Una settimana di “Vergognamoci per lui” (114)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 16/02/2013 Pur mantenendosi a una certa aristocratica distanza di sicurezza, la lugubre confraternita degli intellettuali nostrani è sempre stata dalla parte del popolo. Del popolo e della democrazia, della trasparenza e della libertà di opinione. Pensiamo quindi che sia solo per soverchio amore e sollecitudine nei confronti del gregge della società civile che anche questa volta gli illustri soliti noti non siano riusciti a resistere alla tentazione di catechizzarlo a dovere. Ecco allora l’appello al voto utile per il centrosinistra, una richiesta all’opinione pubblica e agli elettori di scegliere «come una ragione responsabile spinge inequivocabilmente a fare». Come una ragione responsabile – ripeto, responsabile – spinge inequivocabilmente – ripeto, inequivocabilmente – a fare. Fate ancora meglio: sottoscrivete l’appello. Non si sa mai: in caso di disastro sarete al di sopra di ogni sospetto.

BEPPE GIULIETTI 17/02/2013 Nella schiera numerosa dei giornalisti impegnati nella lotta al berlusconismo e alla volgarità andati in brodo di giuggiole per l’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana – quello strano festival, morto stecchito da decenni, dove dimenticabili cantanti e canzoni subito dimenticate fanno da cornice al defilé e al cicaleggio degli ospiti e dei padroni di casa – abbiamo trovato con qualche sorpresa anche il barbuto portavoce di Articolo 21, di solito seriosissimo come un Imam. Beppe ha voluto rendere merito a Rai3 e a tutti i suoi direttori che in questi anni hanno «sempre difeso quei Fazio, Littizzetto, Crozza, Marcoré, per citarne solo alcuni, che oggi tutti celebrano, ma che, appena qualche tempo fa, stavano per essere cacciati dalla banda del conflitto di interessi.» Io non ci vedo nulla di strano: essere omaggiato del titolo ambitissimo di perseguitato dalla «banda del conflitto di interessi» è il segnale che avete fatto un percorso netto, che non avete sgarrato, che non vi sono dubbi sulla vostra ortodossia, e che fra poco strariperete strapagati.

BILL EMMOTT 18/02/2013 L’ex direttore dell’Economist passa per una cima, ma purtroppo per lui non è sfuggito alla sorte capitata a molti giornalisti di mezza tacca arrivati in Italia con la tipica, rilassata curiosità di chi sbarca in un paese famoso per la sua pittoresca, chiassosa e leggera umanità: farsi infinocchiare alla grande dalla truppa dei colleghi italiani. La maggioranza di costoro canta in coro da decenni la stessa solfa, e il dominio di questi bramini è così ferreo da permetter loro il capriccio sopraffino di darsi arie da oppositori del «regime», da «resistenti», o quantomeno da non compromessi osservatori, il che dà loro un’aria seriosa di credibilità. Il povero forestiero che imprudentemente si nutre della loro sbobba viene indotto a credersi un genio di rara acutezza, e tramortito dall’oppio della lusinga comincia a biascicare il mantra. Cosicché gli scritti di Bill (che io manco leggo, naturalmente) non sono altro che uno zibaldone di frusti luoghi comuni sull’Italia contemporanea. Lui ci mette in più lo stile, un certo motteggiante distacco che nella sua britannica minchioneria rende spassosissime le sue scoperte (lo intuisco, naturalmente). Il suo primo libro sul Belpaese s’intitolava “Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi”, pubblicato solo nel nostro paese. L’anno scorso lo ha rimaneggiato e ampliato nella versione inglese col titolo di “Good Italy, Bad Italy”, che è la sintesi perfetta della Vulgata: l’Italia dei Buoni e quella dei Cattivi, degli Onesti e dei Disonesti, dei Migliori e dei Peggiori. Segno che l’addomesticamento è giunto a perfezione.

FRATELLI D’ITALIA 19/02/2013 Eh già, non è per quello. Non è per il «voto da non dare col culo». Vi sembrava strano, vero? Giustamente: questa rubrica è un cesso e un cesso deve rimanere, altrimenti nel cesso finisce. E non intendo neanche fare lo sgambetto in campagna elettorale al neo-partitino di destra, al quale anzi auguro di diventare lo squadrone di cavalleria che con la sua carica decisiva darà la vittoria all’armata berlusconiana. No, il fatto è che questa nuova famiglia politica è una compagnia buffissima di sagome una diversa dall’altra. Crosetto ha mandato a quel paese il Berlusca in nome del liberismo; la Meloni se ne è allontanata restando una socialista di destra in economia e flirtando coi progressisti in tutto il resto; La Russa è la destra verace come l’avete sempre sognata nei fumetti: sanguigna, casereccia, pacchiana e sbruffona. E tuttavia questi individui si sono stretti a coorte, ispirandosi al nostro pugnace e strombettante inno nazionale, che mi fa sempre scoppiare dal ridere. Forse non hanno avuto ancora il tempo di conoscersi abbastanza. Sennò non si capisce come facciano Giorgia e Guidone a sorprendersi e a scandalizzarsi per le gagliarde imprese dei fratelloni. E chissà cosa mai succederà quando saranno loro due a guardarsi finalmente negli occhi!

IL GIORNALISTA NEL PALLONE 20/02/2013 Il mondo del pallone è sempre stato un po’ isterico, un ottovolante emotivo di massa, oscillante, alla velocità della luce, tra la più cupa depressione e la più bambinesca euforia. Ma penso che si stia esagerando. Pensate solo al linguaggio, per esempio. Negli ultimi tempi l’uso dei superlativi ha perso ogni freno. Mi tocca ammirare continuamente gol «stratosferici», «straordinari» o «pazzeschi» che quasi quasi riuscirei a fare anch’io. Be’, l’altra sera ho visto Milan-Barcellona. I catalani hanno giocato a memoria alla loro bella e superiore maniera, ma senza nerbo, quasi non facessero sul serio. Il Milan invece ce ne ha messo molto. E ha vinto. E io sono contento. Pensate che tifavo rossonero ancor prima che lo prendesse in mano il Berlusca. Messi mi è sembrato il solito Messi, l’insetto zizzagante e imprendibile: accelerazioni brucianti, fermate repentine, corsette indolenti e sornione, scarti secchi, puntate in verticale, aggiramenti, sempre con la palla inesplicabilmente incollata al piede, quasi ne fosse una protesi. Due o tre volte il suo avversario diretto non l’ha nemmeno visto partire dai blocchi. Se ne è andato alla sua straordinaria maniera, con una rapidità pazzesca: veramente stratosferico. Però non ha segnato. E’ rimasto impigliato insieme alla sua squadra nella rete difensiva dei rossoneri. Tanto basta al giornalista nel pallone per parlare di un Messi incolore, mai entrato in partita, da cinque «tendenza quattro e mezzo» in pagella. Voto: 3.

Perché Berlusconi deve e può vincere

La sinistra ha vissuto gli anni della Dc, quelli del Pentapartito, e poi quelli di Berlusconi come un lungo interregno prima dell’avvento della «democrazia compiuta» e della cacciata dei mercanti dal tempio. Quest’idea balzana è stata interiorizzata da generazioni di italiani e ha avvelenato la storia del paese. E quest’idea, sommamente populista, messianica e anti-liberale, continua ancor oggi a costituire il nocciolo del pensiero politico della sinistra. Anzi, oggi sembra straripare, e si distingue all’interno della sinistra solo dal diverso modo di declinarla: «L’Italia giusta» di Bersani è l’involontario, pudico e ingenuo omaggio al giustizialismo rivoluzionario di Grillo o Ingroia. Uno che si crede intelligente, Nanni Moretti, l’ha ripetuta a suo modo alla vigilia di queste elezioni: «Spero che lunedì festeggeremo la liberazione di 60 milioni di persone ostaggio dell’interesse di uno che per sua stessa ammissione e dei suoi collaboratori ha cominciato a fare politica per difendere i suoi interessi economici e i suoi problemi giudiziari.» Per quelli come lui l’Italia non è mai stata «liberata». Ciò può significare due cose: o che questa pulsione sta per trionfare, o che sta per crollare nel suo ultimo rabbioso assalto. A dispetto delle apparenze, io credo che stia per crollare.

Questo pregiudizio morale nei confronti dell’avversario politico, che è la vera questione morale del paese da settant’anni, ha impedito una normale dialettica e un normale ricambio nella vita politica del paese. Mettere «la questione morale» a fondamento della politica ha significato per la sinistra fuggire dalla politica e negarla quindi anche agli avversari. Coloro che dall’altra parte dello spettro politico l’hanno blandita sono stati stolti, ingenui e più spesso vili. Risultato: l’immobilismo «giacobino» della sinistra ha impedito l’evoluzione politica di una destra costretta continuamente al «primum vivere». Altro risultato: la sinistra italiana è prima di tutto una grande setta e ciò spiega perché il potere immenso che ha sviluppato in tutti i settori della società sia inversamente proporzionale alle sue fortune politiche. Ed è per questo che un suo eventuale trionfo politico avrebbe il sapore di una «resa» da parte di un paese sfiancato.

L’anomalia della sinistra italiana deriva da questo: una parte dell’Italia fascista non ha mai riconosciuto di aver perso la seconda guerra mondiale. Il paese non si è ritrovato unito nella sconfitta, e nella vergogna, come è successo per il Giappone o per la Germania. Il biennio che va dall’armistizio alla liberazione da parte degli Alleati consentì all’Italia più in consonanza coll’abbattuto regime di cambiare casacca, da nera a rossa, e di immaginarsi «vincitrice morale». Colpevolizzare preventivamente la controparte politica e «l’altra Italia» divenne necessario per tacitare i propri sensi di colpa e per tenere viva l’impostura: «l’Italia onesta», «l’Italia democratica» o «l’Italia migliore» sono solo manifestazioni di quest’impostura. Da questo odio di massa non siamo mai interamente usciti.

L’odio implacabile verso Craxi e Berlusconi deriva da questo: essi, sul piano storico, hanno rappresentato il tentativo di normalizzare ed europeizzare la sinistra e la destra, con buona pace degli osservatori superficiali. Il primo tentò di riportare la maggioranza della sinistra sul binario socialdemocratico, ma se ciò da un lato era praticabile sul piano delle idee in campo sociale ed economico, dall’altro richiedeva la rimozione del pregiudizio giacobino, e lo smascheramento dell’impostura. Berlusconi invece sta ancora lottando per uscire dall’equivoco del «centrismo» dei «moderati» italiani, che dell’anomalia della sinistra è una conseguenza. Il fatto che la sinistra neghi con furore che il centrodestra berlusconiano sia una destra normale significa che invece per il nostro paese lo è, e che essa, la sinistra, tenta di allontanare da sé lo spettro della propria dolorosa normalizzazione.

La sopramenzionata normalizzazione della vita politica italiana è la prima delle riforme e il presupposto di tutte le riforme. E’ la vera riforma morale, perché si fonda sulla verità, spegne gli odi, rafforza il sentimento morale della nazione, e perciò anche il senso civico. Chi scommette sulla legalità, sulla cultura, sull’istruzione, o sulle mitiche, e inesistenti, «classi dirigenti», è un pio illuso. Sono cose che vengono dopo. E a ben vedere l’evidenza empirica dimostrerebbe proprio il contrario, e cioè la tendenza della gente più acculturata, in tempi di democrazia, a flirtare col peggio. Invece è proprio quando una nazione è veramente più solidale, quando è meno accecata dallo spirito di fazione, che il «volgo» ha la serenità – non la competenza, che non avrà mai, cari liberali che vivete fra le nuvole – di vederci chiaro, e che le chiusure corporative vengono meno, e che la fiducia spinge a guardare tutti quanti un po’ più lontano.

Quante sono le probabilità che il centrodestra vinca le elezioni? Io dico: molte. Ho scritto varie volte che un partito si giudica dal suo potenziale, non dalle armate dei militanti. Quanti sono i partiti che in Italia fanno politica? Io dico: tra i grandi solo uno, il Pdl. La sinistra, in tutte le sue forme, è ferma alle sue pregiudiziali antropologiche e all’elogio farisaico di sé: questa non è politica, non porta libero consenso, non trasmette un sereno ottimismo, e la gente quando non lo capisce lo sente, e ne ha perfino paura. Il centro non fa politica perché non offre, ai suoi elettori, prospettive politiche. Rimane il «partito di plastica», l’unico partito che abbia un senso, vi piaccia o no. E tu puoi cercare di irretire la maggioranza silenziosa finché vuoi, coi tuoi ragionamenti e con i tuoi anatemi, ma essa nel suo piccolo «resiste». E poi vota.

P.S. E se voi avete resistito fin qui, come lettura complementare vi consiglio questo ameno Sillabario.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (113)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’INTERCETTAZIONE TELEFONICA 11/02/2013 Nel nostro particolarissimo paese questa svergognata non solo ha ormai una sua propria personalità, ma di questa ha anche i disturbi. Perciò, come il pacifista viene preso da furore e indignazione al cospetto di certe guerre, mentre non lo puoi svegliare nemmeno col cannone quando si scannano spietatamente in altre; così l’intercettazione telefonica cade preda di un protagonismo incontrollabile quando la nostra impareggiabile magistratura bracca le cricche dei berlusconiani, mentre è più discreta di una monaca di clausura quando la nostra specchiatissima magistratura indaga laboriosa e riservata sui pasticci combinati dai compari della sinistra. Da quando è scoppiato il bubbone del Monte dei Paschi, ad esempio, non una che si sia offerta di titillare i nostri ormai drogati orecchi. E non ci manca tanto quella che inchioda l’indagato alle sue responsabilità, ma quella che lo inchioda al suo sordido, meschino, volgare e ordinario quotidiano, alle donnine soprattutto, condimento indispensabile ed eterno di ogni scandalo. Ma per fortuna è spuntata la pista Verdini, e con essa la traccia di alcune telefonate fatte dal brutto ceffo pidiellino al condottiero del Monte. Anche se non sembra roba forte, voglio credere che non se la terranno tutta per loro.

IL FINANCIAL TIMES 12/02/2013 L’antiberlusconismo è una malattia subdola. Se non siete di sinistra, comincia di solito con qualche distinguo o con qualche alzata di sopracciglio. Lì vi dovete fermare, perché sennò il virus vi devasterà. Lo prova il fatto che l’epidemia ha da tempo varcato con successo le Alpi. Sono lustri, per esempio, che le gazzette della grande finanza anglosassone ci dicono che Mr. Berlusconi is unfit to lead Italy. Ma col tempo i toni sono cambiati da così a così. Con la sua inesplicabile e beffarda resistenza il celodurismo carnevalesco del Cavaliere è riuscito a sgretolare anche la rinomata compostezza britannica. Prendete il titolo dell’ultimo editoriale del Financial Times: “L’Italia dovrebbe solo dire no a Silvio”. Non solo suona ruvidamente paternalista, ma in quel confidenziale “Silvio” non vi sembra forse di notare la progressione di una patologia mediatica tipicamente italiota, e starei per dire berlusconiana? E non vi sembra di cattivo gusto che il bollettino del capitalismo corretto in omaggio a Silvio ripeschi una parola come “plutocrate”, che signoreggiava nella propaganda dei regimi totalitari? E non vi pare che certi moniti come questo: “Gli investitori sarebbero molto ostili a comprare debito italiano, e ciò costituirebbe una minaccia per la sostenibilità finanziaria”, somiglino nello stile ai consigli dei bravi di manzoniana memoria o a quelli dei picciotti? Tutta roba italianissima?

FABIO FAZIO 13/02/2013 Fabio era contento, ieri, di essere a Sanremo. A dimostrazione che lo sciocchino dal bolscevismo non è del tutto guarito, nonostante i sorrisetti di sufficienza, il conduttore ha esordito con un pippone introduttivo a edificazione del popolo: «Il festival è un evento popolare, ma popolare non vuol dire facile né volgare né di bassa qualità», ha spiegato. Il popolo, fin lì ignorante, avrà apprezzato. Poi ha rivelato, sempre al popolo, che quest’anno cade il bicentenario della nascita di Verdi, il quale scrisse alcune delle pagine più popolari della musica. E infine con un «Viva Verdi!», ha dato il segnale all’orchestra di attaccare il “Va pensiero”: una velata misura di profilassi patriottica-costituzionale, degna forse delle defunte democrazie popolari o dei defunti stati corporativi, che però, nella pur sbrindellata democrazia italica, somiglia più a una excusatio non petita. Di solito un evento «popolare», una volta accesa la miccia, va avanti per conto suo senza neanche sognarsi di presentare un certificato d’idoneità artistica o di buona condotta civile o di mostrare i quarti di nobiltà. Per decenni il Festival di Sanremo è stato una semplice e spensierata boiata pazzesca. Adesso che i damerini della società civile, martirio dopo martirio, si sono mangiati pure il Festival, oltre al supplizio di essere inseguiti dagli echi della boiata pazzesca, rischiamo pure il «dibattito» sul perché la boiata pazzesca sia divenuta improvvisamente degna di loro. Poveri cretini.

IL MAGISTRATO FILOSOFO 14/02/2013 Per il Gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, l’ipotizzata consuetudine al pagamento di tangenti dell’AgustaWestland costituirebbe una «filosofia aziendale». E, sempre nell’ambito dell’inchiesta Finmeccanica, scrive che i vertici del gruppo avrebbero cercato di manomettere le prove, o per usare il suo stesso astruso linguaggio, si sarebbero «attivati nel porre in essere condotte di sovvertimento della genuinità delle prove». Condotte di sovvertimento, perbacco! Siamo forse maliziosi se pensiamo che con queste ridondanti sfumature moralistiche il magistrato voglia suggerirci che dietro la pratica della corruzione c’è una certa qual censurabile indegnità morale che in questi tempi calamitosi alberga in una certa umanità antropologicamente ben definita? E sbagliamo proprio di grosso se pensiamo invece che dietro questo vernacolo ci sia una certa qual magistratura, anch’essa antropologicamente ben definita, che si è messa in testa di moralizzare la nazione?

LA LOTTA ALLA CORRUZIONE 15/02/2013 Per il nuovo segretario del Partito Comunista Cinese la lotta alla corruzione è una priorità assoluta. E già se ne vedono i segni. Il Quotidiano del Popolo, per esempio, ha messo all’indice la festa degli innamorati. Sembra che a San Valentino certi membri del partito perdano la testa e spendano fortune in regalini per le loro mantenute. Sul quotidiano è apparsa anche una lista con nomi e cognomi dei funzionari coinvolti, compresi, guarda caso, tre pezzi grossi già caduti in disgrazia durante l’ultima purga. Cose cinesi. La lotta alla corruzione, come la corruzione, trionfa infatti soprattutto in quei paesi dove l’universalismo occidentale è penetrato brutalmente portandovi lo stato “moderno” ma non la libertà. La lotta alla corruzione è spesso l’unico programma politico dove la politica non esiste, ma esiste solamente il potere politico. Nei paesi dove la politica esiste, come l’Italia, è il programma politico di chi vuole risolutamente uccidere la politica. Oppure è l’ultima risorsa del politico incapace, l’opzione fallimentare di chi non ha la più pallida idea di come far crescere il senso civico della nazione, la scorciatoia che sta a quest’ultimo come il ricorso al debito pubblico sta alla crescita economica. Mettili insieme, e avrai il più fetido dei populismi.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (112)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/02/2013 Il blog ufficiale di Dario Fo si presenta così: “DARIO FO – NOBEL per la letteratura 1997 – Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili”. Sembra il biglietto da visita di uno che vuol farsi pubblicità o la laurea appesa con la sua bella cornice nella sala d’attesa di un professionista. Come si suol dire, la classe non è acqua. Questo è il personaggio: tutta una carriera dentro la più sguaiata ovvietà del radicale da operetta, le cui effervescenti mattane mascherano un conformismo intellettuale di fondo, puntualmente premiato dalla nomenklatura. Che Beppe Grillo lo proponga alla presidenza della repubblica non stupisce: anche lui vuol fare la rivoluzione, anche lui fa il matto, anche lui con argomenti vecchi come il cucco.

FABIO FAZIO 05/02/2013 «Questo Festival sembra un sottoprodotto del Concertone del Primo Maggio. Che non è musica, ma evento. E Fazio è un ciambellano del potere politico». Così disse Anna Oxa, illuminata dall’ira. Sembrano parole scritte dal quel tanghero del sottoscritto, tanto sono sacrosante. Il guaio è però che il Festival di Sanremo è da decenni un «evento», cioè nulla più di un’ambita piazza mediatica. Spogliatosi definitivamente col passare dei lustri di qualsiasi altra ambizione, soprattutto canora, l’happening sanremese è diventato un balcone dal quale mostrarsi al popolo. E’ per questo che la società civile, che fino a qualche anno sputacchiava schifata ma con molto gusto addosso al Festival, vi ha prima puntato i fari e poi se ne è impadronita. Ed è per questo che all’illustre trombata dalla lista dei “big” Fabio Fazio ha risposto così: «Sanremo non si fa per esclusione, ma per inclusione. Si decide chi mettere e non chi estromettere.» Che non vuol dire una minchia, ma che suona favolosamente democratic & open-minded.

SILVIO BERLUSCONI 06/02/2013 Mentre gli altri dormivano Silvio ha bruciato le tappe della campagna elettorale con vigoria napoleonica. Fin qui è stato perfetto. Bim, bum, bam: ha incalzato il nemico senza neanche dargli il tempo di respirare e di pensare. Tramortiti dalla sua baldanza, politici e giornalisti fanno quasi gli offesi, non perdonandogli l’impudenza di combattere. Mentre Silvio invece sente sempre più l’odore del sangue ed è su di giri. E osa. Anche troppo. L’ultimissima zampata dello stratega di Arcore è stata quella di chiedere a un tipetto piuttosto cazzuto come Oscar Giannino di ritirare la sua lista. «Sono voti sprecati, non vorrei che proprio quelli facessero la differenza», ha detto il generale Berlusconi. Sprecati perché «i dieci punti che Oscar Giannino propone sono già tutti presenti nel nostro VASTO PROGRAMMA», ha poi chiarito, camminando bel bello, ignaro e segretamente ispirato, sulle orme del grande De Gaulle.

GIANNI RIVERA 07/02/2013 Così parlavo qualche settimana fa da questo famigerato pulpito: «E perché allora il suo cocco è il signor Monti (…) che in caso di sconfitta si farà conquistare da Bersani al solo scopo di conquistare il suo feroce vincitore, e di portare le arti tra i villici post-comunisti, come fece con successo la Grecia coi Romani duemila e passa anni fa, e come crede oggi di fare, per esempio, Tabacci, col suo poderoso Centro Democratico, nell’ilarità appena trattenuta del popolo di sinistra, che lo lusinga spietatamente coi buffetti e i complimenti che si riservano di solito agli zietti e ai nonnetti mezzi rimbambiti?» Esageravo? Un pochettino, pensavo. E invece no. Per Gianni Rivera l’obbiettivo è proprio quello e lo confessa candidamente: «La mia nascita politica, nel 1987, è stata grazie a Tabacci, allora segretario regionale Dc. Voglio cambiare un sistema incancrenito, non dico di ritornare alla vecchia Democrazia Cristiana ma portare quella cultura.» Ora vi spiego la strana malattia. Mani Pulite per l’homo demochristianus fu un doppio trauma. Il primo è noto a tutti: la scomparsa della balena bianca. Il secondo è noto solo a quelli che hanno occhi per vedere: essere stato ridicolizzato, lui, la quintessenza del politico navigato, dal dilettante Berlusconi, che seppe credere nella vittoria. Da allora l’homo demochristianus vaga come l’ebreo errante per tutte le contrade della politica, e medita in cuor suo la vendetta del professionista contro i pivellini che l’hanno soppiantato. E così s’intruppa in questa o quella famiglia, immaginandosi di esserne il perno segreto, l’occulto capo, l’attore decisivo, pur non contando un fico secco. E sventura vuole che i barbari glielo lascino credere.

FRANCO BATTIATO 08/03/2013 Come mai l’uomo politico ha in genere una pessima fama? Come mai non se ne trova mai uno veramente buono, onesto, capace, lungimirante e fattivo? Non sarà forse che la politica è una delle attività più rognose del mondo? E allo stesso tempo un mestiere del quale qualsiasi babbeo si ritiene all’altezza? Prendete l’artista prestato alla politica: tutto compreso della sua superiorità intellettuale, si sente pronto ad aprire le porte a un nuovo rinascimento con tocco leggero ed elegante, e perciò cade infallibilmente e rovinosamente al primo ostacolo, rifugiandosi poi per un impulso incontrollato, fanciullesco, nel più pedissequo e ridicolo linguaggio della politica, senza neanche quel briciolo di temperanza che la furbizia suggerisce al più miserabile dei peones. Esempio: il nuovo assessore al turismo della regione Sicilia, Franco Battiato. Alla presentazione del documento contenente le linee programmatiche del suo mandato, convinto di fare qualcosa di rivoluzionario, ha messo le mani avanti nello stile che fu di tutti i suoi predecessori e che sarà di tutti i suoi successori, dicendo: 1) che nelle casse dell’assessorato non c’è un euro; 2) che i manigoldi della precedente amministrazione hanno rubato tutto; 3) che perciò non si può più lavorare; 4) che il presidente della regione dovrà per forza chiedere fondi all’Europa. Essendo di buon umore e nella speranza che si riscattasse, ho cominciato a leggere il documento programmatico, una prosa sbalorditiva, da piccolo tirapiedi della bassa burocrazia, di cui riporto il formidabile incipit: «E’ necessario ripensare al Turismo in un’ottica di rilancio dell’economia isolana, da valorizzare inserendolo all’interno di una rete di sinergie che mettano in evidenza il suo valore specificamente culturale, economico e strategico. In quest’ottica si rende indispensabile l’avvio di interventi condivisi con altri assessorati tramite la creazione di tavoli tecnici congiunti permanenti (ad esempio con l’assessorato ai beni culturali) allo scopo di individuare un percorso finalizzato alla costruzione di una offerta turistica integrata che valorizzi siti di pregnante valore storico e archeologico, anche attraverso la realizzazione di progetti mirati.» E senza dimenticare – se posso dare un suggerimento – le interrelazioni tra l’azione di valorizzazione tessuta dagli attori sul territorio e le reti di socializzazione virtuale che rendono oggi possibile innervare le sinergie della prima in un contesto interculturale di più vasto respiro, ponendo in essere quindi una moltiplicazione solidaristica di percorsi culturali differenti ma convergenti sull’isola, nella prospettiva di giungere, attraverso un ampio, diffuso ed ininterrotto scambio di dati ed esperienze, a una visione globale e pluralistica delle problematiche di valorizzazione turistica da mettere in campo nello specifico delle tematiche isolane, allo scopo ultimo di tracciare un iter operativo finalizzato alla messa in opera di progettualità esecutive ampiamente condivise nel quadro di un’effettiva efficacia programmatica.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (111)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 28/01/2013 Ieri era il Giorno della Memoria. Sapete com’è: per un giorno si fa a gara per dimostrarsi più compunti e ortodossi che mai nel condannare fermissimamente l’orrore della Shoah e le ideologie razziste. Neanche un capello fuori posto. Non si sa bene dove finisca la consapevolezza e dove cominci il conformismo e l’opportunismo. Ciò si spiega con il fatto che il Giorno della Memoria è diventato una specie di ricorrenza sacra nel calendario della moderna religione dei Diritti Umani. Così un po’ alla volta, subdolamente, insensibilmente, pericolosamente, la Shoah è uscita dalla storia per entrare nella metafisica del dogma, che è un’arma a doppio taglio, perché se da una parte risparmia all’opinione pubblica i problematici chiaroscuri delle vicende storiche, dall’altra è molto più facile, ed eccitante, negare rotondamente un dogma che confutare il massacro pianificato di milioni di ebrei da parte del regime nazista. Fatto sta che per un giorno sono tutti allineatissimi. Anche se il giorno dopo magari le cose cambiano da così a così. Silvio Berlusconi invece è il politico più candido e chiacchierone del mondo, forse perché ha pochi scheletri nell’armadio della sua testa. Anche a costo di farsi massacrare. Per questo mi è simpatico. Così anche ieri è riuscito a dire la sua fregnaccia: «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene». Faccio solo notare che dicendo «la peggiore colpa» Silvio ne ha caricate altre sulle spalle del Duce. Ma rimane un discorso da bar, da cretino. Al contrario per Gianni Riotta, cui non sfugge nulla, ieri Silvio è stato un furbacchione. Quella del Berlusca non è stata una gaffe, ma «un amo lanciato a voto estrema destra in cerca di interlocutori». Ai neanche quattro gatti alla destra della Lega, dei Fratelli d’Italia e di Storace? All’uno per cento degli elettori? Col rischio di perdere la partita al centro? Col rischio di pagare salato il costo di una bufera mediatica? O forse con lo scopo diabolico di distogliere l’attenzione dei media dal caso del Monte dei Paschi?

LA REGINA BEATRICE DEI PAESI BASSI 29/01/2013 Io non sono ostile alle monarchie per principio. Penso però che abbiano fatto il loro tempo. Lo dico con simpatia e affetto ai sovrani e ai principi del nostro tempo: non sarebbe meglio finire in bellezza e chiudere definitivamente i conti con la storia con una romantica festa d’addio in mondovisione, prima di finire invece come pittoreschi soprammobili presi sul serio solo dai giornali di gossip? Adesso poi che la vita si è allungata a dismisura, che i re non muoiono più in battaglia, e nemmeno tirano le cuoia in provvidenziali battute di caccia cadendo da cavallo, il rischio di vedere vecchi barbogi trattati come figli a carico salire sul trono è altissimo. Purtroppo non c’è niente da fare. Abdicare solo per fare posto al figlio regalmente disoccupato è indegno di un monarca e umiliante per l’erede al trono. Ma la regina Beatrice non l’ha capito. L’amore filiale per il quarantacinquenne Willem-Alexander ha prevalso sulla dignità dell’istituzione: «E’ giunto il momento di lasciare le responsabilità per il paese a una nuova generazione», ha detto profetica, pensando al figlio, e non piuttosto ad un’epoca che si sta chiudendo.

PIER LUIGI BERSANI 30/01/2013 Altro che accorciare o allungare le vacanze estive! Prima di tutto le scuole devono stare in piedi! Bisogna allentare il patto di stabilità per i comuni ed avviare un grande piano di manutenzione. Così si crea anche lavoro. E così ragiona il segretario del Pd. Da politico: le deroghe, il grande piano, il lavoro. Un leggero sfondamento dei conti. Ma per la crescita. Tutto andrà a meraviglia. Gira e rigira siamo sempre lì, all’economia del debito e della pianificazione, in uno dei suoi mille travestimenti: demagogiche e perdonabili fellonie, tipiche di qualsiasi campagna elettorale. Ma a Pier Luigi non posso perdonare un’altra idea, sommamente liberticida: quella di tenere «le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche». Ma certo. Per parcheggiare i ragazzini a scuola. Per trasformare gli insegnanti in badanti di mocciosi. Per impedire ai mocciosi di capire la differenza tra lo studio e il tempo libero. Per impedire ai mocciosi di farsi nel loro piccolo i meritati cazzi loro. Per tenerli nel recinto da mane a sera. Per ingozzarli di mille cose come oche da foie-gras. E per tenerli rigorosamente lontani da qualsiasi libertà, da qualsiasi proficua solitudine, da qualsiasi cripto-filosofica fantasticheria e dal sentimento dell’angoscia del tempo. Tanto loro non votano, povere bestie.

ANTONIO INGROIA 31/01/2013 L’ex sostituto procuratore è passato alla politica ma lo stile è sempre lo stesso. Inviperito per una stilettata infertogli dalla ex collega Ilda la rossa, ha chiuso il suo contrattacco con queste velenose parolette: «Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo.» Invece noi vorremmo proprio sapere cosa pensava Borsellino della Boccassini. Sarebbe una franca novità. Ingroia ha una sua specialità: adombrare, suggerire scenari. Disegnarli, sarebbe troppo: necessiterebbero di contorni, di colori, di cose. A lui invece piacciono le brume misteriose, promesse di nefandezze indicibili, sulle quali fa intendere di aver già buttato l’occhio birichino. Forte di questa sua straordinaria cognizione delle segrete cose, lui aspetta paziente che la verità e i colpevoli stessi gli si inginocchino davanti: vinti, supplici e in adorazione. E noi da anni aspettiamo il fausto evento.

LUCA ZAIA 01/02/2013 Folgorato dallo splendore scenografico della caduta nella polvere del Monte dei Paschi, al governatore del Veneto è venuta una voglia matta di replicare il patatrac. Il Monte ha l’acqua alla gola e Luca sogna di riportare a casa l’Antonveneta, qualora se ne presentasse l’occasione, nonostante i reiterati progetti di fusione dell’istituto padovano nella capogruppo. Perciò ha fatto appello al patriottismo degli imprenditori e delle banche del «territorio» al fine di creare una cordata per tentare la grande impresa. Da veneto faccio tutti gli auguri possibili all’Antonveneta, sia che venga definitivamente inghiottita (e digerita) dal Monte, sia che cada nelle grinfie di qualche altro grosso gruppo bancario, magari anche della Serenissima. Ma quando vedo muoversi queste quattro cose assieme: 1) la regia politica; 2) i «capitani coraggiosi»; 3) la filosofia della grandeur bancaria e la sua fissazione per la «massa critica»; 4) la retorica del «territorio»; allora penso ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e invito vivamente clienti e risparmiatori a invocare la protezione di Sant’Antonio.