Una settimana di “Vergognamoci per lui” (95)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO FOLLINI 08/10/2012 Da quando è entrato nel Pd è come se fosse stato inghiottito dal Leviatano. Sparito. Eppure qualche anno fa era considerato una cima, una risorsa della repubblica. Si presentava come alfiere del moderatismo, nemico di ogni beceraggine e di ogni visione totalizzante della politica, ma era totalmente sprovvisto di vigore intellettuale: di palle, insomma, per dirla col popolo. Puntuto, ed impalpabile, il damerino vedeva il brutto solo dove era lecito e politicamente corretto, negli esaltati ed in Berlusconi. Fu così che lo spirito di adattamento che agiva dietro le bandiere del moderatismo lo condusse senza colpo ferire e con un’arietta di indipendenza dalla Dc all’Udc, dall’alleanza col Berlusca alla sua creatura, L’Italia di Mezzo, che infine lo ha traghettato tranquillo tranquillo nel Pd. Fedele alla sua filosofia di non prendere mai il toro per le corna, ma di discettare perentorio su questioni non propriamente all’ordine del giorno o marginali, l’altro ieri ha detto secco: «Agli atti c’è un voto della direzione del Pd che ha detto no al proseguimento dell’alleanza con Di Pietro. Nel 2008 presentai alla direzione del Pd un documento che diceva che l’alleanza con Di Pietro “si chiudeva lì”. Quel documento fu sotterrato, ma io lo votai. D’Alema con un gesto coraggioso e amichevole si astenne e Letta, che quel giorno non c’era, il giorno dopo mi disse che era d’accordo: agli atti quindi c’è un voto della direzione del Pd che ha detto no a Di Pietro». Parole che tradotte dal follinese significano: «Ok ragazzi, mi arrendo all’alleanza con Vendola. Vi ricorderò però il No ai Comunisti Italiani quando sarà in vista l’alleanza con Di Pietro».

FRANCESCO PROFUMO 09/10/2012 Edotto dall’esperienza – a scuola s’impara pur sempre qualcosa – ricordo che nei due ultimi anni di liceo feci un esperimento: non comprai alcuni libri di testo, due o tre. L’esperimento ebbe pieno successo: nessuno se ne accorse, ed io meno di tutti. Vedo che il problema dei libri scolastici è sempre lo stesso: costano l’iradiddio, sono troppi – come le materie – tanto che alcuni restano pressoché intonsi, e cambiano vorticosamente, quasi ogni anno. Compendio ragionato e scelto di migliaia di anni di scibile umano, loro caratteristica peculiare, e direi pure preziosa, dovrebbe essere invece una certa naturale, signorile, superiore, elegante e magnanima inattualità. Secondo me, un libro di testo scolastico cogli attributi dovrebbe restare uguale a se stesso per almeno trent’anni. Un ritocchino al massimo, o meglio, qualche foglietto volante integrativo ogni tanto, se tratta di materie scientifiche e se succede qualcosa di grosso, ma veramente grosso. Poi dovrebbe essere spartano, in bianco e nero preferibilmente, in edizione rigorosamente economica, un bel Mammuth Newton Compton di quelli di una volta, per far capire che è un “attrezzo”. Poi dovrebbe avere pochi compagni, sette-otto al massimo per la scuola media superiore, o come diavolo si chiama adesso, preferibilmente per tutto il ciclo. Alt! Sono più che sufficienti, sissignori. Questa attrezzatura secondo me avrebbe tre vantaggi: economicità, chiarezza – uno vede una volta per tutte a cosa va incontro e quale montagna deve con calma scalare – e un poetico e attraente carattere distintivo, dispregiatore delle mode, proprio delle istituzioni più solide. Il ministro dell’istruzione, invece, per rimediare ai costi e per stare al passo coi tempi, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno – cosa indegna del vero Sapere – ha pensato ad un nuova diavoleria, un altro dei mille rivoli in cui si sta perdendo la scuola: il tablet, che noi (noi chi? noi contribuenti?) «daremo a tutte le classi e a tutti gli studenti». Ma li vogliamo uomini o consiglieri comunali, questi ragazzi?

ROCCO BUTTIGLIONE 10/10/2012 Era nella natura delle cose fin dal principio: la sinistra italiana – non è una colpa – non poteva convivere indefinitamente con l’esperimento Monti. E il Berlusca l’aveva capito fin dal giorno delle sue dimissioni. Ha solo aspettato che gli apprendisti stregoni – le penne dei giornaloni e la miriade dei «piccoli leader», come li ha chiamati rispondendo a Belpietro – avessero esaurito tutte le cartucce con la non-politica dell’ineffabile centro. L’esperienza montiana può trovare continuità politica solo se si innesta nel centrodestra. Niente di trascendentale, s’intende. Anzi, turiamoci pure il naso. Ma questa è la realtà della nostra storia contemporanea.

Al netto dell’aspetto circense, che interessa soprattutto gli allocchi, il berlusconismo si è assunto un compito storico che la Dc, per viltà, non ha mai voluto intraprendere: riunire i figli dispersi della destra per riportarli alla politica. Ciò significava riportare anche l’Italia nel solco delle esperienze politiche europee. Il berlusconismo non è stato un accidente della storia: è stato una risposta costruttiva ad un’esigenza reale del paese. Questo spiega perché nonostante il massacro mediatico e giudiziario e la qualità spesso infima della sua truppa a Berlusconi sempre si ritorni.

Una bella serie di pigmei che si illudeva di poter ereditarne l’elettorato senza accettare il berlusconismo, inteso come progetto politico anche «di destra», una destra che non fosse quella finta, addomesticata e legittimata da Repubblica, è rimasta con un pugno di mosche in mano. Con la peraltro prevedibile rinuncia a candidarsi alla guida del governo, Berlusconi ha voluto dimostrare che se il «montismo» vuole sopravvivere, dovrà accettare il «berlusconismo», e fare della creatura politica berlusconiana l’architrave della maggioranza che lo sosterrà. Non è la scommessa di un disperato. Era scritto fin dal principio. Questa sarà la sua incruenta e costruttiva rivincita. E noi, cioè io, lo scrivemmo fin dal giorno dopo le sue dimissioni. C’è anche la possibilità che questi imbecilli sopravvivere non vogliano. Mai sottovalutare la virulenza della Sindrome di Martinazzoli. Ma alle elezioni mancano ancora mesi, e c’è un elettorato in cerca di risposte, e la pressione monterà.

Poi ci sono anche i casi disperati. Tipo Buttiglione. Qualche mese fa, a proposito della mirabolante traiettoria politica di uno degli esemplari della sua schiatta, scrissi: «Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza.» Rocco alla chiamata all’unione dei moderati di Berlusconi ha risposto così: «Se loro pensano che la nostra linea sia giusta, vengano con noi a fare la Lista per l’Italia.» E’ lo stesso Rocco che tre mesi fa – lo ripeto a distanza di pochi giorni – diceva che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo.»

ALDO GRASSO 11/10/2012 Ci ho pensato, e secondo me è andata così. La prima parte di questa gran brutta storia ce la racconta Malvino, quasi in diretta:

A ‘Otto e mezzo’ (La7, 8.10.2012), per sostenere la liceità del cambiare idea, Pier Ferdinando Casini piglia a esempio san Paolo, il quale – dice – «prima era un libertino, poi sulla via di Damasco…». Saulo di Tarso, un libertino? Ma vogliamo scherzare? Prima della folgorazione era un ebreo tra i più zelanti, obbedientissimo alle leggi mosaiche, irreprensibile in quanto a costumi, tutto tranne un libertino. Avrà fatto confusione con sant’Agostino? Passi, ma come ce la infila nelle Confessioni dell’Ipponate, la via di Damasco, ‘sto politico cattolico dei miei stivali?

Per Pier Ferdinando ostentare l’infinita pazienza di colui al quale tocca dire e ridire continuamente le cose più scontate ed irrefutabili del mondo ad un manipolo di testoni è diventata una seconda natura. E’ uno spettacolo. Quando poi, come in questo caso, prende un granchio colossale, è davvero irresistibile. Ad Aldo Grasso non è parso vero. Segretamente ispiratosi non alle parole del Signore, ma a quelle di Malvino, ha messo in castigo non solo il politico cattolico dei miei stivali, ma pure la sua collega Lilli Gruber:

Passi l’idea che Casini faccia una crasi [“crasi”? non è che sia Grasso a fare “confusione”? N.d.Z.] fra Sant’Agostino, noto peccatore poi convertito, e San Paolo, anche se per uno come lui, insomma, che è cresciuto fra le fila della Democrazia Cristiana, sempre dietro alle tonache dei preti, insomma, un errore così grossolano è intollerabile. San Paolo prima della conversione era un bigotto, oggi diremmo un ebreo ortodosso, un leninista della religione. Come fa ad aver commesso peccati lussuriosi prima? Vabbe’, diciamo: passi Casini, è un politico. Ma la grande giornalista? Ma Lilli? Ma il ‘fact checking’? Cioè quella cosa per cui se uno parla, insomma, si controlla anche pescando nella propria cultura? Niente? Proprio niente?

Notate che Malvino ha fatto solo un’ipotesi. Sant’Agostino nelle “Confessioni” ha raccontato la storia della sua vita, senza perdersi troppo in particolari, dalla prima giovinezza fino alla maturità della fede, la storia del suo progressivo distacco dalla «carnalità» del mondo, carnalità che significava anche e soprattutto ansia di primeggiare, brama di successo nel mondo della cultura e in società. Ma non fu affatto un libertino. Forse fece un po’ di baldoria da studente, tra i sedici e i diciotto anni: ma per lui le passioni sensuali includevano anche il teatro, o «l’atteggiarsi a persona elegante e raffinata». A diciotto anni o poco più ebbe un figlio dalla donna con la quale visse in concubinato – in un mondo in cui non si poteva ancora parlare di società cristiana – per qualche lustro. «In quegli anni tenevo presso di me una donna che però non mi era unita in matrimonio, come si dice, legittimo», scrive Agostino nelle “Confessioni”, «l’avevo presa nel mio vagabondare in mezzo a quelle passioni prive di senso. Tuttavia avevo presa lei sola. E le fui anche fedele.» Aldo Grasso invece, guarda troppa cattiva televisione, non pesca dalla propria cultura e rimanda il “fact checking” a qualche altra occasione. Niente, proprio niente. Parte in quarta col “noto peccatore” Sant’Agostino, quel noto puttaniere, insomma, che si faceva tutte le Ruby Rubacuori della Numidia.

P.S. To’, ne spunta un altro con la fola del “libertino” Agostino. 

NICHI VENDOLA 12/10/2012 Ospite di RepubblicaTv, il presidente della regione Puglia ha messo in chiaro che se diventasse presidente del Consiglio nella scelta dei ministri guarderebbe soprattutto alle competenze e alla parità di genere. «Formerò una squadra di governo fatta per metà di donne e per metà di uomini, così emenderemo il maschilismo di stato», ha aggiunto. Insomma, il Manuale Cencelli, che resterà in voga fra i partiti, sarà pure applicato ai sessi. Dopo dei generi toccherà alle generazioni, così che al governo ci saranno in egual misura ragazzotti e ragazzotte, uomini e donne di mezza età, vecchietti e vecchiette. Mi pare giusto. Poi l’equa partizione coinvolgerà le persone abbienti, quelle che arrivano alla fine del mese, e i morti di fame. Poi toccherà ai bianchi, agli abbronzati e ai neri. Poi il pluralismo, quello sì «di stato», imporrà, nella maturità dei tempi, la presenza fissa di un ministro transgender e di un ministro diversamente abile. Dopo di che sarà creato un software apposito per trovare la squadra giusta in parlamento e, in caso di necessità, anche nella società civile: e già, vi eravate dimenticati nel frattempo delle «competenze», vero?

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