Una settimana di “Vergognamoci per lui” (136)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’ANTIRAZZISMO DA OPERETTA 22/07/2013 Angelo Romano Garbin, consigliere del comune di Cavarzere (VE), fa parte a pieno titolo della sinistra. Prima di tutto Garbin, detto “El Maestron” – credo par la stazza – è un docente in pensione settantenne: quindi la sua statura intellettuale è certificata. Secondo, sulla parte superiore del braccio spicca il tatuaggio dell’iconico volto del Che: quindi è uno che crede ancora nella revolución. In più, El Maestron è un tipo ruspante, ruspantissimo, esattamente ciò che manca alla sinistra del nostro paese per essere veramente popolare e rotondamente umana. In una parola: vincente. El Maestron è anche piuttosto cattivello. Se l’è presa con una sua collega leghista di Padova, quella che su Facebook aveva scritto: «Ma mai nessuno che se la stupri [la Kyenge], così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato delitto???????? Vergogna!» Per questa cretinata, simile per civiltà a migliaia di altri garbati complimenti che ogni giorno spuntano sul web nostrano, Dolores Velandro è stata espulsa dalla Lega e la nostra solerte magistratura ha appena condannata la poveretta a tredici mesi di reclusione e al pagamento di tredicimila euro di risarcimento danni. El Maestron non ha mostrato pietà e sempre su Facebook, in un dialetto più padovano che veneziano (Cavarzere è veneziana più per storia che per geografia), ha scritto anche lui la sua cretinata da Bar Sport: «Ma varda che rassa de femena. La saria da molare in on recinto cò na ventina de negri assatanà e nesuno che la iuta e stare a vedare la sua reassion.» Il suo partito, SEL, che non ha il senso dell’umorismo terra terra, lo ha subito espulso. Mentre, a detta dei legali della Valandro, suppongo inorriditi dal rutto verace del Maestron, la signora appena condannata sta meditando se sporgere querela nei confronti del Maestron per la frase «palesemente diffamatoria». Insomma, siamo alle baruffe chiozzotte. Io propongo di mandare El Maestron ai lavori forzati per un anno, oltre a condannarlo al pagamento di – diciamo – tredicimila euro di risarcimento danni. Gli faranno bene. Tornerà a casa asciutto come un ciclista alla fine del Tour de France. Sempre se lo faranno lavorare come un negro.

[P.S. Qualcuno ha pensato che volessi davvero vedere El Maestron dietro le sbarre. Siamo messi bene.]

LA FRASE CHOC 23/07/2013 Questa volta è toccato al deputato francese e sindaco di Cholet essere iscritto nel registro degli infami per una frase dal sen fuggita. Sembra che gli attriti tra il sindaco di Cholet, una mammoletta centrista, e i nomadi siano di vecchia data. L’ennesimo battibecco è nato dopo l’okkupazione da parte della “gens du voyage” di terreni di proprietà comunale affittati a degli agricoltori. I nomadi in Francia sono chiamati ufficialmente “gens du voyage” da qualche tempo (va da sé che i giornali si adeguano religiosamente a questa vacua denominazione) perché la République vuole essere impeccabile: nomadi, zingari, gitani e perfino rom, sono dei termini o troppo legati all’etnia o sentiti come ben poco lusinghieri; inoltre, non tutti i rom sono nomadi e non tutti i nomadi sono rom. Essendo un’insulsaggine questo brutto parto della burocrazia democraticista arriverà ben presto anche in Italia. Sembra dunque che in risposta al sindaco Bourdouleix, che ostentava a parole tutto il suo legalismo, i nomadi abbiano risposto salutandolo per scherno alla maniera hitleriana, ossia dandogli del nazista. Il sindaco allora, a voce bassa, avrebbe detto che «forse Hitler non ne ha fatti fuori abbastanza». Ma è stato fregato da un giornalista locale che da tempo in queste occasioni registra tutti i suoi vivaci scambi di vedute coi nomadi, nella speranza di coglierlo in fallo. Una storia pietosa, quella del giornalista, dico. L’UDI ha subito espulso Bourdouleix dal partito. C’è comunque un lato positivo in questo ennesimo trionfo dell’infantilismo di massa: la noia comincia a serpeggiare. Una frase choc al giorno toglie lo choc di torno. Quando saremo stufi di queste pagliacciate ricominceremo a ragionare.

VITTORIO AGNOLETTO 24/07/2013 Nonostante l’Italia migliore lo voglia far passare alla storia a tutti i costi, grazie ad una propaganda martellante ed intimidatoria, il “massacro della Diaz” rimane un episodio di cronaca. La cronaca di un brutale pestaggio da parte delle forze di polizia, durante il quale nessuno passò a miglior vita, e al quale non fu estraneo il contesto. La genesi della mistica del “massacro della Diaz” è presto spiegata. Nel G8 2001 la pancia della sinistra vide l’occasione per dare una spallata all’appena insediato, ed odiatissimo, governo Berlusconi. Tutta la sinistra lasciò che una tacita pulsione antidemocratica, quasi palingenetica, lievitasse nella speranza che esplodesse nelle strade e nelle piazze di Genova in faccia al Caimano. L’agguato sostanzialmente fallì, nonostante una città messa a ferro e fuoco dai teppisti di mezza Europa, e dai figli di papà di casa nostra, mentre la massa pacifica dei dimostranti cadeva dalle nuvole, e faceva la vittima, non avendo il coraggio di guardare in fondo a se stessa: quella massa era lì proprio per non mancare ad un appuntamento con la storia dato per certo. Il “martire” Giuliani morì in circostanze troppo chiare per certificare il conclamato fascismo del governo Berlusconi. E il pestaggio della Diaz fu un episodio minore della battaglia di Genova. E infatti non esplose subito. Ma quello era il solo materiale sul quale riforgiare il mancato appuntamento con la storia e tacitare i sensi di colpa di chi in cuor suo aveva flirtato con l’eversione. Da quella misera e menzognera sorgente nacque giorno dopo giorno l’epopea del “massacro della Diaz”: un baraccone condannato ad essere continuamente alimentato, se vuole stare in piedi. E infatti ad una riunione di reduci, Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa Social Forum di quei giorni ruggenti, ha fatto una modesta e misurata proposta: «La scuola Diaz sia dichiarata monumento d’interesse nazionale e all’entrata, a fianco del portone divelto dalla violenza della polizia, sia posta una targa con incise le frasi più significative della sentenza pronunciata dai giudici». Su, non fate i musoni. Fatevi una bella sghignazzata. Liberatevi da questo fardello. E’ tutta salute.

ABDEL FATTAH AL-SISSI 25/07/2013 Capo dell’esercito e artefice primo del siluramento dell’ex premier Morsi, l’attuale ministro della Difesa egiziano ha deciso di andare ancora una volta incontro al suo popolo, che ama evidentemente con tutto l’amore di cui è capace un Piccolo Padre. Il giorno del colpo di stato mandò gli elicotteri a salutare dall’alto, bandiere al vento, i manifestanti di Piazza Tahrir: quelli risposero con ovazioni e tripudi. Incoraggiato da tanta gonzaggine, Al-Sissi si è presentato alla televisione di stato in divisa militare, onusta di mille gloriose onorificenze, col berretto rigido e con gli occhiali da sole: sembrava Gheddafi da giovane, prima che Muhammar cedesse al pittoresco. Poi ha parlato chiaro: «Io chiedo agli egiziani una sola cosa: una sola. Venerdì prossimo tutti gli egiziani di buona volontà devono scendere in piazza. Scendete in strada per darmi un mandato forte per prendere il comando e porre fine alla violenza e al terrorismo». Non è tuttavia il caso di essere troppo pessimisti: in fondo Mubarak è ancora vivo.

GUGLIELMO EPIFANI 26/07/2013 Forse perché ogni tanto ci si stanca di recitare, forse perché ogni tanto è bello fare qualche chiacchiera col nemico, forse perché lo spirito di fazione stanca e alla lunga annoia pure, e forse perché lo spirito pacificatore, e per questo odiato, del berlusconismo sta producendo i suoi benefici effetti, il viceministro dell’Economia Stefano Fassina ad un convegno della Confcommercio si è lasciato andare ad una ragionevole riflessione sul tema scottante e divisivo dell’evasione fiscale: «Esiste un’evasione di sopravvivenza. Senza voler strizzare l’occhio a nessuno, senza ambiguità nel contrastare l’evasione, ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno». Con queste parole Fassina, che pure è “democratico” solo per disciplina di partito, in quanto il suo cuore batte in realtà per uno schietto e sanguigno partito socialista, si è quasi rovinato la reputazione tra i compagni. A venire in suo aiuto è stato però lo stesso segretario PD Epifani, dichiarando che «le parole di Fassina sono state interpretate con troppa malevolenza: non si può farlo passare come uno che pensa che gli evasori abbiano ragione, non è così, non è quello che sta facendo. E’ stata equivocata una sua frase relativa a una constatazione, che non voleva essere una giustificazione». Ma è vero! Verissimo! Solo che, Guglielmo, perché questo ragionamento non lo fai anche nei confronti dei berlusconiani, con buona pace di certe sussiegose e pazzerelle sentenze della magistratura che non possono importare un tubo a persone serie come noi?

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (135)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA LEGA NORD 15/07/2013 In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito nordista era quella di diventare il braccio “bavarese” del PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente al lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, e in fin dei conti anche da pecore, hanno passato il tempo a coltivare la loro “diversità” dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PCI delle regioni bianche e “conservatrici”; organizzazione che fino a due anni fa strappava qualche sommesso gridolino d’ammirazione perfino a sinistra, dove si vedeva volentieri in essa una specie di premonizione del crollo del partito di plastica berlusconiano, che naturalmente è rimasto bellamente in piedi, nonostante i bombardamenti, a differenza della Lega, che è crollata, nonostante le lusinghe. In preda ad una micidiale crisi d’identità, i leghisti superstiti ora sbandano paurosamente a sinistra e a destra, dividendosi tra gli opportunisti che flirtano timidamente col politicamente corretto, e quelli che sguazzano per disperazione in un reducismo da ubriachi o, se volete, da cavernicoli.

L’ITALIETTA ANTI-REVISIONISTA 16/07/2013 A Ferrara il Comune – a guida PD, naturalmente – l’Università e l’Istituto di storia contemporanea hanno istituito un premio per opere inedite di giovani studiosi dedicate alla “storia del giornalismo e della comunicazione pubblica”. Premio intitolato a Nello Quilici, “rilevante figura di intellettuale e giornalista, direttore a Ferrara del Corriere Padano”, nonché rilevante figura del fascismo locale, il quale negli anni dell’avvitamento razzista del fascismo fece in tempo a dare il suo virulento contributo scritto alla nobilissima causa antisemita. Come altri padreterni del futuro giornalismo repubblicano e democratico, peraltro. A strappare il velo della reticenza istituzionale sul passato di questa rilevante figura di intellettuale ha pensato Ranieri Varese, professore del Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Ferrara, scrivendo al sindaco e al rettore dell’Università «per dichiarare, da cittadino, tutto il mio sconcerto e amarezza per una riproposizione che non poteva e non può, in questi termini, essere assunta». Non avendo ricevuto risposta, dopo un mese il docente si è rivolto ai giornali. Solo allora l’assessore alla Cultura del Comune ha spiegato che è in fase di preparazione una risposta ufficiale a Varese, nella quale sarà chiarita la genesi particolare del premio, cui diede impulso una donazione della famiglia Quilici, ribadendo in ogni caso che «il giudizio di Ranieri Varese è assolutamente condiviso e che non c’è nessuno tentativo revisionista o di attenuare le colpe storiche di Nello Quilici». Della figura dell’ex direttore del Corriere Padano non so assolutamente nulla. Magari in realtà era un galantuomo. Magari un fanatico della peggior risma. Il punto veramente interessante della vicenda è un altro: è l’universale rifiuto della politica e della cultura italiana di prendere atto di come i fantasmi fascisti del passato abbiano una netta tendenza a frequentare gli album di famiglia dell’Italia rossa, e di come siano proprio le roccaforti dell’antifascismo tutto d’un pezzo ad essere travagliate continuamente da questi piccoli drammi generazionali di massa, dopo aver rotto non poco i marroni, traendone profitto, all’Italia meno inquadrata e zelante, oggi come allora.

GLI AMICI DELL’AMICO DI SILVIO 17/07/2013  PROBLEMI DI DIRITTI UMANI? QUALI PROBLEMI? I POLITICI EUROPEI CHE FANNO DA SPALLA ALL’AUTOCRATE KAZAKO di Walter Mayr (da Spiegel On line International, 13 marzo 2013) 

Ci sono socialdemocratici europei che si lasciano manipolare dall’autocratico leader del Kazakistan. Non solo patrocinano la causa del regime all’estero, ma lo sostengono in una disputa di famiglia con il suo genero. E cospicue somme di denaro stanno a quanto pare passando di mano.

Per gli attivisti dei diritti umani, il presidente kazako Nursultan Nazarbayev è un despota fatto e finito. Ha costruito una “dittatura postmoderna”, dice la Human Rights Foundation con base a New York, “svaligiando le casse del paese di decine di miliardi di dollari per arricchirsi personalmente”. E secondo l’ultimo bollettino annuale di Amnesty International, Nazarbayev controlla un sistema nel quale la tortura è ancora impiegata. Per essere un tiranno, tuttavia, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti avvocati: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schröder e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily. Tutti costoro sono membri nei loro paesi di partiti socialdemocratici. [L’Italia è sempre un caso specialissimo, naturalmente… NdZ] Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi sono ufficialmente membri dell’International Advisory Board di Nazarbayev. S’incontrano spesso ogni anno – nella più recente occasione due settimane fa nella capitale kazaka Astana – e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari). Schröder, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche, ed elogia il Kazakistan come un “paese internazionalmente riconosciuto e aperto”. Nel novembre del 2012, Schröder si congratulò col Kazakistan in quanto paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”. Nazarbayev, ex capo del Partito Comunista in Kazakistan, aveva già governato la repubblica durante l’era sovietica. Nel 2010 fece passare una legge che lo nominava “Leader della nazione”, che lo rendeva immune da qualsiasi procedimento giudiziario e dal sequestro dei suoi beni per il resto della sua vita. Ciononostante l’Occidente continua a corteggiare Nazarbayev. “I partners internazionali più importanti del Kazakistan non hanno saputo reagire a serie violazioni dei diritti umani”, dice Human Rights Watch. Il paese ha enormi risorse minerarie, inclusi petrolio, gas naturale, oro ed uranio, che lo rendono un assai appetito fornitore d’energia e il suo presidente un attore importante nel teatro internazionale.

UNA FAIDA FAMIGLIARE. IL 18 febbraio il nome di Otto Schily venne alla ribalta in un caso concernente il Kazakistan. Nella sua qualità di procuratore, Schily chiese l’emissione di un mandato d’arresto per l’autoproclamatosi nemico pubblico N° 1 del paese, Rakhat Aliyev, [non c’entra nulla col “dissidente” Ablyazov, ora agli onori delle cronache in Italia, NdZ] l’ex genero del presidente, che era scomparso scappando a Malta. Nel suo nuovo libro “Tatort Österreich”, o “Luogo del crimine: Austria”, Aliyev critica il tentativo, attuato con l’aiuto di Schily, di propagandare il suo caso issandolo sul palcoscenico europeo. Per anni Aliyev e Nazarbayev sono stati coinvolti in una faida nella quale è arduo tracciare una linea netta tra bene e male, anche se i lobbisti della causa kazaka provenienti dagli ex alti ranghi dei partiti socialdemocratici europei potrebbero permettersi di non essere d’accordo. Aliyev è stato un intimo consigliere del presidente kazako. Ha servito come vicecapo dei servizi segreti, alto funzionario del fisco e ambasciatore in Austria. Ma soprattutto è stato il genero di Nazarbayev. Nel 2007 è caduto in disgrazia ed è stato condannato in contumacia a 40 anni di prigione per sequestro di persona e per tentativo di colpo di stato. E’ anche accusato di omicidio, tortura e riciclaggio. E’ al momento sotto inchiesta a Vienna e nella città di Krefeld, nella Germania settentrionale. Aliyev non solo nega ogni accusa, ma di fatto accusa a sua volta il presidente di crimini gravissimi. Secondo Aliyev, Nazarbayev è colpevole dell’assassinio e della tortura di membri dell’opposizione, del furto di miliardi di dollari e del trasferimento di fondi in conti segreti all’estero. Fonti russe stimano gli asset della famiglia al potere sui 7 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro). Ambedue le parti della faida famigliare stanno cercando di manipolare l’opinione pubblica. Da una parte il presidente, coi suoi illustri avvocati occidentali; dall’altra Aliyev, che segue il procedimento istruito contro di lui in Austria dal suo nascondiglio maltese. Allo SPIEGEL Aliyev dice di essere disponibile a presentarsi nei tribunali austriaci. Ma dice anche e prima di tutto della sua paura di essere oggetto di un sequestro di persona. Ogni volta che ha la sensazione di essere seguito da qualcuno, egli lo fotografa e scarica le immagini su un dispositivo rigido. In una conferenza stampa a Vienna in febbraio, l’ex ministro dell’interno tedesco Otto Schily disse che il fatto che Aliyev “potesse girare liberamente in Europa” era qualcosa di “macabro”, prima di fare una severa ramanzina, con uno stile tedesco assai imperiale, a quelle cui implicitamente si riferì come le deboli autorità austriache. Seduto accanto a Schily stava Gabriel Lansky, visibilmente compiaciuto.

IN GINOCCHIO DAI KAZAKI. L’avvocato viennese è un mediatore politico in un gioco miliardario di Monopoli che ora si sta manifestando sulla scena europea. Sta facendo tutto quello che è in suo potere tutto per portare in tribunale Aliyev. Con le sue eccellente entrature nei partiti socialdemocratici e non solo, egli contribuì a garantire che il caso Aliyev fosse assegnato a Schily, in modo tale che esso fosse pure al centro dell’attenzione in Germania. Ma ciò che fu forse ancora più d’aiuto è il fatto che l’ex cancelliere austriaco Gusenbauer, un membro dell’Advisory Board di Nazarbayev, fu testimone di nozze al matrimonio di Lansky. In risposta alle accuse di essere pagato per i suoi servizi direttamente col denaro dei forzieri dell’autocrate kazako, Lansky elogia l’affidabilità dei suoi collaboratori. Per esempio, c’è un direttore in pensione della Europol law enforcement agency che gli fornisce a pagamento dei preziosi rapporti. Ha perfettamente senso che sia proprio Gabriel Lansky ad opporglisi con ogni trucco legale a suo disposizione, dice Aliyev ironicamente da Malta, spiegando che all’inizio degli anni novanta lo studio legale di Lansky rappresentava parecchie compagnie registrate in Austria strumentali nel gettare le fondamenta della fortuna di Nazarbayev. Il complesso della disputa dinastica è difficile da sbrogliare, per i tedeschi non meno che per gli altri. Non desta sorpresa che il governo della cancelliera Angela Merkel stia tenendo un profilo basso sul caso, specialmente dopo la firma apposta, durante la visita di Nazarbayev a Berlino lo scorso anno, su contratti del valore di qualcosa come 3 miliardi di euro. Le relazioni tra i due paesi sono “così buone che difficilmente io le potrei migliorare”, disse l’ambasciatore tedesco a Astana in novembre. Il Kazakistan, aggiunse, rifulge in conseguenza della sua “saggia guida politica” e della sua determinazione a non farsi suggestionare dal “problema artificiale” dei diritti umani. Il fatto che un diplomatico tedesco si pieghi davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto, dice la deputata dei Verdi Viola von Cramon. Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schröder, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere nei giochetti di Nazarbayev. “Specialmente perché ora il suo regime è impegnato in un giro di vite. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”, dice.

[Tradotto volenterosamente in italiano – dalla versione inglese di Christopher Sultan dell’originale tedesco – dal tenutario di questa rubrica.]

I KAZAKOFOBI 18/07/2013 Ecco, non vorrei che dopo quer pasticciaccio brutto de Casal Palocco, finissimo come al solito cornuti e mazziati, disprezzati da tutti i kazaki, dai kazaki del Kazakistan, dai russi del Kazakistan, dal regime, dagli aspiranti golpisti, dai dissidenti veri e persino dalla sottospecie kazakistana, recentissimamente venuta alla luce. Vedo gente a destra e a manca, tutta infervorata nella polemica politica, che parla a ruota libera dei kazaki come fossero una razza mezza selvatica, che si muove per branchi, e come se il Kazakistan da oggi fosse stato espulso dal campo di gioco internazionale. Non vorrei insomma che andasse distrutto, a causa del nostro atavico e garrulo provincialismo, tutto il lavoro fatto in questi ultimi anni dal nostro più rinomato ambasciatore nel vastissimo paese centro-asiatico, Toto Cutugno: meglio il suo italiano “vero”, fiero, con la chitarra in mano, con la 600 giù in carrozzeria, meglio quel mandolinista farfallone e sentimentale che l’isterico di questi giorni.

NINO DI MATTEO 19/07/2013 Il Tribunale di Palermo ha assolto il generale Mori e il colonnello Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, perché «il fatto non costituisce reato». La vaporosità dei reati contestati è una costante nei processi che mirano a scrivere pagine decisive della storia d’Italia. Barocchi impianti accusatori poggiano spesso su avvilenti giochi degli equivoci. E’ ovvio, ad esempio, che anche l’azione dei corpi di polizia, così come ad un livello più alto quella dei ministeri dai quali dipendono, si svolge dentro una sua legittima e limitata sfera di discrezionalità; è ovvio che anche i poliziotti hanno una loro politica operativa, duttile e sempre aggiornabile, nei confronti del piccolo e grande crimine, che detta i modi e i tempi del loro agire; è perfettamente comprensibile che nella sua guerra alla criminalità organizzata la polizia usi anche l’arma informale degli abboccamenti, delle lusinghe, dei messaggi in codice; ed è di tutta evidenza che quand’anche queste strategie investigative si rivelassero disastrose, ammesso e non concesso che questo sia il caso di Mori, rimarrebbero pur sempre nell’alveo della legalità. Incurante di tutto questo, ieri il pm Nino Di Matteo, durante un sit-in davanti al Tribunale di Palermo organizzato dalle Agende Rosse, ha detto: «La nostra è una lotta continua, lo dobbiamo a chi crede alla democrazia. Una lotta quotidiana per conoscere la verità di quegli anni. Guai se la ricerca della verità si fermasse. In questi vent’anni si sono scoperti tanti elementi concreti. Ma ancora dobbiamo scoprire tanto dei mandanti e dei moventi delle stragi.» Qualcuno troverà questo discorsetto inopportuno, incendiario, smaccatamente politico, e anche populista, e tuttavia lecito. Ma mettiamo che ci sia qualche esaltato con strane teorie in teste, che pensi male, ma veramente male, tanto da vedere in questo proclama la prova di un concorso esterno in associazione politica dai fini oltremodo loschi: non sarebbe correre un po’ troppo?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (134)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL PATENTINO D’ALLENATORE 08/07/2013 Andrea Stramaccioni non ha superato il master per allenatore di prima categoria. E’ il primo essere umano a riuscire nell’impresa, scommetto. Ma il mister non è un deficiente. E’ pure laureato in legge. E’ solo che ha fatto troppe assenze. I suoi impegni alla guida dell’Inter – in qualità di allenatore, va specificato – e specialmente le trasferte all’estero per le partite di Europa League, lo hanno tenuto lontano dal corso di Coverciano. Strama nella sua vita ha fatto solo l’allenatore. Ragazzo promettentissimo, alla sua prima partita vera da calciatore, in Coppa Italia Serie C col Bologna, esce col ginocchio distrutto da uno scontro di gioco. Carriera finita a diciotto anni. Poi per quasi tre lustri allena ragazzini e ragazzotti, arrivando a vincere con l’Inter la prima edizione della NextGen Series, sorta di Champions League under 19. La vittoria folgora l’amletico Moratti, che lo spedisce ad allenare l’Inter autentica al posto di Ranieri, anche se privo del maledetto patentino di prima categoria, grazie a qualche deroga o escamotage legale di cui naturalmente non m’interessa un bel nulla. L’esperienza dura un anno e mezzo, ma le nevrosi tipiche dei periodi di magra della Beneamata vanno ancora peggio del solito. Strama rivela però al mondo la sua fine oratoria romanesca, amabile e imperturbabile, e ci regala una perla rara di comicità con l’imitazione di Cassano. Con tutto questo le stupide leggi che regolano il calcio italiano, inutili come la maggior parte di quelle che regolano lo stato italiano, vogliono, pretendono, queste arpie cretine, che Strama prenda quel patentinuccio della malora, simile a tutti quegli indispensabili diplomucci e preziose attestazionucce che ti danno immancabilmente se frequenti tot ore di corsucci della minchia regolarmente fatturati. Contro la bocciatura Strama ha perciò presentato ricorso, subito accettato, vista la bontà delle giustificazioni addotte. Gli è stata concessa una sessione speciale di esame. L’ex mister dell’Inter presenterà a settembre una tesi sperimentale per il Settore Tecnico, una tesi curata dal presidente dell’Associazione Nazionale Allenatori Calcio in persona, Renzo Ulivieri. Come titolo suggerirei “Il Calcio come Volontà e Rappresentazione”, giusto per finire in bellezza.

L’ANPI 09/07/2013 Martin Schulz è una di quelle mezze calzette cui un fato capriccioso ha voluto regalare l’immeritata fortuna di andare a sbattere contro il Berlusca. Schulz, che non è mai parso granché sveglio, in quel momento non ebbe esatta coscienza dell’enorme privilegio toccatogli. Ma da allora, son passati dieci anni esatti, per lui cominciò la pacchia e pure Martin, nonostante il non esaltante quoziente d’intelligenza, è ormai giunto a capirne la ragione. Era quello il giorno dell’insediamento del Caimano alla presidenza di turno dell’Unione europea. Schulz, da presidente dei socialdemocratici tedeschi al Parlamento europeo, e da perfetto cafone, salutò la nuova presidenza italiana con parole di scherno verso alcuni componenti del governo Berlusconi, specie quelli in odore di fascismo e razzismo, arrivando a fare dell’ironia sul loro quoziente d’intelligenza: un discorso da bulletto antropologicamente superiore, sul quale i media imposero di fatto una cortina di silenzio, e al quale l’impareggiabile Silvio, senza alcun timore reverenziale, rispose con un esempio del migliore e più schietto spirito italico, ossia con un montante fulminante alla Bud Spencer & Terence Hill, promettendo con la più sorridente cordialità all’esterrefatto Schulz di interessarsi per un suo possibile ruolo da kapò in un film di prossima produzione. L’anno dopo, ancora mezzo tramortito, Martin si ritrovò a capo dei socialisti europei fino a quando l’anno scorso divenne presidente del Parlamento europeo. Sempre l’anno scorso il presidente Napolitano lo insignì dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana. Anche a Martin questo trionfo italico sembrò il massimo. Ma non aveva messo in conto i marziani dell’ANPI, la setta più antifascista dell’orbe terraqueo, i quali hanno consegnato al mancato kapò tedesco la tessera d’onore della loro associazione «per il suo impegno a favore dell’antifascismo come valore fondante della Ue e per la ripetuta partecipazione alle commemorazioni degli eccidi nazifascisti, in particolare a Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema». Il partigiano Schulz è rimasto di stucco, quasi spaventato da questi zeloti.

RODOLFO SABELLI 10/07/2013 Sulla decisione della Cassazione di fissare per il 30 luglio l’udienza che confermerà o meno la condanna subita dal Berlusca nel processo sui diritti televisivi, ha fatto sentire la sua voce il serenissimo e puntualissimo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, per dire che nella presunta accelerazione della Cassazione non c’è nessuna stranezza. Era tutto perfettamente prevedibile, codici e regolamenti interni alla mano. Non c’è nessun intento persecutorio nei confronti del Cavaliere. Sabelli ha voluto poi chiudere in bellezza le sue delucidazioni sul caso con questa perla di civile saggezza: «Chi riveste un ruolo rilevante nella vita di un paese, dovrebbe offrirsi all’accertamento delle eventuali responsabilità. Se ci sono…». Parole che solo personaggi abbietti come il sottoscritto possono interpretare come la bacchettata, personalissima, non richiesta, e piuttosto ruffiana, del maestrino sulle mani di Silvio, l’infame.

DON ANTONIO SCIORTINO 11/07/2013 Da quando Famiglia Cristiana è diventata un giornale per indignados, non è che si sia molto distinta nello stigmatizzare con asprezza qualsiasi disallineamento dalla cattolicità. Anzi è parso ai più che questa fosse l’ultima preoccupazione del settimanale diretto da Don Sciortino, campione ad honorem di quella società civile saputella con la quale trattiene da lustri cordialissimi e coltivati rapporti, anche editoriali, nonostante la lontananza di fedi e opinioni. E’ certo per superiore magnanimità che Don Sciortino passa sopra, come se camminasse sulle acque, anche alle critiche, spesso feroci e non raramente volgari, che dagli organi d’informazione e dai rappresentanti politici di quella stessa società saccente e moralmente soddisfatta di sé vengono indirizzate al successore di Pietro. Fa bene, anche il cristiano deve saper essere uomo di mondo: nel modo retto, s’intende, non nel senso evangelico. Questa elevatezza di spirito, non ancora ben salda evidentemente, abbisogna però ogni tanto di uno sfogo, di un bel tuffo nella melma prima di riprendere il cammino verso la santità. Don Sciortino, per mischiare le carte, per incantare gli allocchi, e per sfuggire all’occhio penetrante dell’inquisitore – sarei io – l’ha trovato nell’antiberlusconismo bilioso, brutto peccato che comunque, per fortuna, grazie alla preghiera di tutti i fratelli, non conduce alla morte. E’ per questo che ieri non gli è parso vero di poter additare al pubblico ludibrio l’onorevole Cicchitto, colpevole di aver espresso con misura e rispetto una velata critica sulla visita del Papa a Lampedusa, crimine nefando che i cosiddetti cattolici del Pdl hanno avuto la sfrontatezza diabolica di non condannare. Non si vuol, almeno, avere la carità di riconoscere all’errante Cicchitto, che peraltro è di stirpe laico-socialista, una certa, virile, mancanza di opportunismo? Quello stesso opportunismo che oggi saluta, illudendosi, la «rivoluzione» di Papa Francesco? Lo stesso Papa «Francesco» invocato a gran voce prima della sua elezione dallo Spirito del Mondo? Lo stesso Papa Francesco che l’astuta Provvidenza ha messo sul trono di Pietro per davvero, a confusione futura dello Spirito del Mondo che l’aveva invocato?

PIPPO BAUDO 12/07/2013 Da quando il mondo della televisione lo ha virtualmente prepensionato, il mitico Pippo si è fatto pensoso ed ha cominciato a sbandare sempre più a sinistra. Non certo per vocazione, ma per istinto di conservazione. Purtroppo per lui, non avendo mai respirato la “narrazione”, nel milieu intellettuale socialmente impegnato, coi suoi tic e i suoi ammuffiti articoli di fede, fa figura di dilettante. Ciò spiega come sia stato possibile che nel suo programma su Raitre, in una puntata de “Il viaggio” dedicata all’eccidio delle Fosse Ardeatine, ci si sia riferiti all’attacco partigiano di via Rasella, che innescò la mattanza nazista, come a un “attentato terroristico”. Il crimine linguistico ha innescato l’immediata reazione dei pasdaran dell’Anpi che hanno richiamato all’ordine il vegliardo aspirante antifascista, informandolo che il macello andava correttamente rubricato sotto la voce “legittima azione di guerra”. Lo sbalordito Pippo, sentendosi troppo dolorosamente innocente, non ha chinato il capo, e per lo sconforto ha parlato confusamente ma abbastanza ragionevolmente di giochi di parole, di tribunali della storia e di tribunali della morale, volendo dire in sostanza che nell’azione partigiana c’era una dose robusta di cinismo. Insomma, nella sua beatissima ignoranza, ha visto il Re Nudo, senza rendersi conto del misfatto. Grande Pippo. Pensavate forse che mi vergognassi veramente per lui?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (133)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 01/07/2013 «Mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità. (…) Piccoli passi non bastano. Il governo Letta ha iniziato bene, ma la sua missione – trasformare l’Italia in un Paese competitivo e capace di crescere, mantenendo la ritrovata disciplina di bilancio – richiede riforme radicali.» A fare queste critiche è l’ex Presidente del Consiglio, l’ex Super Mario Monti, il cui governo palesava le stesse insufficienze rimproverate a quello di Letta. A quel tempo certe uscite sarebbero state tacciate d’irresponsabilità da quel partito montiano che per una brevissima stagione signoreggiò tra i media. Oggi la claque è sparita ma Monti, nonostante le apparenze, è rimasto lo stesso signore che nella sua vita pubblica ha recitato con garbo noioso la sua parte senza mai uscire dai binari e senza aver mai nulla da dire veramente. Da commissario europeo e da membro di vari salotti internazionali vergava per il Corrierone articoli intrisi di europeismo moraleggiante e vacuo. Da Presidente del Consiglio predicava sobrietà e responsabilità, ma a parte le pose seriose non combinava un tubo. Ora che Scelta Civica, la sua creatura politica, non solo non combina, ma non conta un tubo, si è ritagliato il ruolo di coscienza critica dell’attuale maggioranza di governo e ricomincia a mettere una certa distanza tra sé e il suo disgraziato paese. Ché non si sa mai.

MARIO MAURO 02/07/2013 Quando si crede, non per fideismo ma per solidissime e sante ragioni, nei dogmi, nei miracoli e nella provvidenza, ci si può prendere il lusso di dare generosamente corda al proprio naturale, divertito ma costruttivo scetticismo su tutto il resto dello scibile, senza per questo sentirsi inghiottire dalla nebbia. Ho sempre guardato, per esempio, con una grande sufficienza, mista a scherno, alla presunta efficienza o alla leggendaria diabolicità dei mitici servizi segreti, massimamente quando l’attività di intelligence aveva fini politici. In quel caso l’indipendenza di giudizio e una mente serena vedono più in profondità senza il disturbo di rivoli di verità particolari e di mille spifferi interessati, anche se non per questo gli stati rinunciano all’azione della truppa degli ottusi spioni, nei confronti di amici e nemici. Ragion per cui il “Datagate” mi sembra interessante solo per le reazioni scandalizzate che ha suscitato in Europa, dove all’improvviso abbiamo scoperto una bella fetta di classe politica composta di verginelle. Poteva il nostro ministro della difesa non allinearsi al coro di queste facce di bronzo? Non poteva. Ma Mario Mauro, essendo troppo buono e troppo onesto, ha voluto brillare per solerzia. Mentre altri ostentavano con paragoni davvero un po’ troppo arditi la loro indignazione e la loro inquietudine, lui, a “Repubblica Tv”, e forse proprio per dimostrare di fare sul serio ai republicones, è stato lesto a trarre le possibili conseguenze del grande misfatto: «L’eventualità che le ambasciate europee, compresa quella italiana, fossero spiate a Washington e New York è tutta da verificare», ha detto il ministro, «ma se fosse vero, i rapporti tra Italia e Usa sarebbero compromessi». Compromessi. Addirittura. Non ci crede neanche lui. Eppure lo dice. Perché agli esteri o alla difesa da un po’ di tempo in qua la gente diventa isterica? Caro Mauro, calma e gesso. Si contenga. Non è successo niente.

FLAVIO ZANONATO 03/07/2013 Il ministro per lo Sviluppo Economico è la grande rivelazione del governo Letta. Nessuno l’avrebbe mai detto. Zanonato è un politico della vecchia scuola, funzionario di partito per vocazione, uomo capace di vivere con superiore placidità la sua totale mancanza di brillantezza, imbattibile nell’arte di addormentarvi, come ha fatto con i padovani, della cui città, anch’essa mezza tramortita, è stato sindaco quattro volte. Per fare un figurone tra i molti pivelli del governo Letta gli è bastato smorzare sul nascere ogni trepida attesa e ogni principio d’entusiasmo sul futuro prossimo della nazione. Serafico e quasi di buon umore, infischiandosi dei fischi, lontano anni luce dalle fredde asprezze tremontiane, ha detto papale papale che non c’è una lira, che lo stop all’aumento dell’IVA per ora sta scritto solo nel libro dei sogni, che siamo ad un punto di non ritorno e che siamo ormai impegnati in una corsa contro il tempo per impedire il trapasso della nostra economia. Uno spettacolo. Son cose che ti tirano su, se non altro per la spaventosa ma promettente chiarezza normalmente ascritta a lode di chi sa bene ciò che bisogna fare. Ma Zanonato, da vero fenomeno, ha smorzato anche questo tipo d’entusiasmo. In un’intervista al Corriere della Sera ha rispolverato la retorica dei campioni nazionali, si è detto contrario allo stato imprenditore ma non a quello saggiamente interventista, e ha auspicato l’intervento della Cassa depositi e prestiti «per non disperdere il patrimonio delle grandi imprese italiane» ecc. ecc. Tranquillo tranquillo, come sempre.

IL LUNCH BEAT 04/07/2013 Arriva anche in Italia il Lunch Beat. Se ne sentiva in effetti la mancanza. Il Lunch Beat sarebbe un nuovo concetto di pausa pranzo, un modo rivoluzionario per dimenticare completamente le rogne, il gergo, i tic del vostro lavoro di merda e per rilassarvi veramente – ma veramente – per un’ora. A Torino lo stress sarà combattuto e vinto nel modo seguente. Acquistate un kit da 7 € comprendente un panino, una bottiglietta d’acqua e un caffè. Buttato giù tutto quel ben di Dio, un DJ set, approntato nel locale scelto per il rito di purificazione, vi aspetta per il ballo. S’intende che per non perder tempo potete anche ballare masticando, col panino in una mano e la bottiglietta nell’altra. Il tutto infatti deve svolgersi rigorosamente dalle 13.00 alle 14.00: siate puntuali. Ballare è obbligatorio. E’ altresì vietato parlare di lavoro. L’imperativo è divertirsi, senza alcool e trasgressioni. E’ fondamentale che capiate la filosofia del Lunch Beat, per poterne sfruttare a fondo le potenzialità. Non dovete prendere sottogamba questa faccenda. Lo stress va ucciso, minuto per minuto, secondo per secondo. Non deve restarne traccia. Spiega l’organizzatore della prima torinese Enrico Pronzati che il Lunch Beat, a differenza delle normali pause pranzo vissute alla carlona, da debosciati, «concentra invece in un’ora relax, divertimento e possibilità di fare nuove conoscenze». Concentra, avete capito? Non perdete un minuto dunque. Cogliete l’attimo. Mettetecela tutta. Tanto avrete tutto un pomeriggio di lavoro per riposarvi.

BARACK OBAMA 05/07/2013 Il commento più divertente sul colpo di stato che ha destituito il presidente egiziano Morsi è stato fatto dal presidente siriano Bashar al-Assad. Fin troppo ringalluzzito dalla piega sfavorevole che la primavera araba sta prendendo nel suo paese, e così laicamente illuminato da non prendere in nessuna considerazione le potenzialità jettatorie delle sue parole, l’angioletto Bashar, contento come una pasqua, ha detto: «Questo è il destino di chiunque nel mondo provi a usare la religione per interessi politici o di parte. L’esperienza di governo dei Fratelli musulmani», che perfidamente il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zouby aveva appena definito come un’organizzazione terroristica strumento degli USA, «è fallita prima ancora di cominciare, perché va contro la natura del popolo». Il controrivoluzionario dittatore siriano sta perciò con l’eroico popolo della primavera egiziana che manifesta in piazza e coi militari golpisti, tutti unanimi nel descrivere il colpo di stato contro un presidente democraticamente eletto come la rivincita dello spirito rivoluzionario e, s’intende, veramente democratico, tradito dal governo Morsi. Basta questo esempio di teatro dell’assurdo per capire tutta la scelleratezza dell’atteggiamento servile e furbacchione dell’amministrazione Obama nei confronti delle primavere arabe. Nel teatro egiziano prima ha avallato il colpo di stato contro l’amico di una vita Mubarak, senza nemmeno provare a perorare la causa di una transizione morbida dal regime di quell’autocrate bonaccione, e senza capire che nel migliore dei casi una rivoluzione non poteva produrre che una democrazia ad immagine e somiglianza della fratellanza musulmana, che poi ha creduto di poter circuire con la cooperazione economica. Adesso ha avallato di fatto anche il colpo di stato contro Morsi, nonostante ne abbia ricordato la legittimità dell’investitura, e nonostante le inquietudini, anche perché in piazza Tahrir i venticelli anti-americani si fanno sempre più forti. Per molti aspetti quest’ultimo sussulto rivoluzionario somiglia molto ad una controrivoluzione. Ma non si può dirlo: la rivoluzione è santa e ha sempre ragione.