Una settimana di “Vergognamoci per lui” (99)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BERLUSCONITE 05/11/2012 Per il comunista Paolo Ferrero Berlusconi presidente del consiglio è (era) come il mostro di Marcinelle che gestisce un asilo nido. Per Umberto Eco Berlusconi in un certo qual modo è come Hitler. Per Antonio Di Pietro Berlusconi è come Saddam Hussein, Gheddafi e Dracula. Ma per il dipietrista Massimo Donadi Antonio Di Pietro è come Berlusconi. Anche per l’ex magistrato Michele Emiliano l’ex magistrato Di Pietro è come Berlusconi. Per l’ex berlusconiano Gianfranco Fini Berlusconi è come Grillo. Al contrario per la grillina Federica Salsi Beppe Grillo è come Berlusconi. Ermete Realacci conferma: Grillo è come Berlusconi. Per Matteo Renzi Berlusconi è come lo spread. Ma per Alessandra Moretti Renzi è come Berlusconi. Per Marco Travaglio Schettino è come Berlusconi. Marchionne, invece, per Marco Travaglio è come Berlusconi. E Ligabue? Che c’entra Ligabue?, direte voi. C’entra. Per il rapper Fabri Fibra, infatti, Ligabue è come Berlusconi. E qui, se fossi al Ministero della Salute, comincerei a preoccuparmi.

HUGO CHÁVEZ 06/11/2012 Quando inaugurò nel 2006 il Ferrocarril Caracas-Valles del Tuy, la linea ferroviaria che collega Caracas con le città dormitorio della capitale venezuelana, a Hugo Chávez venne un’idea – non poteva essere altrimenti – luminosa, mussoliniana: la realizzazione di un serial TV cui facesse da sfondo la nuova infrastruttura; di cui fossero protagonisti gli umili, gli onesti e i lavoratori; e che celebrasse i valori socialisti. Be’, dico io, perché no? E’ un bel po’ che non si vedono in giro esempi di schietta, sana arte socialista senza tanti grilli per la testa, roba lontana anni luce dalle morbosità del cinema engagé del ricco occidente. Ora la sognata telenovela socialista è diventata realtà, grazie alla rete pubblica Televisora Venezolana Social. Si chiama “Teresa en tres estaciones”, ed intreccia le storie di tre Terese. La prima è quella della quarantottenne María Teresa, macchinista: e qui ho un tuffo al cuore, perché sulla carta sembra davvero l’eroina di un feuilleton sovietico. La seconda è quella della ventottenne Cruz Teresa, parrucchiera che sogna di diventare cantante: e qui, mi sembra, bazzichiamo già dalle parti delle telenovelas borghesi; la terza quella della diciottenne Ana Teresa, che studia da attrice ed aspira a diventare regista: e qui, direi, siamo idealmente già dalle parti dei sogni patinati dei figli viziati della nomenklatura. Insomma, bando a troppo prosaiche tristezze o troppo imbellettate parate di regime. Perché qui siamo in America Latina: realismo socialista sì, ma magico.

IL MANCHESTER UNITED & ALEX FERGUSON 07/11/2012 Un premio alla carriera può essere di due tipi: o è un bel fiore deposto sulla tomba di una carriera morta e sepolta; o è un garbato invito a sgombrare il campo. Ho il sospetto che al Manchester United si stia vivendo un caso del secondo tipo. L’anno scorso il club inglese dedicò a Sir Alex Ferguson una delle tribune dell’Old Trafford, in occasione del suo venticinquesimo anno alla guida dei Red Devils. Il vecchietto mangiò la foglia con gusto e rispose arguto con un colpo di genio, rispedendo in campo l’onusto di gloria Paul Scholes, da sette mesi in pensione. Quest’anno, in occasione del ventiseiesimo – il ventiseiesimo, che è una ricorrenza della minchia – il club gli dedicherà addirittura una statua, il più eloquente messaggio subliminale che si possa indirizzare a uno che cammina ancora nel regno dei vivi; statua che sarà piazzata nei pressi della tribuna già intitolata alla sua memoria; e che sarà inaugurata il 23 novembre, vigilia della partita contro il Queens Park Rangers, la stessa squadra contro la quale Ferguson esordì sulla panchina del Manchester United il 22 novembre 1986. Insomma, è un assedio. Ma Sir Alex è un maestro di tattica. Aspettiamoci di tutto. Intanto ha già fatto un fischio ad Eric Cantona.

PIER FERDINANDO CASINI 08/11/2012 Pierferdy testa su Twitter varie versioni del simbolo di «Lista per l’Italia», la nuova «grande Udc» che in un futuro ormai prossimo dovrebbe fare da ovile al gregge sparso dei «moderati», primi fra tutti, s’intende, quelli mosci come lui. Il logo rotondo è diviso in due parti: la metà superiore è una specie di lembo di cielo azzurro, che di primo acchito mi ha ricordato certi sfondi di Windows XP, dove compare il nome della nuova formazione politica, con «Italia» in grande evidenza; la metà inferiore è un tricolore dove sul bianco campeggia, anche se non in tutte le versioni, lo scudo crociato democristiano, a suggellare il «cuore democristiano» del nuovo partitone. Il simbolo è brutto da morire, però è straordinariamente onesto. Quindi mi piace. Somiglia non poco a quelli tremendi del Popolo della Libertà. Vi scoprite tutti i segni distintivi dell’epopea del berlusconismo: l’Italia, il tricolore, e l’azzurro degli azzurri. E dentro tale epopea la sollazzevole storia dei naufraghi democristiani che nel berlusconismo trovarono rifugio e una bella cuccia calda. Ecco perché l’avvertito Casini esita ad inserire lo scudo crociato nel simbolo. Che sdemocristianizzato gli sembra però troppo appiattito sui canoni dell’estetica berlusconiana. Verissimo: ci fosse dentro il profilo di una donnina sarebbe perfetto.

GIULIO TERZI 09/11/2012 Seriamente: ma dove hanno pescato questo signorino? Ma insomma, un barlume di virilità, un minimo di spina dorsale, non riesce proprio a tirarlo fuori? E le tanto decantate virtù della sobrietà e della misura dell’era montiana dove sono andate a finire? Nel cesso? O si sono definitivamente ridotte a simulacri, a teatro per i gonzi? La rielezione di Obama ha mandato in fibrillazione il nostro cinguettante ministro degli esteri. Era appena scoccata l’ora della vittoria per l’abbronzato, che Giulio già andava a vele spiegate in soccorso del vincitore facendo sapere al volgo che avrebbe mandato ad Obama un messaggio di congratulazioni «con un’intonazione anche personale»; dicendo di aver sentito «significativi echi kennedyani» nelle parole del vittorioso Obama; e affermando che in politica estera con Romney ci saremmo trovati addirittura «su un altro pianeta». Glorificato l’amico Obama, è passato poi a glorificare gli amici italiani di Obama, lui e quelli del governo, in un articolo su La Stampa. Il montiano Barack infatti, secondo l’amico Giulio, nato con tutta evidenza in Italì, avrebbe vinto conquistando l’elettorato moderato che sta al centro della società americana (mentre tutti quanti sono concordi nel dire che il suo amico Barack ha vinto per aver fatto il pieno dei voti tra i «nuovi americani» asiatici ed ispanici), perché «gli americani hanno creduto in una politica non politicizzata, che ha chiesto grandi sacrifici in nome di risultati che, se ancora non sono visibili, sono stati evidentemente percepiti come “giusti”», e perché «la maggioranza degli americani non si è riconosciuta nel radicalismo di alcune componenti della destra repubblicana».

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