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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (120)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO TRAVAGLIO 01/04/2013 Il fustigatore del Fatto Quotidiano rimprovera al M5S di aver perso un’occasione storica per liquidare il berlusconismo, per cambiare le sorti di questo paese e incamminarlo finalmente sulla via gloriosa della «democrazia compiuta», la «società perfetta» che è nei cuori di legioni di democratici antidemocratici. Una sciocca paura essere di accomunati alla corrotta partitocrazia, una malintesa caparbietà ha confuso la menti degli inesperti grillini. Costoro sono saliti al Quirinale per pretendere un impossibile incarico senza fare peraltro alcun nome: in breve per fare gli sbruffoni con l’ostentazione di tutta la loro purezza. Se invece di questa alzata d’ingegno da dilettanti si fossero presentati «con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti», nomi come Zagrebelsky e Settis, e di altri campioni indiscussi della «società civile» nel cui fanatismo il M5S poteva riconoscersi almeno in parte, il Pd e Bersani, e qualsivoglia parlamentare immune da berlusconismo, nel senso più largo del termine, non avrebbero mai potuto dire no senza cadere nell’infamia. Questo è un classico, intimidatorio ricatto giacobino. Bersani usò una variante buonista dello stesso metodo quando propose Grasso e la Boldrini per la presidenza delle Camere. Il suo era un tentativo di sedurre o quantomeno di spaccare il M5S con i nomi di due altri campioni indiscussi della «società civile». Travaglio fece fuoco e fiamme e nella sua stolida purezza ridusse Grasso in pochi giorni al rango di lacchè di Berlusconi. Se non l’avesse fatto, magari i grillini avrebbero avuto la lucidità necessaria per accogliere astutamente la mossa di Bersani come prologo necessario alla geniale contromossa oggi auspicata dallo stratega del manipulitismo italico. L’ennesima dimostrazione, comunque, che in assenza di una vera trasformazione, anzi, di una «conversione» socialdemocratica, la sinistra resta divisa tra il giacobinismo dalle buone maniere e quello dalle cattive maniere.

GUIDO ROSSI 02/04/2013 A me sembra che i suoi articoli da vecchio saggio su “Il Sole 24 Ore” non abbiano né capo né coda, e si limitino a spolverare un sempre aggiornato conformismo con un moralismo compunto scortato sui due lati da una stuola di nomi illustri, seguendo in quest’ultimo aspetto l’esempio dell’imbattibile Barbara Spinelli. Per metter fine allo stallo politico italiano, condizionato da una democrazia malata che ha dato due terzi dei voti a due forze politiche irresponsabili, nel suo ultimo articolo ha riproposto il teorema di Cuccia: le azioni si pesano e non si contano. Naturalmente nel nome della democrazia. Questo è il succo dei suoi paludati ragionamenti. Non voglio dire che voi non lo possiate cogliere. Ho solo il timore che i nomi di Benedetto Croce, di Nicolò Cusano, di Papa Francesco, di Alexis de Tocqueville e di Nicolò Machiavelli, e che ridicole parolette d’ordine dell’antiberlusconismo, come “egolatria” e “egoarca”, vi possano accecare. Anche perché non è affatto detto che dei grandi di cui si fa scudo capisca veramente molto. Per esempio, secondo Rossi, per Tocqueville il «fine ultimo della democrazia» è «una maggior eguaglianza di condizioni economiche dei cittadini». Ma Tocqueville non diceva affatto questo. Diceva che i «tempi di democrazia» erano caratterizzati dalla «uguaglianza delle condizioni», e non si riferiva affatto in primo luogo alle condizioni economiche. Tocqueville riteneva inevitabile l’avvento di questi tempi, e riteneva che in se stesso ciò fosse una cosa buona. Ma solo come il frutto di un lungo processo storico naturale. Tocqueville non santificava la democrazia – tanto che previde le forme terribili che il «dispotismo» avrebbe potuto assumere in «tempi di democrazia» – né condannava i regimi aristocratici. Anzi, dimostrava come proprio là dove l’aristocrazia era veramente viva, ed aveva un ruolo attivo nell’economia e nel governo del paese, come in Inghilterra, essa tendesse sempre più ad unire i suoi destini a quelli della borghesia, in modo tale che dai «tempi di aristocrazia» si passasse senza cesura evidente ai «tempi di democrazia». Per Tocqueville la democrazia non aveva alcun «fine ultimo». I «fini ultimi» della democrazia stanno nell’armamentario dei demagoghi, cui piace la piatta uguaglianza di una massa di schiavi. Ne “L’Antico Regime e la Rivoluzione” Tocqueville cita Mirabeau: “Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: «Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime (…) L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione». Era questo un capire la Rivoluzione da uomo capace di guidarla.”

CASAPOUND 03/04/2013 Per giungere a una sua compiuta sgangheratezza alla vicenda dei marò mancava solo il tocco esilarante. Ora l’abbiamo, grazie allo smagliante contributo degli italiani tutti d’un pezzo, riunitisi davanti a Montecitorio per protestare contro un governo imbelle al motto di “Riprendiamoci i nostri soldati”. Magari con un blitz. Una pensata davvero magnifica. Dovete capirli: questi tromboni fanno parte integrante, pure loro, di quell’eterna Italietta che mostrano di disprezzare; la stessa che ha riservato loro una parte in commedia alla quale non vogliono assolutamente rinunciare. Tanto è comoda.

BARBARA SPINELLI 04/04/2013 Anche se è una democratica notoriamente molto schizzinosa, a Barbara Spinelli Grillo in fondo non dispiace. Peccato solo che il vaffanculista abbia la testa oltremodo dura, e diffidi di tutti, anche delle forze politiche con le quali potrebbe lavorare per il bene dell’Italia. S’intende che di questa diffidenza è colpevole Berlusconi, sempre lui poveraccio, colui che ha sputtanato definitivamente la classe politica italiana. Della commissione dei dieci saggi nominata da Napolitano Barbara pensa il tutto il male possibile. Vede in essa il segno di una chiusura partitocratica della classe politica nei confronti delle istanze che la società civile ha espresso col voto. Questa pericolosa «oligarchia di sapienti» vuole solo «escludere l’alieno Grillo», quando l’alieno vero è Berlusconi, sempre lui poveraccio. E questo vuol dire ferire la democrazia. Così scrive su “La Repubblica”: “È con la forza dell’inerzia che quest’ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all’elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. «I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri», disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: «L’oligarchia è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata.» Anche tre anni fa bisognava far fuori Berlusconi, sempre lui poveraccio. Ma allora il Caimano era al governo. Il problema non era quello delle «oligarchie di sapienti” ma quello di una debordante democrazia che solo i cafoni possono apprezzare. Così scriveva su “La Stampa”: “Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi.” Niente di nuovo. E’ un giochetto vecchio come il cucco. Sanno sempre tutto loro. Loro chi? Ma loro, la vera Oligarchia dei Sapienti, le Spinelli e gli Zagrebelsky, il Comitato di Salute Pubblica Ombra in seduta permanente. A voi, babbei della società civile, non resta che obbedire.

MAX PAPESCHI 05/04/2013 Mostra monografica a Torino, al Castello del Valentino, dedicata all’artista Max Papeschi. Non ci crederete, ma anche questa cima ha un debole per i colpi ad effetto, ossia per trovatine del kaiser perfettamente prevedibili, di quelle fatte apposta per titillare servilmente la curiosità ebete di gente annoiata ma felice di gratificare il proprio ego intellettuale gustandosi in santa pace boiate autentiche ma autenticate. Sul sito blog del Sommo leggiamo che «Il suo lavoro Politically-Scorrect, mostra una società globalizzata e consumista rivelandone i suoi orrori in maniera ironicamente realistica. Dal Topolino Nazista al Ronald McDonald Macellaio le icone cult perdono il loro effetto tranquillizzante per trasformarsi in un incubo collettivo.» Questo sorprendente cumulo di banalità illustra alla perfezione la missione dell’artista beatamente integrato nella società globalizzata e consumista. Dico sorprendente perché tanta piattezza adolescenziale fa persino pensare al dolo. Che sia davvero un genio, allora?

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1 thought on “Una settimana di “Vergognamoci per lui” (120)”

  1. Usti, nel tran tran della città tentacolare mi ero perso la citazione di Tocqueville-Mirabeau:
    “L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione”
    Davvero da far leggere a sti guardiani della democrazia… se la capissero.

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