Una settimana di “Vergognamoci per lui” (119)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MONI OVADIA 25/03/2013 Quando si tratta di liquidare un avversario politico, la prima mossa del giacobino è quella di negare al malcapitato la dignità di avversario politico. Ciò lo legittima ad usare mezzi non politici. La seconda mossa è quella di denunciare la profondità del male che sta corrodendo la nazione, e l’urgenza di porvi rimedio. Ciò gli permette d’eliminare l’infame in forza di una misura di salute pubblica, termine con cui i cultori della legalità nobilitano l’arbitrio. Alla manifestazione per l’ineleggibilità del Caimano promossa dai fanatici di Micromega c’era anche Moni Ovadia, il quale, in obbedienza stretta alla regola sopramenzionata, ha parlato di Berlusconi come «di un Re Sole che non è un avversario politico perché è pieno di privilegi», e del berlusconismo come di «una patologia che si protrae da venti anni ma non per questo ciò significa che è meno grave». Attraverso le sue opere l’artista di origine ebraica è alfiere, credo di capire, di una tollerante, carnevalesca e cosmopolita fratellanza. Che a me andrebbe anche abbastanza bene, se non fosse che l’umanitarismo intransigente di queste icone della società civile, quando si tratta di abbattere il «male», si distingue immancabilmente per la sua disumanità.

[Update 02/04/2013 Moni Ovadia ha risposto sul sito web de “L’Unità” al mio ferale attacco con queste parole: “Google alert, questa settimana, mi ha portato un gioiello di logica proberlusconiana di raro pregio, apparso sul sito Giornalettismo a firma Massimo Zamarion. Lo riporto integralmente per la delizia del mio lettore: (…) L’estensore di questa perla mi definisce giacobino e fanatico perché chiedo, insieme ad altri cittadini, di applicare una regola fondamentale di ogni democrazia liberale ovvero che nessuno, si chiami Berlusconi o pinco pallino, possa essere candidato ad elezioni qualora sia titolare di concessioni pubbliche e, in particolare, nel campo dei media. Fare un appello raccogliendo firme per chiedere il rispetto della Costituzione e l’applicazione corretta di una legge vigente promulgata dal parlamento sovrano sarebbe «liquidazione di un avversario politico» con altri mezzi (quali? La ghigliottina? La garrota?). Come se non bastasse questa stupidaggine, Zamarion mi definisce disumano contro ciò che io stesso diffondo nei mie spettacoli, ovvero l’umanesimo etico e spirituale del mondo yiddish. Ma quel mondo glorifica lo splendore dell’uomo fragile, la bellezza malinconica dello sradicato che elegge come patria l’esilio e per questo sa librarsi fra cielo e terra. Berlusconi incarna l’esatto opposto di quell’umanità sublime perché celebra l’idolo del privilegio, della disuguaglianza, della mistica del capo. Non a caso non perde occasione per incensare Mussolini. Ma i suoi sacerdoti, apologeti del nonsenso ossequiente ai desideri del Principe, sono proni a tal punto che non si vergognano di chiamare umanesimo l’incessante sfregio della democrazia.” Me ne sono accorto solo ieri, e ho cercato di mandargli un commento in risposta. Ma sarà che sono arrivato fuori tempo massimo, sarà che sono imbranato, sarà che sono stato tremendamente efficace, il commento non è apparso. E allora lo riporto qui per la delizia del mio lettore: “La mia rubrica è chiaramente provocatoria, spesso semi-umoristica e a questo fine usa parole pepate. Ma è leale e schietta. Non insinua, non allude, va dritta al suo scopo. Pur essendo me stesso e pur essendo dichiaratamente berlusconiano, i miei strali sono caduti impietosamente una volta anche su me stesso e spesse volte anche sul Berlusca. Chi vuole può controllare nell’archivio. (…) Lo scopo del mio attacco a lei era quello di inchiodarla alle sue contraddizioni. Nientepopodimeno. Che poi sono le contraddizioni di molti campioni dell’umanità del passato, pronti a ostentare una finissima sensibilità per tutto ciò che è umano, nella sua ricchezza, nella sua fragilità, nella sua diversità ecc. ecc. Lo stesso Robespierre si considerava un “intransigente” democratico e liberale, e nel 1791 fu il primo deputato a perorare in un parlamento europeo la causa dell’abolizione della pena di morte che descrisse così: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Due-tre anni dopo ghigliottinava su scala industriale. Tocqueville notò poi come la letteratura pre-rivoluzionaria grondasse sentimentalismo e umanitarismo. Se lei dimostra tanta comprensione per questa povera umanità, tanto da fare dell’ebreo di cultura yiddish – cittadino del mondo per forza, e quindi quasi per forza sollevatosi sopra le miserie nazionalistiche e materiali – colui che meglio la interpreta e meglio la riscatta, perché poi da quelle altezze cede pure lei alla ridicola mostrificazione del Berlusca e alla caricatura della plebe che lo vota, nonché dei suoi “sacerdoti”? Perché poi cede a quel ridicolo concetto semi-religioso della democrazia proprio dei giacobini e alla ridicola semi-divinizzazione della Costituzione e al legalismo capzioso di chi cerca pretesti? Sono cose proprie dei millenarismi e delle ideologie. Che si sa, sono settarie per natura. Non vi accorgete che state professando una specie di Religione del Libro?”]

BILL GATES 26/03/2013 La gente, specie quella che si fa passare per responsabile e consapevole, non ama gli imprenditori, ma di solito tale invidiosa disistima è inversamente proporzionale alla loro ricchezza. Ed è così che il massimo del disprezzo va al «padroncino», mentre quando supera un certo fatturato al ricco imprenditore è concessa la possibilità di diventare fascinoso, se appena appena costui ostenta «idee di progresso». Ed è per questo che molti magnati si danno a una ben pubblicizzata filantropia, sempre politicamente corretta, e in quanto tale spesso meschina e deprimente. Bill Gates, per esempio, ha appena lanciato un bando per l’ideazione e la progettazione di un super-preservativo di nuova generazione, mettendo a disposizione un fondo che potrà arrivare fino ad un milione di dollari. Neanche tanto, verrebbe da dire, se l’ambizione è quella di mettere al sicuro l’umanità dalle malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze indesiderate, garantendo nel contempo, al maschio soprattutto, grazie al prodigioso profilattico, un piacere al cento per cento «naturale». Un sogno messianico di natura erotica, direi, uno dei tanti che la «religione civile» produce, e come tale puntualmente destinato al disastro, e più figlio dei capricci dell’ancor ricco Occidente, o di quelli delle nomenklature dei paesi emergenti, che della sollecitudine per le plebi del vasto mondo: la sollecitudine vera, infatti, scalda il cuore.

GIAN CARLO CASELLI 27/03/2013 Povero Bersani, non gliene riesce una. Ha lanciato Grasso alla presidenza del Senato nella speranza che la figura dell’ex procuratore nazionale antimafia gli portasse in dote il plauso della società civile ultra-legalitaria in misura sufficiente a rompere le fila dei neghittosi grillini. Ma i tempi corrono, gli ayatollah del partito della legalità sono stati risucchiati in una spirale rivoluzionaria e si stanno mangiando l’un l’altro, e quindi Grasso, per i più scalmanati almeno, è ormai la quinta colonna del berlusconismo nel campo della sinistra. Che da quelle parti i nervi siano a fior di pelle, lo dimostra anche la reazione del procuratore della repubblica di Torino alle parole dette da Grasso contro una certa giustizia-spettacolo che rovina carriere e discredita la giustizia. Caselli se ne è sentito personalmente ferito, e perciò ha preso carta e penna per chiedere al Csm di «essere adeguatamente tutelato» da quelle che ritiene «accuse e allusioni suggestive». Facciamo così: mettiamo che Caselli abbia ragione, mettiamo che il bersaglio del bieco Grasso fosse proprio lui. Rimane il mistero di questa sua strana suscettibilità a scoppio ritardato nei confronti di quelle «accuse e allusioni suggestive» che da vent’anni sono il marchio di fabbrica di certa garrula magistratura iper-presenzialista e di molte gazzette iper-democratiche.

VIVIANE REDING 28/03/2013 La commissione europea ha appena pubblicato un rapporto sullo stato della giustizia nei 27 stati membri. I dati si riferiscono alla giustizia civile e l’Italia è nella coda del gruppo dove lotta strenuamente per l’ultimo posto in classifica insieme a una piccola manciata di contendenti che stentano ormai a tenere il passo lentissimo del nostro paese. Non sappiamo cosa succederà quando avremo i dati sulla giustizia penale – ammesso e non concesso che le formidabili imprese della nostra giustizia penale possano essere lette attraverso i dati – ma scommetteremmo nondimeno su un’altra strenua lotta. A presentare il rapporto è stata la commissaria europea alla Giustizia Viviane Reding. Qualcuno, uno dei nostri, sicuramente, le ha chiesto se l’inefficienza del sistema giudiziario italiano non dipendesse per caso dagli attacchi dei politici alla magistratura. La commissaria non ha voluto fare fatica. Perciò la risposta a una domanda così cretina è stata una risposta altrettanto cretina: «Giù le mani dai giudici!», ha detto, «Se si vuole che la magistratura sia davvero indipendente, bisogna lasciarla lavorare». In Italia lo abbiamo fatto con fin troppa generosità, tanto che i giudici l’hanno okkupata, la politica: ora abbiamo ex magistrati che fanno i sindaci di grosse città; abbiamo ex magistrati capi di partito; abbiamo appena eletto un ex magistrato alla seconda carica dello stato; abbiamo già un famoso magistrato che ne mette in dubbio l’onore, essendosi sentito da quello ferito nell’onore; e tra i candidati alla presidenza della repubblica si fa il nome di un ex giudice ed ex presidente della Corte Costituzionale, oltre che attuale presidente onorario di una famosa associazione giacobina.

RAIDUE 29/03/2013 Il TuttoDante di Benigni si sta rivelando un disastro commerciale tanto che forse il programma sarà spostato in seconda serata. Il maledettissimo share è piombato al 4,5 per cento, che in sé sarebbe ottimo, per un programma sulla Divina Commedia, ma le aspettative dei poveri fessacchiotti di RaiDue erano per il 15 per cento. Senza contare che purtroppo Roberto non fa sconti e si fa pagare da Dio, nonostante l’arrivo di Papa Francesco e la crisi. Ecco cosa significa scommettere sui gusti della società civile progressista, colta e fine solo nelle pose, quella stessa marmaglia che invece non ha voluto assolutamente mancare all’appuntamento col Festival di Sanremo targato Fazio & Littizzetto. La società civile progressista ama gli eventi in cui celebra se stessa e addita a ludibrio la società incivile. I dieci milioni di spettatori sono tutti lì. Funziona la serata unica sulla Costituzione più bella del mondo, o la performance dedicata alla storia e alla cultura del nostro paese, nella quale, s’intende, la cultura è sentita solo come un pretesto per distinguersi dagli iloti berlusconiani. Il giochino con TuttoDante non funziona. Dopo la prima puntata il contorno emotivo evapora, e rimangono solo Benigni e Dante, Dante e Benigni. Di Berlusconi nessuna traccia, neanche all’Inferno.

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La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Ciò che Galli della Loggia ha capito soltanto adesso

Dopo aver a lungo e con studio segato il ramo sul quale sedeva, il “Corriere della Sera”, per salvare se stesso e l’Italia dal radicalismo, e riportare tutti alla ragionevolezza, comincia a sperare nelle disprezzatissime truppe del Caimano, abbandonando alla sua sorte l’utile idiota Monti, lo statista che non capì un bel nulla. Il Corrierione e Montezemolo invece hanno capito tutto. Adesso. Illuminato dall’esito delle elezioni, Galli della Loggia ha capito meglio ancora di loro.

Un’oligarchia, quella del Centro, che ha dato la misura della sua mancanza di sintonia rispetto alla condizione politica reale del Paese quando ha deciso, segnando così la propria sconfitta, di contrapporsi frontalmente e sprezzantemente all’elettorato che fino ad allora era stato della Destra. Come si è visto allorché Monti si è rifiutato di prestare il benché minimo ascolto all’invito di essere il «federatore dei moderati» rivoltogli da Berlusconi: nonostante fosse ovvio che l’elettorato della Destra costituiva l’unico elettorato dove il Centro avrebbe potuto ottenere il consenso di cui andava in cerca. Perché questo errore? Forse per l’influenza dell’onorevole Casini e del cattolicesimo politico più sprovveduto, mai rassegnatosi al bipolarismo e invece sempre vagheggiante un’illusoria collocazione al di là della Destra e della Sinistra? No, non credo per questo; anche se certamente tutto questo ha contato. Sono invece convinto che nel paralizzare qualunque interlocuzione con il popolo della Destra da parte di Monti e dei suoi, nel far loro escludere qualunque approccio meno che ostile in quella direzione, ha contato molto di più quella sorta di generico interdetto sociale che da sempre la Sinistra si mostra capace di esercitare nei confronti della Destra stessa: in modo specialissimo da quando a destra c’è Berlusconi. È l’interdetto che si nutre dell’idea che la Destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia. (…) La borghesia che conta, il grande notabilato di ogni genere, l’alto clero in carriera, insomma l’élite italiana, ha profondamente introiettato questo stereotipo (che come tutti gli stereotipi ha naturalmente anche qualcosa di vero). Uno stereotipo tanto più potente perché in sostanza pre-politico, attinente al bon ton civil-culturale. Con la Destra dunque l’élite italiana non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra. Cioè di farsi la fama di nemica del progresso, di non essere più invitata nei salotti televisivi de La7, a Cernobbio o al Ninfeo di Valle Giulia; di diventare «impresentabile» (oltre che, assai più prosaicamente, per paura degli scheletri negli armadi, che non le mancano…). [Ernesto Galli della Loggia, perle scelte da “Ciò che il centro non ha capito”, Corriere della Sera, 24 marzo 2013]

Sono completamente d’accordo più che a meta col mister. Infatti queste parole mi sembrano riecheggiare non poco le solite fisime anti-bolsceviche di Zamax, tipo quelle espresse prima delle elezioni qui e qui:

[Monti può] Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. (…) Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica». Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. (…)

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. (…) E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. (…) Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. (…) Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa.

P.S. – EGdL più di sei anni fa la pensava diversamente: allora la colpa era della destra che non se l’intendeva con le élite, ora è colpa delle élite che disdegnano la destra…

P.S. 2 – Grazie a Vincenzillo, abbiamo scoperto cosa pensava EGdL prima delle elezioni,  in particolare sulla strategia del Centro: 

C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?

Al post-elezioni l’ardua sentenza.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamati i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah… la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti… Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall’agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all’aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era coerente con se stesso. Se si prescinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «democratica» che li ha ammaestrati.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.

ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.

MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.

ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.

FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (115)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIAN PIERO GASPERINI 25/02/2013 «Gasperini esonerato. Il nuovo allenatore è Malesani.» No, scusate, questa è la notizia di tre settimane fa. «Malesani esonerato. Gasperini è il nuovo allenatore.» Questa è la notizia del giorno in casa Palermo. Chi ci guadagna? Male che vada, il sommo Zamparini. L’ho già scritto da questa tribuna: Zamparini, diventando il più grande mangia-allenatori della storia del calcio mondiale, cerca ormai la fama imperitura. Molti nomi passeranno, il suo non passerà. L’unico suo problema sarà trovare allenatori disposti a fare da comparsa in cambio di un contratto o illusi di farla franca a suon di successi. E’ per questo che spesso richiama allenatori che già avevano ceduto alle sue lusinghe. Quando ha ricevuto la fatale telefonata dal club, Gian Piero, che già aveva sostituito Sannino, non credeva alle proprie orecchie. Per salvare le apparenze ha chiesto di poter riflettere per qualche ora. Poi ha detto sì. Adesso si aprono due scenari, ambedue esaltanti per il presidente del Palermo: 1) la squadra si riprende miracolosamente e si salva, e a Zamparini tifosi e giornalisti riconosceranno del genio nella sua follia; 2) la squadra continua a non combinare un tubo, e allora Zamparini potrà meditare il colpo del secolo: richiamare Malesani e convincerlo con le sue arti malefiche ad accettare. E allora sarà la Storia a riconoscergli del genio nella sua follia.

L’UTILE IDIOTA 26/02/2013 «Utile idiota» non è una figura retorica molto apprezzata. A torto. Perché l’esistenza del tipo umano che essa sottende trova conferme ogni giorno, specie in contesti fertili come quello politico italiano. Da noi l’utile idiota va incontro al suo mesto destino con aria di superiorità, dimostrando da quelle altezze sublimi anche un composto disgusto per la pacchianeria delle famiglie politiche a lui più vicine. Lusingato dai media e dagli avversari politici di sempre, l’utile idiota nostrano è corazzato contro ogni ragionamento terra terra. E anche quando il ferale verdetto arriva, non piange, non si dispera, e men che mai si pente: rimane ibernato in una specie di compita stupidità. Perciò ieri sera Pier Ferdinando Casini, che non manca di esperienza, ha ammesso tranquillamente la sconfitta; ma era serenissimo, ancora convinto di aver fatto la cosa, anzi, la scelta giusta. Invece Mario Monti, che è ancora alle prime armi, non solo era serenissimo, ma pure soddisfattissimo.

GUIDO GENTILI 27/02/2013 Il giornale della Confindustria fu tra i grandi sponsor dell’operazione Monti. Ricorderete come rompeva i marroni col «fare presto!». Il suo era un disegno profondo e lungimirante: liquidare il berlusconismo, scassare il bipolarismo, succhiare il meglio, a sinistra e a destra, di un parlamento delegittimato e impaurito, e fare del centro illuminato ed europeo il dominus della politica italiana. Dopo qualche mese fu chiaro che la grande strategia scricchiolava paurosamente. Si ripiegò allora sull’idea di un centro-sinistra moderno, guidato da Monti, ma con la truppa fornita dal Pd. Idea bellissima che fece puntualmente naufragio dopo molto meno di qualche mese. Ci si acconciò allora, lì ai piani alti del giornale, alla prospettiva di un più modesto ma nobilissimo obbiettivo: un sinistra-centro guidato da quel brav’uomo di Bersani che avesse in Monti un prezioso collaboratore e un garante nei confronti del severo consesso europeo. Alla vigilia delle elezioni, quando era ormai chiaro che il centro montiano avrebbe fatto la stessa fine gloriosa del centro martinazzoliano di vent’anni fa, l’unica speranza era posta in una franca vittoria del Pd di Bersani, misteriosamente assurto a paladino dell’europeismo responsabile. Sensatissima ipotesi che il giorno dopo la realtà avrebbe spietatamente smentito. Ed ora l’Italia è sotto il tiro dei mercati. In attesa che la situazione politica trovi un auspicale sbocco, il nostro formidabile Sole 24 Ore è del parere che bisogna muoversi subito e bene. E attraverso Guido Gentili ha fatto un video appello a due possibili protagonisti di questa azione preventiva: Mario Draghi, presidente della Bce, e …Grillo. Sì, Grillo. Il Beppe. Lui in persona. Guido Gentili ha ricordato che Beppe una settimana fa, in un’intervista, avrebbe detto di non essere un anti-europeista, e che il problema vero non è l’euro ma la montagna del debito pubblico. Ecco, ha detto il giornalista, una pubblica dichiarazione di Grillo che vada in questo senso sarebbe una grande prova di responsabilità. Forse mi sbaglio – io sono berlusconiano – ma ho avuto l’impressione che stesse per piangere.

IL PARTITO DEMOCRATICO 28/02/2013 Fondamentalmente il M5S è un partito di estrema sinistra. L’urlo compatto della protesta a trecentosessanta gradi contro la politica ha agito come una spessa cortina fumogena sulla sua vera natura. Appena sarà costretto a fare politica, a fare scelte, a votare o non votare provvedimenti, ciò apparirà chiaro, e perderà di colpo l’appoggio di un terzo del suo elettorato, quello proveniente dalla destra arrabbiata. Ma rimarrà, per il momento, una forza possente, che sommata ai sostenitori del rivoluzionario Ingroia e a quelli di Vendola, rappresenterà metà della sinistra italiana. L’altra sarà rappresentata dal cosiddetto «Partito Democratico», sulla carta un’entità distante anni luce da quei facinorosi con la fisima dell’ostentata virtù, la cui base, però, dovendo scegliere tra baciare il rospo, andare a nuove elezioni, o cercare l’alleanza o almeno un’intesa informale con Grillo, ha già deciso in cuor suo per quest’ultima opzione. Da ciò si vede tutto il fallimento dell’operazione «democratica» e della pretesa di passare, dopo mezzo secolo di milizia marxista, e solo a parole, dal comunismo alla sinistra kennedyana. Espediente acrobatico e sfacciato, ma comodo, visto che dietro l’etichetta «democratico» si può nascondere chiunque, anche l’infervorato tagliatore di teste. E questo spiega perché a sinistra, nonostante di comunisti dichiarati non se ne trovi più quasi nessuno, di puri più puri di te pronti ad epurarti ne spuntino fuori a iosa ogni giorno. E adesso è arrivato anche per il Pd, il partito dell’onestà, della giustizia e della questione morale, il momento di avere veramente paura, paura di finire in bocca ad un pesce grosso che l’inghiottirà nel nome dell’onestà, della giustizia e della questione morale, e forse con l’applauso dall’oltretomba dello spirito di Berlinguer. Non sarà il giovanilismo centrista di Renzi a far uscire la sinistra dai suoi problemi strutturali. Ma una dichiarata scelta socialista o socialdemocratica, con tutte le dolorose conseguenze del caso, che la pacifichi, la riunisca e la fonda, in modo che essa possa trovare in se stessa, e non nell’odio per il Berlusconi di turno, le ragioni della sua esistenza. Il primo passo è sempre il più duro. Ma oggi se ne presenta un’occasione ghiottissima: baci il rospo.

IL LIBERALE IN POLITICA 01/03/2013 Liberale nel senso europeo, più precisamente continentale, e più precisamente ancora italiano che oggi si dà al termine. Al liberale generalmente la politica fa orrore, i politici fanno schifo, ed è quasi giunto alla conclusione che anche la democrazia faccia schifo. Mica che abbia torto del tutto. Solo che è curioso che proprio lui si allinei involontariamente al mito astratto e neo-giacobino della «buona politica». Perciò quando si butta in politica si rifiuta di ragionare da politico. Ragiona da missionario, ma senza l’umiltà e la tenacia dei missionari. Se parla al popolo, s’immagina un popolo tutto suo, capace di capire finalmente il suo illuminato e complicato decalogo, mentre quello non capisce assolutamente un kaiser. Quando poi se ne accorge, comincia a imprecare contro un popolo becero tenuto nell’ignoranza dalle «classi dirigenti», mentre è il popolo di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Al liberale in politica tessere alleanze, costruire maggioranze politiche, parlare alla «pancia» del paese, metter su lobbies dentro uno schieramento di Razzi e Scilipoti non passa nemmeno per la testa, tanto «questa politica», che poi è la politica di tutti i tempi e di tutte le nazioni, è destinata ad essere spazzata via, con le sue destre e le sue sinistre. Al liberale in politica non piacciono gli ordinamenti spontanei, ma il «perfettismo» di un partitino di perfettini. Alla fine, per disperazione, dall’alto del suo inevitabile uno per cento, riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno. Eppure anche un liberale «fanatico» come Ludwig von Mises nel 1961 scriveva al sottosegretario di stato tedesco Alfred Müller-Armack queste parole:  «Vorrei ritornare su una osservazione contenuta nella sua prima lettera. Lei parla dei compromessi che si è costretti a fare nella politica pratica, e lo fa con espressioni che porterebbero a concludere che io rifiuti fondamentalmente questa flessibilità. Credo di essere stato frainteso su questo punto. L’elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove. Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un difensore del liberalismo (nel senso europeo del termine, non in quello americano) a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Nella politica pratica solo raramente si può raggiungere la perfezione. Di regola, bisogna accontentarsi di scegliere il male minore.» (Ludwig von Mises, “In nome dello Stato”, Rubbettino)