Una settimana di “Vergognamoci per lui” (127)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CARLO ANCELOTTI 20/05/2013 Se fosse veramente ambizioso Ancelotti non andrebbe via dal Paris Saint Germain. Invece vuole il Real Madrid, forse per far collezione di grandi squadre. Ciò conferma che Carletto non è mai stato un grande allenatore. Carletto è un prudente assemblatore, non un plasmatore di squadre di calcio. Le sue non hanno mai avuto una fisionomia riconoscibile, un gioco valido di per sé e non necessariamente imperniato sulle qualità di tre o quattro singoli. E non parlatemi di moduli: il gioco non si risolve nei moduli. I progetti di grandeur della società parigina avrebbero potuto smentire questa mia convinzione. Lui ci avrebbe potuto mettere il timbro, fare della squadra, finalmente, una «cosa sua». Ma questo appunto sarebbe stato un progetto veramente ambizioso. E la cosa evidentemente non fa per lui. Andrà a fare allora (a quanto pare) l’assemblatore di lusso al Real Madrid.

MATTEO RENZI 21/05/2013 Io non ce l’ho mica con lui. C’è molto di peggio in giro. Ce l’ho con quelli che hanno visto in lui la soluzione dei problemi della sinistra. Sappiamo che l’ultradecennale (a dir poco, pochissimo) problema della sinistra italiana è il suo Non-Essere, la mancanza di un’identità non fondata sull’anti-qualcosa. Sappiamo che prima delle elezioni la sinistra era divisa tra il Non-Essere dell’anti-berlusconismo scalmanato a manca del Pd, il Non-Essere dell’anti-berlusconismo urbano del Pd, e la sinistra renziana, la quale però si distingueva solo per vantare la sua diversità dalle prime due vetero-sinistre. Cosa fosse in realtà la sinistra renziana nessuno lo sapeva, e in primo luogo i renziani stessi. Era quindi anch’essa una variante del Non-Essere sinistrorso. E infatti la retorica del nuovismo rottamatore, ancorché rivolto contro la sinistra stessa, ne mutuava il linguaggio. Sembra che ora se ne sia accorto anche lui, Matteo. L’inciucio governativo coi berlusconiani l’ha messo però in difficoltà: più a destra di così non poteva andare. Perciò ha cominciato a rampognare il governo strizzando l’occhio a sinistra, e financo a flirtare col ripudiato e ottuso anti-berlusconismo. Di conseguenza da qualche tempo sulle pagine de “L’Unità” o de “La Repubblica” non passa più per bischero. Nelle ultime ore Matteo si è scatenato con la tattica dei distinguo. Prima assesta un colpo sotto la cintola a Letta, parlando della marcia indietro sull’IMU come di «una cambiale pagata a Berlusconi». Poi rifila una stoccata velenosa a Marini, palesemente non all’altezza, secondo lui, della carica presidenziale, il quale, sempre a suo dire, gli avrebbe telefonato per sollecitarne l’appoggio nella corsa al Quirinale, dove era giusto «che ci andasse un cattolico»: come se stessimo «facendo le primarie per i vescovi!», aggiunge perfido il cattolico adulto Matteo. Poi striglia il Pd sulla proposta, che ha fatto infuriare i grillini, di consentire la partecipazione alle elezioni solo ai partiti con personalità giuridica. Dice Matteo: abbiamo fallito coll’anti-berlusconismo, vogliamo fallire anche coll’anti-grillismo? E infine il Comitato Milano per Renzi lancia una “Petizione di scuse a Prodi”, affinché l’offeso professore resti nel partito. Insomma, una baraonda continua. I compagni ormai non capiscono più nulla del Rottamatore, cioè dell’ex Rottamatore. E lui pure, temo, comincia a vederlo un po’ strano.

DOMINIQUE VENNER 22/05/2013 Mi direte che rampognare un suicida a cadavere ancora caldo è cosa di dubbio gusto. Tuttavia, proprio in occasioni come queste è bene dire una parola chiara. Sparandosi dentro la cattedrale di Notre-Dame in segno di protesta, si dice, contro la nuova legge francese sui matrimoni omosessuali, lo storico Dominique Venner non ha fatto certo un gran servizio alla causa – giusta – della Chiesa Cattolica. Apprendo dalla lettura dei giornali che Venner era un intellettuale di «estrema destra», etichetta spesso calunniosa. Non lo so, preferisco pensare a questo signore come un «reazionario». Il pensiero reazionario è spesso profondo e rispettabile. Ma quanto più è conseguente tanto più tende all’ateismo. Infatti per Venner il matrimonio gay non era una questione prettamente etica o cristiana. Era soprattutto un nuovo sintomo del collasso di una civiltà. Come aveva scritto nel suo blog, l’aveva turbato il fatto che un blogger algerino avesse detto che in una quindicina d’anni gli islamisti sarebbero andati al potere in Francia e sarebbero stati proprio loro, e non i rinsaviti cristiani francesi, ad abolire «la legge infame». Un accadimento ben più grave della pur «detestabile legge Taubira». «I manifestanti del 26 maggio non possono ignorare questa realtà. La loro lotta non può limitarsi al rifiuto del matrimonio gay. Il “grande ricambio” della popolazione della Francia e dell’Europa, denunciato dallo scrittore Renaud Camus, è un pericolo ben più catastrofico per l’avvenire», aveva scritto Venner, per poi continuare: «Non sarà sufficiente organizzare delle educate manifestazioni di piazza per impedirlo. E’ a una vera “riforma morale e intellettuale”, come diceva Renan, che bisognerà innanzitutto procedere. Essa dovrà permettere una riconquista della memoria identitaria francese e europea, di cui il bisogno non è ancora percepito con nettezza. Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Entriamo in un tempo in cui le parole devono essere rese autentiche da azioni. Dovremo inoltre ricordarci, come aveva genialmente scritto Heidegger (“Essere e Tempo”), che l’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un “altro mondo”». Venner era dunque animato da un’ideologia identitaria, la quale altro non è che un messianismo rivolto a un passato cristallizzato in una sua ideale perfezione e mai in realtà esistito: per il cristiano, né più né meno che un’idolatria. Il Cristianesimo ha infatti de-sacralizzato ogni potenza terrena. La carica “dissacratoria” del Cristianesimo era istintivamente percepita nell’antichità: se tutti gli uomini erano figli di Dio, tale universalismo affratellava e sottraeva i singoli individui alla soggezione “sacrale” alla tribù o al monarca. Tuttavia il Cristianesimo non predica la rivoluzione. Il Cristianesimo riconosce dogmaticamente che questo mondo soggiace alla schiavitù del tempo e dello spazio, e quindi alla schiavitù del divenire e dell’incompiutezza. Sa che il suo destino si compie oltre il tempo e lo spazio, e perciò plasma la storia senza farle violenza, e riconosce nazioni, culture e magistrature: in questo ragionato rispetto della storia – e quindi, se vogliamo, anche dell’ “identità” – sta il suo “conservatorismo politico”; nella corrente universalistica di fondo sta il suo “liberalismo politico”. Una duttilità che per essere feconda deve però imperniarsi sulla difesa delle verità ultime che impegnano la natura morale dell’uomo. Che questa dialettica con lo “stato” fosse nella natura del Cristianesimo fin dalle origini lo provano le parole di Giustino Martire scritte in difesa dei cristiani all’imperatore Antonino il Pio quasi due millenni fa: «Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.» Ciò significa implicitamente che il cristiano non può «adorare», per quanto gli sia giustamente cara, la sua casa terrena. E’ una logica estrema, di morte. Venner ha fatto violenza a se stesso e disubbidito a Dio sull’altare di Notre-Dame, là dove si celebrano i misteri di vita: una tragica consequenzialità e un sacrificio sacrilego insieme.

LA CURVA SUD ROSSONERA 23/05/2013 Ai più bollenti tifosi rossoneri l’idea che Seedorf possa essere il nuovo allenatore del Milan non piace proprio per niente. Niente di personale contro il giocatore olandese, fanno sapere con un comunicato, «ma se proprio di progetto si tratta dobbiamo ripartire quantomeno dando la squadra in mano a un allenatore affermato e non certo a persone che hanno zero esperienza in panchina (…) Noi chiediamo che venga almeno rispettato il Milan come istituzione e i suoi tifosi, con delle scelte non legate al momento». Che ridere. Il mestiere di allenatore di calcio, specie in quel paese stupidamente complicato che è l’Italia, è molto mitizzato. Il segreto di un bravo allenatore non è quello di sapere mille cose inutili, non è quello di essere ricco di mille esperienze, non è quello di recitare come un pappagallo le tabelline dei moduli, ma di saper vedere il gioco nella sua essenza, non nella somma dei particolari, di possedere due o tre idee chiare e di saperle trasmettere ai giocatori, in modo che questi le attuino senza riserve mentali, che è il fattore decisivo. L’allenatore di calcio può farlo anche chi non è mai stato calciatore professionista, figuriamoci uno che calca i campi di gioco ai massimi livelli internazionali da vent’anni. Fa ridere che a dire queste seriose fesserie siano proprio i tifosi di una squadra, il Milan, che ebbe il suo momento di maggior gloria quando alla sua guida arrivò il per niente «affermato» Sacchi, sul quale molto si ironizzò. Solo il mitico Barcellona di Guardiola è riuscito forse a oscurare per fama e bellezza quel mitico Milan. Quel Barcellona aveva infatti un asso nella manica: Guardiola, appunto, l’allenatore con zero tituli e zero esperienza, a parte un annetto alla guida del Futbol Club Barcelona B in Tercera División, il quarto livello del calcio spagnolo.

FLAVIO BRIATORE 24/05/2013 Ha creato stupore e un bel po’ di indignazione  tra il popolo della sinistra antagonista il fatto che lo sgargiante Flavio abbia espresso su Twitter della parole simpatetiche nei confronti dello scomparso Don Gallo. «Don Gallo uno di noi ci mancherai…», questo il tweet, stile striscione da stadio, dell’imprenditore meno cool dell’universo. “Uno di noi”: esatto! Non capisco la sorpresa. Sono le affinità elettive che vengono a galla e trionfano sulle apparenze quando le tregue imposte dai momenti supremi lasciano parlare il cuore, o spingono a un pudico silenzio. Quello in cui avrei voluto trincerarmi, se un cordoglio universale fin troppo compiacente per la morte di Don Gallo non mi avesse alla fine fatto girare le scatole. Una facile e bolsa retorica gli aveva regalato l’appellativo di “prete degli ultimi”. In realtà tutte le baggianate che uscivano dalla bocca di Don Gallo erano omologatissime alle più fatue trasgressioni del pensiero dominante, e il mondo applaudiva la sua schiettezza greve e spudorata, spacciandola per genuinità. Briatore gli si scopre oggi fratello. E non a torto. Contento lui.

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