Una settimana di “Vergognamoci per lui” (132)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IGNAZIO MARINO 24/06/2013 La sindrome da primo cittadino – una sorta di protagonismo garrulo e fanfarone, secondo solo a quello dei magistrati – colpisce anche nella capitale. Per dare un ulteriore segno di discontinuità con la precedente amministrazione il nuovo sindaco di Roma pensa di istituire un assessorato agli «stili di vita» e allo sport. L’espressione è vaga e abbastanza orwelliana. Sembra di capire, comunque, che il nuovo assessorato dovrà organizzare corsi permanenti di educazione ginnico-alimentare per tutte le età. Auspicabilmente, se portata avanti con ponderatissima gradualità, visto che, dico io, sono più di duemila anni che i romani hanno perduto le virtù repubblicane, questa rivoluzione culturale farà dei cittadini dell’Urbe un popolo snello, scattante e parco, con gran vantaggio per i conti del sistema sanitario. Non capisco, però, perché si parli di «stili di vita», quando invece si capisce benissimo che lo stile di vita incoraggiato, inculcato ed infine tollerato dalla Buon Costume Salutista sarà uno solo.

IL TRIBUNALE DI MILANO 25/06/2013 Per una volta sono d’accordo col Presidente dell’Associazione Magistrati: il processo Ruby non risponde a logiche politiche. Infatti la sentenza che ha condannato Berlusconi a sette anni di reclusione risponde a chiarissime, e direi inappellabili, logiche antropologico-religiose. Sette è un numero di cui il Dio biblico è sommamente geloso. Se il Tre è il numero dell’Essere di Dio, il Sette è il numero del Fare di Dio, della compiutezza e perfezione della sua azione. Gli esempi sono innumerevoli, settanta volte sette, a partire dai sette giorni della Creazione. Il Sette trionfa perciò nel libro che chiude e completa la Bibbia, l’Apocalisse: le sette chiese, i sette candelabri, i sette sigilli, le sette trombe, le sette coppe, le sette stelle, i sette spiriti. Tanto che all’Anticristo, per far capire il messaggio anche ai duri di comprendonio, viene appioppato il numero 666, il numero della triplice imperfezione e della definitiva incompiutezza. E’ per questo che l’accusa aveva chiesto per un ceffo bruttissimo prossimo al male assoluto come Berlusconi la pena “satanica” di anni 6 di carcere; ed è per questo che il Tribunale ha emesso una sentenza “divina” dalla rotonda perfezione, quegli stessi 7 anni che al Caimano aveva inflitto Nanni Moretti, profeta dell’eresia antiberlusconiana.

ATTILIO BEFERA 26/06/2013 Quello che spaventa nel mite direttore dell’Agenzia delle Entrate è che crede nella sua missione. Una carogna autentica sarebbe meno inquietante. Quantomeno i suoi sporchi interessi e la pratica degli affari gli avrebbero insegnato un certo senso del limite, un certo terragno realismo. Anche il faccendiere conosce per istinto la curva di Laffer del suo losco mestiere, che lo avvisa per tempo di non permettere alla sua avidità di superare un certo limite, pena l’insorgere di invidie e resistenze, e il calo dei guadagni. Befera invece continua serafico per la sua strada, convinto che la diffidenza della società incivile per Equitalia sia frutto di un malinteso, convinto che gli italiani un giorno vedranno in lui un benefattore, convinto che se non fosse per l’evasione fiscale in Italia non ci sarebbe alcun problema, convinto che col recupero del tesoretto degli evasori quasi tutto andrà a posto. Beata e pericolosa ingenuità! Il tesoretto degli evasori mica scompare sotto terra! Alimenta l’economia reale, e magari finanzia pure il debito dello stato. E’ tutto da dimostrare che lo stato col tesoretto saprebbe far meglio, visto che nel passato non ha saputo saziarsi di nulla, come un Dio perennemente avido di nuove vittime. Io non ci scommetterei un euro. Non lo dico per giustificare i lestofanti, lo dico per amore della suprema verità. Ora che è in arrivo il Grande Fratello sui conti correnti bancari l’impavido Befera arriva a dire che si tratta di «una misura straordinaria: spero che si torni presto alla normalità», incurante del fatto che la ben nota, straordinaria longevità delle «misure straordinarie» ha sanzionato spesso l’involuzione definitiva di una società.

RENATO ACCORINTI 27/06/2013 Lo dicevo l’altro ieri: il protagonismo dei sindaci è secondo solo a quello dei magistrati. Finora le stravaganze di questi esagitati però si limitavano ai discorsi: sogni di rivoluzione, sogni di rinascita culturale, città a misura d’uomo, e tutto il resto della paccottiglia. Il neo-sindaco di Messina ha fatto fare a questo circo un gigantesco passo in avanti. Il giorno del suo insediamento è arrivato bensì in municipio in sella alla solita bicicletta, come da manuale della giovane marmotta progressista, ma nel vestire sembrava uno di quei preti spretati protagonisti della politica nella pittoresca America Latina: larga maglietta arancione con la scritta “No Ponte”, quella della campagna elettorale, jeans chiari, sandali ai piedi. Per entrare in Municipio i sandali però se li è tolti, neanche fosse una Moschea e lui un musulmano. Voleva forse significare la sacralità dei compiti che lo attendono? La povertà in spirito di chi nel governo della cosa pubblica non si farà sedurre da Mammona? Anche i gesti, a guardar bene, sapevano di sincretismo religioso eco-pacifista-buddhista. Sta di fatto che il neo-sindaco sembrava il Salvatore, o il Papa, che accarezza i fanciulli tra gli osanna del popolo festante. Speriamo bene.

STEFANO BIZZOTTO & BEPPE DOSSENA 28/06/2013 Prima di tutto vergognamoci per Zamarion: il bulletto aveva proclamato che di quella festa del calcio fasullo chiamata Confederations Cup non avrebbe guardato manco una partita. Invece si è sorbito tutta la semifinale fra le Furie Rosse e gli Azzurri. Per rifarsi ha deciso di vendicarsi cogli invasati telecronisti della RAI, e i loro eroici tentativi di cantare l’epos immortale della competizione. La fine dei tempi supplementari è stata salutata come una liberazione, dopo cinque minuti di grida strazianti. Tale era il pathos che nemmeno si sono accorti del minuto di recupero accordato: hanno pensato che l’arbitro avesse perso la Trebisonda, e schiamazzavano come se qualcuno li stesse scannando, mentre l’adorabile Vicente del Bosque, già filosofo per natura, non ne poteva visibilmente più e sembrava sul punto di prender sonno. Il raggiungimento dell’ordalia dei calci di rigore, invocato noiosamente per venti minuti di seguito, è sembrata un’impresa storica. La tensione era così alta che i giocatori non sbagliavano un rigore che fosse uno, come succede spesso in allenamento. Ci è voluto il piedone di Bonucci, che ha calciato il rigore come se stesse spazzando l’area di rigore, per mettere fine virilmente e virtualmente alla tiritera. Gli spagnoli hanno capito l’antifona e Navas l’ha messa dentro. In porta, tanto Buffon i rigori non li para mai. Ed è finita a pacche sulle spalle. Almeno credo, perché ho spento subito il televisore. Ma son sicuro che è andata così.

P.S. Il giorno dopo questa sparata di Zamarion, Buffon, solo per fargli un dispetto, ha parato tre rigori nella finalina per il terzo e quarto posto contro l’Uruguay. Cosa può fare l’amor proprio ferito!

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (131)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DITA VON TEESE 17/06/2013 Ci son certi personaggi famosi, soprattutto del mondo dello spettacolo, ma non solo, che sembrano andare incontro ad un volontario processo d’imbalsamazione. Me lo sono sempre chiesto: chissà che fatica, anche mentale, essere maniacalmente fedeli allo stesso look, avere i capelli sempre pettinati alla stessa maniera e sempre della stessa lunghezza! Non credo che il trasformismo di Lady Gaga sia meno faticoso. Suppongo però che sia il frutto della stessa schiavitù, la schiavitù del successo. La regina del burlesque costituisce invece un caso particolarmente crudele di questa patologia. Questa signora da un bel po’ di anni ormai è prigioniera della sua lingerie old-fashioned, dei suoi mossi capelli corvini, delle sue ciglia finte, della sua bocca rossa. Ma Dita oggi ha postato su Twitter alcune foto della sua vita precedente, e abbiamo scoperto che è una bionda naturale. I mass media non hanno capito niente di questa drammatica storia. Ma per fortuna c’è questa perspicace tribuna. No, ascoltatemi, non è un vezzo! E’ un grido di dolore! Soccorretela! Salviamola!

ANGELA MERKEL 18/06/2013 Il premier turco Erdogan, con le sue mire da signorotto regionale, ha cavalcato spudoratamente il fenomeno delle primavere arabe. Per far pagare il fio a questo furbacchione non abbiamo avuto bisogno di aspettare la storia. Ha provveduto la cronaca con la velocità del fulmine. Qualche mese fa vedeva crimini contro l’umanità dappertutto, e adesso è lui che protesta contro le inaccettabili ingerenze straniere. E’ davvero qualcosa di spassoso. Ora che è il suo turno di subire la pratica d’infamia della fatua compagnia di giro democraticista mondiale, quella col cuore sempre in piazza a lottare dietro le barricate, e a lucrare vittorie dal salotto di casa, vien quasi voglia di difenderlo. Dall’ipocrisia dei suoi amici occidentali, ad esempio, che prima non vedevano quasi niente e adesso, pur con prudente riguardo, si sentono in dovere di stigmatizzare i metodi piuttosto sbrigativi messi in mostra dalla polizia turca durante le manifestazioni di protesta: in realtà nulla di particolarmente efferato per un paese in via di democratizzazione come la Turchia. Banale constatazione, irricevibile però nel mondo settario dell’idealismo democratico, che della storia (quando vuole) si fa un baffo. Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, prima di partire per il G8, si è detta perciò «scioccata» per le violenze. «Quel che sta accadendo non corrisponde alla nostra idea di libertà di manifestare», ha aggiunto, invitando il governo turco a rispettare la libertà di espressione e di manifestazione, come ogni «società sviluppata». Appunto: perché poi la società turca dovrebbe essere già «sviluppata»? Forse per prepararsi per tempo a dichiarare «dittatore» l’amico Erdogan nel caso dovesse fare la fine dell’ex amico Mubarak?

LUCA ZAIA 19/06/2013 Il governatore veneto apre allo “ius soli”. Dice: «Sollevo il tema dei bambini che sono nati qui e vanno a scuola qui, sui quali un ragionamento al di là dello “ius soli” credo debba essere fatto anche perché spesso parlano il dialetto quasi meglio di me. Sono bambini che in molti casi hanno identità veneta e non quella del Paese d’origine della loro famiglia, cosa che è accaduta spesso ai nostri emigranti». Il discorso sembra inficiato da una palese panzana. Non è vero infatti che questi bambini parlino spesso il dialetto meglio di lui, ma è vero che spesso parlano l’italiano con più naturalezza di un esemplare tipico della razza Piave, anche istruito, come lui. Non ci vuole molto, d’altra parte: il veneto di solito parla un italiano grammaticalmente corretto (perché si sorveglia, anche coi congiuntivi), ma foneticamente più piatto della pianura padana, e sintatticamente angoloso, come di chi inconsapevolmente traduca ancora dalla madrelingua. Ma Zaia è un mago delle pubbliche relazioni sin da quando, da perfetto sconosciuto, sbaragliò tutti gli avversari nella corsa alla presidenza della Marca Gioiosa et Amorosa. Non dice panzane a caso. E’ bravo ad annusare il vento e ad adeguarvisi senza mettere in discussione le sue idee politiche, giuste o sbagliate che siano. Il leghismo multietnico è solo l’ultimo esempio della sua duttilità. La stessa che ha permesso a Zaia di essere sempre ferocemente contrario al nucleare, senza esserlo per principio. E di essere sempre ferocemente contrario agli OGM, senza esserlo per principio. Nel frattempo, non contento, ha aperto anche un nuovo fronte, quello della questione omosessuale: «Per me non esiste il problema. Non mi avventuro su temi quali quelli delle coppie di fatto. I gay hanno diritto di rispetto e basta, non c’è nulla da aggiungere». Così ha detto, sornione, con l’aria di chi non vuole farsi tagliare fuori come uno sprovveduto.

IL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE 20/06/2013 L’esame di maturità: non riuscii a prenderlo sul serio neanche quando lo feci; figuratevi se questa farsa poteva interessarmi in seguito. Questa volta però un particolare – per meglio dire, una serie di nomi – ha attirato la mia attenzione. Trattasi degli autori dei brani a corredo delle tracce della prova d’italiano: il vivente scrittore Claudio Magris, grande collezionista di premi, sempre in odore di premio Nobel, con molta fascinosa muffa mitteleuropea addosso, uomo della sinistra laica e repubblicana, non tanto di quella giacobina, ma di quella piena di sofferta compunzione; Pier Paolo Pasolini, famoso scrittore, cineasta, polemista, beatificato dalla sinistra dopo morto; Elias Canetti, solido scrittore novecentesco (lo dico a naso, in quanto a casa ho quattro suoi libri, ma li devo ancora leggere) insignito del premio Nobel, di ascendenza ebraica sefardita (ossia originaria della Spagna) e di lingua tedesca, nato in Bulgaria: un bel miscuglio che fa molto mitteleuropa e che diventa cult se pubblicato da Adelphi; il premio Nobel Eugenio Montale, l’inevitabile, l’ostaggio del piccolo burocrate scolastico, il prigioniero che forse un giorno andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendosi, vedrà compirsi il miracolo: la maturità alle sue spalle, il vuoto dietro di sé, con una felicità da ubriaco; il filosofo Remo Bodei, vivente, uomo di sinistra, noto sottoscrittore di appelli che, nonostante le illustri frequentazioni intellettuali coi pensatori di tutti i tempi, riesce a vedere in Berlusconi poco meno che il male assoluto, il non-essere in persona; il premio Nobel Paul Krugman, economista liberal (nel senso americano di sinistrorso); Luigi Zingales, economista liberal (nel senso tutto italico di liberista di sinistra: tra i suoi santini c’è pure lo spaventoso Berlinguer); Mario Pirani, storica firma di Repubblica, soprattutto in campo economico, ex funzionario PCI (lo dico non solo perché sono fissato, ma per dimostrare ancora una volta che il regime democristiano favoriva smaccatamente le carriere dei bolscevichi). Dove non c’è l’alloro c’è il progressismo: la cricca del pensiero debole fabio-fazista è ormai arrivata anche al Ministero dell’Istruzione, in tutta la sua meschina ignoranza, col suo rachitismo intellettuale, nello splendore dei suoi obbligati percorsi culturali.

LORENZO CESA 21/06/2013 Incontro fra Titani oggi a Palazzo Giustiniani. Protagonisti: Mario Monti e Pier Ferdinando Casini. In programma: la separazione consensuale. Gli Udc, infatti, hanno nuovi progetti e anche questa volta pensano in grande. Il segretario nazionale Lorenzo Cesa ha scritto ai segretari provinciali e regionali del partito in vista di «una grande assemblea nazionale» che si terrà in luglio a Roma: «E’ giunto il momento di riprendere l’iniziativa politica dell’Udc. E’ il momento di ripartire. Vi invito a una mobilitazione generale.» Giacché «manca oggi nella politica italiana quella coscienza critica che noi abbiamo rappresentato nella scorsa legislatura». Ammettiamolo: sono ammirevoli. Nel prendersi ancora sul serio, nel credersi indispensabili e decisivi, nel credersi il sale della politica ed il lievito di ogni benefica azione di governo. Anche il gusto non disprezzabile della pura e semplice sopravvivenza diventa esaltante se condito di tali ineffabili convincimenti. Se è umanamente impossibile sopravvalutarli, bisogna tuttavia confessare che nella loro mediocrità sono straordinari: neanche del trapasso dalla vita alla morte politica si sono accorti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (130)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 10/06/2013 Monsieur le Président, in visita in Giappone, andando ben al di là della normale cortesia istituzionale, ha lodato assai l’azione del premier Abe. Per il socialista francese la politica economica del liberal-conservatore Shinzo Abe è una buona notizia anche per l’Europa. L’Abenomics mette in primo piano la crescita e la capacità di sprigionare fiducia. Ed è un gran vantaggio per il Giappone poter decidere in modo sovrano la propria politica monetaria. Ah, se potessimo farlo anche noi europei! Così dice Hollande, dimostrando di pensarla su questa materia esattamente come quel mattacchione del Berlusca. Dovrei allora essere contento in quanto berlusconiano? Per niente, è la conferma che la sinistra apprezza solo le minchiate di Silvio. E’ la conferma che le politiche espansive che hanno affossato le economie anglosassoni e quella dello stesso Giappone sono l’ultima frontiera dell’interventismo, dello statalismo, e del socialismo democratico, ora che lo statalismo classico ha grattato il fondo del barile. Col cannone della sovranità monetaria tutto si può fare, così spera il popolo bue, incurante del fatto che la prima regola del socialismo finanziario è non aver alcun rispetto per i vostri già poveri risparmi, e la seconda foraggiare una sua nomenklatura e una sua burocrazia.

CLAUDIA GERINI 11/06/2013 Da un po’ di tempo in qua sembra che lo sport preferito dalle attrici cinematografiche sia di andare a caccia di ruoli trasgressivi e di esibirsi in performance al limite del porno-soft. Nessuna vuole rimanere indietro, men che mai le quarantenni. L’attrice romana, per esempio, è la protagonista di “Tulpa”, un nuovo giallo a luci rosse, dicono le cronache. “Tulpa” è il nome di un sex club. Avrebbe potuto benissimo chiamarsi “Bunga Bunga”, ma non sarebbe stato abbastanza fine per la nostra smidollata borghesia. Sembra che il film sia a luci rosse per davvero: «ci sono scene di eros estremo, tanto forti che rivedermi è stato uno choc», ha detto la Gerini, augurandosi che la figlia invece lo possa vedere solo quando sarà trentenne. E allora perché lo ha fatto? Perché il personaggio interpretato è troppo seducente: la classica donna dalla doppia vita, puritana e mignotta, algida e operosa di giorno, lussuosa e lussuriosa di notte. L’unica vera sfida che avrebbe potuto giustificare questo frustissimo parto della fantasia sarebbe stata quella di dire tutto senza far veder niente, col massimo e arrapante decoro. Invece ci viene promesso che vedremo qualcosa di più. Andateci pure. Non ci sarà niente da vergognarsi. Non vi scambieranno per un berlusconiano. E’ sesso, ma griffato.

MASSIMO BRAY 12/06/2013 Durante un convegno organizzato dal patron di Eataly Oscar Farinetti, il ministro della cultura ha incontrato il gotha dell’alta cucina italiana, critici gastronomici compresi. Siccome sono sospettoso di tutte le combriccole saccenti, specie quelle italiane, non so se fosse veramente il gotha – sono scarso in materia – o se fosse il solito sinedrio in cui si entra grazie al valore aggiunto di pseudo-meriti politico-culturali, che sono per definizione progressisti, anche quando tendono al protezionismo. Comunque non cambia nulla. Il ministro ha ascoltato i pareri di tutte le auguste eccellenze sullo stato del settore e poi ha parlato. Del più e del meno, all’inizio, mi sembra di capire. Sarebbe stato saggio attenersi a questa diplomatica ostentazione di disponibilità. Invece il ministro ha voluto strafare e andando più sul concreto ha indicato delle priorità, tra le quali «realizzare una Scuola Normale per la gastronomia, porre il problema delle licenze e della provenienza del cibo e ricominciare a pianificare», a dimostrazione che se non viene tenuta a bada con consapevole durezza, la passione per il socialismo è la malattia professionale di qualsiasi uomo di governo.

EMMA BONINO 13/06/2013 «È un errore guardare alla Turchia con un occhio offuscato da modelli ingannevoli. Si è parlato di primavera turca, ma non è così. I turchi non sono arabi e Piazza Taksim non è Piazza Tahrir.» Cara signora ministro, lei meriterebbe di essere sculacciata. Chi li ha costruiti i «modelli ingannevoli» se non voi? Avete sposato la demagogia per due anni di fila e adesso chiamate stupida la coerenza di coloro che se la sono bevuta? Le due primavere arabe genuine, quella tunisina e quella egiziana, riguardavano due paesi retti da lungo tempo da governi “laici” e “moderati”. La storia insegna che la voglia di libertà cresce là dove se ne vedono gli spiragli, non dove essa è invisibile. Governare l’accesso delle masse all’uguaglianza dei diritti è una sfida tanto pericolosa da aver conosciuto le cadute disastrose nei vari totalitarismi, fenomeni che solo in tempi di incipiente universalismo democratico si possono concepire: una massa uniforme di sudditi ben inquadrata e livellata è infatti la forma democratica del dispotismo moderno. Immemori della nostra storia avete avallato senza alcun prudente discernimento non solo le ragioni delle piazze egiziane e tunisine, ma anche quelle dei ribelli libici e siriani, che di gaio e primaverile non avevano un bel nulla. L’unica differenza tra le primavere arabe genuine – e già degenerate – e quella turca, è che quest’ultima riguarda un paese molto più occidentalizzato. Ma alla radice vi è la stessa tensione tra l’Islam e la secolarizzazione, tra l’Islam e la democrazia. Ora predicate prudenza e fate bene. Ma siamo sempre noi che non capiamo. E già.

[(RISPOSTA AI COMMENTI) Rispondo a lei per tutti. Tengo d’occhio da giorni la Bonino sulla questione turca. So benissimo che la Bonino ha parlato di “occupy” a proposito della protesta turca. In parte, ma solo in parte, è vero. Anch’io ho scritto di una rivolta che riguarda un paese molto più “occidentalizzato”. Poi non raccontiamo frottole (ma avete letto quel che ho scritto?): le primavere egiziane e tunisine (e anche le altre) sono state “cantate” dai media occidentali come rivolte “laiche e democratiche”. Era chi criticava questo apriorismo che metteva in guardia contro le grandi forze islamiste che si muovevano dietro le proteste per coglierne i frutti al momento giusto. Le proteste di piazza erano fatte da una infima minoranza di ceto urbano e “liberale” (questa era appunto la parte genuina del movimento di protesta), almeno all’inizio) che ben presto sarebbe stato inghiottita dalla massa islamica manovrata dalla setta più forte. Con ciò confermando la solita fenomenologia rivoluzionaria. Senza alcuna prudenza, per opportunismo, l’Occidente ha sposato la causa rivoluzionaria. Adesso abbiano gli islamisti al potere in Egitto e in Tunisia. Abbiamo la Libia in piena anarchia. In Siria il macello va avanti senza che si veda una qualche soluzione, anche perché, come avevo previsto (ebbene sì), dopo la presa in giro libica la Russia non avrebbe mollato di un millimetro, e la Cina non avrebbe fatto un passo verso le posizioni occidentali. Non ho sentito nessun mea culpa. Oggi che la protesta investe la Turchia, vedo la Bonino fare discorsi ultraragionevoli e ultrariguardosi. Stiamo attenti a distinguere, per l’amor di Dio! Ma ha ragione! Non l’ho scritto anch’io: “predicate prudenza e fate bene”? La voglia però di distinguere a tutti i costi l’europeizzante primavera turca da quelle arabe serve appunto più a nascondere sotto il tappeto gli errori commessi in questi due anni passati che a rilevarne la specificità. Abbiamo voluto chiamare “dittatori” Ben Alì e Mubarak, dopo che per trent’anni l’Occidente non li aveva mai chiamati così? Anche se per il contesto mediorientale quei due personaggi erano piuttosto bonaccioni, ancorché di gusti autocratici? E perché allora, se tanto mi dà tanto, Erdogan adesso non dovrebbe essere chiamato un mezzo autocrate? Come mai adesso la Bonino mostra tutto questo saggio equilibrio verso la situazione turca?]

LA CONFEDERATIONS CUP 14/06/2013 Per quanto mi riguarda alla fine della stagione calcistica mancano al massimo due partite, quelle della nazionale agli Europei Under 21 in Israele. Poi tirerò giù la saracinesca fino all’inizio del prossimo campionato. Di calcio ne ho fin sopra i capelli, figuriamoci se perderò tempo a sorbirmi quello fasullo. Ha ragione Moggi: la Confederations Cup è un torneo inutile, senza alcun prestigio, che serve solo agli sponsor. Non mi è rimasta in testa una partita che sia una delle edizioni precedenti. Non mi ricordo chi le ha vinte. Niente di niente. A cosa può servire questa coppa, oltre che a gonfiare l’immenso oceano di chiacchiere in cui il calcio ormai annega? Al massimo a inflazionare i trofei, ossia a svalutarli. Se non puoi incrementare la ricchezza di una nazione stampando banconote, nemmeno puoi aumentare la torta complessiva del prestigio sportivo riconosciuto ai risultati ottenuti sul campo inventandoti nuove competizioni e coppette del piffero. Anche se le chiami Supercoppe.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (129)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NICHI VENDOLA 03/06/2013 Manifestazione a Bologna in difesa della Costituzione nel giorno della Festa della Repubblica. Iniziativa promossa dal club montagnardo “Libertà e giustizia”. Nome: “Non è cosa vostra”. (Che fosse cosa loro l’avevamo capito da tempo: perché strillano ancora? Ma lasciamo stare.) A parlare le solite icone; i discorsi e le parole quelle di sempre; il tedio mortale. L’unico interessante è stato l’affabulatore più famoso di Puglia dopo Checco Zalone. Nichi non ha la lingua biforcuta. In Nichi c’è ancora qualcosa di fanciullesco ed ingenuo. Nichi dice sferiche corbellerie con commossa partecipazione, laddove i suoi compagni sono più accorti e velenosi. Nichi perciò lo ha detto papale papale: «La Costituzione è la nostra religione civile». Esattamente ciò che noi controrivoluzionari abbiano sempre denunciato suscitando scandalo: la Costituzione è il Corano di questi talebani di casa nostra. Ma i nostri avversari ce li immaginavamo gelidi e assatanati allo stesso tempo. Questo sentimentalismo disarmante non l’avevamo previsto. Tanto più è necessario, allora, svergognare Nichi.

RECEP TAYYIP ERDOGAN 04/06/2013 A tutta prima prudente, il premier turco aveva però ben presto fatto gli occhi dolci alle cosiddette primavere arabe, fino a perdere ogni ritegno e ad atteggiarsi a magnanimo patrono ottomano dei movimenti di liberazione scoppiati negli ex possedimenti del Sultano. Che queste insurrezioni fossero appoggiate e monopolizzate dagli amici della legge del taglione non gl’importava un piffero. Ora la primavera se la ritrova in casa. Ma a differenza delle altre è molto più vera, molto più consapevole, molto più “occidentale”, soprattutto per la birra, il che è dire tutto. Ma Erdogan non ci sta. «Chi parla di primavera non conosce la Turchia. Nelle urne l’Akp ha l’appoggio del 50% della popolazione. Dietro la protesta ci sono gruppi estremisti, con collegamenti esteri», così ha detto, copiando pari pari dal suo grande nemico, il «criminale contro l’umanità» Bashar al-Assad, che almeno mentiva a metà. Lui non ci arriva neanche.

ARTICOLO21 05/06/2013 L’associazione che si fa promotrice «del principio della libertà di manifestazione del pensiero» assegna ogni anno premi a quelle personalità «che si sono distinte per la loro sensibilità civile e per la loro scelta di battersi per l’inclusione sociale e di contrastare sempre e comunque bavagli, censure, oscurità ed oscurantismi». Quest’anno i premi andranno a Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, a Cecile Kyenge, ministra dell’integrazione, a Riccardo Iacone e alla redazione di “Presa Diretta” (Rai3), al giornalista Giovanni Tizian. Se è vero che ognuno può manifestare il proprio pensiero, è anche vero che ognuno può premiare chi cavolo gli pare. Però questa lista mi pare, come dire, segnata da una mentalità piuttosto angusta, da una certa ideologia identitaria che al di là del proprio recinto non vede proprio nulla, da una certa censura verso il pensiero non allineato, da un certo oscurantismo settario, da un certo spirito di confraternita, e infine da un certo esclusivismo prettamente politico. Eppure basterebbe poco, basterebbe alzare appena appena lo sguardo per scoprire nuovi orizzonti, nuovi messaggi, nuove sensibilità, e un mucchio di brillanti e sorridenti intelligenze aperte sul vasto mondo: pensate, che so, al sottoscritto.

L’UNIVERSITA’ DI LIPSIA 06/06/2013 L’epopea “gender” sta diventando maledettamente complicata. Ci toccherà andare a scuola. Ai bei tempi antichi, a parte la categoria etero, lesbiche e gay bastavano alla classificazione dell’umanità. Vi si aggiunsero poi, con ridondanza burocratica, i bisessuali. Poi arrivarono i trans, e la circumnavigazione dell’orbe sessuale parve completa, con soddisfazione di tutti. Niente affatto: avevamo lasciato per strada i queer, la vasta truppa degli inclassificabili, categoria suscettibile di innumerevoli sub-categorie, in quanto nessuno ha mai ben capito chi siano i queer. Ma son robe terribilmente noiose, da veri eruditi. E comunque non è finita. L’altro giorno la giustizia australiana ha riconosciuto ad un esemplare della specie umana il diritto di essere ufficialmente né uomo né donna, e non perché ci si trovi davanti a un delicato caso di ermafroditismo o intersessualità, ma perché costui/costei dopo esser diventato donna, da uomo che era, col passare del tempo ha scoperto di non sentirsi perfettamente donna. La cosa straordinaria è che questo androgino per vocazione ha costretto i giornalisti di lingua inglese più devoti al politicamente corretto ad inventarsi dei nuovi pronomi personali e possessivi: “zie” al posto di “he” o “she”; “hir” al posto di “his” o “her”, con grande gioia di tutte le case editrici specializzate in libri per la scuola. Ma questo non è niente in confronto alle notizie che arrivano dalla terra dei crucchi. Io non ce l’ho coi tedeschi. Ogni popolo ha il suo genio. Ed ogni genio si corrompe alla propria maniera. Quello tedesco ha la spiacevole tendenza di applicarsi nelle sue cose fino all’ottusità conclamata. Ed è così che non mi sorprende affatto che sia stata proprio l’illustre Università di Lipsia a siglare il capitolo più esilarante, fin qui, dell’epopea “gender”. D’ora in poi, infatti, tutti i titoli accademici saranno espressi solo al femminile, anche per i docenti maschi. L’Università di Lipsia sarà popolata unicamente da professoresse, assistenti, ricercatrici, rettrici. Almeno fino all’anno prossimo, quando si scoprirà che questa pervasiva femminizzazione dei titoli è l’espressione del più completo maschilismo. Si deciderà allora che tutti i titoli accademici dovranno essere declinati al maschile, anche per le docenti femmine.

LA REPUBBLICA DELLE IDEE 07/06/2013 Doveva partire da Firenze la rinascita culturale di questo nostro benedetto paese, involgarito e pressoché tramortito, si dice, da vent’anni di becero berlusconismo. E partenza col botto è stata, effettivamente, quella della festa della Repubblica delle Idee: non è arrivato Platone in persona, che sarebbe stato troppo (c’era comunque Scalfari), ma Dan Brown c’era, in carne e ossa, il grande maestro del thriller esoterico alle vongole, autore di libroni elettrizzanti senza capo né coda, perfetti però per titillare le vanità salottiere del pubblico più volgare, quello finto-colto della società civile. La domanda che pongo è questa: è questo il segno che il berlusconismo ha berlusconizzato anche l’antiberlusconismo, e sta vincendo su tutta la linea? Oppure è il segno che la sinistra vuole provare la più ineffabile delle trasgressioni, il brivido di sentirsi, cioè, una volta tanto, antropologicamente inferiore alla destra?