Una settimana di “Vergognamoci per lui” (123)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

SABINA GUZZANTI 22/04/2013 L’inizio fu promettente: Laura Boldrini, esponente di Sel, eletta presidente della Camera. Poi presidente del Senato fu eletto Pietro Grasso, esponente del Pd e, anche se non troppo ortodosso, del «partito della legalità». Per Travaglio, niente più di un «berluschino». Fu il primo segnale dello smottamento emotivo del popolo rosso. Il primo candidato «condiviso» alla presidenza della Repubblica, Franco Marini, fu trombato dalla stessa sinistra: esponente del Pd, ma non antiberlusconiano. Per venire incontro all’isterismo della sinistra Bersani ci riprovò con un candidato «non condiviso», il serafico Romano Mortadella Prodi il Grande, due volte vincitore su Silvio Caimano Berlusconi lo Psiconano, ex democristiano come Marini, ma antiberlusconiano tenace e vendicativo. Non bastò. Grillo gli aveva anteposto un antiberlusconiano assoluto come Stefano Rodotà, simbolo della purezza sinistrorsa, che irretì nel segreto dell’urna un pezzo tremante di Partito Democratico. Bersani, già fin troppe volte umiliato, si risolse allora per il presidente uscente Napolitano, un immortale di sinistra (aderì al Pci nel 1945, seguendone poi le sorti per più di sessant’anni), rieletto con l’appoggio fatale del Berlusca. Al popolo rosso non bastò: non poteva perdonare al rosso Napolitano il mancato contributo alla meritoria liquidazione finale del berlusconismo. Ad agire potente era la Mistica (deficiente) del Cambiamento, della Nuova Era nella quale la Resistenza e la Liberazione raggiungono finalmente la loro compiutezza, dopo settant’anni di interregno semi-democratico e cripto-fascista. In breve: è la Grande Balla che si rivolge contro quelli che l’hanno alimentata per decenni. Perfino Scalfari è ormai nel mirino della base arrabbiata, e da qualche tempo, non so se l’avete notato, ci mette in guardia, lui che di certe cose è uno specialista, contro il pericolo del «giacobinismo», neanche fosse uno della mia stessa miserabile schiatta. Strabiliante. Cosicché non sorprende che dopo questa infornata di nomine istituzionali tutte rosse, Sabina Guzzanti abbia deciso di espellere anche Napolitano dalla Società Civile: «Napolitano non è il nostro presidente», ha scritto su Twitter. E non si è fermata qui. Se l’è presa pure con Grillo, reo di non aver partecipato al corteo romano indetto dal M5S contro il Napolitano bis: «Noi siamo in piazza. Grillo s’è sfilato. Le spara grosse e poi si caga sotto». Minchia com’è difficile essere di sinistra in Italia. E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un politico di sinistra di un qualche peso operativo arrivi alla tomba puro e senza macchia. Gli conviene morire per tempo.

PIPPO CIVATI 23/04/2013 I quarantenni del Pd sono sul piede di guerra. Ce l’hanno coi «traditori» che non hanno votato Prodi alla presidenza della Repubblica. Il loro leader Pippo Civati dice che questi lestofanti faranno i ministri nel prossimo governo: il governo «collaborazionista», aggiungo io. Ciò prova che i giovanotti come Pippo, a parte la confidenza coi social network e le fatue pose liberal, sono vecchi come il cucco, e all’anti-berlusconismo da operetta non resistono. A Prodi, non per essere eletto, ma per prendere tutti quelli che aveva sulla carta, sono mancati un centinaio di voti. Una cinquantina sono andati a Rodotà, una cinquantina sono andati al pascolo. Vendola sostiene che i suoi hanno votato compatti non Prodi ma «R. Prodi», con ciò firmando la loro lealtà ai patti. Quale che sia la verità, il robusto pacchetto di voti per Rodotà dimostra che la fronda anti-prodiana non era nella sua essenza di natura filo-berlusconiana, bensì iper-identitaria, ossia anti-berlusconiana. Civati se la prende coi «traditori» per nascondere questa realtà, e forse per negarla a se stesso. Se i cento infami sono «traditori», metà di questi infami hanno obbedito alla «pancia» anti-berlusconiana della sinistra. E’ un’illusione credere che gli «inciucisti» si siano nascosti dietro il nome di Rodotà. I cinquanta voti per il candidato scelto dai grillini sono stati un messaggio rivolto al Pd e a Bersani, un messaggio figlio di una pulsione profonda della sinistra, e un segnale di frustrazione contro l’unanimismo di facciata. L’impressione è che invece sia proprio la silenziosa, ma non troppo, opposizione filo-rodotiana all’interno del Pd a nascondersi dietro l’ostentata e piuttosto becera condanna dei «traditori». Lo stesso Civati è ambiguo quando scrive sul suo blog che «se avessimo votato Prodi o Rodotà, non saremmo andati a votare, come le vecchie volpi della politica hanno ripetuto (altro che Twitter) a tutti i giovani deputati. No, semplicemente avremmo fatto un governo del presidente. Con un presidente, un governo e una maggioranza molto diversi da quella che vedremo tra qualche ora.» Quel «Prodi o Rodotà» sembra la dichiarazione di una doppia lealtà, al partito e al popolo di sinistra. E questa lacerazione è il frutto maturo di una menzogna a lungo coltivata, la «narrazione» che ha fatto della storia politica dell’Italia repubblicana un lungo romanzo criminale. La Lunga Resistenza berlusconiana ne ha assorbito alla fine tutti i veleni, svuotando di forze la sinistra. Al momento del supposto trionfo, la sinistra si è come accasciata. Rimane per aria una rabbia indistinta, senza argomenti, come un’eco di ciance messianiche. Intanto “La Repubblica” sembra essersi acconciata al nuovo corso termidoriano: Scalfari bacchetta Rodotà, e Massimo Giannini, a “Repubblica Tv”, con una straordinaria faccia da funerale, annuncia alla Società Civile la «medicina amara delle larghe intese». Chissà cosa ne pensa il giovanotto Civati. Caro popolo di sinistra, la Grande Commedia sta per finire, anche se questo è solo l’inizio. E’ meglio che ti prepari: anche Craxi tornerà, prima o dopo, nella Tua storia.

LA CLASSE GIORNALISTICA 24/04/2013 Hanno riso in molti dell’entusiasmo mostrato dalla classe politica per le parole di rimprovero che il nuovo-vecchio presidente nel suo discorso d’insediamento a Montecitorio le ha indirizzato con implacabile paternalismo. «Sì, sì, siamo stati dei minchioni! Sì, sì, non abbiamo capito un kaiser!», pareva che dicessero quegli applausi. I quotidiani ci sono andati giù di brutto. Gli opinionisti di sinistra, di destra e di centro su una cosa sono stati tutti d’accordo: ridicolizzare l’orgia masochistica. Da quando la retorica anti-casta si è impadronita delle menti degli italiani, sono forse proprio i giornalisti quelli che hanno sviluppato il più forte senso di superiorità nei confronti dei politici. Ma non se ne capisce bene il motivo. Non è che loro negli ultimi tempi si siano mostrati molto più perspicaci dei politici. Non molto tempo fa preconizzavano che la Lega, quel partito ben organizzato e radicato nel territorio – un esempio nonostante tutto – si sarebbe mangiato, al nord almeno, il Pdl, il partito dell’aria fritta; le penne dei giornaloni, poco più di un anno fa, scommettevano che il «partito» montiano, il nuovo grande partito di centro, si sarebbe mangiato il meglio del Pdl e Pd; più di recente un po’ tutti preconizzavano che il Pd, il partito delle primarie, avrebbe trionfato sulle macerie della politica italiana; fino a qualche mese fa perfino quelli di destra davano per morti e sepolti il Pdl e Berlusconi; quasi tutti hanno sottostimato la crescita di Grillo prima delle elezioni, per poi darla – naturalmente – come ineluttabile dopo le elezioni: ora il fenomeno M5S si sta puntualmente sgonfiando. Insomma, in generale non ne hanno indovinata una. Si meritano anche loro un grande significativo applauso.

RE GIORGIO 25/04/2013 Diciamolo: da quando la classe politica ha preso il nome di Casta, fare il Presidente della Repubblica è diventata una pacchia. Non occorre che nessuno ve lo insegni: vi basta l’istinto per capire che dovete mettere una certa distanza tra la vostra augusta persona e i politicanti del parlamento, che dovete assumere una certa aria da maestrino, che dovete esortare, indirizzare, bacchettare, trasmettere un senso d’urgenza sulle improrogabili riforme di cui il paese ha un disperato bisogno, senza però mai dire alcunché di concreto. Non potete, perché per vostra fortuna questa non è una repubblica presidenziale. E’ solo una repubblica semi-presidenziale di fatto, ed è comprensibile che vi pigliate la metà più comoda del presidenzialismo: l’onore di predicare; l’onere di agire non vi tocca. Siete in una botte di ferro. Se siete poi un po’ più ambiziosi, grazie alla vostra posizione di arbiter rei publicae, potete cercare d’indirizzare la partita politica in un certo modo. Napolitano c’è riuscito col quel «governo tecnico» che fra gli obbiettivi aveva anche quello di «governare» l’uscita di Berlusconi dalla scena politica. Sappiamo com’è andata: il governo tecnico si è arenato dopo due mesi ed ha vegetato per altri dodici. Un bel fallimento che ha gettato discredito un po’ su tutti, tecnici e politici, tranne che sull’artefice della creatura: Napolitano il Saggio. Adesso Giorgio ci riprova con un «governo delle larghe intese», che però «consacra» la presenza di Berlusconi sulla scena politica. A ben guardare la sua rielezione somiglia tanto ad un esame di riparazione. Chiamarlo Re Giorgio mi sembra un po’ troppo.

GLI UBRIACHI DEL 25 APRILE 26/04/2013 Il 25 aprile è il giorno in cui la sinistra aspetta al varco i suoi avversari. I guardiani della società civile sono già alticci ed eccitati di primo mattino, senza aver bevuto un solo goccio di vino, come piccoli generali ansiosi di passare in rivista la truppa …nemica. Per fortuna è un giorno di festa e potete starvene a casa. Ma se uscite mostratevi quantomeno compunti, commossi, partecipi. Le persone normali pensano che a questa gente esaltata manchi qualche rotella e che il 25 aprile venga tirato in ballo troppo spesso a sproposito. Ma sbagliano. Dal 25 aprile nasce tutto. Il 25 aprile è la sorgente che ha dato vita al grande fiume della Nuova Patria Repubblicana, e nel suo vivo microcosmo c’è già tutto ciò che è buono, democratico, onesto, saggio. Se non si bagnano a questa fonte, non esistono né la buona società, né la buona politica, né la buona economia, forse neanche la buona tavola. Il 25 aprile è il giorno delle commemorazioni e dei fischi. A fischiare è sempre la Guardia Repubblicana. Voi vi chiedete: perché guastano le sacre commemorazioni coi fischi? La risposta è questa: siete testoni. Non capite infatti che questi fischi segnalano che la Patria non è ancora Perfetta, che la Democrazia non è ancora Compiuta e che i fascisti non sono ancora spariti. Quando ciò avverrà, l’ultimo fischio morirà in lontananza e lo Spirito del 25 aprile, di cui costoro sono i ventriloqui, troverà pace. Quindi il presidente del Senato, il democratico Pietro Grasso, non poteva pensare che gli bastasse mettersi il fazzoletto rosso al collo ed essere scortato dalla Camusso per passarla liscia a Monte Sole, presso Marzabotto. I fischi sono piovuti. Le grida anche: «Mai coi fascisti! Venduti!». Sì, perché Silvio compra. Compra tutto. Compra sempre. Voti, magistrati, calciatori, donnine, responsabili, ed ora anche il Pd, in blocco a prezzo scontato. Nessuno in realtà crede in cuor suo a queste penose stronzate. Però è bello annegare i dispiaceri nell’antiberlusconismo, spararle colossali, e nascondere l’ubriachezza sotto uno sfrontato sarcasmo, com’è capitato ieri a Corradino Mineo, una vita in Rai e a sinistra, che ha detto: «Silvio Berlusconi? Io non ho problemi a frequentarlo. Lo trovo molto divertente. Fermo restando che non penso di potere fare patti con lui, perché conosco l’uomo e so che non fa patti, compra: prima ti mette una busta in tasca e poi discute. Comunque Berlusconi dopo Mussolini è stato il più importante capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto. La mia non è una posizione di assoluta chiusura: dico soltanto che non possiamo superare certi limiti.» Il Movimento 5 Stelle ha preferito invece starsene in disparte, e non mischiarsi con una classe politica oramai venduta al demonio. Il suo è stato un 25 aprile di protesta silenziosa. «Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti. Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere.» Così ha detto Grillo, lirico e apocalittico, e sembrava vedesse coi suoi occhi l’abominazione della desolazione posta in luogo santo, della quale parlò il profeta Daniele. Il più allegro, o il più depresso, di tutti era però Nichi Vendola. Tanto allegro, o depresso, che non ha nemmeno cercato di usare perifrasi nell’aprire a tutti noi l’esacerbato suo cuore. «Il Cln era un luogo in cui convivevano diversità straordinariamente lontane e per certi versi inconciliabili.», ha premesso, per poi sentenziare: «Solo un soggetto non c’era: i fascisti. Ecco, se avessimo dovuto ispirarci a quella esperienza erano altri gli alleati da cercare visto che il nostro tema è uscire dal ciclo del berlusconismo.» Be’, io penso che sia giusto che si sfoghi. E per fortuna sua il primo maggio è in arrivo. Si potrà sbronzare di nuovo, in santa pace, senza paura di sembrare fuori di testa. Poi si sentirà meglio.

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5 thoughts on “Una settimana di “Vergognamoci per lui” (123)”

  1. Ecco, adesso sei tu che mi inciti a cambiare. Invece di aiutarmi, di ingannarmi, di dirmi: “O mio Dio, è perfetto!” Oppure: “O che bellezza. Non te lo rubo, solo per rispettare la tua Maestosa Unicità!”

    Comunque stavo appunto pensando di cambiarlo…

    1. Bello eh? Lo sfondo verde l’ho messo io. Francamente mi piace. Mi sa che dura più del solito. Non è solo una questione estetica. Mi ci sento bene, a mio agio. Colorato e ordinato. Brasileiro, ma non barocco.

      1. Ehm… non avevo previsto che ne sarebbe venuto fuori uno di nuovo particolarmente intrigante… non so… vedremo…

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