Una settimana di “Vergognamoci per lui” (129)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NICHI VENDOLA 03/06/2013 Manifestazione a Bologna in difesa della Costituzione nel giorno della Festa della Repubblica. Iniziativa promossa dal club montagnardo “Libertà e giustizia”. Nome: “Non è cosa vostra”. (Che fosse cosa loro l’avevamo capito da tempo: perché strillano ancora? Ma lasciamo stare.) A parlare le solite icone; i discorsi e le parole quelle di sempre; il tedio mortale. L’unico interessante è stato l’affabulatore più famoso di Puglia dopo Checco Zalone. Nichi non ha la lingua biforcuta. In Nichi c’è ancora qualcosa di fanciullesco ed ingenuo. Nichi dice sferiche corbellerie con commossa partecipazione, laddove i suoi compagni sono più accorti e velenosi. Nichi perciò lo ha detto papale papale: «La Costituzione è la nostra religione civile». Esattamente ciò che noi controrivoluzionari abbiano sempre denunciato suscitando scandalo: la Costituzione è il Corano di questi talebani di casa nostra. Ma i nostri avversari ce li immaginavamo gelidi e assatanati allo stesso tempo. Questo sentimentalismo disarmante non l’avevamo previsto. Tanto più è necessario, allora, svergognare Nichi.

RECEP TAYYIP ERDOGAN 04/06/2013 A tutta prima prudente, il premier turco aveva però ben presto fatto gli occhi dolci alle cosiddette primavere arabe, fino a perdere ogni ritegno e ad atteggiarsi a magnanimo patrono ottomano dei movimenti di liberazione scoppiati negli ex possedimenti del Sultano. Che queste insurrezioni fossero appoggiate e monopolizzate dagli amici della legge del taglione non gl’importava un piffero. Ora la primavera se la ritrova in casa. Ma a differenza delle altre è molto più vera, molto più consapevole, molto più “occidentale”, soprattutto per la birra, il che è dire tutto. Ma Erdogan non ci sta. «Chi parla di primavera non conosce la Turchia. Nelle urne l’Akp ha l’appoggio del 50% della popolazione. Dietro la protesta ci sono gruppi estremisti, con collegamenti esteri», così ha detto, copiando pari pari dal suo grande nemico, il «criminale contro l’umanità» Bashar al-Assad, che almeno mentiva a metà. Lui non ci arriva neanche.

ARTICOLO21 05/06/2013 L’associazione che si fa promotrice «del principio della libertà di manifestazione del pensiero» assegna ogni anno premi a quelle personalità «che si sono distinte per la loro sensibilità civile e per la loro scelta di battersi per l’inclusione sociale e di contrastare sempre e comunque bavagli, censure, oscurità ed oscurantismi». Quest’anno i premi andranno a Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, a Cecile Kyenge, ministra dell’integrazione, a Riccardo Iacone e alla redazione di “Presa Diretta” (Rai3), al giornalista Giovanni Tizian. Se è vero che ognuno può manifestare il proprio pensiero, è anche vero che ognuno può premiare chi cavolo gli pare. Però questa lista mi pare, come dire, segnata da una mentalità piuttosto angusta, da una certa ideologia identitaria che al di là del proprio recinto non vede proprio nulla, da una certa censura verso il pensiero non allineato, da un certo oscurantismo settario, da un certo spirito di confraternita, e infine da un certo esclusivismo prettamente politico. Eppure basterebbe poco, basterebbe alzare appena appena lo sguardo per scoprire nuovi orizzonti, nuovi messaggi, nuove sensibilità, e un mucchio di brillanti e sorridenti intelligenze aperte sul vasto mondo: pensate, che so, al sottoscritto.

L’UNIVERSITA’ DI LIPSIA 06/06/2013 L’epopea “gender” sta diventando maledettamente complicata. Ci toccherà andare a scuola. Ai bei tempi antichi, a parte la categoria etero, lesbiche e gay bastavano alla classificazione dell’umanità. Vi si aggiunsero poi, con ridondanza burocratica, i bisessuali. Poi arrivarono i trans, e la circumnavigazione dell’orbe sessuale parve completa, con soddisfazione di tutti. Niente affatto: avevamo lasciato per strada i queer, la vasta truppa degli inclassificabili, categoria suscettibile di innumerevoli sub-categorie, in quanto nessuno ha mai ben capito chi siano i queer. Ma son robe terribilmente noiose, da veri eruditi. E comunque non è finita. L’altro giorno la giustizia australiana ha riconosciuto ad un esemplare della specie umana il diritto di essere ufficialmente né uomo né donna, e non perché ci si trovi davanti a un delicato caso di ermafroditismo o intersessualità, ma perché costui/costei dopo esser diventato donna, da uomo che era, col passare del tempo ha scoperto di non sentirsi perfettamente donna. La cosa straordinaria è che questo androgino per vocazione ha costretto i giornalisti di lingua inglese più devoti al politicamente corretto ad inventarsi dei nuovi pronomi personali e possessivi: “zie” al posto di “he” o “she”; “hir” al posto di “his” o “her”, con grande gioia di tutte le case editrici specializzate in libri per la scuola. Ma questo non è niente in confronto alle notizie che arrivano dalla terra dei crucchi. Io non ce l’ho coi tedeschi. Ogni popolo ha il suo genio. Ed ogni genio si corrompe alla propria maniera. Quello tedesco ha la spiacevole tendenza di applicarsi nelle sue cose fino all’ottusità conclamata. Ed è così che non mi sorprende affatto che sia stata proprio l’illustre Università di Lipsia a siglare il capitolo più esilarante, fin qui, dell’epopea “gender”. D’ora in poi, infatti, tutti i titoli accademici saranno espressi solo al femminile, anche per i docenti maschi. L’Università di Lipsia sarà popolata unicamente da professoresse, assistenti, ricercatrici, rettrici. Almeno fino all’anno prossimo, quando si scoprirà che questa pervasiva femminizzazione dei titoli è l’espressione del più completo maschilismo. Si deciderà allora che tutti i titoli accademici dovranno essere declinati al maschile, anche per le docenti femmine.

LA REPUBBLICA DELLE IDEE 07/06/2013 Doveva partire da Firenze la rinascita culturale di questo nostro benedetto paese, involgarito e pressoché tramortito, si dice, da vent’anni di becero berlusconismo. E partenza col botto è stata, effettivamente, quella della festa della Repubblica delle Idee: non è arrivato Platone in persona, che sarebbe stato troppo (c’era comunque Scalfari), ma Dan Brown c’era, in carne e ossa, il grande maestro del thriller esoterico alle vongole, autore di libroni elettrizzanti senza capo né coda, perfetti però per titillare le vanità salottiere del pubblico più volgare, quello finto-colto della società civile. La domanda che pongo è questa: è questo il segno che il berlusconismo ha berlusconizzato anche l’antiberlusconismo, e sta vincendo su tutta la linea? Oppure è il segno che la sinistra vuole provare la più ineffabile delle trasgressioni, il brivido di sentirsi, cioè, una volta tanto, antropologicamente inferiore alla destra?

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8 thoughts on “Una settimana di “Vergognamoci per lui” (129)”

  1. OT: Vorrei likare la likata, anzi l’auto-likata, dell’autore medesimo, che mi ha fatto ridere. Solo che se liko sembra che stia dando apprezzamento al post. Io invece voglio likare proprio la likata. Dove devo likare?

    1. Suppongo che ci potresti riuscire solo per sbaglio, come ho fatto io nel likare il post. Per un quarto d’ora ho cercato di scoprire come fare per cancellare il like. Poi ho pensato: magari lo prendono per una brillante trovata, una delle mie famose trovate…

  2. Scusate, forse state solo a scherzà o dico cose che già sapete o non ve ne frega niente…ma per quello che capisco io dei mezzucci di facebook, non si può likare una likata. Mentre di solito per de-likare, si riclicca lo stesso pulsante del like. buona fortuna 🙂

    Complimenti per i vari post (compreso quello su erdogan) che sono un unico ritratto della cultura di sinistra, italiana e non solo, che se la canta e se la suona da sola, avvitandosi in un immobilismo autoreferenziale travestito da progressismo.

  3. marmando, “per quello che capisco io dei mezzucci di facebook, non si può likare una likata.”

    Eh, lo so, ma spero che Zuckerberg si attivi subito per rimediare a questo gravissimo vulnus delle nostre libertà individuali. Ora che lo sa, non può più fare finta di niente. Sappia che da ora in poi lo riterrò personalmente responsabile.

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