e soprattutto ansia di primeggiare, brama di successo nel mondo della cultura e in società. Ma non fu affatto un libertino. Forse fece un po’ di baldoria da studente, tra i sedici e i diciotto anni: ma per lui le passioni sensuali includevano anche il teatro, o «l’atteggiarsi a persona elegante e raffinata». A diciotto anni o poco più ebbe un figlio dalla donna con la quale visse in concubinato – in un mondo in cui non si poteva ancora parlare di società cristiana – per qualche lustro. «In quegli anni tenevo presso di me una donna che però non mi era unita in matrimonio, come si dice, legittimo», scrive Agostino nelle “Confessioni”, «l’avevo presa nel mio vagabondare in mezzo a quelle passioni prive di senso. Tuttavia avevo presa lei sola. E le fui anche fedele.» Aldo Grasso invece, guarda troppa cattiva televisione, non pesca dalla propria cultura e rimanda il “fact checking” a qualche altra occasione. Niente, proprio niente. Parte in quarta col “noto peccatore” Sant’Agostino, quel noto puttaniere, insomma, che si faceva tutte le Ruby Rubacuori della Numidia.

P.S. To’, ne spunta un altro con la fola del “libertino” Agostino. 

NICHI VENDOLA 12/10/2012 Ospite di RepubblicaTv, il presidente della regione Puglia ha messo in chiaro che se diventasse presidente del Consiglio nella scelta dei ministri guarderebbe soprattutto alle competenze e alla parità di genere. «Formerò una squadra di governo fatta per metà di donne e per metà di uomini, così emenderemo il maschilismo di stato», ha aggiunto. Insomma, il Manuale Cencelli, che resterà in voga fra i partiti, sarà pure applicato ai sessi. Dopo dei generi toccherà alle generazioni, così che al governo ci saranno in egual misura ragazzotti e ragazzotte, uomini e donne di mezza età, vecchietti e vecchiette. Mi pare giusto. Poi l’equa partizione coinvolgerà le persone abbienti, quelle che arrivano alla fine del mese, e i morti di fame. Poi toccherà ai bianchi, agli abbronzati e ai neri. Poi il pluralismo, quello sì «di stato», imporrà, nella maturità dei tempi, la presenza fissa di un ministro transgender e di un ministro diversamente abile. Dopo di che sarà creato un software apposito per trovare la squadra giusta in parlamento e, in caso di necessità, anche nella società civile: e già, vi eravate dimenticati nel frattempo delle «competenze», vero?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (94)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 01/09/2012 Quello che mi preoccupa è che il nuovo libro dell’economista padovano sia già uscito negli Stati Uniti. Anche al di là dell’Atlantico, che pure sembrava uno spartiacque rassicurante, ci sarà dunque qualche ben istruito “sucker” che si berrà tranquillo tranquillo la famosa storia di Berlinguer la Cassandra, l’austero uomo politico padre della “questione morale”. Scrive Zingales: «La sua era una battaglia contro il sistema di potere democristiano. “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”, diceva, “gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi”. Berlinguer rivendicava la superiorità morale del suo partito, ma, come dimostrarono poi i fatti, era la moralità di un partito che non era stato mai al potere e che, come tale, non aveva avuto l’opportunità di essere corrotto.» Come detto di recente, il Pci era invece il partito che si batteva «per l’onestà e contro la corruzione» già nei manifesti della campagna elettorale del 1953, quando di «sistema democristiano» non ce n’era ancora veruno. Partito degli onesti per partito preso, con tutte le conseguenze logiche, politiche e culturali del caso, il partitone che sapeva mobilitare le masse conservava a livello nazionale un potere d’interdizione eccezionale nei confronti dell’esecutivo. Negli anni ottanta, quelli del “CAF”, le finanziarie erano oggetto di aperta negoziazione coi comunisti, come riportano senza alcun scandalo le gazzette dell’epoca. A livello amministrativo il Pci dettava poi legge in un pezzo non trascurabile d’Italia, e si può ben dire che l’Occidente uscito dalla seconda guerra mondiale non abbia mai visto l’eguale di un tale partito-partito, di una tale macchina di potere ben oliata e ramificata con una così forte presa sulla società. Un esempio di partitocrazia tanto professionale da zittire i critici. Ma il comunismo stava crollando nel mondo. Negli anni settanta i comunisti aprirono perciò la stagione dell’eurocomunismo, quello buono. Ma durò poco. Per evitare questa questione, la vera questione morale dei comunisti, Berlinguer attaccò “oltre frontiera”, come fanno certi stati per liberarsi delle pressioni interne, aprendo la stagione della «questione morale», che fu, e continua ad essere, una stagione d’odio. Perché dunque Zingales nel suo nuovo libro “Manifesto capitalista”, centrato sul problema di quell’illegalità diffusa naturalmente nemica, al contrario di quanto pensa larga parte dell’opinione pubblica, di un per così dire “corretto capitalismo”, sente il dovere di tirar fuori di tasca il santino dell’ex segretario del Pci? Perché, ahinoi, siamo in Italia, dove fuori della sinistra non c’è salvezza. Essa benedice e scomunica. Così che qualche anno fa pure il liberismo, per farsi accettare, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, e a guardar bene, ma proprio bene, si riscoprì di sinistra. Queste pratiche costituiscono una specie di clientelismo culturale di alto bordo, spesso involontario. Si entra in una grande chiesa, e ci si fa il segno della croce, magari nel segno di Berlinguer. Scrive ancora Zingales: «Perché in Italia prevale la cultura della furbizia invece che quella dell’onestà? Non esiste fiducia senza cultura della legalità. E’ questa manca innanzitutto perché in Italia il delitto paga.» Discorso vagamente hobbesiano, direi, non “liberale”. Per Hobbes la società civile nasce dal timore dell’uomo per l’uomo; i quali uomini rinunciano tutti insieme per contratto ad una parte del loro “diritto naturale”, che è la libertà di usare il loro potere come singolarmente vogliono; e s’intende che tale contratto viene vanificato quando manca un potere coercitivo in grado di farlo rispettare: “vaste programme”, direbbe De Gaulle. La verità è che l’assunto va capovolto: è “la cultura della legalità” – brutta, fredda e pomposa espressione – che non esiste senza la “fiducia”. Lo spirito civico non dipende dalla moralità individuale, ma dal grado di coesione della società. Quanto più essa è penetrata dallo spirito di fazione, tanto più s’indebolisce il comun sentire, tanto meno funzionano i freni naturali agli egoismi particolari e all’infingardaggine generalizzata. La “questione morale” nasce in Italia dallo spirito di fazione. Di qui i bei frutti che tutti, compreso Zingales, possono ammirare.

LUIGI CIOTTI 02/09/2012 Secondo me è la notizia del giorno. Pensavate di vivere in un paese corrotto fino alle midolla? Distante mille anni luce dal resto dell’Europa? Un paese dalle fondamenta morali fradice? Una fogna a cielo aperto? Sbagliavate. Secondo “Eurobarometer” – dati aggiornati alla fine del 2011 – il 12% dei cittadini italiani si è visto chiedere una tangente nei dodici mesi precedenti, contro una media europea – udite udite – dell’8%. Confessate: è troppo bello. Per darvene un’idea più palpabile ciò significa che in media in un anno in Europa 2 cittadini su 25 si vedono chiedere una tangente, mentre in Italia su 25 sono …3! Inoltre, sempre secondo le rilevazioni di “Eurobarometer”, se la corruzione è un serio problema nel proprio paese per l’87% degli italiani, lo è anche per ben il 74% degli europei. Ma siamo a cavallo, dico io! Siamo a cavallo! Siamo quasi come gli altri! Abbiamo ormai imboccato la strada della rinascita morale! Evviva! Il bello è che i giornali italiani hanno pubblicato questi dati – pure la matematica nel nostro paese ubbidisce alle regole del melodramma – come se confermassero in pieno la straordinaria eccezionalità del caso italiano. Ed infatti nel Dossier preparato da Libera, Legambiente, e Avviso Pubblico [Avviso Pubblico = Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie (ogni giorno se ne impara una di nuova)], che ha dato spunto alla pubblicazione dei dati di “Eurobarometer”, si può leggere che (per fortuna, ma questo non lo dicono) secondo un diverso (e provvidenziale) sondaggio – il Global corruption barometer di Transparency International, che mi sembra una denominazione molto più in linea con la cultura e il culto della legalità – le percentuali sopramenzionate sarebbero del 13% per l’Italia e del 5% per l’Europa, numeri che hanno molto confortato gli amici di Don Luigi Ciotti. Su queste ed altre ferree basi, il Dossier calcola che la corruzione pesi in Italia per circa 10 miliardi di euro in termini di Pil. Don Ciotti ci è andato giù apocalittico come al solito: «Ora basta: servono scelte chiare e nette, anzi categoriche.» Ha detto. «Come nella lotta alla mafia, non sono possibili mediazioni nella lotta contro la corruzione, che tiene in ostaggio la democrazia e si affianca all’emergenza etica. Il nostro Paese versa in uno stato di “coma etico” ed è culturalmente depresso…» Ma forse, direi, pure un pochetto isterico ed a corto di idee, tranne quelle, notoriamente efficaci e lungimiranti, di stampo savonaroliano.

[“Be’, si potrebbe anche dire, di converso, che la media italiana è ben del 50% superiore a quella europea”, mi fa notare qualcuno. Rispondo così: “L’avevo notato. Se è per questo la media europea incorpora anche l’Italia; per cui la media italiana sarebbe in realtà più del 50% superiore alla media degli ALTRI paesi europei. Ma c’è un ma. La cosa avrebbe un peso significativo se le percentuali di partenza fossero molto più alte di quelle pubblicate, del 30 o del 40%, tanto per dire. Ma così non è. L’esempio fatto con le 25 persone serve appunto a dimostrare che in base alle cifre pubblicate la differenza è così piccola che nella pratica non sarebbe nemmeno percepibile. Tuttavia qui non si vuole negare naturalmente il problema della corruzione. Qui si vuole dire che la confusione regna sovrana, sia dal punto di vista dei numeri e sulla loro interpretazione, sia dal punto di vista delle soluzioni. D’altronde, se qualcuno affermasse che in Italia in tasso di corruzione è doppio di quello tedesco, tutti quanti sarebbero pronti a rispondere: MAGARI! Per fare un altro esempio di come coi numeri si possa essere esatti e capziosi allo stesso tempo, si immagini un leader di governo che vanti per il proprio paese una crescita dell’economia tripla a quella dei vicini, tacendo il fatto però che quella dei vicini è solo dello 0,25% del Pil. La realtà dei numeri mostrerebbe che ci troviamo di fronte a due paesi in stagnazione economica, uno che cresce dello 0,25% e l’altro dello 0,75%, anche se in effetti il buffone al potere non mentirebbe parlando di un tasso di crescita economica addirittura triplo di quello dei vicini…Con questo cosa voglio dire? Voglio dire che, oltre a tutti gli altri difetti, quando penso di avere ragione ho anche quello di essere noiosamente puntiglioso…”]

OSCAR GIANNINO 03/09/2012 Benché siano gli esseri più tediosi, inconcludenti e opportunisti del mondo, e benché, s’intende, mi consideri molto superiore a loro dal punto di vista intellettuale e morale, non ho mai partecipato al “crucifige!” indirizzato ai politici. Lascio stare il fenomeno della corruzione, ché quello ormai è un argomento disprezzato dagli spiriti più indipendenti. Parlo solo della loro attività politica e specialmente del loro linguaggio. La prudenza mi ha sempre suggerito un semplice ragionamento: non posso credere che se il novantanove per cento di loro cade immancabilmente nel linguaggio insulso che li contraddistingue, quel «politichese» perfettamente congeniale alle mezze verità, ossia alle falsità per omissione, nel quale il tono del comiziante surroga la vaporosità dei contenuti, ciò significhi che la politica recluti per necessità naturale la sua soldataglia tra i più infingardi tra gli uomini. Penso che anche nel migliore dei novizi le ragioni dell’ambizione personale, le ragioni del partito, quelle dell’elettorato, quelle della folla dei postulanti, la necessità di venire a compromessi, di conquistare il consenso, di tessere alleanze, la necessità di convivere con degli imbecilli e fors’anche con delle canaglie; tutto questo ne forgi pian piano il linguaggio in quello stampo obbrobrioso che ben conosciamo. E’ come se dalla tribuna il critico, che tanto vedeva chiaro, venisse sbattuto di colpo nel rettangolo di gioco, e lì improvvisamente, nel fuoco dell’azione, si sentisse prigioniero di campi gravitazionali di cui non sospettava minimamente l’esistenza. A questo ho pensato quando ho letto ieri l’intervista a Oscar Giannino sul Corriere della Sera. E’ vero che in gran parte è il solito Giannino. Ma è anche vero che gli escono di bocca cose strane, come queste: «[Casini e Fini] …hanno costretto Monti a fare un passo indietro. (..) Con queste e altre persone e aree, nella società civile e nel sindacato. Con tutti coloro che sono interessati alla discontinuità e al cambio di marcia nella politica economica. (…) Ripeto: la cosa migliore è non mettere in imbarazzo Monti. Ha ridato al Paese la credibilità internazionale che Berlusconi ci aveva fatto perdere. Ma poi i partiti della maggioranza non gli hanno permesso di fare la svolta necessaria per la crescita.» Il passo indietro. Oddio, il passo indietro. La società civile. Oddio, la società civile. La discontinuità. Oddio, la discontinuità. Monti che ridà credibilità al Paese. E Berlusconi che gliel’aveva fatta perdere. La svolta per la crescita. Oddio, la svolta. E oddio, la crescita. Caro Oscar, stai attento! E pensare che sei solo un mezzo politico.

BARBARA SPINELLI 04/09/2012 Ai tempi non tanto lontani del governo Berlusconi era preoccupatissima per le sorti della democrazia. Quella che vedeva era una democrazia malata, «esagerata», populista, senza controlli, ed anche antieuropea, nazionalista, non solo in Italia. Il commissariamento della democrazia italiana era un dovere democratico dell’Europa, che i sinceri democratici della penisola dovevano accogliere con intima convinzione. Berlusconi era un bubbone da estirpare, il simbolo di un cesarismo volgare, sciatto e moderno allo stesso tempo. Ora lamenta l’abdicazione dei partiti e della politica. Perfino Monti potrebbe essere tentato da una sorta di «cesarismo postopolitico». Ed «…anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato.» In Italia regna sovrana la passività, mentre in Spagna ed in Grecia le proteste degli indignados contro le cure da cavallo e i «diktat» sono, pur nella loro scarsa lucidità, manifestazioni di vitalità. E in quei paesi, anche là dove si è passati per un governo tecnico, si è infine tornati alla strada maestra della politica e degli elettori. «In Italia no, tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale.» Io dico allora che dobbiamo tutti sperare nella vittoria della coalizione dei buzzurri. Così potremo sentire Barbara tuonare di nuovo contro i pericoli del cesarismo volgare di una democrazia esagerata ed invocare sacrosante misure di salute pubblica, magari europee. E così il vostro famigerato opinionista di sfiducia, nemico acerrimo e valoroso della Spinelli, potrà rifilarvi senza fatica un bel po’ di minestra riscaldata, già passata su questi schermi, del tipo di questa: «Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; (…) Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.»

NICOLA ZINGARETTI 05/09/2012 Be’, non è che dobbiamo proprio vergognarci per lui. Piuttosto, arrossiamo simpateticamente con lui, tutti quanti. Quando si tratta di parlare italiano nessuno in Italia nasce imparato. Figuriamoci nel profondissimo Veneto, la terra che non si è ancora vergognata di aver partorito il sottoscritto. Quando ci scappa, ci scappa, come una bella scoreggia (o scorreggia, dipende dai gusti). E’ tutta salute. C’azzecca la natura, c’azzecca la storia. A noi ce sta scritto nel sangue. Per il presidente della provincia di Roma, sconosciuto fuori dell’Agro Romano a tutti i burini della penisola, la presentazione della sua candidatura alla carica di governatore del Lazio costituiva in pratica il suo esordio sul proscenio mediatico nazionale. Ha bucato il video grazie ad un «a me hanno imparato che…» …che in francese non farebbe una grinza. Ecco, magari era solo un involontario francesismo di un habitué di una lingua nella quale effettivamente «imparare» ha anche valore di «insegnare». Ma non credo. Preferisco salutare in Zingaretti – ma che dico? – in Nicola, non un rappresentante dell’Italia migliore, come capita troppo spesso a sinistra, ma un nostro fratello: frateelloo d’Itaaliaa…

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (93)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FATTO QUOTIDIANO 24/09/2012 Nel 1953 i comunisti si decisero infine per «forchettoni»: questo era il simpatico epiteto da riservare agli avversari democristiani nella campagna elettorale di quell’anno. Sui muri i manifesti con le forchettone la fecero da padroni. Su uno di questi si poteva leggere: «UN CONSIGLIO AI FORCHETTONI: contro il logorio della campagna elettorale dei comunisti bevete Cynar! ELETTORI: contro il logorio di 5 anni di malgoverno Dc votate P.C.I.!» Su un altro si leggeva: «Via il regime della forchetta! VOTA COMUNISTA.» E su un altro ancora si potevano vedere le caricature di De Gasperi – lo «statista», quello adesso santificato anche a sinistra – con in spalla una forchettona, di Gonella con un cucchiaione, e di Scelba con un coltellone. Oltre al «vota comunista» sul manifesto – ci credereste? – c’era scritto: «per l’onestà contro la corruzione». E adesso piangete. O ridete. Ecco, domani uscirà con Il Fatto Quotidiano “Roberto Forchettoni”, il libro dedicato dai segugi del Fatto alle presunte malefatte di Formigoni. Io non penso che al Fatto ignorino il precedente. Penso anzi che il ritorno al «forchettonismo» sarà vezzosamente rivendicato. Io vedo però in questo un auspicio favorevole. Così come tutta la storia di Roma antica è un grande arco teso tra Romolo e Romolo Augustolo, così spero che col ritorno dei forchettoni, dopo sessant’anni di vita repubblicana, per una certa Italia migliore dell’altra la pacchia sia veramente finita.

ANGELO BAGNASCO 25/09/2012 Caro cardinale, posso parlarle con franchezza? Credo di sì. E allora vado. Dunque, caro cardinale, io ho come l’impressione che lei di politica non capisca un tubo. Nel suo ultimo intervento sulle vicende italiane, per esempio, fra le altre cose lei ha detto: «E’ l’ora (…) della rifondazione dei partiti, delle procedure partecipative ed elettive, di una lotta penetrante e inesorabile alla corruzione…». Ma non si rende conto che in politica l’ansia di rifondazione e il piccolissimo cabotaggio sono fatti apposta per alimentarsi a vicenda? Che la demagogia degli onesti e il magna-magna sono le due facce della stessa medaglia? Che ambedue sono il segno di uno stesso infantilismo? Che ambedue congiurano contro la politica, ossia l’arte naturalmente imperfetta di «governare la città»? Che ambedue congiurano contro il sentimento societario, che rende anche i ladri meno irresponsabili? Che una consapevolezza collettiva non può nascere da un moralismo farisaico di massa? Che in Italia andiamo avanti da sempre per questa strada insulsa e poi ci meravigliamo, perché siamo proprio imbecilli, che le cose non cambino mai? Che ormai tutti dicono le stesse cose dette da lei, e che a differenziare gli estremisti dai moderati è soltanto lo stile? E che proprio questa unanimità dovrebbe metterla cristianamente in sospetto?

FRANCO FIORITO 26/09/2012 Vent’anni fa ad aspettare Craxi fuori dell’hotel Raphael con le monetine in mano c’era anche lui, il florido Fiorito, insieme a qualche camerata e alla teppaglia comunista. Chissà cosa ardeva nel cuore del ragazzotto! Certo non la «bella politica», che è un’infatuazione da signorine di sinistra. Però una qualche idea insieme eroica e ruspante della politica sì. Invece è affogato irresistibilmente nelle mollezze asiatiche della politica pure lui, placido e grandioso come un Buddha. Vent’anni fa in parlamento Craxi, invitando tutta la classe politica a seguire il suo esempio, si prese la responsabilità politica dei finanziamenti illeciti al suo partito. L’obolo pagato alla politica, tacitamente praticato e tacitamente accettato o fatalisticamente subito a tutti i livelli della società, più che il segno di una tara genetica della specie italica, era un arcaismo costoso che non oliava più il sistema, e che un paese ricco e moderno, uscito finalmente dalla glaciazione della guerra fredda, non poteva più permettersi. Mani Pulite avrebbe potuto essere un’incruenta e liberatrice operazione di verità. Un esame di coscienza collettivo. Invece fu una meschina operazione di potere, mercé un legalismo interpretato a senso unico. Con la menzogna non si nutre il senso civico, ma il cinismo. Così se un giorno si «rubava» soprattutto per il partito, oggi si «ruba» soprattutto per se stessi. Sempre che si rubi. Perché a detta di Fiorito, se lui e suoi colleghi sguazzavano nell’oro, lo facevano sì vergognosamente, ma nel rispetto della legge. Questo simpaticone, insomma, si è preso l’irresponsabilità politica di una pratica lecita. Se fosse vero, sarebbe ancora più bello. E significativo.

PIER LUIGI BERSANI 27/09/2012 «Purtroppo quel famoso spiraglio nella crisi non c’è ancora, stanno accelerando gli elementi di recessione, disoccupazione, calo dei consumi. (..) Il meccanismo rigore-recessione si sta avvitando, passiamo di manovra in manovra, all’ingrosso ci troveremo davanti a una legge di stabilità che non so come faccia ad affrontare le cose». Insomma, il rigore va bene, ma ci vorrebbero pure le famose «politiche» per la crescita, per il lavoro, ecc. ecc. Popolare ricetta che in termini calcistici si potrebbe tradurre così: i quattro in difesa vanno bene, bene anche i quattro a centrocampo, però bisogna che assolutamente mettiamo quattro uomini anche in attacco. A parlare non è Berlusconi, ma il segretario del PD, eppure le amenità sono le stesse. Non si capisce allora perché quando Bersani le spara non venga accusato d’irresponsabilità e di lesa maestà nei confronti del presidente del consiglio. O meglio, si capisce benissimo. Approfittarne però così spudoratamente non è affatto un tratto da gentiluomini; o da onesti, per dirla coi migliori.