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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’OMICIDIO DI STATO 08/04/2013 Italiani, fratelli e sorelle, non sarebbe ora di finirla con le recite? Anche sulla scena tristissima del triplo suicidio di Civitanova Marche non avete fatto mancare le sguaiate parole che sempre accompagnano, profanandoli, i lutti che da noi, per un motivo o per l’altro, pertinente o no che sia, acquistano rilevanza pubblica. Non sapete che buona parte di quella «casta» sulla quale puntate il dito è venuta su succhiando il latte dallo stesso epos deficiente sullo stato malfattore che ora vi detta parole d’odio, e sul quale essa ha costruito una carriera? Non capite che essa guardando la vostra indignazione da operetta scopre se stessa? Tanto che qualcuno dei più imbecilli della «casta», pur di trovare un colpevole qualsiasi, ha già organizzato una protesta fantozziana «contro la povertà», poveretta di una povertà? Non capite che tutti insieme siete come un cane che continua a mangiarsi la coda senza venire a capo di nulla? Ma quanto avete rotto.

ANTONIO INGROIA 09/03/2013 Non so se avete presente le vite agre dei magistrati, dei giornalisti e degli intellettuali in lotta contro le autocrazie corrotte dei loro sciagurati paesi: vi domina l’isolamento, la solitudine, la precarietà e spesso sono più conosciute all’estero che in patria. Da noi invece costoro straripano. Antonio Ingroia da magistrato sgobbava di più e dormiva meno di Berlusconi, il suo grande avversario, cosa quasi impossibile per un comune mortale. Infatti non si limitava solo a fare il suo mestiere. Era anche perennemente in giro per convegni, parlava coi giornalisti, scriveva sui giornali ed era ormai una faccia famigliare sul piccolo schermo. Non contento, trovava inoltre il tempo di scrivere libri: cinque o sei almeno sono usciti dalla sua penna, tutti inesplicabilmente pubblicati. Un cannone. Il «prestigioso» incarico in Guatemala per conto dell’ONU dovette sembrargli una specie di consacrazione definitiva. Con tutte queste medaglie al petto pensò fosse giunto il momento di buttarsi in politica per condurre, crediamo, la battaglia finale. Si buttò. E si sfracellò pure. Ma non fece tragedie. Aspettò paziente. Di andare a fare il giudice ad Aosta, come gli aveva proposto il Csm, non aveva nessuna voglia, nonostante il luogo ameno e tranquillissimo, ideale per scrivere almeno un paio di libri all’anno. In Guatemala è probabile che non lo volessero più vedere, specie i suoi antichi fans nel paese degli Aztechi. Alla fine è arrivata una proposta accettabilissima dal governatore siciliano Crocetta: fare il presidente della “Riscossioni Sicilia Spa”. In pratica Ingroia sarà il Befera della Trinacria. E non si dimetterà dalla magistratura. Sul suo nuovo compito ha le idee chiarissime. Sono quelle di sempre. «C’è chi teme sempre Ingroia» ha detto infatti, rispondendo alle battute sarcastiche di quel bravo figliolo di Gasparri, «lo temeva come magistrato, lo temeva come politico e adesso ovviamente lo teme alla guida di una società pubblica che in Sicilia è snodo di certi interessi. Non mi sorprende che io faccia paura a certi grumi di potere, ma vado avanti». “Snodo di certi interessi”, “certi grumi di potere”: è sempre lui, il nostro Ingroia. Vada, vada avanti. E chi lo ha mai fermato?

ROMANO PRODI 10/03/2013 A sentire l’ineffabile Romano sembrerebbe quasi che col decennio thatcheriano, finito più di vent’anni fa, lo stato in Occidente sia stato cacciato nelle catacombe; che i carichi fiscali si siano ridotti al lumicino; che il welfare system sia stato pressoché smantellato; e che lo stato abbia smesso di fare il ficcanaso. Naturalmente non è successo niente di tutto questo. Anzi, è molto più vero il contrario. In realtà, sul piano pratico, il cambio di rotta epocale non è mai avvenuto, e non poteva avvenire. Lo statalismo è un treno che corre su un piano inclinato da più di un secolo. Il merito principale della Iron Lady fu quello di ridare dignità politica al liberalismo economico, e con quello ad un semplice buon senso intriso, a differenza di quanto si favoleggia, di valori etici. Fu solo l’inizio di una Reconquista che durerà ancora per decenni e decenni. Per Prodi invece tale sdoganamento fu una specie di atto blasfemo. Sentitelo: «Margaret Thatcher ha cambiato più di tutti il suo paese e ha cambiato l’idea stessa dello stato che fino ad allora era prevalente nel mondo occidentale. Diciamolo come va detto: la Thatcher ha ridotto lo stato a niente. Come nessun altro ha inteso modificare alla radice il patto fiscale tra cittadini e ha dato forma politica e dignità istituzionale alla ribellione anti-tasse trasformandola in una vera e propria dottrina economica diventata addirittura senso comune.» Per Prodi anche la crisi attuale è figlia delle idee della Iron Lady, e ancor di più degli atti dei suoi stupidi epigoni: «Oggi non si può non notare come la matrice innovativa delle idee thatcheriane si sia poi scontrata con fasi applicativi a dir poco drastiche che hanno finito con lo svuotare la carica di innovazione di quelle stesse politiche e hanno anzi creato le condizioni per l’esplosione della più drammatica crisi finanziaria (e ormai anche economica) del dopoguerra. Oggi però diventa legittimo domandarsi se questi disastrosi risultati siano stati prodotti da lei e dalle sue idee o dai suoi interpreti un po’ fessi.» Prodi dimentica che oggi viviamo una crisi debitoria; debiti pubblici e privati; che un’economia libera di «mercato», quella che piaceva a Maggie, la figlia del droghiere, raramente conosce spirali debitorie; che i debiti, pubblici e privati, crescono quando qualcuno li incoraggia e se ne fa garante, contro ogni logica di «mercato», sia esso lo stato o la banca centrale; e che quindi anche il «turbo-capitalismo finanziario» è figlio, in ultima analisi, dell’interventismo statale: quello classico rapina il reddito, quello «derivato», possiamo ben dirlo, rapina il risparmio.

IL REGIME DI PYONGYANG 11/03/2013 La Corea del Nord è alla canna del gas, e il regime dà ormai segni di squilibrio. Qualche settimana fa le forze armate fecero sapere di aspettare solo «l’ordine finale» del Leader Supremo per «trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco». Oggi la Corea del Nord minaccia le basi militari americane in Giappone e le stesse città giapponesi. Di queste mirabolanti spacconate – quelle del sottoscritto, al confronto, sono perle di ragionevolezza – ride ormai anche qualche cazzuto nord-coreano, ben nascosto nella sua tana, s’intende. Il Leader Supremo – è quello cicciotello che spicca nella marea di morti fame, non potete sbagliare – teme una congiura di palazzo, è evidente. Manifestazioni di fedeltà così tafazziane da parte delle forze armate suonano strane anche in un paese fuori di testa come il suo. Quindi c’è da sperare. E tuttavia il cazzuto nord-coreano è preoccupato. Vedi mai che in questo clima un po’ isterico un super-missile nord-coreano di ultimissima generazione parta davvero: per essere sicuri di schivarlo bisognerà quantomeno espatriare.

IL PARTITO LIBERALE ITALIANO 12/03/2013 Metterei l’accento in particolar modo su “italiano”. Perché in altre lande europee, da soli o intruppati nei grossi partiti, i liberali qualcosa riescono pur a combinare. Da noi, niente. Uno zero tondo tondo, senza neanche una virgola. Una spiegazione c’è: i liberali italiani non hanno mai amato la democrazia. I liberali italiani sono rimasti a Cavour, quando a votare erano pochini. Al progressivo allargamento del suffragio elettorale non si sono mai abituati. Alla volgare pratica della ricerca del consenso, che non significa necessariamente demagogia, non si sono mai abbassati. Al volgo non hanno mai parlato. E il volgo ha sempre visto in loro, nel migliore dei casi, e con un certo intuito, una curiosa cricca libresca, e nel peggiore dei casi i chierici dei padroni. Giunge ora notizia che il Partito Liberale Italiano, il partito che fu di Malagodi, ha candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina, alle prossime elezioni amministrative della capitale. Vi sembra strano dopo quanto detto prima? Sbagliate. E’ la tragicomica conferma di come i liberali italiani dimostrino una scarsissima considerazione per l’uomo della strada anche quando, per disperazione, scendono dal piedistallo e gli parlano.

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9 thoughts on “Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)”

  1. OT: sai che la “corsa al Quirinale” mi sta appassionando talmente tanto, ma talmente tanto, che oggi mi sono divertito di più a passare da qui solo per vedere quel paio di template diversi?

    1. E io che pensavo: tanto, chi vuoi che si accorga del ritmo vertiginoso dei tuoi cambiamenti? Non si può più neanche peccare in santa pace! Però se peccare è una brutta cosa, divertirsi nel vedere gli altri peccare è forse ancor più brutto. Siamo su una gran brutta strada, tutti e due.

      P.S. Può darsi che prima di notte cambi ancora. Se hai un po’ di cuore dovresti astenerti dallo spiare almeno fino a domani.

      1. P.S. 2 Tu lo sai già, ma chi capita di qui per caso e legge di queste follie infantili, sappia che esse mi fanno compagnia e mi alleggeriscono l’animo mentre sto meditando su cose altissime, decisive per il destino dell’umanità.

      2. “Però se peccare è una brutta cosa, divertirsi nel vedere gli altri peccare è forse ancor più brutto. Siamo su una gran brutta strada, tutti e due.”

        Eh, temo di sì. Ma finché non ci sarà qualche cambiamento più interessante da spiare nel palazzo, mi sa che dovrò consolarmi venendo qui. Sai, tipo i vecchi che vanno a sbirciare dietro la palizzata del cantiere solo per scuotere la testa, con una smorfia di contrarietà: “Si fa minga inscì!” (traduzione dal milanese: “Non si fa così!”)

  2. OT: Questo qui, invece, col bandone nero verticale, di prima mattina non mi piaceva, ma a una seconda visione comincia ad avere il suo perché. Anche le fascette arancio sul grigio sabbia non sono affatto male.

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