Una settimana di “Vergognamoci per lui” (114)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 16/02/2013 Pur mantenendosi a una certa aristocratica distanza di sicurezza, la lugubre confraternita degli intellettuali nostrani è sempre stata dalla parte del popolo. Del popolo e della democrazia, della trasparenza e della libertà di opinione. Pensiamo quindi che sia solo per soverchio amore e sollecitudine nei confronti del gregge della società civile che anche questa volta gli illustri soliti noti non siano riusciti a resistere alla tentazione di catechizzarlo a dovere. Ecco allora l’appello al voto utile per il centrosinistra, una richiesta all’opinione pubblica e agli elettori di scegliere «come una ragione responsabile spinge inequivocabilmente a fare». Come una ragione responsabile – ripeto, responsabile – spinge inequivocabilmente – ripeto, inequivocabilmente – a fare. Fate ancora meglio: sottoscrivete l’appello. Non si sa mai: in caso di disastro sarete al di sopra di ogni sospetto.

BEPPE GIULIETTI 17/02/2013 Nella schiera numerosa dei giornalisti impegnati nella lotta al berlusconismo e alla volgarità andati in brodo di giuggiole per l’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana – quello strano festival, morto stecchito da decenni, dove dimenticabili cantanti e canzoni subito dimenticate fanno da cornice al defilé e al cicaleggio degli ospiti e dei padroni di casa – abbiamo trovato con qualche sorpresa anche il barbuto portavoce di Articolo 21, di solito seriosissimo come un Imam. Beppe ha voluto rendere merito a Rai3 e a tutti i suoi direttori che in questi anni hanno «sempre difeso quei Fazio, Littizzetto, Crozza, Marcoré, per citarne solo alcuni, che oggi tutti celebrano, ma che, appena qualche tempo fa, stavano per essere cacciati dalla banda del conflitto di interessi.» Io non ci vedo nulla di strano: essere omaggiato del titolo ambitissimo di perseguitato dalla «banda del conflitto di interessi» è il segnale che avete fatto un percorso netto, che non avete sgarrato, che non vi sono dubbi sulla vostra ortodossia, e che fra poco strariperete strapagati.

BILL EMMOTT 18/02/2013 L’ex direttore dell’Economist passa per una cima, ma purtroppo per lui non è sfuggito alla sorte capitata a molti giornalisti di mezza tacca arrivati in Italia con la tipica, rilassata curiosità di chi sbarca in un paese famoso per la sua pittoresca, chiassosa e leggera umanità: farsi infinocchiare alla grande dalla truppa dei colleghi italiani. La maggioranza di costoro canta in coro da decenni la stessa solfa, e il dominio di questi bramini è così ferreo da permetter loro il capriccio sopraffino di darsi arie da oppositori del «regime», da «resistenti», o quantomeno da non compromessi osservatori, il che dà loro un’aria seriosa di credibilità. Il povero forestiero che imprudentemente si nutre della loro sbobba viene indotto a credersi un genio di rara acutezza, e tramortito dall’oppio della lusinga comincia a biascicare il mantra. Cosicché gli scritti di Bill (che io manco leggo, naturalmente) non sono altro che uno zibaldone di frusti luoghi comuni sull’Italia contemporanea. Lui ci mette in più lo stile, un certo motteggiante distacco che nella sua britannica minchioneria rende spassosissime le sue scoperte (lo intuisco, naturalmente). Il suo primo libro sul Belpaese s’intitolava “Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi”, pubblicato solo nel nostro paese. L’anno scorso lo ha rimaneggiato e ampliato nella versione inglese col titolo di “Good Italy, Bad Italy”, che è la sintesi perfetta della Vulgata: l’Italia dei Buoni e quella dei Cattivi, degli Onesti e dei Disonesti, dei Migliori e dei Peggiori. Segno che l’addomesticamento è giunto a perfezione.

FRATELLI D’ITALIA 19/02/2013 Eh già, non è per quello. Non è per il «voto da non dare col culo». Vi sembrava strano, vero? Giustamente: questa rubrica è un cesso e un cesso deve rimanere, altrimenti nel cesso finisce. E non intendo neanche fare lo sgambetto in campagna elettorale al neo-partitino di destra, al quale anzi auguro di diventare lo squadrone di cavalleria che con la sua carica decisiva darà la vittoria all’armata berlusconiana. No, il fatto è che questa nuova famiglia politica è una compagnia buffissima di sagome una diversa dall’altra. Crosetto ha mandato a quel paese il Berlusca in nome del liberismo; la Meloni se ne è allontanata restando una socialista di destra in economia e flirtando coi progressisti in tutto il resto; La Russa è la destra verace come l’avete sempre sognata nei fumetti: sanguigna, casereccia, pacchiana e sbruffona. E tuttavia questi individui si sono stretti a coorte, ispirandosi al nostro pugnace e strombettante inno nazionale, che mi fa sempre scoppiare dal ridere. Forse non hanno avuto ancora il tempo di conoscersi abbastanza. Sennò non si capisce come facciano Giorgia e Guidone a sorprendersi e a scandalizzarsi per le gagliarde imprese dei fratelloni. E chissà cosa mai succederà quando saranno loro due a guardarsi finalmente negli occhi!

IL GIORNALISTA NEL PALLONE 20/02/2013 Il mondo del pallone è sempre stato un po’ isterico, un ottovolante emotivo di massa, oscillante, alla velocità della luce, tra la più cupa depressione e la più bambinesca euforia. Ma penso che si stia esagerando. Pensate solo al linguaggio, per esempio. Negli ultimi tempi l’uso dei superlativi ha perso ogni freno. Mi tocca ammirare continuamente gol «stratosferici», «straordinari» o «pazzeschi» che quasi quasi riuscirei a fare anch’io. Be’, l’altra sera ho visto Milan-Barcellona. I catalani hanno giocato a memoria alla loro bella e superiore maniera, ma senza nerbo, quasi non facessero sul serio. Il Milan invece ce ne ha messo molto. E ha vinto. E io sono contento. Pensate che tifavo rossonero ancor prima che lo prendesse in mano il Berlusca. Messi mi è sembrato il solito Messi, l’insetto zizzagante e imprendibile: accelerazioni brucianti, fermate repentine, corsette indolenti e sornione, scarti secchi, puntate in verticale, aggiramenti, sempre con la palla inesplicabilmente incollata al piede, quasi ne fosse una protesi. Due o tre volte il suo avversario diretto non l’ha nemmeno visto partire dai blocchi. Se ne è andato alla sua straordinaria maniera, con una rapidità pazzesca: veramente stratosferico. Però non ha segnato. E’ rimasto impigliato insieme alla sua squadra nella rete difensiva dei rossoneri. Tanto basta al giornalista nel pallone per parlare di un Messi incolore, mai entrato in partita, da cinque «tendenza quattro e mezzo» in pagella. Voto: 3.

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