Una settimana di “Vergognamoci per lui” (101)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 19/11/2012 Come detto e ridetto, scegliendo Vendola, Bersani ha messo fine ai sogni del grande centro montiano. Ma non ha chiuso la porta ai centristi. Ha detto loro: venire pure da noi, a fare la fine dei margheritini. Tutto ciò era logico e prevedibile. La scommessa politica dei partigiani del «fare presto» è perciò fallita: pur se sbrindellata l’architettura politica italiana rimane quella di stampo bipolare destra-sinistra disegnata dal «berlusconismo». Nella storia politica dell’Italia repubblicana «berlusconismo» significa «centrodestra». Prima di Berlusconi il centrodestra non esisteva. Il tentativo di ritornare all’anomalia italiana (che certi mattacchioni disperati vogliono europea), ossia un centro contrapposto alla sinistra, riflesso dell’anomalia comunista, è fallito. La tendenza ancora viva a fare a meno della destra, a non nominarla, a ostracizzarla, a descriverla come «non europea», a bollarla come populista, a fare come se non esistesse, significa due cose: che la sinistra non è ancora socialdemocratica, e che la mamma degli utili idioti e dei vigliacchetti è sempre incinta. Ora i montiani si trovano in un cul-de-sac, come gli irrisolti democristiani del dopo Mani Pulite: se non vogliono fare la fine di Martinazzoli devono «entrare» nel centrodestra, ma se lo faranno dovranno rinnegare, per così dire, la loro stessa ragione sociale ed accettare il «berlusconismo» come fenomeno positivo e costruttivo della politica italiana. E’ per questo che oggi si comportano come dei democristiani andati a male: il cerchio si sta chiudendo, il conto alla rovescia fa sentire il suo tic-tac sempre più distintamente, il tempo delle decisioni è arrivato, e loro hanno deciso – per il momento – di non decidere. Per farci fessi lo hanno fatto con grande pompa decisionista. Sono stati rumorosi e perentori. Così Luchino Cordero di Montezemolo y Gomez y Lopez y Martinez de Vallombrosa è sceso finalmente in campo. Ma senza candidarsi. Monte il temporaggiatore lo ha fatto per costruire una piattaforma politica intorno a Monti il sibillino. Ma senza chiedergli di candidarsi. Monti il sibillino d’altra parte impegni non se ne assume, e nessuno glieli ha chiesti, dice lui. Ma non esclude. E intanto le convergenze, se pur parallele, implacabilmente convergono.

LA POCHADE PROCESSO RUBY 20/11/2012 Marianna Ferrera, vaga fanciulla, umiliata e offesa: «Io sono una brava ragazza e mi hanno considerato una escort, quindi se lei mi permette io dico che questo è un processo assurdo». Ilda Boccassini, arcigno procuratore, rivolta ai giudici: «Il teste non può permettersi di dire queste cose». Niccolò Ghedini, avvocato, con paterna sollecitudine: «È solo un commento che evidentemente le è sgorgato dal cuore». Dal cuore! Quale strepitoso garbo antico! Be’, che ve ne pare? Non è un brillantissimo scambio di battute? Non vi si sente la musica di un testo vero? La zampa leggiadra del maestro? Dell’artista che con una scintillante stoccata inchioda la messa in scena alla sua vera natura?

RECEP TAYYIP ERDOGAN 21/11/2012 Diciamolo: il primo ministro turco ha rotto. La spinosissima questione del genocidio armeno di un secolo fa lo ha sovente imbufalito ma lo ha anche illuminato su una cosa di importanza capitale: questo Occidente stanco e rimbambito capisce ormai solo la retorica dei diritti umani. Forte della preziosa scoperta qualche tempo fa Tayyip Erdogan ha tirato fuori l’artiglieria umanitaria e da allora cannoneggia senza soluzione di continuità. Ha cominciato col suo vicino ed ex amico siriano Bashar al Assad, descritto come «terrorista», e accusato di «genocidio», beninteso contro il suo stesso popolo. Poi all’assemblea dell’ONU ha chiesto di dichiarare l’islamofobia, neologismo che non gli sarebbe mai venuto in mente se l’Occidente non l’avesse provvidenzialmente coniato, «crimine contro l’umanità». E ora definisce Israele uno «stato terrorista» che a Gaza sta naturalmente perpetrando una «pulizia etnica». L’Occidente è sempre stato bravo ad esportare le sue patologie. Come dimostra il successo vivissimo tra i barbari del populismo umanitario.

IL FATTO QUOTIDIANO 22/11/2012 Gianpiero Samorì, il mini-berluschino delle primarie del Pdl, è un banchiere modenese «dai tanti misteri». Così la pensa il sospettoso watchdog della democrazia italiana: meglio mettere le mani avanti, ché non si sa mai.

PIER LUIGI BERSANI 23/11/2012 Tra Vendola e Casini ha scelto Vendola, ma a Pier Ferdinando non ha chiuso la porta. E’ «legato a Nichi da grande simpatia», ma in caso di ipotetico ballottaggio alle primarie della sinistra tra Nichi e Matteo sceglierebbe magnanimo il compagno di partito Matteo. Al Monti-bis ha detto un chiaro no da tempo. E l’altro giorno al presidente del consiglio ha dato un consiglio: «non si candidi». Si capisce perciò come l’uscita quirinalizia sulla non candidabilità del senatore a vita Monti, seppur mirata a ben, ben, ben altri obbiettivi, gli sia particolarmente piaciuta. Franceschini, lo scalmanato capogruppo del Pd alla Camera, ha poi rincarato la dose con un’intemerata mai vista, da parte di un rappresentante della “maggioranza”, contro il governo dei tecnici, conclusa con queste solenni parole: «La sovranità appartiene al popolo, come dice l’articolo 1 della Costituzione. Al popolo, non ai mercati e ai grandi interessi finanziari». La demagogica grossolanità di Dario è stata vivamente applaudita, non essendo uscita dalla bocca di un nazional-populista di destra. E tuttavia se toccasse a lui, Pier Luigi, guidare il prossimo governo, al supertecnico non rinuncerebbe: «parlerei con Monti per capire quale possa essere, dal suo punto di vista, il contributo più utile che potrebbe dare al Paese”. Perché Pier Luigi è uno della vecchia scuola: nessun nemico a sinistra, a parte quelli proprio fuori di testa; tutti gli altri cretini, però, sono benvenuti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (100)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHAELA BIANCOFIORE 12/11/2012 Dopo tanti anni di pericolo populista inconsistente ma ossessivamente propagandato dai media, è arrivato, nel silenzio dei media e con la complicità dei media, il populismo vero, quello della retorica anti-casta, sottoprodotto della questione morale. Gli ha fatto compagnia un linguaggio greve, cupo e monotono, fatto di azzeramenti, repulisti, rottamazioni, bonifiche, purificazioni, disinfestazioni, et similia, cui pochi hanno avuto la forza morale di sottrarsi. Per ogni genere di problemi l’unica soluzione accettabile è ormai la «soluzione finale». Cambia solo il nome. Oggi è il turno della «deforestazione». L’ha gettato nell’arena politica l’esaltata Michaela Biancofiore, in nome di un ossimoro: il berlusconismo duro e puro.

MICHELE PLACIDO 13/11/2012 Forse è una malattia professionale, ma se vuoi trovare un campione di conformismo comico-demenziale cerca fra attori e registi e ne troverai a dozzine. Michele, ad esempio, vorrebbe fare un film Dell’Utri. Alt, calma, lo so che per il soverchio entusiasmo già vi cascano gli zebedei, ma abbiate pazienza. Sentite come spiega questo suo malsano interesse artistico per tale personaggio: «In Italia progetti che mi interessano ce ne sono moltissimi, penso ai misteri del patto tra la mafia e lo stato, non è stato raccontato nulla, sarebbe quasi un dovere farlo, se si potesse io sarei pronto. Da parte degli autori c’è, salvo qualche rara eccezione, molta autocensura, invece bisogna essere più dentro la storia del nostro paese. (…) Forse ci penseranno i talenti giovani, che sono molto più incazzati di noi, ad avere meno paura ad entrare nel vivo della nostra storia. Penso però che ci vorrebbe più coraggio da parte dei produttori e anche delle istituzioni che potrebbero finanziare dei film che raccontino chi siamo, sarebbe un bel segnale di cambiamento». Ora, questa sbobba tediosa – stato e mafia, stato e corruzione, stato e stragi di stato, stato e terrorismo, stato e misteri di stato (coi servizi segreti, deviati, che stanno immancabilmente laggiù, sullo sfondo nebbioso del marciume italico) – è ormai un cliché cinematografico tipicamente nostro che coniuga il genere fantasy con l’antifascismo più lugubre, e che lungi dall’essere ostacolato, è vezzeggiato, foraggiato e premiato. E’ un cinema di anti-stato di stato. E’ un cinema di denuncia promosso dalla nomenklatura. Questo spiega la «passione civile» di molti eroi del palcoscenico, e la forsennata produzione. E questo forse riesce anche a spiegare perché dopo la montagna di film sul Berlusca, ora ci sia qualche originale, ben presto seguito da un gregge di originali, ansioso di cimentarsi – roba da matti – cogli amici del Berlusca.

LA SINISTRA E LE SUE ICONE 14/11/2012 Il momento cruciale del dibattito fra i fantastici cinque candidati alle primarie della sinistra è stato quando è stato chiesto loro di indicare alcuni dei loro personali modelli di riferimento. Così abbiamo scoperto che se Bersani s’ispira ad un papa, Vendola s’ispira ad un cardinale, Tabacci a due democristiani, la Puppato ad una democristiana e ad una comunista, Renzi a un sudafricano e a una nordafricana. Il conto totale delle icone è presto fatto: due preti, tre democristiani, una comunista, e due personaggi esotici. Il giorno dopo anche il non candidato D’Alema ha fatto sapere alla nazione che nel suo Pantheon personale oltre a un comunista c’è anche un altro democristiano. Secondo me le cose sono due: 1) o l’Italia clerico-democristiana era il migliore dei mondi possibili; 2) o i bolscevichi sono ancora tra noi, con la loro leggendaria improntitudine.

IL PD DI LOTTA E DI GOVERNO 15/11/2012 Per un disperato bisogno di trovare una qualche gratificazione, al demagogo caduto nella polvere, o all’epuratore epurato, capita spesso di dire un’amara verità, come ha fatto ieri Di Pietro alla manifestazione della Fiom a Pomigliano. Ad essere colpiti dagli slogan dei lavoratori – tra i quali un gregge di militanti che come da stanco copione belava indignato “Bella ciao”, perché a certi fessacchiotti un padrone solo non basta – il ministro Fornero, il premier Monti e il boss della Fiat Marchionne. Ma parolette non proprio carine sono state indirizzate anche a Vendola, ormai in odore di “collaborazionismo”, e a Di Pietro, da poco iscritto dai giornali che contano nella lista ufficiale dei “mariuoli”, tutti e due presenti al corteo; dove trovavano posto, fra gli altri, anche De Magistris, forse ancora troppo fresco per diventare pure lui un “mariuolo”, e Fassina, responsabile economico del Pd, ma soprattutto plenipotenziario del partito presso la vasta area degli esaltati sinistrorsi, con i quali peraltro si trova a meraviglia. «Qui vedo tanta ipocrisia», ha detto Di Pietro, «i partiti che votano le leggi di Monti sono qui a manifestare contro le leggi di Monti.» So già che alcuni diranno che dall’altra parte succede lo stesso. Succede molto ma molto di meno. E men che mai con la sussiegosa professionalità dei post-comunisti. Loro possono. I signorini.

BONO VOX 16/11/2012 Francamente non credo che noi come italiani dobbiamo preoccuparci. Sul trono sta sempre saldo il nostro inarrivabile Adriano Celentano. Però bisogna ammettere con sportività che Bono ne ha fatta di strada, e che ormai merita un posticino di tutto rispetto nel ranking dei più squinternati tromboni dell’umanitarismo planetario. Con l’esperienza ha imparato a non pensarci su troppo e a sparare cannonate con la felice naturalezza di chi è amico fraterno dell’alcool. E’ vero che in questo modo escono spesso di bocca minchiate terrificanti, ma è anche vero che chi è in pace con se stesso, dopato o no che sia, trasmette benessere e ha un grande potere di seduzione: un uomo perfettamente sereno sembra sempre un po’ brillo. (Potete applicare questa teoria a chiunque: tanto io me ne faccio un baffo, naturalmente.) Ma dicevo di Bono, che a Washington, nel corso di un summit sulla povertà con il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, si è lasciato definitivamente guidare dall’estro del momento: «Tutti sanno che il più grande killer, più dell’Aids, della tubercolosi, della malaria, è la corruzione. E non esiste solo a Sud dell’equatore ma anche a Nord. C’è così tanto dolore provocato dalla crisi economica, dalla recessione, dal fiscal cliff. Per questo sono in città.» E per fortuna che si sono i mercati emergenti: «Senza tutto quello che sta succedendo in Sud America, in America Latina, noi saremmo fottuti.» Certo, senza un talento innato non ci si può bere il cervello con tanta arte. Però pensavo: non sarà anche l’effetto di guardare il mondo solo ed esclusivamente con gli occhiali da sole, da mane a sera, trecentosessantacinque giorni all’anno?

Servizi giornalistici deviati

Nessuna sorpresa. Oggi come ieri. Ieri come l’altro ieri, e come ormai mezzo secolo fa. Orde di lanzichenecchi di sinistra in piazza a fare il bello e il cattivo tempo, e poi a finire sotto inchiesta sono i poliziotti, colpevoli, signora mia, di qualche lacrimogeno erratico, o di qualche manganellata ingiustificata. Insomma, il più delle volte, le sbavature fisiologiche di ogni intervento massiccio a difesa dell’ordine pubblico, in tutto il civile e democratico mondo reale. Ma poi si mette in moto la macchina del fango, quella vera. E gli specialisti del depistaggio, quelli veri. Spezzoni di video, qualche istantanea, ossessivamente rilanciati dai media, ed ecco che le vittime vengono trasformate in carnefici, come da programma. Infatti sapevamo che sarebbe finita così sin dal giorno innanzi. Grazie alla complicità dei giornali di sinistra, e alla viltà dei giornaloni. Questi parolai della democrazia. Questi cultori della legalità del piffero. D’altronde l’Italia è il paese del «massacro della Diaz», l’unico «massacro» della storia dell’umanità, da Adamo in poi, a non aver fatto neanche un morto. Di questa barzelletta in Italia non ride nessun comico. Perché la Notte della Democrazia è un capitolo fondamentale della Storia Deviata, il Libro Sacro della sinistra italiana.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (99)

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LA BERLUSCONITE 05/11/2012 Per il comunista Paolo Ferrero Berlusconi presidente del consiglio è (era) come il mostro di Marcinelle che gestisce un asilo nido. Per Umberto Eco Berlusconi in un certo qual modo è come Hitler. Per Antonio Di Pietro Berlusconi è come Saddam Hussein, Gheddafi e Dracula. Ma per il dipietrista Massimo Donadi Antonio Di Pietro è come Berlusconi. Anche per l’ex magistrato Michele Emiliano l’ex magistrato Di Pietro è come Berlusconi. Per l’ex berlusconiano Gianfranco Fini Berlusconi è come Grillo. Al contrario per la grillina Federica Salsi Beppe Grillo è come Berlusconi. Ermete Realacci conferma: Grillo è come Berlusconi. Per Matteo Renzi Berlusconi è come lo spread. Ma per Alessandra Moretti Renzi è come Berlusconi. Per Marco Travaglio Schettino è come Berlusconi. Marchionne, invece, per Marco Travaglio è come Berlusconi. E Ligabue? Che c’entra Ligabue?, direte voi. C’entra. Per il rapper Fabri Fibra, infatti, Ligabue è come Berlusconi. E qui, se fossi al Ministero della Salute, comincerei a preoccuparmi.

HUGO CHÁVEZ 06/11/2012 Quando inaugurò nel 2006 il Ferrocarril Caracas-Valles del Tuy, la linea ferroviaria che collega Caracas con le città dormitorio della capitale venezuelana, a Hugo Chávez venne un’idea – non poteva essere altrimenti – luminosa, mussoliniana: la realizzazione di un serial TV cui facesse da sfondo la nuova infrastruttura; di cui fossero protagonisti gli umili, gli onesti e i lavoratori; e che celebrasse i valori socialisti. Be’, dico io, perché no? E’ un bel po’ che non si vedono in giro esempi di schietta, sana arte socialista senza tanti grilli per la testa, roba lontana anni luce dalle morbosità del cinema engagé del ricco occidente. Ora la sognata telenovela socialista è diventata realtà, grazie alla rete pubblica Televisora Venezolana Social. Si chiama “Teresa en tres estaciones”, ed intreccia le storie di tre Terese. La prima è quella della quarantottenne María Teresa, macchinista: e qui ho un tuffo al cuore, perché sulla carta sembra davvero l’eroina di un feuilleton sovietico. La seconda è quella della ventottenne Cruz Teresa, parrucchiera che sogna di diventare cantante: e qui, mi sembra, bazzichiamo già dalle parti delle telenovelas borghesi; la terza quella della diciottenne Ana Teresa, che studia da attrice ed aspira a diventare regista: e qui, direi, siamo idealmente già dalle parti dei sogni patinati dei figli viziati della nomenklatura. Insomma, bando a troppo prosaiche tristezze o troppo imbellettate parate di regime. Perché qui siamo in America Latina: realismo socialista sì, ma magico.

IL MANCHESTER UNITED & ALEX FERGUSON 07/11/2012 Un premio alla carriera può essere di due tipi: o è un bel fiore deposto sulla tomba di una carriera morta e sepolta; o è un garbato invito a sgombrare il campo. Ho il sospetto che al Manchester United si stia vivendo un caso del secondo tipo. L’anno scorso il club inglese dedicò a Sir Alex Ferguson una delle tribune dell’Old Trafford, in occasione del suo venticinquesimo anno alla guida dei Red Devils. Il vecchietto mangiò la foglia con gusto e rispose arguto con un colpo di genio, rispedendo in campo l’onusto di gloria Paul Scholes, da sette mesi in pensione. Quest’anno, in occasione del ventiseiesimo – il ventiseiesimo, che è una ricorrenza della minchia – il club gli dedicherà addirittura una statua, il più eloquente messaggio subliminale che si possa indirizzare a uno che cammina ancora nel regno dei vivi; statua che sarà piazzata nei pressi della tribuna già intitolata alla sua memoria; e che sarà inaugurata il 23 novembre, vigilia della partita contro il Queens Park Rangers, la stessa squadra contro la quale Ferguson esordì sulla panchina del Manchester United il 22 novembre 1986. Insomma, è un assedio. Ma Sir Alex è un maestro di tattica. Aspettiamoci di tutto. Intanto ha già fatto un fischio ad Eric Cantona.

PIER FERDINANDO CASINI 08/11/2012 Pierferdy testa su Twitter varie versioni del simbolo di «Lista per l’Italia», la nuova «grande Udc» che in un futuro ormai prossimo dovrebbe fare da ovile al gregge sparso dei «moderati», primi fra tutti, s’intende, quelli mosci come lui. Il logo rotondo è diviso in due parti: la metà superiore è una specie di lembo di cielo azzurro, che di primo acchito mi ha ricordato certi sfondi di Windows XP, dove compare il nome della nuova formazione politica, con «Italia» in grande evidenza; la metà inferiore è un tricolore dove sul bianco campeggia, anche se non in tutte le versioni, lo scudo crociato democristiano, a suggellare il «cuore democristiano» del nuovo partitone. Il simbolo è brutto da morire, però è straordinariamente onesto. Quindi mi piace. Somiglia non poco a quelli tremendi del Popolo della Libertà. Vi scoprite tutti i segni distintivi dell’epopea del berlusconismo: l’Italia, il tricolore, e l’azzurro degli azzurri. E dentro tale epopea la sollazzevole storia dei naufraghi democristiani che nel berlusconismo trovarono rifugio e una bella cuccia calda. Ecco perché l’avvertito Casini esita ad inserire lo scudo crociato nel simbolo. Che sdemocristianizzato gli sembra però troppo appiattito sui canoni dell’estetica berlusconiana. Verissimo: ci fosse dentro il profilo di una donnina sarebbe perfetto.

GIULIO TERZI 09/11/2012 Seriamente: ma dove hanno pescato questo signorino? Ma insomma, un barlume di virilità, un minimo di spina dorsale, non riesce proprio a tirarlo fuori? E le tanto decantate virtù della sobrietà e della misura dell’era montiana dove sono andate a finire? Nel cesso? O si sono definitivamente ridotte a simulacri, a teatro per i gonzi? La rielezione di Obama ha mandato in fibrillazione il nostro cinguettante ministro degli esteri. Era appena scoccata l’ora della vittoria per l’abbronzato, che Giulio già andava a vele spiegate in soccorso del vincitore facendo sapere al volgo che avrebbe mandato ad Obama un messaggio di congratulazioni «con un’intonazione anche personale»; dicendo di aver sentito «significativi echi kennedyani» nelle parole del vittorioso Obama; e affermando che in politica estera con Romney ci saremmo trovati addirittura «su un altro pianeta». Glorificato l’amico Obama, è passato poi a glorificare gli amici italiani di Obama, lui e quelli del governo, in un articolo su La Stampa. Il montiano Barack infatti, secondo l’amico Giulio, nato con tutta evidenza in Italì, avrebbe vinto conquistando l’elettorato moderato che sta al centro della società americana (mentre tutti quanti sono concordi nel dire che il suo amico Barack ha vinto per aver fatto il pieno dei voti tra i «nuovi americani» asiatici ed ispanici), perché «gli americani hanno creduto in una politica non politicizzata, che ha chiesto grandi sacrifici in nome di risultati che, se ancora non sono visibili, sono stati evidentemente percepiti come “giusti”», e perché «la maggioranza degli americani non si è riconosciuta nel radicalismo di alcune componenti della destra repubblicana».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (98)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 29/10/2012 Dagli esordi nel Manifesto alla direzione de Il Sole 24 Ore la carriera di Gianni Riotta disegna la traiettoria ideale lungo la quale si muove l’ambizioso perfettamente integrato: dal massimalismo convenzionale al moderatismo convenzionale. E’ una specie di collaudatissimo cursus honorum che nel nostro paese ha fatto la fortuna di legioni di chierici. Col primo ci si fa un nome, senza rischiare un bel nulla. L’importante è non fare pazzie. Poi si comincia a mostrare ragionevolezza. E infine si viene cooptati dai «padroni» della più sedimentata élite, che pescano infallibilmente tra le nature più conformiste. Non sorprendetevi, dunque, che dopo l’ultima performance berlusconiana il nostro scriva su La Stampa che «occupando la fascia populista, Berlusconi affronta corpo a corpo Beppe Grillo e lascia il centro e la sinistra davanti a una prateria di consensi». E’ lo sbilenco assioma politico dell’era repubblicana italica, sconosciuto nel resto del mondo civile: esistono solo il centro e la sinistra. Tutto il resto è populismo.

IL «TRIONFO» DI GRILLO 30/10/2012 Alle elezioni regionali in Sicilia ha votato meno della metà degli elettori. Di questa slabbrata metà poco meno di un terzo ha votato Crocetta, un quarto Musumeci, tra un quinto e un sesto il candidato grillino Cancelleri, poco meno di un sesto Micciché. La scarsa affluenza premia sempre l’elettorato più militante e motivato. Qui l’affluenza era scarsissima e l’elettorato grillino motivatissimo. Però, a quanto pare, il Movimento Cinque Stelle sarebbe pur sempre il primo partito dell’isola. Sì, di qualche incollatura su Pd e Pdl, col 15% del 47% dei potenziali votanti, e senza contare che ad appoggiare gli altri candidati c’erano le strambe liste rionali tipiche del nostro pittoresco paese, liste destinate a sparire come neve al sole in caso di elezioni nazionali. Quindi Ferrara il ciccione ha perfettamente ragione: quello di Grillo è un mezzo flop. Il trionfo di Grillo stava nella testa dei giornalisti. Nelle parole del giorno dopo ne è rimasta solo un’eco. Così, perché bisognava pure sgravarsi.

SCOTLAND YARD 31/10/2012 Sembra che durante la partita di Premier League fra Chelsea e Manchester United l’arbitro Mark Clattenburg abbia impreziosito la sua assai controversa direzione di gara con alcuni epiteti razzisti rivolti a due giocatori dei Blues, Obi Mikel e uno degli spagnoli della squadra, Mata o Torres. Si spiffera che all’iberico abbia dato della «fighetta spagnola» e che si sia indirizzato all’africano con un più corposo, benché poco fantasioso, «negro di merda», o roba del genere. Trovo che il primo dei due insulti faccia più male, perché studiato e velenoso, ma che proprio per questo denoti una certa qual considerazione, e quindi sia meno razzista. Certo, un arbitro non è uno stupido calciatore, né un ancor più stupido tifoso, e dovrebbe saper contenersi. Ma non drammatizziamo. L’uomo è un animale a sangue caldo. Dentro il rettangolo verde ancor di più. Propongo la liberalizzazione degli insulti in campo: così dopo un po’ nessuno ci farà più caso, i calciatori si tempreranno a forza di negri, froci o ebrei di merda e di insinuazioni su sorelle, mogli e madri, nessuno cadrà più nelle provocazioni, si eviteranno le stupide, bambinesche zuccate alla Zidane, e alla fine gli spiriti bollenti si limiteranno a porconare tra sé e sé. Tuttavia gli inglesi hanno preso molto su serio la faccenda. Su queste questioni di razza non scherzano più ed è un vero peccato. Dove sono finiti i vecchi, inarrivabili Britons mai usi a scomporsi? E’ arrivata una notizia che per noi, attaccati ai dogmi, è una vera e propria mazzata: Scotland Yard indagherà sullo strano caso delle parolacce dell’arbitro Clattenburg. La cosa di per sé è già sconvolgente. Ma non vorrei mai che con discrezione anche Sherlock Holmes fosse già stato sollecitato, perché allora sarebbe proprio la fine.

ANTONIO INGROIA 01/11/2012 Dunque l’ormai ex procuratore aggiunto di Palermo parte davvero per il Guatemala, dove sarà alle dipendenze dell’Onu in qualità – leggo – di capo dell’Unità di investigazioni e analisi criminale nel paese centro-americano. Ci mancherà? Non credo. Ha già detto che lì tra i Maya e gli Aztechi si sentirà più libero di dire tutto ciò che pensa e sa sulla trattativa stato-mafia: «se necessario utilizzerò anche la denuncia pubblica», ha aggiunto, «perché tutta la verità deve venire fuori. Dal Guatemala farò non di meno, ma di più, perché emerga tutta la verità.» E non temete: continuerà a dialogare con noi attraverso un blog che sarà l’orgoglio, credo, del sito web di MicroMega. Scommetto una banana Chiquita che nel paese del Quetzal troverà il tempo e l’ispirazione per scrivere anche un altro libro. Insomma, farà davvero più di prima. Insomma, sarà sempre lui. Solo questo mi domando: ma i guatemaltechi, nel loro piccolo, non lo vedranno un po’ strano?

JAVIER BARDEM 02/11/2012 Da quando Antonio Banderas si è messo a sfornare croccanti biscotti insieme alla sua nuova compagna Rosita (a proposito: che sventola! che pollastrella! Mi fa impazzire. Ma che ci fa alle donne Antonio?) l’izquierdista Javier non ha avuto più rivali: è lui il più famoso attore spagnolo. Per essere pienamente all’altezza di tale prestigiosa qualifica, appena tornato dal set dell’ultimo 007 ha deciso di spararla ancora più grossa del solito: «Al governo Rajoy», ha detto a El País, «tanta disoccupazione fa comodo affinché le condizioni dei lavoratori siano terribili.» Y al señor Bardem, me parece, fa comodo tanto il governo Rajoy come la tanta disoccupazione pur di recitare la parte dell’indignato.