Una settimana di “Vergognamoci per lui” (94)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 01/09/2012 Quello che mi preoccupa è che il nuovo libro dell’economista padovano sia già uscito negli Stati Uniti. Anche al di là dell’Atlantico, che pure sembrava uno spartiacque rassicurante, ci sarà dunque qualche ben istruito “sucker” che si berrà tranquillo tranquillo la famosa storia di Berlinguer la Cassandra, l’austero uomo politico padre della “questione morale”. Scrive Zingales: «La sua era una battaglia contro il sistema di potere democristiano. “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”, diceva, “gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi”. Berlinguer rivendicava la superiorità morale del suo partito, ma, come dimostrarono poi i fatti, era la moralità di un partito che non era stato mai al potere e che, come tale, non aveva avuto l’opportunità di essere corrotto.» Come detto di recente, il Pci era invece il partito che si batteva «per l’onestà e contro la corruzione» già nei manifesti della campagna elettorale del 1953, quando di «sistema democristiano» non ce n’era ancora veruno. Partito degli onesti per partito preso, con tutte le conseguenze logiche, politiche e culturali del caso, il partitone che sapeva mobilitare le masse conservava a livello nazionale un potere d’interdizione eccezionale nei confronti dell’esecutivo. Negli anni ottanta, quelli del “CAF”, le finanziarie erano oggetto di aperta negoziazione coi comunisti, come riportano senza alcun scandalo le gazzette dell’epoca. A livello amministrativo il Pci dettava poi legge in un pezzo non trascurabile d’Italia, e si può ben dire che l’Occidente uscito dalla seconda guerra mondiale non abbia mai visto l’eguale di un tale partito-partito, di una tale macchina di potere ben oliata e ramificata con una così forte presa sulla società. Un esempio di partitocrazia tanto professionale da zittire i critici. Ma il comunismo stava crollando nel mondo. Negli anni settanta i comunisti aprirono perciò la stagione dell’eurocomunismo, quello buono. Ma durò poco. Per evitare questa questione, la vera questione morale dei comunisti, Berlinguer attaccò “oltre frontiera”, come fanno certi stati per liberarsi delle pressioni interne, aprendo la stagione della «questione morale», che fu, e continua ad essere, una stagione d’odio. Perché dunque Zingales nel suo nuovo libro “Manifesto capitalista”, centrato sul problema di quell’illegalità diffusa naturalmente nemica, al contrario di quanto pensa larga parte dell’opinione pubblica, di un per così dire “corretto capitalismo”, sente il dovere di tirar fuori di tasca il santino dell’ex segretario del Pci? Perché, ahinoi, siamo in Italia, dove fuori della sinistra non c’è salvezza. Essa benedice e scomunica. Così che qualche anno fa pure il liberismo, per farsi accettare, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, e a guardar bene, ma proprio bene, si riscoprì di sinistra. Queste pratiche costituiscono una specie di clientelismo culturale di alto bordo, spesso involontario. Si entra in una grande chiesa, e ci si fa il segno della croce, magari nel segno di Berlinguer. Scrive ancora Zingales: «Perché in Italia prevale la cultura della furbizia invece che quella dell’onestà? Non esiste fiducia senza cultura della legalità. E’ questa manca innanzitutto perché in Italia il delitto paga.» Discorso vagamente hobbesiano, direi, non “liberale”. Per Hobbes la società civile nasce dal timore dell’uomo per l’uomo; i quali uomini rinunciano tutti insieme per contratto ad una parte del loro “diritto naturale”, che è la libertà di usare il loro potere come singolarmente vogliono; e s’intende che tale contratto viene vanificato quando manca un potere coercitivo in grado di farlo rispettare: “vaste programme”, direbbe De Gaulle. La verità è che l’assunto va capovolto: è “la cultura della legalità” – brutta, fredda e pomposa espressione – che non esiste senza la “fiducia”. Lo spirito civico non dipende dalla moralità individuale, ma dal grado di coesione della società. Quanto più essa è penetrata dallo spirito di fazione, tanto più s’indebolisce il comun sentire, tanto meno funzionano i freni naturali agli egoismi particolari e all’infingardaggine generalizzata. La “questione morale” nasce in Italia dallo spirito di fazione. Di qui i bei frutti che tutti, compreso Zingales, possono ammirare.

LUIGI CIOTTI 02/09/2012 Secondo me è la notizia del giorno. Pensavate di vivere in un paese corrotto fino alle midolla? Distante mille anni luce dal resto dell’Europa? Un paese dalle fondamenta morali fradice? Una fogna a cielo aperto? Sbagliavate. Secondo “Eurobarometer” – dati aggiornati alla fine del 2011 – il 12% dei cittadini italiani si è visto chiedere una tangente nei dodici mesi precedenti, contro una media europea – udite udite – dell’8%. Confessate: è troppo bello. Per darvene un’idea più palpabile ciò significa che in media in un anno in Europa 2 cittadini su 25 si vedono chiedere una tangente, mentre in Italia su 25 sono …3! Inoltre, sempre secondo le rilevazioni di “Eurobarometer”, se la corruzione è un serio problema nel proprio paese per l’87% degli italiani, lo è anche per ben il 74% degli europei. Ma siamo a cavallo, dico io! Siamo a cavallo! Siamo quasi come gli altri! Abbiamo ormai imboccato la strada della rinascita morale! Evviva! Il bello è che i giornali italiani hanno pubblicato questi dati – pure la matematica nel nostro paese ubbidisce alle regole del melodramma – come se confermassero in pieno la straordinaria eccezionalità del caso italiano. Ed infatti nel Dossier preparato da Libera, Legambiente, e Avviso Pubblico [Avviso Pubblico = Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie (ogni giorno se ne impara una di nuova)], che ha dato spunto alla pubblicazione dei dati di “Eurobarometer”, si può leggere che (per fortuna, ma questo non lo dicono) secondo un diverso (e provvidenziale) sondaggio – il Global corruption barometer di Transparency International, che mi sembra una denominazione molto più in linea con la cultura e il culto della legalità – le percentuali sopramenzionate sarebbero del 13% per l’Italia e del 5% per l’Europa, numeri che hanno molto confortato gli amici di Don Luigi Ciotti. Su queste ed altre ferree basi, il Dossier calcola che la corruzione pesi in Italia per circa 10 miliardi di euro in termini di Pil. Don Ciotti ci è andato giù apocalittico come al solito: «Ora basta: servono scelte chiare e nette, anzi categoriche.» Ha detto. «Come nella lotta alla mafia, non sono possibili mediazioni nella lotta contro la corruzione, che tiene in ostaggio la democrazia e si affianca all’emergenza etica. Il nostro Paese versa in uno stato di “coma etico” ed è culturalmente depresso…» Ma forse, direi, pure un pochetto isterico ed a corto di idee, tranne quelle, notoriamente efficaci e lungimiranti, di stampo savonaroliano.

[“Be’, si potrebbe anche dire, di converso, che la media italiana è ben del 50% superiore a quella europea”, mi fa notare qualcuno. Rispondo così: “L’avevo notato. Se è per questo la media europea incorpora anche l’Italia; per cui la media italiana sarebbe in realtà più del 50% superiore alla media degli ALTRI paesi europei. Ma c’è un ma. La cosa avrebbe un peso significativo se le percentuali di partenza fossero molto più alte di quelle pubblicate, del 30 o del 40%, tanto per dire. Ma così non è. L’esempio fatto con le 25 persone serve appunto a dimostrare che in base alle cifre pubblicate la differenza è così piccola che nella pratica non sarebbe nemmeno percepibile. Tuttavia qui non si vuole negare naturalmente il problema della corruzione. Qui si vuole dire che la confusione regna sovrana, sia dal punto di vista dei numeri e sulla loro interpretazione, sia dal punto di vista delle soluzioni. D’altronde, se qualcuno affermasse che in Italia in tasso di corruzione è doppio di quello tedesco, tutti quanti sarebbero pronti a rispondere: MAGARI! Per fare un altro esempio di come coi numeri si possa essere esatti e capziosi allo stesso tempo, si immagini un leader di governo che vanti per il proprio paese una crescita dell’economia tripla a quella dei vicini, tacendo il fatto però che quella dei vicini è solo dello 0,25% del Pil. La realtà dei numeri mostrerebbe che ci troviamo di fronte a due paesi in stagnazione economica, uno che cresce dello 0,25% e l’altro dello 0,75%, anche se in effetti il buffone al potere non mentirebbe parlando di un tasso di crescita economica addirittura triplo di quello dei vicini…Con questo cosa voglio dire? Voglio dire che, oltre a tutti gli altri difetti, quando penso di avere ragione ho anche quello di essere noiosamente puntiglioso…”]

OSCAR GIANNINO 03/09/2012 Benché siano gli esseri più tediosi, inconcludenti e opportunisti del mondo, e benché, s’intende, mi consideri molto superiore a loro dal punto di vista intellettuale e morale, non ho mai partecipato al “crucifige!” indirizzato ai politici. Lascio stare il fenomeno della corruzione, ché quello ormai è un argomento disprezzato dagli spiriti più indipendenti. Parlo solo della loro attività politica e specialmente del loro linguaggio. La prudenza mi ha sempre suggerito un semplice ragionamento: non posso credere che se il novantanove per cento di loro cade immancabilmente nel linguaggio insulso che li contraddistingue, quel «politichese» perfettamente congeniale alle mezze verità, ossia alle falsità per omissione, nel quale il tono del comiziante surroga la vaporosità dei contenuti, ciò significhi che la politica recluti per necessità naturale la sua soldataglia tra i più infingardi tra gli uomini. Penso che anche nel migliore dei novizi le ragioni dell’ambizione personale, le ragioni del partito, quelle dell’elettorato, quelle della folla dei postulanti, la necessità di venire a compromessi, di conquistare il consenso, di tessere alleanze, la necessità di convivere con degli imbecilli e fors’anche con delle canaglie; tutto questo ne forgi pian piano il linguaggio in quello stampo obbrobrioso che ben conosciamo. E’ come se dalla tribuna il critico, che tanto vedeva chiaro, venisse sbattuto di colpo nel rettangolo di gioco, e lì improvvisamente, nel fuoco dell’azione, si sentisse prigioniero di campi gravitazionali di cui non sospettava minimamente l’esistenza. A questo ho pensato quando ho letto ieri l’intervista a Oscar Giannino sul Corriere della Sera. E’ vero che in gran parte è il solito Giannino. Ma è anche vero che gli escono di bocca cose strane, come queste: «[Casini e Fini] …hanno costretto Monti a fare un passo indietro. (..) Con queste e altre persone e aree, nella società civile e nel sindacato. Con tutti coloro che sono interessati alla discontinuità e al cambio di marcia nella politica economica. (…) Ripeto: la cosa migliore è non mettere in imbarazzo Monti. Ha ridato al Paese la credibilità internazionale che Berlusconi ci aveva fatto perdere. Ma poi i partiti della maggioranza non gli hanno permesso di fare la svolta necessaria per la crescita.» Il passo indietro. Oddio, il passo indietro. La società civile. Oddio, la società civile. La discontinuità. Oddio, la discontinuità. Monti che ridà credibilità al Paese. E Berlusconi che gliel’aveva fatta perdere. La svolta per la crescita. Oddio, la svolta. E oddio, la crescita. Caro Oscar, stai attento! E pensare che sei solo un mezzo politico.

BARBARA SPINELLI 04/09/2012 Ai tempi non tanto lontani del governo Berlusconi era preoccupatissima per le sorti della democrazia. Quella che vedeva era una democrazia malata, «esagerata», populista, senza controlli, ed anche antieuropea, nazionalista, non solo in Italia. Il commissariamento della democrazia italiana era un dovere democratico dell’Europa, che i sinceri democratici della penisola dovevano accogliere con intima convinzione. Berlusconi era un bubbone da estirpare, il simbolo di un cesarismo volgare, sciatto e moderno allo stesso tempo. Ora lamenta l’abdicazione dei partiti e della politica. Perfino Monti potrebbe essere tentato da una sorta di «cesarismo postopolitico». Ed «…anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato.» In Italia regna sovrana la passività, mentre in Spagna ed in Grecia le proteste degli indignados contro le cure da cavallo e i «diktat» sono, pur nella loro scarsa lucidità, manifestazioni di vitalità. E in quei paesi, anche là dove si è passati per un governo tecnico, si è infine tornati alla strada maestra della politica e degli elettori. «In Italia no, tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale.» Io dico allora che dobbiamo tutti sperare nella vittoria della coalizione dei buzzurri. Così potremo sentire Barbara tuonare di nuovo contro i pericoli del cesarismo volgare di una democrazia esagerata ed invocare sacrosante misure di salute pubblica, magari europee. E così il vostro famigerato opinionista di sfiducia, nemico acerrimo e valoroso della Spinelli, potrà rifilarvi senza fatica un bel po’ di minestra riscaldata, già passata su questi schermi, del tipo di questa: «Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; (…) Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.»

NICOLA ZINGARETTI 05/09/2012 Be’, non è che dobbiamo proprio vergognarci per lui. Piuttosto, arrossiamo simpateticamente con lui, tutti quanti. Quando si tratta di parlare italiano nessuno in Italia nasce imparato. Figuriamoci nel profondissimo Veneto, la terra che non si è ancora vergognata di aver partorito il sottoscritto. Quando ci scappa, ci scappa, come una bella scoreggia (o scorreggia, dipende dai gusti). E’ tutta salute. C’azzecca la natura, c’azzecca la storia. A noi ce sta scritto nel sangue. Per il presidente della provincia di Roma, sconosciuto fuori dell’Agro Romano a tutti i burini della penisola, la presentazione della sua candidatura alla carica di governatore del Lazio costituiva in pratica il suo esordio sul proscenio mediatico nazionale. Ha bucato il video grazie ad un «a me hanno imparato che…» …che in francese non farebbe una grinza. Ecco, magari era solo un involontario francesismo di un habitué di una lingua nella quale effettivamente «imparare» ha anche valore di «insegnare». Ma non credo. Preferisco salutare in Zingaretti – ma che dico? – in Nicola, non un rappresentante dell’Italia migliore, come capita troppo spesso a sinistra, ma un nostro fratello: frateelloo d’Itaaliaa…

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