Una settimana di “Vergognamoci per lui” (111)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 28/01/2013 Ieri era il Giorno della Memoria. Sapete com’è: per un giorno si fa a gara per dimostrarsi più compunti e ortodossi che mai nel condannare fermissimamente l’orrore della Shoah e le ideologie razziste. Neanche un capello fuori posto. Non si sa bene dove finisca la consapevolezza e dove cominci il conformismo e l’opportunismo. Ciò si spiega con il fatto che il Giorno della Memoria è diventato una specie di ricorrenza sacra nel calendario della moderna religione dei Diritti Umani. Così un po’ alla volta, subdolamente, insensibilmente, pericolosamente, la Shoah è uscita dalla storia per entrare nella metafisica del dogma, che è un’arma a doppio taglio, perché se da una parte risparmia all’opinione pubblica i problematici chiaroscuri delle vicende storiche, dall’altra è molto più facile, ed eccitante, negare rotondamente un dogma che confutare il massacro pianificato di milioni di ebrei da parte del regime nazista. Fatto sta che per un giorno sono tutti allineatissimi. Anche se il giorno dopo magari le cose cambiano da così a così. Silvio Berlusconi invece è il politico più candido e chiacchierone del mondo, forse perché ha pochi scheletri nell’armadio della sua testa. Anche a costo di farsi massacrare. Per questo mi è simpatico. Così anche ieri è riuscito a dire la sua fregnaccia: «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene». Faccio solo notare che dicendo «la peggiore colpa» Silvio ne ha caricate altre sulle spalle del Duce. Ma rimane un discorso da bar, da cretino. Al contrario per Gianni Riotta, cui non sfugge nulla, ieri Silvio è stato un furbacchione. Quella del Berlusca non è stata una gaffe, ma «un amo lanciato a voto estrema destra in cerca di interlocutori». Ai neanche quattro gatti alla destra della Lega, dei Fratelli d’Italia e di Storace? All’uno per cento degli elettori? Col rischio di perdere la partita al centro? Col rischio di pagare salato il costo di una bufera mediatica? O forse con lo scopo diabolico di distogliere l’attenzione dei media dal caso del Monte dei Paschi?

LA REGINA BEATRICE DEI PAESI BASSI 29/01/2013 Io non sono ostile alle monarchie per principio. Penso però che abbiano fatto il loro tempo. Lo dico con simpatia e affetto ai sovrani e ai principi del nostro tempo: non sarebbe meglio finire in bellezza e chiudere definitivamente i conti con la storia con una romantica festa d’addio in mondovisione, prima di finire invece come pittoreschi soprammobili presi sul serio solo dai giornali di gossip? Adesso poi che la vita si è allungata a dismisura, che i re non muoiono più in battaglia, e nemmeno tirano le cuoia in provvidenziali battute di caccia cadendo da cavallo, il rischio di vedere vecchi barbogi trattati come figli a carico salire sul trono è altissimo. Purtroppo non c’è niente da fare. Abdicare solo per fare posto al figlio regalmente disoccupato è indegno di un monarca e umiliante per l’erede al trono. Ma la regina Beatrice non l’ha capito. L’amore filiale per il quarantacinquenne Willem-Alexander ha prevalso sulla dignità dell’istituzione: «E’ giunto il momento di lasciare le responsabilità per il paese a una nuova generazione», ha detto profetica, pensando al figlio, e non piuttosto ad un’epoca che si sta chiudendo.

PIER LUIGI BERSANI 30/01/2013 Altro che accorciare o allungare le vacanze estive! Prima di tutto le scuole devono stare in piedi! Bisogna allentare il patto di stabilità per i comuni ed avviare un grande piano di manutenzione. Così si crea anche lavoro. E così ragiona il segretario del Pd. Da politico: le deroghe, il grande piano, il lavoro. Un leggero sfondamento dei conti. Ma per la crescita. Tutto andrà a meraviglia. Gira e rigira siamo sempre lì, all’economia del debito e della pianificazione, in uno dei suoi mille travestimenti: demagogiche e perdonabili fellonie, tipiche di qualsiasi campagna elettorale. Ma a Pier Luigi non posso perdonare un’altra idea, sommamente liberticida: quella di tenere «le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche». Ma certo. Per parcheggiare i ragazzini a scuola. Per trasformare gli insegnanti in badanti di mocciosi. Per impedire ai mocciosi di capire la differenza tra lo studio e il tempo libero. Per impedire ai mocciosi di farsi nel loro piccolo i meritati cazzi loro. Per tenerli nel recinto da mane a sera. Per ingozzarli di mille cose come oche da foie-gras. E per tenerli rigorosamente lontani da qualsiasi libertà, da qualsiasi proficua solitudine, da qualsiasi cripto-filosofica fantasticheria e dal sentimento dell’angoscia del tempo. Tanto loro non votano, povere bestie.

ANTONIO INGROIA 31/01/2013 L’ex sostituto procuratore è passato alla politica ma lo stile è sempre lo stesso. Inviperito per una stilettata infertogli dalla ex collega Ilda la rossa, ha chiuso il suo contrattacco con queste velenose parolette: «Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo.» Invece noi vorremmo proprio sapere cosa pensava Borsellino della Boccassini. Sarebbe una franca novità. Ingroia ha una sua specialità: adombrare, suggerire scenari. Disegnarli, sarebbe troppo: necessiterebbero di contorni, di colori, di cose. A lui invece piacciono le brume misteriose, promesse di nefandezze indicibili, sulle quali fa intendere di aver già buttato l’occhio birichino. Forte di questa sua straordinaria cognizione delle segrete cose, lui aspetta paziente che la verità e i colpevoli stessi gli si inginocchino davanti: vinti, supplici e in adorazione. E noi da anni aspettiamo il fausto evento.

LUCA ZAIA 01/02/2013 Folgorato dallo splendore scenografico della caduta nella polvere del Monte dei Paschi, al governatore del Veneto è venuta una voglia matta di replicare il patatrac. Il Monte ha l’acqua alla gola e Luca sogna di riportare a casa l’Antonveneta, qualora se ne presentasse l’occasione, nonostante i reiterati progetti di fusione dell’istituto padovano nella capogruppo. Perciò ha fatto appello al patriottismo degli imprenditori e delle banche del «territorio» al fine di creare una cordata per tentare la grande impresa. Da veneto faccio tutti gli auguri possibili all’Antonveneta, sia che venga definitivamente inghiottita (e digerita) dal Monte, sia che cada nelle grinfie di qualche altro grosso gruppo bancario, magari anche della Serenissima. Ma quando vedo muoversi queste quattro cose assieme: 1) la regia politica; 2) i «capitani coraggiosi»; 3) la filosofia della grandeur bancaria e la sua fissazione per la «massa critica»; 4) la retorica del «territorio»; allora penso ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e invito vivamente clienti e risparmiatori a invocare la protezione di Sant’Antonio.

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