Una settimana di “Vergognamoci per lui” (128)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

RAFFAELE BONANNI 27/05/2013 Il segretario generale della CISL tutto sommato mi è simpatico. Mi sembra un brav’uomo e lo dico senza alcuna ironica allusione alla sua moralità o alla sua intelligenza. Bonanni è un fenomeno di coerenza, ma devo ancora decidere se nella sua fenomenale coerenza senta di più il fastidio della noia mortale o il balsamo di una delle poche certezze rimaste a questo mondo. L’eterno Bonanni in fondo ha solo 64 anni, ma è sindacalista da quando in televisione c’era solo la RAI, la RAI aveva due canali, e la televisione era in bianco e nero. E tuttavia Bonanni ha ancora tutto un futuro davanti a sé, perché è un abruzzese inossidabile, della razza dei Gianni Letta o dei Franco Marini. Moderato e temperante, Bonanni si attiene a una sola filosofia sui problemi del lavoro: la filosofia del «patto». Egli la riformula instancabilmente, e direi quasi con vivo piacere, da decenni, graduandone sapientemente i toni a seconda della gravità delle situazioni. Ma la sua insuperabile maestria sta nel ripresentarla ogni volta come una visione inedita, piena di promesse, che nessuno ormai più s’attendeva, e alla quale nessun mammalucco aveva posto mente. Così ieri ha proposto l’ennesimo micidiale patto al presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, «per dare coraggio alla migliore classe dirigente, altrimenti il paese non ce la fa» perché oggi esistono le condizioni per «un’alleanza forte tra di noi per essere la base, la realtà di sostegno a quella classe dirigente che ha bisogno di riferimenti per esprimersi con più coraggio». E’ il classico uovo di Bonanni, ma voi non ci sareste arrivati mai, vero?

IL CATASTROFISMO ELETTORALE 28/05/2013 Quest’anno abbiamo avuto un maggio piuttosto freschetto e molto piovoso. E basta. Ciò è bastato tuttavia per scatenare, puntuali come frutti di stagione, le immancabili fanfaronate apocalittiche dei media. Non è successo un bel nulla, naturalmente, o meglio, è successo quello che succede ogni tanto da che mondo è mondo. Io sono ottimista: sono convinto che l’estate arriverà lo stesso, che un po’ d’autunno ce lo beccheremo e che poi arriverà pure l’inverno, palle di neve comprese. Con la fine di questo maggio corrucciato è arrivato il primo turno delle elezioni amministrative riguardanti anche alcuni capoluoghi di provincia, tra i quali una piazza non disprezzabile come Roma, e la regione Valle D’Aosta, che dall’alto dei suoi centomila abitanti vale appunto come un normale capoluogo di provincia. Per Il Pdl e il centrodestra le elezioni sono andate anche peggio del solito. E basta. Ciò è bastato tuttavia per scatenare, puntuale come un frutto di stagione, la depressione di certa destra eccitabile e per ringalluzzire le schiere della sinistra. Non è successo un bel nulla, naturalmente, o meglio, è successo quello che succede sempre quando il voto è locale, il voto non è eminentemente politico, a votare sono pochi, ma veramente pochi, e si vota nelle città: la sinistra passeggia. In questo caso non sono nemmeno ottimista. Sono semplicemente sicuro che anche il resto della storia non cambierà di una virgola.

BEYONCE’ 29/05/2013 E’ consolante per noi constatare come certi fatti obbrobriosi accadano anche in paesi civilissimi e immuni dal berlusconismo. Non dobbiamo sempre buttarci giù. Guardate cosa è successo in Danimarca, a Copenaghen, al concerto di Beyoncè, diva famosa, formosa, curvilinea e sculettante. La cantante è scesa dal palcoscenico incamminandosi su una passerella fra due ali di pubblico, a duettare con i suoi adoratori. Uno di questi, preso dalla passione, nell’orgasmo del rito ha dato una bella pacca sul celebre sedere della diva. Costei non l’ha presa affatto bene. Invece di mostrare presenza di spirito, invece di prendere il ragazzotto per un orecchio per insegnarli le buone maniere con grazia ironica, ha fatto la seriosa dicendogli: «Ti faccio accompagnare subito fuori, ok?» Si è inviperita perché si è sentita oltraggiata come donna? Un poco, ma non mi convince molto. La mia ipotesi (una delle mie solite alle quali credo ciecamente) è questa: io penso che con questo gesto inconsulto, esempio mirabile di arte «emozionale», folgorante epifania dello spirito dei tempi, il candido babbeo abbia colto l’essenza del fenomeno Beyoncé, ferendo senza pietà l’amor proprio di una diva messa a nudo.

[(RISPOSTA AI COMMENTI) Che ridere. Lo sapevo, lo sapevo. Satireggiare su certe cose non si può. L’ipocrisia è un brutta cosa, e per di più è contagiosa. Le Beyoncé, le Rihanna, le Lady Gaga: cime della musica che degli ammiccamenti sessuali e dell’esibizionismo sistematico hanno fatto il condimento indispensabile delle loro perfomance (in video soprattutto). Una cosa imbarazzante, nel senso che chiunque abbia ancora la testa sulle spalle ne coglie il lato ridicolo. Non contente del loro successo, pianificato dall’industria musicale proprio puntando sull’esibizionismo volgare, si prendono però molto sul serio. Le dobbiamo venerare come “artiste”. E si arrabbiano moltissimo se un cretino dimostra – palpabilmente – di non aver capito l’alato messaggio della loro arte.]

L’IMPEGNO CIVILE 30/05/2013 Ieri i giornali hanno dato l’addio a Franca Rame, sposa di Dario Fo e dell’impegno civile. Anche il presidente della repubblica lo ha rimarcato: «impegno civile appassionato». Ma cos’è nel mondo dello spettacolo l’impegno civile, nel nostro bel mondo occidentale, s’intende? Ce ne sono di due tipi. C’è quello ostentato da attori e registi di successo, e del successo rappresenta la ciliegina sulla torta. Infatti anche il più farfallone di questi divi giunto all’apice della carriera sente che è il momento di suggellare il suo status con uno stemma nobiliare, ossia di fare un lifting alla propria reputazione. E’ per questo che incomincia a flirtare, prudentemente, col politicamente corretto, e a preoccuparsi per la salute del pianeta e per le disuguaglianze. E poi c’è quello classico, quello ostentato da attori e registi in cerca di successo. A volte la strada è lunga, in compenso è sicurissima. Se la imboccate non retrocederete mai. Infatti le boiate pazzesche e il più trito conformismo progressista non incideranno mai sulla vostra reputazione. Mentre il più trito estremismo l’innalzerà di molto. E nei casi più disperati la lunga militanza vi assicurerà un successo per decreto: sarete senatori a vita della repubblica delle arti.

ALFIO MARCHINI 31/05/2013 Caratteristica comune del nuovo uomo politico proveniente dalla famosa società civile è di parlare quasi sempre come un pappagallo. Troppo compreso del proprio ruolo di virtuoso outsider per pensare con la propria testa, costui si lusinga di parlare una lingua nuova, mentre sta solo biascicando un politichese di serie B. Ieri ne abbiamo avuto l’ennesimo esempio. In attesa del ballottaggio che decreterà il vincitore della corsa al Campidoglio, l’imprenditore romano, che al primo turno ottenne il 9% dei voti, senza peraltro sbilanciarsi troppo ha tirato un bel calcio sugli stinchi all’attuale sindaco con queste parole: «Ora serve discontinuità ed è difficile che arrivi da Alemanno la cui azione è stata deludente». “Discontinuità” fino a qualche anno fa era un vocabolo usato molto raramente. Poi è entrato con grande successo nel gergo politico: la sua fredda tecnicità era ideale per dire e non dire. Di fronte a tali seduzioni l’uomo nuovo della politica italiana nemmeno si accorge di cadere nel peccato. E’ troppo sprovveduto anche per essere un consapevole democristiano.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (127)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CARLO ANCELOTTI 20/05/2013 Se fosse veramente ambizioso Ancelotti non andrebbe via dal Paris Saint Germain. Invece vuole il Real Madrid, forse per far collezione di grandi squadre. Ciò conferma che Carletto non è mai stato un grande allenatore. Carletto è un prudente assemblatore, non un plasmatore di squadre di calcio. Le sue non hanno mai avuto una fisionomia riconoscibile, un gioco valido di per sé e non necessariamente imperniato sulle qualità di tre o quattro singoli. E non parlatemi di moduli: il gioco non si risolve nei moduli. I progetti di grandeur della società parigina avrebbero potuto smentire questa mia convinzione. Lui ci avrebbe potuto mettere il timbro, fare della squadra, finalmente, una «cosa sua». Ma questo appunto sarebbe stato un progetto veramente ambizioso. E la cosa evidentemente non fa per lui. Andrà a fare allora (a quanto pare) l’assemblatore di lusso al Real Madrid.

MATTEO RENZI 21/05/2013 Io non ce l’ho mica con lui. C’è molto di peggio in giro. Ce l’ho con quelli che hanno visto in lui la soluzione dei problemi della sinistra. Sappiamo che l’ultradecennale (a dir poco, pochissimo) problema della sinistra italiana è il suo Non-Essere, la mancanza di un’identità non fondata sull’anti-qualcosa. Sappiamo che prima delle elezioni la sinistra era divisa tra il Non-Essere dell’anti-berlusconismo scalmanato a manca del Pd, il Non-Essere dell’anti-berlusconismo urbano del Pd, e la sinistra renziana, la quale però si distingueva solo per vantare la sua diversità dalle prime due vetero-sinistre. Cosa fosse in realtà la sinistra renziana nessuno lo sapeva, e in primo luogo i renziani stessi. Era quindi anch’essa una variante del Non-Essere sinistrorso. E infatti la retorica del nuovismo rottamatore, ancorché rivolto contro la sinistra stessa, ne mutuava il linguaggio. Sembra che ora se ne sia accorto anche lui, Matteo. L’inciucio governativo coi berlusconiani l’ha messo però in difficoltà: più a destra di così non poteva andare. Perciò ha cominciato a rampognare il governo strizzando l’occhio a sinistra, e financo a flirtare col ripudiato e ottuso anti-berlusconismo. Di conseguenza da qualche tempo sulle pagine de “L’Unità” o de “La Repubblica” non passa più per bischero. Nelle ultime ore Matteo si è scatenato con la tattica dei distinguo. Prima assesta un colpo sotto la cintola a Letta, parlando della marcia indietro sull’IMU come di «una cambiale pagata a Berlusconi». Poi rifila una stoccata velenosa a Marini, palesemente non all’altezza, secondo lui, della carica presidenziale, il quale, sempre a suo dire, gli avrebbe telefonato per sollecitarne l’appoggio nella corsa al Quirinale, dove era giusto «che ci andasse un cattolico»: come se stessimo «facendo le primarie per i vescovi!», aggiunge perfido il cattolico adulto Matteo. Poi striglia il Pd sulla proposta, che ha fatto infuriare i grillini, di consentire la partecipazione alle elezioni solo ai partiti con personalità giuridica. Dice Matteo: abbiamo fallito coll’anti-berlusconismo, vogliamo fallire anche coll’anti-grillismo? E infine il Comitato Milano per Renzi lancia una “Petizione di scuse a Prodi”, affinché l’offeso professore resti nel partito. Insomma, una baraonda continua. I compagni ormai non capiscono più nulla del Rottamatore, cioè dell’ex Rottamatore. E lui pure, temo, comincia a vederlo un po’ strano.

DOMINIQUE VENNER 22/05/2013 Mi direte che rampognare un suicida a cadavere ancora caldo è cosa di dubbio gusto. Tuttavia, proprio in occasioni come queste è bene dire una parola chiara. Sparandosi dentro la cattedrale di Notre-Dame in segno di protesta, si dice, contro la nuova legge francese sui matrimoni omosessuali, lo storico Dominique Venner non ha fatto certo un gran servizio alla causa – giusta – della Chiesa Cattolica. Apprendo dalla lettura dei giornali che Venner era un intellettuale di «estrema destra», etichetta spesso calunniosa. Non lo so, preferisco pensare a questo signore come un «reazionario». Il pensiero reazionario è spesso profondo e rispettabile. Ma quanto più è conseguente tanto più tende all’ateismo. Infatti per Venner il matrimonio gay non era una questione prettamente etica o cristiana. Era soprattutto un nuovo sintomo del collasso di una civiltà. Come aveva scritto nel suo blog, l’aveva turbato il fatto che un blogger algerino avesse detto che in una quindicina d’anni gli islamisti sarebbero andati al potere in Francia e sarebbero stati proprio loro, e non i rinsaviti cristiani francesi, ad abolire «la legge infame». Un accadimento ben più grave della pur «detestabile legge Taubira». «I manifestanti del 26 maggio non possono ignorare questa realtà. La loro lotta non può limitarsi al rifiuto del matrimonio gay. Il “grande ricambio” della popolazione della Francia e dell’Europa, denunciato dallo scrittore Renaud Camus, è un pericolo ben più catastrofico per l’avvenire», aveva scritto Venner, per poi continuare: «Non sarà sufficiente organizzare delle educate manifestazioni di piazza per impedirlo. E’ a una vera “riforma morale e intellettuale”, come diceva Renan, che bisognerà innanzitutto procedere. Essa dovrà permettere una riconquista della memoria identitaria francese e europea, di cui il bisogno non è ancora percepito con nettezza. Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Entriamo in un tempo in cui le parole devono essere rese autentiche da azioni. Dovremo inoltre ricordarci, come aveva genialmente scritto Heidegger (“Essere e Tempo”), che l’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un “altro mondo”». Venner era dunque animato da un’ideologia identitaria, la quale altro non è che un messianismo rivolto a un passato cristallizzato in una sua ideale perfezione e mai in realtà esistito: per il cristiano, né più né meno che un’idolatria. Il Cristianesimo ha infatti de-sacralizzato ogni potenza terrena. La carica “dissacratoria” del Cristianesimo era istintivamente percepita nell’antichità: se tutti gli uomini erano figli di Dio, tale universalismo affratellava e sottraeva i singoli individui alla soggezione “sacrale” alla tribù o al monarca. Tuttavia il Cristianesimo non predica la rivoluzione. Il Cristianesimo riconosce dogmaticamente che questo mondo soggiace alla schiavitù del tempo e dello spazio, e quindi alla schiavitù del divenire e dell’incompiutezza. Sa che il suo destino si compie oltre il tempo e lo spazio, e perciò plasma la storia senza farle violenza, e riconosce nazioni, culture e magistrature: in questo ragionato rispetto della storia – e quindi, se vogliamo, anche dell’ “identità” – sta il suo “conservatorismo politico”; nella corrente universalistica di fondo sta il suo “liberalismo politico”. Una duttilità che per essere feconda deve però imperniarsi sulla difesa delle verità ultime che impegnano la natura morale dell’uomo. Che questa dialettica con lo “stato” fosse nella natura del Cristianesimo fin dalle origini lo provano le parole di Giustino Martire scritte in difesa dei cristiani all’imperatore Antonino il Pio quasi due millenni fa: «Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.» Ciò significa implicitamente che il cristiano non può «adorare», per quanto gli sia giustamente cara, la sua casa terrena. E’ una logica estrema, di morte. Venner ha fatto violenza a se stesso e disubbidito a Dio sull’altare di Notre-Dame, là dove si celebrano i misteri di vita: una tragica consequenzialità e un sacrificio sacrilego insieme.

LA CURVA SUD ROSSONERA 23/05/2013 Ai più bollenti tifosi rossoneri l’idea che Seedorf possa essere il nuovo allenatore del Milan non piace proprio per niente. Niente di personale contro il giocatore olandese, fanno sapere con un comunicato, «ma se proprio di progetto si tratta dobbiamo ripartire quantomeno dando la squadra in mano a un allenatore affermato e non certo a persone che hanno zero esperienza in panchina (…) Noi chiediamo che venga almeno rispettato il Milan come istituzione e i suoi tifosi, con delle scelte non legate al momento». Che ridere. Il mestiere di allenatore di calcio, specie in quel paese stupidamente complicato che è l’Italia, è molto mitizzato. Il segreto di un bravo allenatore non è quello di sapere mille cose inutili, non è quello di essere ricco di mille esperienze, non è quello di recitare come un pappagallo le tabelline dei moduli, ma di saper vedere il gioco nella sua essenza, non nella somma dei particolari, di possedere due o tre idee chiare e di saperle trasmettere ai giocatori, in modo che questi le attuino senza riserve mentali, che è il fattore decisivo. L’allenatore di calcio può farlo anche chi non è mai stato calciatore professionista, figuriamoci uno che calca i campi di gioco ai massimi livelli internazionali da vent’anni. Fa ridere che a dire queste seriose fesserie siano proprio i tifosi di una squadra, il Milan, che ebbe il suo momento di maggior gloria quando alla sua guida arrivò il per niente «affermato» Sacchi, sul quale molto si ironizzò. Solo il mitico Barcellona di Guardiola è riuscito forse a oscurare per fama e bellezza quel mitico Milan. Quel Barcellona aveva infatti un asso nella manica: Guardiola, appunto, l’allenatore con zero tituli e zero esperienza, a parte un annetto alla guida del Futbol Club Barcelona B in Tercera División, il quarto livello del calcio spagnolo.

FLAVIO BRIATORE 24/05/2013 Ha creato stupore e un bel po’ di indignazione  tra il popolo della sinistra antagonista il fatto che lo sgargiante Flavio abbia espresso su Twitter della parole simpatetiche nei confronti dello scomparso Don Gallo. «Don Gallo uno di noi ci mancherai…», questo il tweet, stile striscione da stadio, dell’imprenditore meno cool dell’universo. “Uno di noi”: esatto! Non capisco la sorpresa. Sono le affinità elettive che vengono a galla e trionfano sulle apparenze quando le tregue imposte dai momenti supremi lasciano parlare il cuore, o spingono a un pudico silenzio. Quello in cui avrei voluto trincerarmi, se un cordoglio universale fin troppo compiacente per la morte di Don Gallo non mi avesse alla fine fatto girare le scatole. Una facile e bolsa retorica gli aveva regalato l’appellativo di “prete degli ultimi”. In realtà tutte le baggianate che uscivano dalla bocca di Don Gallo erano omologatissime alle più fatue trasgressioni del pensiero dominante, e il mondo applaudiva la sua schiettezza greve e spudorata, spacciandola per genuinità. Briatore gli si scopre oggi fratello. E non a torto. Contento lui.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (126)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 13/05/2013 La «meglio gioventù», oggi come allora, è in genere fatta di giovanotti arroganti, raccomandati, opportunisti, senza una sola idea che non sia quella di urlare più forte degli altri contro fascisti e corrotti. E’ solo un modo piuttosto spudorato di essere conformisti. Grazie a questa spirituale connivenza col vero regime, ritroviamo dopo qualche decennio questi vili furbacchioni, sempre in genere, perfettamente sistemati nel supposto regime, dopo aver fatto le scarpe a tanta gente meno troglodita di loro ma anche meno spudorata e raccomandata. Giunti felicemente al porto alto-borghese, costoro giudicano che sia tempo di autocelebrarsi, e di propagandare la statura eroica delle loro imprese giovanili, statura eroica che serve appunto a sublimarne la scelleratezza e la costante dabbenaggine. In chiaro il messaggio è questo: anche quando sbagliavamo (cioè sempre) eravamo i migliori, in virtù della nostra nobiltà d’animo. Beppe Grillo sta con questi filibustieri. Lo ha detto ieri, papale papale, commentando sul suo blog la manifestazione pidiellina di Brescia: «Nei vicoli che portavano alla piazza del Duomo di Brescia sono sfilati ieri, insieme e contrapposte, la meglio gioventù e la vecchiezza della Repubblica.» Sempre le stesse bubbole, da mezzo secolo: siamo alla demenza senile.

IL SISTEMA PROSTITUTIVO ORGANIZZATO 14/05/2013 Ma se voi avete voglia di un gelato, che fate? Mettete su una fabbrichetta di gelati o ve lo comprate? Se siete matti come Berlusconi probabilmente mettete su la fabbrichetta. Pensate, per esempio, ai «sistemi prostitutivi organizzati». Ce ne sono di tutti i colori, da quelli di strada a quelli di alto bordo. Un mercato un po’ sordido, ma sempre un mercato. Se sganciate il giusto, potete sollazzarvi con escort da infarto nel massimo della riservatezza: ne sono sicuro, anche se non ho mai avuto il piacere, se non altro per la mancanza di mezzi. «Sganciare», appunto. Perché, sembrerà strano, ma i «sistemi prostitutivi organizzati» sono «organizzazioni», appunto, a scopo di lucro. Come le fabbrichette, appunto. Berlusconi invece, piuttosto di fare una telefonata o mettere in moto qualche suo fidato tirapiedi, si fa un «sistema prostitutivo organizzato» tutto per sé, non per guadagnarci ma per rimetterci. In pratica un allevamento di belle pollastrelle, un harem di concubine profumatamente pagate, un’allargata ed interrazziale famigliola di mantenute. Appunto: «mantenute». Se siete dell’avviso che le «mantenute» nella stragrande maggioranza dei casi siano delle «puttane», nel senso di «baldracche», probabilmente avete ragione. (Ancora per poco, però: la «puttanofobia» tra non molto sarà un reato, grazie anche ad una campagna di sensibilizzazione di “Repubblica”, e in particolare all’appello “Siamo tutti&tutte puttane”, primo firmatario Saviano.) Ma le «mantenute» non sono «prostitute», anche se possono esserlo part-time e in proprio, all’insaputa o nel disinteresse di chi le mantiene. Il concetto è chiaro fin dalla notte dei tempi. Nessuno ha mai avuto niente da ridire. Ci voleva la Procura di Milano per scombinare l’ordine cosmico. Anche Cavour, lo statista, aveva la sua mantenuta, una ex ballerina. Ed erano i tempi della Politica con la “P” maiuscola. E tre o quattro mantenute sono tra le infelici eroine della Commedia Umana balzachiana, regine dei teatri e delle «cene eleganti»: infelici perché non ebbero la fortuna d’incontrare un vecchietto generoso e disinteressato come il Cavaliere.

ITALIA FUTURA 15/05/2013 Io non ho mai capito cosa sia Italia Futura. La ragione è questa: non lo sanno nemmeno loro, i futuristi. Loro sono un augusto consesso di teste d’uovo che si squagliano come neve al sole non appena l’arbitro fischia l’inizio della partita. Ma nella fase di riscaldamento sono formidabili: esercizi splendidi e propositi ferrei. Annusando il patatrac montiano, già in campagna elettorale si erano eclissati. Poi si sono imboscati del tutto. Ora che lo stallo post-elettorale ha trovato uno sbocco, per quanto precario e conflittuale, ricominciano a pontificare dall’alto della loro vuota albagia giovanilista, efficientista, modernista, discontinuista, e via cazzeggiando. Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi hanno lanciato infatti il progetto “Italia Futura 2.0”, che già coll’originale suo nome firma una condanna definitiva all’oblio. Ma cos’è dunque la nuova Italia Futura? E’ quella di prima, Italia Futura Reloaded. Questo ectoplasma, dovete sapere, «è nella politica, ma al di fuori dei partiti, e non è, non può essere, non vuole essere la “corrente” di nessun partito». Per Italia Futura «è arrivato il momento di riprendere la strada maestra, tornando alla mission iniziale: promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese, dando voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni». Essere, o non essere, questo è il suo dilemma: se sia meglio soffrire nell’animo le frecciate e le pernacchie dell’oltraggiosa fortuna o prendere finalmente il toro per le corna, e chiudere senz’altro bottega.

JOHN KERRY 16/05/2013 E allora ricapitoliamo. L’ex terrorista su grande scala Gheddafi cominciò il suo avvicinamento all’Occidente verso il 2000. Nel 2005 gli si era già arreso, in cambio della vita, del potere in Libia, e del privilegio di pavoneggiarsi come la più bizzarra delle popstar davanti ai potenti della terra. L’affare era abbastanza vomitevole, soprattutto per gli anti-gheddafiani, reaganiani & guerrafondai della prima ora come il sottoscritto, ma era stato chiuso. Gheddafi ormai non era niente più che un pittoresco vassallo, perché il Rais, che già al suo eccentrico modo fu sempre molto «laico», era più che mai isolato nel mondo arabo: i «moderati» di lui non si erano ovviamente mai fidati, gli «estremisti» lo consideravano un traditore. La sua Libia era un paese spopolato e potenzialmente ricco. Gli accordi economici con l’Occidente si moltiplicavano, in primis naturalmente con l’Italia. L’Occidente aveva tutto l’interesse di mettere a profitto la dorata vecchiaia assicurata a Gheddafi per estendere la sua influenza “democratizzante” sul paese nord-africano. Venne lanciata, invece, da parte francese, britannica e americana, pur di correre dietro alla moda delle “primavere arabe” e ingraziarsene i protagonisti, pur di comprarsi a prezzi di saldo una facile gloria, e magari nella speranza segreta di ricolonizzare il paese, l’inconsulta campagna di Libia, la più deficiente campagna militare di questo inizio di terzo millennio. A un anno e mezzo dalla morte di Gheddafi la Libia è un paese in preda all’anarchia, conteso da tribù, qaedisti e salafiti. Gli USA non sanno che pesci pigliare ma intanto rafforzano le loro piattaforme logistiche in Italia. Le cose devono andare maledettamente male se il Segretario di Stato John Kerry, sbarcato a Roma nei giorni scorsi, ha stimato opportuno mettere in chiaro che «l’Italia, per il rapporto privilegiato che ha con la Libia, può svolgere un ruolo cruciale per la stabilità del Paese e noi vogliamo lavorare con Roma» e che «in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità», dichiarazioni che sembrano, sì, un “mea culpa”, ma molto di più una presa per il culo.

CARLO AZEGLIO CIAMPI 17/05/2013 Non è mai troppo tardi per diventare un eroico oppositore del regime berlusconiano. Veniamo ora a sapere che l’ex presidente della repubblica si era tenacemente opposto, nelle sale ovattate del potere, alla partecipazione dell’Italia alla guerra in Irak. A suo dire il losco affare fu deciso a quattr’occhi tra Bush e Berlusconi, e chissà cosa c’era di occulto e inconfessabile nelle pieghe di questo accordo! Roba da «aprire un fascicolo», immagino (e diciamolo a voce bassa: ci sono tanti mattacchioni in toga in giro). Ciampi dissentiva nel merito e nei metodi di questa politica estera. A patirne di più – chi l’avrebbe mai detto? – era la nostra beneamata Costituzione. Dice Ciampi: «Non si può impostare una politica estera su base personale senza neppure comunicarla a chi ha le prerogative istituzionali per condurla e implementarla. Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose». Mah, il presidente che «conduce e implementa la politica estera» mi sembra una barzelletta: al massimo ne officia i riti con la sua augusta figura, sempre un po’ sacrale. Però, sapete com’è, la nostra Costituzione è spesso stentorea, verbosa e ambigua insieme, e quindi interpretabilissima: la puoi stiracchiare o restringere a piacimento. Per molti decenni all’Italia progressista piacque la figura del presidente firmaiolo, soprammobile della repubblica. L’irrequieto Cossiga lo si voleva mandare in manicomio. Poi arrivarono i governi Berlusconi, e i presidenti della repubblica si sentirono in dovere di fargli da tutori, e cominciarono a mettere il becco su tutto. E la repubblica – nel pieno rispetto della Costituzione, s’intende – cominciò a diventare presidenziale per far fronte al pericoloso cripto-presidenzialismo berlusconiano, negatore della Costituzione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (125)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

THE ROYAL FAMILY 06/05/2013 La signora Antonella Fresolone è stata per tredici anni al servizio della regina Elisabetta a Buckingham Palace. Sembra che nel suo ambiente professionale la quarantaduenne italiana sia considerata un asso. Sembra che nel percorrere una strada che l’ha portata vicina al trono, anche se in ginocchio, abbia ubbidito a una specie di vocazione. Si dicono meraviglie della sua serietà (serietà, non seriosità), della sua abnegazione e, saporita ciliegina sulla torta, della sua abilità ai fornelli. Non stupisce allora che questa regina delle collaboratrici domestiche, sbaragliando la concorrenza, sia stata scelta come governante in casa del Duca e della Duchessa di Cambridge, alias William & Kate. Con la dovuta discrezione, la signora Antonella diventerà la vera padrona di casa nella dimora dei Duchi a Kensington Palace. Si occuperà di tutto: dalle pulizie dell’alloggio reale alle mansioni di lavanderia, dalla cura del principesco guardaroba a quella dell’argenteria e dei cristalli, dalla cucina alle passeggiate con Lupo, il botolo della coppia ducale. Insomma, nel suo piccolo mondo domestico, quest’ascesa fin qui parrebbe una fiaba, anche se invero un po’ faticosa. Se non fosse per lo stipendio: 23.000 sterline. Al cambio fanno 27.000 Euro. All’anno. A Londra. Perfidissima Albione.

IL DIVO 07/05/2013 Non Giulio Andreotti. Ma il suo Mito Oscuro. Il segreto del successo politico di Andreotti stette nell’aver fatto del piccolissimo cabotaggio democristiano un’arte possente, dalle spalle robuste. Al contrario di nature meno profonde della sua, meno conoscitrici di quella volubile e frivola degli uomini, egli non disprezzò neanche a parole i mezzucci leciti della politica politicante, e seppe allearsi col tempo, soprattutto col passare del tempo. Superiore alla suscettibilità, colpì e incassò con grazia. In questo, bisogna dirlo, fu virile. Per il resto, non aveva un’idea, o se l’ebbe, la chiuse ben resto nel cassetto. La grandezza, perciò, gli fu regalata. La longevità politica ne fece un simbolo della Dc e dell’Italia repubblicana, e quindi, agli occhi della solita cricca oscurantista che dirige le coscienze del gregge di sinistra, il simbolo della faccia oscura di quella Dc e di quell’Italia. La loro doppiezza si personificarono in quella di Belzebù. Il processo ad Andreotti doveva essere perciò il processo alla Dc e a una certa Italia. Andreotti ne uscì trionfatore, doppio come non mai, se stesso più che mai: mezzo colpevole e mezzo innocente. Entrò nel Mito, e fu per tutti il Divo. Cose da pazzi. Anche di questo dobbiamo ringraziare la nostra straordinaria sinistra.

EUGENIO SCALFARI 08/05/2013 E’ morto Andreotti, e che fanno gli opinionisti dei nostri giornali, da sinistra a destra? Tutti come scolaretti diligenti a blaterare di «misteri», non si sa se per compulsione, per spirito gregario, o per semplicioneria. Insomma, perché bisogna, povere pecorelle. Questi misteri, già nebulosi per se stessi, compongono il Grande Mistero dell’Italia Deviata: un mondo fittizio, e misterioso, di occultissime trame e innominabili segreti, costruito su premesse ideologiche, o meglio, teologiche. Questo mistero d’iniquità, che nella seconda Repubblica si è incarnato nel Joker Berlusconi, nella prima Repubblica assunse le compostissime fattezze di Belzebù Andreotti. Nemmeno i sacerdoti di questa oscura religione sono mai penetrati nel Mistero. A tutt’oggi ne sanno meno di noi, anche se rompono senza pietà da mezzo secolo. Sentite il Grande Stregone di Repubblica: «Giulio Andreotti è stato il vero – e mai risolto – mistero della prima Repubblica. Una cosa è certa: Andreotti è stato un personaggio inquietante e indecifrabile, l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant’anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. È stato lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno.» Considerazioni alquanto misteriose, non trovate? Ma è giusto che sia così: preservare la misteriosità del Mistero significa preservarne la forza di suggestione. E ora andate in pace: un po’ d’aria fresca vi farà bene.

FILIPPO MAGNINI 09/05/2013 Sembra che tra lui e Federica Pellegrini si stia consumando una rottura definitiva. Secondo me è andata così. S’intende che è solo un’ipotesi, ma io alle mie ipotesi credo ciecamente. Filippo con la sua fidanzata di prima, Cristiana, stava da Dio: lei era carina, femminile, simpatica. Con lei aveva già messo su casa. Diciamo che era già la sua mogliettina. Filippo è un fustacchione: le donne lo sbirciano di sottecchi e lui certamente non è per niente insensibile alla fauna femminile. E’ naturale: mica vuol dire che sia un farfallone. Per molto tempo di Federica Pellegrini nemmeno si accorse. Anzi, si chiedeva che cosa ci trovasse Luca Marin in quell’atletico pezzo di legno. Lo scoprì poi. Infatti qualcosa cambiò. Lei vinceva. Stravinceva. I giornali cominciarono a chiamarla La Divina. E La Divina per forza di cose divenne improvvisamente bellissima. Qui sta la vergogna di Filippo: essersi piegato all’isterismo mediatico e non essersi fidato dei suoi occhi, della sua mente e del suo cuore. E così gli venne l’uzzolo di conquistare La Divina. Il successo gli arrise, perché fu lei a conquistare lui. Gli son voluti due anni per capire che La Divina non è il massimo dell’affettuosità, dell’eros, della passione e della simpatia. E piano piano ha cominciato a sentire una terribile nostalgia per quel domestico calore, inteso nel senso più largo del termine, in cui si crogiolava quando stava con Cristiana.

DAVID BOWIE 10/05/2013 Diciamolo: non ci sono più gli scandali di una volta. Oggi ci si limita a pestare, con asinina ostinazione, l’acqua nel mortaio. Oggi il dramma dell’artista provocatore è la sua insopportabile banalità. Oggi questo poveretto di successo sembra posseduto. Ma non dal Demonio, ché forse sarebbe meglio, e sicuramente meno noioso. Ma dalla routine. Immaginate per esempio di essere un famoso cantante. Immaginate di comporre un pezzo grondante sesso e religione. Immaginate il video. Ecco, lo state già vedendo: preti assatanati, suore seminude, sante donnine in lingerie e in estasi, fiotti di sangue, un bordello oscuro e rosseggiante, un Savonarola in mezzo, un minestrone catartico dove il vizio e il peccato si purificano al fuoco del loro stesso eccesso, luogo comune di molta pessima arte. Il vero scandalo, casomai, è che il Duca Bianco, alla sua venerabile età, smerci senza ritegno questa ridicola paccottiglia.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (124)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIA CHIARA CARROZZA 29/04/2013 Ecco cosa significa essere un ministro nuovo di zecca: non fare neanche in tempo ad aprire la bocca, ed essere subito impallinato da un qualche oscuro opinionista a caccia di facili prede. E tra le voci di questi frustrati scribacchini poteva forse mancare quella famigerata del sottoscritto? Certo che no. Intervistata dall’Unità ed interrogata sulle linee-guida del suo operato al ministero dell’Istruzione e dell’Università, la signora Carrozza, prima di esporle, ha voluto precisare con zelo repubblicano che «La mia guida sono i principi della Costituzione, per nulla invecchiati.» Urca. Questa nostra Costituzione è propria una bomba: tutto previde e giammai fallò. Da un po’ di tempo la Carta è diventata oggetto di culto da parte di una setta potente che è meglio per voi non spernacchiare. Meglio ancora se vi acconciate a pagarle un piccolo tributo, venerando la reliquia. Cioè, non la reliquia, ma il suo spirito vivificatore, cui forse un giorno si attribuiranno poteri taumaturgici. Intanto però questa religione di serie B ha già sparso in giro un bel po’ di fideismo. Massimamente tra gli intellettuali e i pozzi di scienza, come si vede.

ANDREA COLLETTI 30/04/2013 Lungi dal rappresentare qualcosa di nuovo e originale, i militanti del Movimento 5 Stelle sono la quintessenza rumorosa, tetragona e un po’ ingenua del bigottismo di sinistra. Vecchie comari rimbambite travestite da ragazzotti. Che pena. Prendete questo bel tomo, Andrea Colletti. Nel suo intervento alla Camera ha detto: «Questo Governo odora di democristianità. Odora di intrecci di comitati d’affari quali CL e Compagnia delle Opere. Visto il Ministro dell’Interno che ha scelto, o che è stato obbligato a scegliere, possiamo ben dire che questo sembra il Governo della trattativa Stato-Mafia. Del bavaglio alla magistratura ed alle opposizioni politiche. Questo, siamo sicuri, sarà il Governo del salvacondotto giudiziario a Silvio Berlusconi.» Democristianità, Intrecci, Comitati, Affari, Trattativa, Bavaglio, Salvacondotto: chissà come si sarà sentito dopo aver schierato in poche frasi tutti questi cavalli di battaglia! Un Partigiano della Legalità, come minimo. Poveretto. Costui probabilmente ritiene di aver fatto qualcosa di rivoluzionario, di aver detto l’indicibile per il bene della patria. E tutto questo dopo aver sciorinato come un bravo pappagallo un trito campionario di quel cospirazionismo esoterico che fa da decenni la felicità onanistica dei lettori de “La Repubblica”, e da qualche tempo di quelli della roba forte de “Il Fatto Quotidiano”. Perché anche l’antifascismo ha il suo Codice Da Vinci. Anzi, ne ha tutta una biblioteca.

IL PERDONISMO 01/05/2013 Non ho capito se i famigliari del carabiniere Giuseppe Giangrande abbiano risposto a una domanda esplicita dei giornalisti, oppure se abbiano obbedito a una specie di osceno e stupido adempimento burocratico che il circo mediatico ha ormai tacitamente imposto a chi ha appena visto un figlio, un genitore, un fratello o una sorella cadere vittima della furia omicida. Fatto sta che anche loro hanno dovuto decidere sul momento, col cuore in gola, davanti a dei petulanti tirapiedi, ambasciatori di un pubblico ferocemente avido di futili emozioni, se «perdonare» o «non perdonare» il malfattore. Siccome il buon gusto e il rispetto dovuto ai sentimenti più sacri impongono che a questo Cristianesimo da Reality Show si metta fine al più presto, propongo agli sventurati prossimi venturi questa risposta standard, da imparare a memoria: «Sì, noi perdoniamo. Perdonare è il dovere di ogni bravo cristiano. Perdonare vuol dire non rispondere al male col male, e lasciare la porta aperta a un sincero pentimento. Se i lunghi, lunghissimi, interminabili e penosissimi anni di galera, che ora inevitabilmente attendono lo sciagurato che ci ha così duramente colpiti, saranno utili alla salvezza dell’anima sua, in obbedienza ai disegni sapienti e misteriosi di una Provvidenza sempre misericordiosa, noi sapremo essere lieti per lui e con lui, e sapremo impetrare, nella maturità dei tempi, se saremo ancor vivi, la clemenza della giustizia umana. Il pentimento sincero è come una conversione. E’ una cosa rara. Ma non vogliamo rinunciare a questa ineffabile speranza». Naturalmente questa è la versione lunga. Per il popolo la condenserò in una formuletta assai più sintetica.

BELEN RODRIGUEZ 02/05/2013 Non è mai stato un bello spettacolo tutta questa gente famosa ansiosa di farsi ricevere in Vaticano dal Papa. Gente che quando poi il grande giorno arriva, chissà dopo quante e assai poco eleganti sollecitazioni, eccola lì sorridente e timorata con tutta la famigliola e magari anche con un regalino al seguito, gingillo che il Santo Padre rigirerà fra le mani per la prima e ultima volta in quest’unica occasione. Scene strazianti di vita piccolissimo borghese. E comunque, si capisce, un grande traguardo per loro e per la loro casata del kaiser. Non poteva sfuggire a questa mania Belen Rodriguez, che i traguardi in Italia ormai li ha tagliati tutti. La neo-mamma ha confessato al settimanale “Oggi” il suo desiderio di «partecipare ad una pubblica udienza del Papa. Mi piacerebbe tanto far benedire Santiago dal Papa, argentino come me». Insomma, ha dato inizio alle grandi manovre diplomatiche, così, alla luce del sole, tirando da lontano Papa Francisco per la manica dell’abito talare. Mi verrebbe di chiamarla un esempio di spudoratezza mezza arrogante e mezza ingenua. Ma non sono poi tanto sicuro. Andare vittoriosamente così dritti allo scopo, con grande scandalo dei maschi, è tipico del genio femminile, e anche il Vangelo lo testimonia.

IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego.

[MIO COMMENTO: Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d’attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, ma mentale. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]

Il governo Letta e le prospettive della sinistra

Giudico la nascita del governo Letta una cosa positiva per l’Italia. Tuttavia non credo che la sua politica economica avrà qualche efficacia. Per vari motivi: l’eterogeneità della maggioranza di governo; la generale, bipartizan mancanza di idee chiare; la profondità strutturale dei problemi economici, che sono poi comuni a quelli dell’Occidente. Penso che l’azione del governo resterà nel solco di quelle che l’hanno preceduta. Anche se sulla carta sembra aprire cautamente le porte a una politica economica più espansiva, il governo, volente o nolente, sarà costretto a privilegiare la politica abbastanza meschina dei saldi contabili al fine di impedire l’esplosione del debito. Si giocherà ancora sulla quantità più che sulla qualità, pareggiando qualche limatura con qualche aggravio occulto alle imposte. Questa stabilità ragionieristica non ha risolto e non risolverà un bel nulla. Ciò nonostante nella sua mediocre costanza essa ha avuto un merito: dimostrare che la malattia italiana non era isolata, che la non-crescita italiana e il debito pubblico italiano erano spesso solo l’altra faccia della medaglia delle crescite fasulle e dei debiti privati, e quindi in un certo modo nascosti, di altri paesi occidentali; che con l’evolvere della crisi il tempo avrebbe svelato il bluff e “italianizzato” anche sul piano contabile la maggioranza delle economie occidentali; e che perciò non era giusto che l’Italia ne pagasse un prezzo esorbitante in termini di interessi sul proprio debito. Per quanto drogati, anche i mercati finanziari prima o dopo tendono a risintonizzarsi sulla realtà.

Penso inoltre che, in generale, gli attuali governi dei paesi occidentali non possano fare molto di più – dal punto di vista prettamente statistico, ossia del Pil – che governare la stagnazione. Ma “governare la stagnazione” è un concetto che può nascondere comportamenti contrapposti, sia l’immobilismo sia un’azione profondamente risanatrice. La trionfante mistificazione dei concetti di “austerità” e “crescita” serve a nascondere questa verità. Oggi l’austerità è dileggiata e la crescita è venerata. Ma noi non abbiamo avuto una vera austerità e rischiamo di avere una falsa crescita. L’austerità l’hanno praticata le famiglie, non certo lo stato, che ha chiamato “austerità” la copertura attraverso l’aumento delle imposte delle sue non tagliate spese, che le stesse famiglie peraltro poi non volevano tagliate, in un avvitamento fatale di reciproche e comode reticenze. Ognuno poi capisce che la crescita del Pil non vale un piffero, se essa nel lungo termine non sopravanza quella delle spese, compreso il costo del debito. Le politiche “keynesiane” di aumento della spesa pubblica o delle iniezioni di liquidità sul mercato sono le stesse che ci hanno portato a questa situazione, non un fantomatico “laissez-faire”: una ben intesa economia “di mercato” è naturalmente “austera” ed è l’unica veramente “sostenibile”. Noi dobbiamo appunto governare un traumatico, ed epocale, ritorno alla normalità ed è un po’ difficile farlo attraverso la retorica dell’emergenza e dei piani salvifici.

Sul piano delle riforme istituzionali le prospettive sono più incoraggianti, perché le forze politiche potrebbero trovare conveniente rifarsi qui dell’impotenza che dimostreranno nell’affrontare la crisi economica. Tuttavia, né un’organica riforma istituzionale, né tanto meno una riforma elettorale, sarebbe di per sé sufficiente a ovviare al male principale di cui soffre l’Italia: la mancanza di una normale architettura politica fondata su un grosso partito popolare-conservatore e un altro socialdemocratico-progressista. Normale non perché la preferibile in astratto, ma perché in armonia con la storia e la geografia di un paese europeo nell’anno di grazia 2013. Normale, e quindi meno guastata dallo spirito di fazione, e quindi più aperta. Ecco perché la migliore e la più feconda prerogativa del governo Letta è proprio quella che da molte parti gli viene rimproverata: di essere un “inciucio”. Il bacio col rospo berlusconiano costringerà la sinistra a ripensarsi senza essere zavorrata dalla pregiudiziale antiberlusconiana. E la condurrà fatalmente a uscire dal vuoto involucro “democratico” per trovare una sua identità in un progetto socialdemocratico, che però per essere tale dovrà essere ripulito dai fumi intossicanti dell’antiberlusconismo e del moralismo giustizialista, e che quindi la porterà a ripensare dolorosamente tutta la sua storia. Come dimostra la nascita di questo governo la sinistra oggi non può trovare un’identità in positivo: per essere di governo, la sinistra diventa democristiana; se vuole essere di sinistra, ricade in quella di lotta, e si sente grillina. L’odio per Berlusconi si spiega anche col fatto che la razionalità di fondo del berlusconismo – la creazione del centrodestra italiano, una realtà che non si può negare correndo dietro alle peculiarità del personaggio – mette in luce la perdurante anomalia della sinistra italiana, prima comunista e poi tutto fuorché “socialdemocratica”. Sono cose che dicevo proprio qui quattro anni fa, parlando dalla sponda berlusconiana. Ma vedo che anche loro, adesso, ci stanno arrivando.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update 04/05/2013: Ecco un altro che ci sta arrivando (naturalmente dicendo solo un terzo della verità, ma c’è tempo, c’è tempo…)