Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (106)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 24/12/2012 Ieri sono andato a zonzo in libreria. Ad un certo punto mi sono imbattuto nel filosofo Scalfari, inscatolato dentro un poderoso Meridiano, privilegio fino a qualche anno fa riservato solo ai morti, forse per l’effetto cimiteriale che questi lussuosi breviari fanno in mezzo a tanti variopinti tascabili. “La passione dell’etica. Scritti 1963-2012” recitava l’epitaffio. Nella sua frivolezza mi sembra perfetto. Infatti a nessun filosofo, idraulico o spazzino verrebbe mai in mente di declassare a “passione” un’attività naturale nell’uomo come respirare. Ad uno che ha bisogno di ostentarla come attività singolare e meritoria, che rompe i marroni da decenni con le sue prediche, che ha il vizio di condannare piuttosto i peccatori che il peccato, sì.

P.S. L’idea della “tumulazione” in un Meridiano è dello scrittore Massimiliano Parente. Io ci ho ricamato sopra.

MARIO MONTI 26/12/2012 A Nichi Vendola, che lo aveva definito un “liberale conservatore”, Monti avrebbe potuto rispondere rivendicando orgogliosamente il proprio liberal-conservatorismo, ispirandosi alle parole pronunciate da Cavour in parlamento nell’aprile del 1851: «Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che se la politica del Ministero è francamente e schiettamente liberale, essa è pure conservatrice; conservatrice non già della parte fradicia dell’edifizio sociale, ma bensì dei principi fondamentali sopra i quali la società e le libere nostre istituzioni riposano.» Ma Monti è un pavido figlio dell’Italietta repubblicana e del suo bigottismo. Certe etichette non le può accettare: «Il presidente Vendola, che è sempre una persona che si ascolta con interesse, ha detto di me che sono un liberale conservatore. Liberale sì, conservatore sotto molto profili è Vendola. Nell’Agenda Monti c’è molto pink e molto green.», ha detto sfoggiando il suo rachitico humor da secchione, noto per strappare gridolini d’ammirazione alle olgettine della grande stampa. Per definire in due parole il suo programma ha preferito invece ispirarsi a un editoriale dell’Economist, parlando di «vero progressismo», a dimostrazione che in Italia l’unico linguaggio politico ad avere cittadinanza è quello della sinistra. In attesa di sapere cosa ne pensino gli alti papaveri del popolarismo europeo delle stravaganze lessicali del loro campione cisalpino, visto che siamo a Natale formuliamo un auspicio: che si apra una nuova era, che dal Vecchio Testamento si passi al Nuovo, e che anche da noi si cominci a parlare finalmente come Dio comanda.

MARCO PANNELLA 27/12/2012 A ottantadue anni è ancora una forza della natura. Appena finito l’ultimo sciopero della fame e della sete, con le cronache che lo davano per moribondo, si è fiondato in visita al carcere di Pistoia dove ha trascorso tre ore. Gagliardissimo, gigione, Giacinto nacque per calcare le orme di un Pantagruel o di un Gargantua. E tuttavia, senza un colpo di genio, il marcantonio nostrano rischiava di passare alla storia al massimo come un oscuro epigono di quei due eroi. Per raggiungere la fama decise allora di dedicarsi ai digiuni. Lo fece obbedendo alla propria natura. I digiuni pannelliani sono perciò fratelli dei pranzi pantagruelici: ne hanno la smodata, circense convivialità. Mi sa però che stavolta l’ultimo strapazzo stava per mandarlo in malora per davvero. Finita la visita, uscendo dal carcere di Pistoia ha detto: «La notte scorsa ho sospeso lo sciopero della fame e della sete, ricomincio a mangiare, ma sono pronto a riprendere lo sciopero se lo Stato non esce dalla flagranza criminale», e fin qui nulla da dire: è la solita sparata pannelliana, “flagranza” compresa; ma poi ha precisato: «flagranza criminale peggiore, credetemi, dello stato fascista, nazista e totalitario comunista.» E qui i casi sono due: 1) o Giacinto per festeggiare la fine dello sciopero si è fatto una bella bevuta; 2) oppure è senz’altro il caso che si rifocilli e che riposi tranquillo per almeno un paio di settimane.

L’OSSERVATORE ROMANO 28/12/2012 L’avevamo capito tutti, ma L’Osservatore Romano ha voluto spiegarcelo lo stesso: il “salire in politica” di Mario Monti è «un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune». Questa trovata del piffero serve appunto a veicolare l’idea di una politica “alta” e a promuovere chi la propina. Non capiamo però dove sia la novità. Anche senza risalire o ridiscendere la storia per secoli, e senza allontanarci dalla patria, dalla berlingueriana questione morale alla prodiana serietà al governo, dalla bella politica alla buona politica, dalla politica buona alla politica pulita, questa ostentazione di probità è da decenni la cifra del fariseismo politico italiano. Ed è per questo che da noi milioni di imbecilli passano il tempo a puntare il dito contro pubblicani, ladri e prostitute.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (105)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIAMPAOLO DI PAOLA 17/12/2012 Sono dieci mesi che due fucilieri della Marina sono trattenuti in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori. Un fattaccio ancora tutto da chiarire avvenuto nel quadro della lotta alla pirateria. Il governo italiano, che ha brancolato nel buio fin dall’inizio della vicenda, si era mostrato nei giorni scorsi molto fiducioso sull’imminente arrivo della sentenza della Corte Suprema Indiana sui ricorsi presentati dall’Italia “in difesa della giurisdizione nazionale e della immunità funzionale dei due fucilieri”. Sull’arrivo della sentenza, mica sull’esito dei ricorsi, per dire quanto abbiamo abbassato le orecchie nel giro di questi mesi. Puntualmente è arrivato il rinvio. Il governo italiano ha espresso forte delusione e profondo rammarico. Tale diplomatico sospirone già suona sgradevolmente melodrammatico. Ma il governo ha fatto ancora meglio, presentando richiesta formale alla Corte Suprema per la concessione di una licenza ai due fucilieri, che permetta loro di passare in patria le festività natalizie. Il ministro della Difesa ha chiesto agli indiani di mettersi una mano sul cuore: «Nessun popolo come quello indiano può comprendere le ragioni di santificare le feste e per noi italiani il Natale è la festa più importante». E noi che credevamo che fosse una faccenda seria, serissima. E scommetto pure gli indiani.

ANDREA OLIVERO 18/12/2012 Insieme al ministro per la cooperazione internazionale e per l’integrazione Riccardi, all’amletico leader di Italia Futura Montezemolo, al leader della Cisl Bonanni, e ad altra bella gente usa a mettersi intorno ad un tavolo per lasciare le cose come stanno e per decidere che ogni problema è soltanto un equivoco, il presidente delle Acli è uno dei promotori della cosiddetta lista Monti, lista della società civile da affiancare all’Udc di Casini. In attesa che Mario il Messia risponda alle suppliche di questi costruttori di pace dell’era moderna, sempre meravigliosamente in pace col bel mondo, Olivero ci fa sapere che non dobbiamo chiamarli semplicemente “centristi”: «noi siamo estremisti riformisti e solidaristi accaniti, il nostro intento è spingere con forza il cambiamento del Paese»; che tra Monti e Bersani non sarà un conflitto personale, «ma un confronto serio e serrato sulle idee e questo andrà a beneficio del Paese»; che «Monti è una persona seria, non credo che sarà interessato a prendere voti a tutti i costi per impedire a qualcuno di governare». Ci mancherebbe. Questa gente dalla fede leonina gode immensamente nelle sconfitte e adora negoziare cordialmente la resa prima ancora di battersi: non è vigliaccheria, è un magnifico tratto di galanteria e di nobiltà morale.

ANTONIO INGROIA 19/12/2012 Ormai è ufficiale: l’ex procuratore di Palermo scende in campo a capo del quarto polo arancione. Ha già fatto richiesta al Csm di «aspettativa per motivi elettorali». Non ce ne importa un fico secco. Però di una cosa siamo oltremodo seccati, una cosa che non vediamo censurata da nessuna parte dell’italica parrocchietta: che questo campione di moralità non mostri di crucciarsi affatto di aver coinvolto in questa commedia un paese straniero. Chiediamo perciò scusa al piccolo grande paese del Guatemala: state sicuri, amigos, che non tutti gli italiani sono così. C’è un’Italia migliore. E più onesta.

SHINZO ABE 20/12/2012 Il non troppo politicamente corretto leader del Partito Liberal-Democratico nipponico torna alla guida del paese, sull’onda del crescente nazionalismo anti-cinese e delle proteste contro le politiche di austerità del governo a guida democratica. L’economia di questo invecchiato paese, ormai catatonica a forza di pacchetti di stimolo fiscale e iniezioni di liquidità, è ferma al palo da lustri, e il debito pubblico in termini percentuali è quasi il doppio del “mostruoso” debito italiano. E tuttavia il nuovo primo ministro giapponese vuole proseguire per la medesima strada. Ma stavolta con roba veramente forte, da resuscitare un morto. Ad una sola parola di Shinzo, infatti, la Banca Centrale sarà costretta con le buone o con le cattive a «stampare yen in modo illimitato». Vorrei dire che è uno sciagurato, ma non posso. Voi vergognatevi pure per lui, ma io proprio non posso. Certi ritorni, certe parole, sono segni del destino che vanno religiosamente rispettati se si ha a cuore il buon esito della campagna elettorale del proprio campione.

PIERO FASSINO 21/12/2012 Nonostante sia stato comunista, ho sempre considerato Grissino una persona normale. Un uomo un po’ grigio, un po’ malinconico, per niente velenoso nelle sue uscite, poco incline all’ironia, scarso incassatore, facile a bollire con educata veemenza se punto sul vivo, facile a sbollire. Quando da segretario dei Democratici di Sinistra, al tempo della tentata scalata alla Bnl, lo beccarono al telefono che chiedeva al presidente della rossa Unipol, Giovanni Consorte, «Allora, abbiamo una banca?» non ravvisai nella pertica piemontese il profilo sinistro di un malandrino, di un socio di sozzi faccendieri. Ci sono le rogne dei piani bassi e le rogne dei piani alti, ma al telefono tutti parlano come bambini. Però ora ne ha combinata una di grossa. Al processo in merito alla pubblicazione dell’intercettazione che lo vide suo malgrado protagonista, nel quale sono imputati Silvio e Paolo Berlusconi, ha chiesto attraverso i suoi legali la bellezza di un milione di euro di risarcimento ai due fratelloni, per il «danno enorme» subito dal punto di vista «morale, politico ed esistenziale». Secondo me l’hanno istigato, perché non lo credo capace di una simile canagliata. Quella volta gli andò splendidamente. Non si mosse nessuno dei segugi della nostra intrigante magistratura. I media, dalle corazzate ai pesci piccoli, gli fecero le carezze. Ringhiò solingo qualche botolo berlusconiano, che faceva persino tenerezza. Fosse stato un Cicchitto o un Quagliarello l’avrebbero annegato in un mare d’infamia, di cricche, di P3, di P4 e di P5.

Esteri, Italia

Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere

Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.

Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (104)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARTIN SCHULZ 10/12/2012 Sparare su Silvio Berlusconi è di sicuro lo sport più sicuro del mondo, e spesso uno dei più redditizi. Il peggio che possa capitarvi è di rimanere nell’anonimato, visti i milioni di appassionati che lo praticano ormai in tutto il mondo; il meglio è invece che il vasto, ramificato, palese e occulto potere berlusconiano vi acciuffi delicatamente per l’orecchio a mo’ di ramanzina: allora passate per vittima, e raggiate di gioia, coscienti di essere a un passo dalla gloria. Quest’ebbrezza Martin l’ha provata una volta e non l’ha più dimenticata. In quel fatidico 2 luglio 2003 in qualità di presidente del gruppo socialista al parlamento europeo, qualche minuto prima di essere promosso sul campo kapò, diede il benvenuto al Berlusca, neo-presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, con queste irridenti parole, che in Italia nemmeno la potenza mediatica del Caimano ha potuto sottrarre all’insabbiamento: «Signor Presidente, signore e signori, per cominciare mi rivolgo al collega Poettering. Il collega Poettering ha elogiato in forma addirittura euforica la competenza della Presidenza di turno giunta qui dall’Italia: Berlusconi, Fini, Frattini, Buttiglione… e qui ho temuto che se ne uscisse anche con Maldini e Del Piero e Garibaldi e Cavour. Ma ne ha dimenticato uno, e cioè il signor Bossi. Anche lui fa parte di quel governo, e la minima esternazione che fa quest’uomo è peggiore di tutte quelle per cui questo Parlamento ha preso provvedimenti contro l’Austria e l’appartenenza della FPÖ al governo di quel paese. Quindi dobbiamo parlare anche di lui. Lei, signor Presidente non è certo responsabile del quoziente d’intelligenza dei suoi ministri. Però è responsabile di ciò che dicono. Le esternazioni di Bossi…» Che arietta di superiorità, nonostante il fenomenale quoziente d’intelligenza, nevvero? Forse per questo a Silvio venne facile il fatal collegamento. Comunque da allora Martin sta in agguato. E perciò da due giorni, da Presidente del Parlamento Europeo, oltre che da Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, cariche e medagliette meritate nella lunga resistenza al berlusconismo, fa fuoco e fiamme, e gli occhi, occhiali compresi, gli brillano, in attesa della beatificazione.

LUCIANA LITTIZZETTO 11/12/2012 In Italia esistono i Comici Laureati, figurette para-istituzionali dedite ufficialmente alla satira, molto ridanciane e pochissimo divertenti, la cui missione artistica non è quella di far luce con grazia sulle disgrazie del mondo e allargare gli spiriti, ma quella di rinfrancare una grande setta nelle sue superstizioni. Un comico con le palle guarda nelle palle degli occhi il malcapitato che ha messo nel mirino, e con lui il pubblico, e con lui il mondo; in un certo senso lo sfida, quello e il pubblico, quello e il mondo; lo denuda, ne scopre i difetti, …e poi arriva perfino a rivestirlo amorevolmente. In questa schietta sfida e nel suo esito liberatorio è racchiusa la comicità. La comparsa in scena dei nostri eroi somiglia invece sgradevolmente all’inizio di un rito: il malcapitato è solo; comico e pubblico sono dalla stessa parte, come il sacerdote e i devoti di una chiesa, che ridono complici prima ancora di dare all’inizio alla loro messa particolare, infervorandosi via via sempre più in attesa del sacrificio del condannato; e al colpo di grazia rimbomba uno scoppio d’ilarità plumbeo come una contrazione nervosa e maligna. E’ da un quarto di secolo che ci rompono gli zebedei con queste stucchevoli liturgie. Ma mai che passi loro per la testa di fare un passo indietro.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 12/12/2012 Sempre lui. Scusate, ma è troppo forte. E poi anche noi, poveri guitti di destra, abbiamo le nostre fissazioni. Da Milano, il presidente di Italia Futura («Futura»: è per questo che non arriva mai in porto), auspicando la discesa in campo di Mario Monti, e ribadendo la necessità di uno «spazio politico liberale ed europeista capace di affrontare e risolvere i problemi», lancia l’allarme: «Evitiamo il rischio di ritrovarci nella stessa situazione del 1994». In effetti le similitudini sono inquietanti. Alle prossime elezioni, come nel 1994, da una parte ci sarà la gioiosa macchina da guerra, certissima della vittoria, dall’altra forse ci sarà la nuova Forza Italia, la nuova Alleanza Nazionale, la Lega e pure Storace, questa volta in proprio. Allora non c’erano gli equivalenti dei grillini, ma forse neanche questa volta ci saranno, se continuano con le epurazioni. Allora in mezzo c’era il gruppo degli utili idioti, ossia la magnanima coalizione del Patto per l’Italia, fondata in gran parte sul Partito Popolare del centrista di centro Martinazzoli, un fanatico delle nobili sconfitte. Oggi manca solo quello. Ma non disperiamo: Luca mostra di darsi da fare.

PAUL KRUGMAN 14/12/2012 Per il Sole 24 Ore è stata veramente una botta dolorosa. Nell’ultimo anno la nostra più famosa ed istituzionale gazzetta economica aveva cantato le gesta di due eroi fortissimi: Monti e Krugman. Ma stavolta il premio nobel dell’economia più vezzeggiato del mondo l’ha fatta grossa. Del nostro formidabile Monti ha scritto sul suo blog sul New York Times, il mitico “The conscience of a liberal”: «Monti – un brav’uomo, profondamente sincero – se ne va in anticipo, sostanzialmente perché le sue politiche stanno consegnando l’Italia alla depressione.» Frase che nella sua condiscendenza suona ancor più crudele dello stesso concetto più volte brutalmente formulato in questi mesi dal democratico Fassina o dal berlusconiano Brunetta. E adesso cosa farà il Sole? Sarà un po’ difficile tenere tutti e due i trofei in bacheca. Vedremo. Comunque, se io dovessi scegliere, mi terrei – cosa mi tocca scrivere! – mi terrei Monti, un misero brav’uomo, piuttosto che una faccia da schiaffi come Krugman, il quale arriva a scrivere: «l’economia dell’austerità ha svolto il suo ruolo come da copione – il copione Keynesiano [previsto da Keynes, NdZ], s’intende, non quello “austriaco”: ripetutamente i tecnocrati “responsabili” inducono le loro nazioni ad accettare l’amara medicina dell’austerità; e ripetutamente non riescono a ottenere risultati». Primo: i tecnocrati adorano le formidabili possibilità d’intervento che offre loro la teoria economica keynesiana, specie quella più allegramente interpretata. Gli “austriaci” detestano i tecnocrati. Hayek scrisse: «L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come “lavatoi” dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere “tolta ai politici” e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.» Secondo: “l’austerità” di cui qui si parla è un imbroglio. Per qualsiasi persona normale, per qualsiasi famiglia, “austerità” significa tagliare le spese partendo da quelle più superflue o meno necessarie. Per lo stato “austerità” non significa affatto tagliare le spese, ma taglieggiare chi già taglia di per sé per coprire le non tagliate proprie spese: capiree tu mi puoiii… tu chiamaloo se vuoiii… incaprettamentoooooo….

ANTONIO INGROIA 15/12/2012 Luigi De Magistris, che pensava in grande anche quand’era era un semplice sostituto procuratore della repubblica, già lo immagina candidato premier di un “polo arancione” formato da comunisti, verdi, dipietristi e società civile varia. Lui, per non essere da meno, ha il coraggio di farci un pensierino: «Sto prendendo in considerazione in che modo aiutare questo movimento, ciascuno deve assumersi la sua responsabilità in questo momento del Paese. Poi se questa assunzione debba avvenire con la partecipazione al dibattito politico, rimanendo fuori dalla competizione elettorale oppure partecipando alla stessa, comunque le parti responsabili del Paese devono farlo». Dunque anche il partito dei giustizieri ha il suo Monti che sta valutando se, come e quando scendere in campo. Sorprendente? Non tanto. In attesa di diventare un partito fatto e finito, cos’è il “montismo”, in fondo, se non un concorso esterno in associazione politica?

Italia

Monti e il centrodestra

Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.

Italia

Monti e Berlusconi: la posta in gioco

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. Il solito piatto di lenticchie che i moderati perbenisti offrono all’elettorato conservatore italiano. Con tanti saluti alle agende virtuose, sulle quali peraltro ci sarebbe moltissimo da dire. E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce e legittima la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. I nodi stanno venendo al pettine. E le forze che si muovono rischiano di essere, per fortuna, più forti dei protagonisti. Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. In quel caso Berlusconi gli garantirà piena collaborazione. I montiani del centrodestra non possono pretendere il rinnegamento del berlusconismo, gli anti-montiani devono capire che attraverso Monti il berlusconismo sarà ufficialmente legittimato. Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa. In quel caso il passo indietro di Berlusconi sarà la vittoria storica del berlusconismo. E’ sarà la fine del lungo ricatto che ha irretito l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, e che già aveva traballato paurosamente dopo la vittoria berlusconiana del 2008.

P.S. A proposito della proposta (non nuova) fatta ieri da Berlusconi a Monti di guidare tutti i moderati (quel tutti cambia tutto), a tutte quelle pecore che in gregge belano di “voltafaccia”, posso dire che al momento della rottura, qualche giorno fa, avevo lasciato intendere che in realtà la porta a Monti non era stata chiusa del tutto?

La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

Italia

Bersani il populista

«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:

«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)

«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)

Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)

«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)

«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim – «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?

EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».

ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.

JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.

MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (102)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 26/11/2012 Al contrario di quanto si legge e si sente sui fatui media occidentali, la rivoluzione egiziana sta avendo pieno successo. Infatti sta calcando pari pari le orme di quelle del passato. Dopo un prologo “liberale” e conciliante, Morsi, l’uomo forte della setta più forte, ha assunto i pieni poteri grazie ad un decreto costituzionale in base al quale le sue risoluzioni sono “inappellabili e definitive». S’intende che l’ha fatto per difendere la rivoluzione. E s’intende che la natura del decreto è temporanea. Le avanguardie urbane, acculturate e “liberali”, infima minoranza nel paese, e anima della piazza che aveva detronizzato il raiss, gridano al tradimento della rivoluzione e alla lotta contro «il nuovo Mubarak», anche perché la Repubblica Araba d’Egitto durante i trent’anni della presidenza Mubarak non è mai uscita dallo “stato d’emergenza” proclamato dopo l’assassinio del suo predecessore Anwar al-Sadat. Saranno schiacciate, nel nome della rivoluzione, che al potere non prevede dittatori chiamati tali solo al momento della loro caduta, come il “moderato” Mubarak.

BERLUSCONI, NAPOLITANO & MONTI 27/11/2012 E’ vero che è difficile far cambiare idea ad un vecchietto, ma francamente speravo meglio. Silvio in economia è sempre fermo all’equazione + consumi = + produzione = il paese della cuccagna. Sentitelo ieri al telefono con Belpietro: «Le politiche recessive hanno portato alla contrazione consumi, e quindi a rallentare la produzione, al licenziamento del personale e alla chiusura delle aziende. Le imprese non fanno più pubblicità e quindi non stimolano più gli acquisti.» Eppure tra lo scialacquatore e il risparmiatore i saggi reggitori della cosa pubblica hanno sempre preferito il secondo o no? Ed infatti un’economia sana ha un suo ritmo naturale, e non ha bisogno di forzature. L’allegro consumismo invocato da Silvio è invece una specie di surrogato dell’allegro welfare: sono ambedue fondati sui debiti, e sull’interventismo statale, palese o nascosto. Gli ha risposto quasi in contemporanea il presidente della repubblica, capace di drizzare la schiena pur di fare un dispetto al Berlusca: «Sappiamo benissimo che la riduzione del deficit e del debito attraverso misure di sensibile diminuzione della spesa pubblica produce effetti recessivi. Ma a scelte di quel genere non si può sfuggire, se non vogliamo che l’Italia sia spinta di nuovo sull’orlo di una crisi disastrosa del debito sovrano, e quindi della sostenibilità dei conti pubblici.» Questo infatti mi parrebbe un discorso abbastanza sensato. Se a farlo non fosse il gran protettore del governo Monti, che in fatto di finanze pubbliche ha adottato la politica dei saldi contabili a forza di balzelli e gabelle varie, non certo quella della scure. Il quale Monti, nello stesso giorno, dimostra pure lui di essere bravo a menar il can per l’aia dichiarando con forbita demagogia: «siamo andati ai margini dell’infrazione della privacy, ma a livello fiscale siamo in uno stato di guerra ed è impossibile una pace tra cittadini e Stato se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». E allora diciamola evangelicamente: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un politico prenda il toro per le corna. Quello che è terrificante è che il resto della ciurma, azzeratori compresi, è ancora peggio.

MATTEO RENZI 28/11/2012 «A quel privato si è concesso troppo in nome dell’amicizia con politici di vario genere, soprattutto di Forza Italia. La famiglia Riva non è stata costretta a risanare l’area.» Tempo di ballottaggi ed il nuovo comincia a dar segni d’invecchiamento, tanto da scoprire perfino l’antiberlusconismo. La frecciatina è proprio tirata per i capelli, e scarsissimamente elegante, vista la serissima faccenda. Si vede che lo spigliato Matteo a certe canagliate non è ancora abituato. Un’anima servile sarebbe stata più accorta. Lo noteranno per primi, con qualche compiacimento, quei maldicenti usi a chiamarlo «berluschino».

MARGHERITA HACK 29/11/2012 L’astrofisica comunista alle primarie della sinistra parteggiava naturalmente per Vendola, che comunista è ancora per metà. Al primo turno delle primarie tuttavia non ha fatto in tempo a votare, perché era via. Ma ha annunciato che al secondo turno si presenterà ai seggi con la giustificazione in tasca per votare il nuovo, cioè Renzi. Non solo. Ha anche detto di sperare in un Monti-bis. E’ molto bello vedere una signora novantenne folleggiare tra lo sconcerto dei militanti. Un’allure così dadaista, ma così incantevole, se la può permettere solo una ragazzetta fresca fresca. Sia detto a lode del dottore che qualche mese fa, con grande perspicacia, le negò il rinnovo della patente.

FRANCESCO AMATO 30/11/2012 E’ uscito ieri nelle sale cinematografiche l’ultimo film di Francesco Amato, “Cosimo e Nicole”, già premiato al Festival Internazionale del Film di Roma. E’ la storia d’amore di due ragazzi, lui italiano, lei francese, che s’incontrano – ma guarda un po’ – al G8 di Genova, «il momento più emotivo e ad alta temperatura per una generazione». Be’, può essere. Ogni migliore generazione, sull’esempio dei migliori padri, ha la sua resistenza da celebrare, di volta in volta più ridicola. L’importante è incensarla, tenerla viva, proiettarla nel mito, per incensarsi, sentirsi vivi e diventare mitici. E farla da padroni. Il G8 di Genova fu un miracolo del Berlusca. Col governo del Caimano appena insediato, esserci divenne una tentazione irresistibile per migliaia di pecore, che pregustavano una gloria facile e le gioie future di un reducismo da rimbambiti. Infatti in questa guerra non subirono perdite. Ci fu un morto, ma fu un caso disgraziato. In compenso gli squadroni dei teppisti si divertirono un mondo a distruggere tutto quello che capitava sotto le loro mani. Poi ci furono i fatti della Diaz, in un primo tempo trascurati, che non lasciarono sul campo nessuna vittima, ma che poi, in mancanza di meglio, passarono alla storia col nome stravagante di «massacro». Una storia piccina per gente piccina. Come l’artista che invece di infischiarsene di tutto e tutti paga il suo miserabile e inutile tributo al credo bislacco di un esercito di vezzeggiati piagnoni in carriera.