Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (141)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FILIPPO ROSSI 26/08/2013 Filippo il futurista sembrava avere un grande futuro davanti a sé. Filippo era il cervellone che in groppa al destriero di Futuro e Libertà doveva riportare la destra italiana dentro il cerchio della civiltà e della cultura. Per poter poi sfidare serenamente e lealmente coloro che al farfallone acculturato avevano fatto credere questa panzana. Filippo l’allocco andò così incontro magnanimamente al disastro politico. E tuttavia, inebetito dalle lusinghe e prigioniero dell’amor proprio, Filippo ha continuato a precipitare negli abissi nell’antiberlusconismo. Sul suo blog de “Il Fatto Quotidiano”, ieri, per esempio, del Berlusca ha scritto: «È tutto inutile: inutile combatterlo, inutile cercare di condizionarlo, inutile sopportarlo. L’unica possibilità è quello di escluderlo dal consesso civile attraverso un nuovo arco costituzionale, l’unica possibilità è quella di “tagliarlo fuori” con il coraggio di dire, tutti insieme, che l’Italia non può più sopportare una simile “anomalia”, una simile “malattia”, per dirla con Montanelli.» Senza rendersi conto di aver espresso quello che i perfidi giacobini pensano ma raramente dicono così rotondamente, prima della maturità dei tempi. E’ per questo che mandano in avanscoperta gli utili idioti, specie quelli meglio riusciti.

MISS TRANS ITALIA 27/08/2013 Come sapete il bacchettonismo progressista, in obbedienza allo stupido spirito dei tempi, ha sfrattato Miss Italia dalla RAI, nonostante da qualche anno alle ragazzotte in concorso fosse richiesta qualche prova di consapevolezza democratica al momento di aprire la boccuccia. Una tristissima fesseria, perché Miss Italia, senza per questo scadere necessariamente nella volgarità, nel suo massimo fulgore non può essere altro che una schietta e consapevole boiata. Io il concorso non son mai riuscito a guardarlo, per due motivi soprattutto, oltre al mio naturale e riconosciuto buon gusto: la prolissità e l’effetto tutt’altro che stuzzicante di tutto quel ben di Dio stipato su un palco alla stregua di file di prosciutti messi in cantina a stagionare; ma può darsi che ad altri stomaci più robusti tutta quell’abbondanza non ottunda i sensi e gli appetiti. Sembrava che Miss Italia dovesse approdare alla nuova La7 del cripto-berlusconiano Cairo, ma uno schifato Mentana ha detto subito «No, grazie.» Al che Fiorello ha ricordato a mitraglietta che sua moglie, la moglie di mitraglietta intendo, vinse il concorso nel 1987: «Mentana! Dai! Ricordati ogni tanto che se non ci fosse stata Miss Italia non avresti conosciuto tua moglie.» Così disse l’incauto Fiorello, senza sospettare che magari lo schifato Mentana se lo ricordava fin troppo bene… Ma per nostra fortuna se c’è una boiata che sembra aver intrapreso il viale del tramonto (sembra, io non ci credo: le boiate di questo tipo hanno vita eterna), un’altra boiata sembra destinata ad un futuro glorioso: Miss Trans Italia, che si terrà in Versilia in settembre. Madrina della manifestazione sarà Alba Parietti, da tempo impegnata, pure lei, nella difesa dei diritti Lgbt. La boiata sarà dedicata alla memoria del mitico Don Andrea Gallo, e l’organizzatrice Regina Satariano chiederà al sindaco di Viareggio di intitolare a Don Gallo il Viale Europa di Torre del Lago, mentre lo stesso sindaco consegnerà una targa commemorativa al segretario della Comunità fondata dall’eroe antiberlusconiano. Io non ho niente in contrario: è bello vedere la società civile riconciliarsi coi buzzurri.

MASSIMO D’ALEMA 28/08/2013 Quando Spezzaferro apre la bocca mi viene spesso in mente un altro Massimo, lo scribacchino berlusconiano di Giornalettismo: ambedue si esprimono attraverso sentenze inappellabili, anche quando si occupano di quisquilie. A ben guardare però tra i due ci sono grandi differenze: mentre il secondo dimostra un certo senso dell’umorismo, una certa ostinata coerenza nelle sue idee, e soprattutto, a mio modesto avviso, è ormai ad un passo dall’infallibilità; il primo oltre il sogghigno non sa andare, cambia opinione in continuazione, e soprattutto non ne imbrocca una. I giudizi sulla situazione politica e sui politici di Massimo (D’Alema) variano drasticamente di mese in mese da lustri, ma non hanno mai lo stampo delle oneste palinodie, quanto piuttosto quello delle fredde inversioni ad U non suscettibili di discussione. L’ultima è questa: «Letta è solo un leader di transizione per un governo momentaneo e con un programma di scopo. Non sarà utile una seconda volta. Per il futuro io immagino Gianni Cuperlo alla segreteria del Pd e Matteo Renzi a palazzo Chigi. (…) Matteo Renzi è indubbiamente intelligente. Mi ha incuriosito, volevo conoscerlo, scoprire che genere di libri legge uno così. Alla fine non l’ho scoperto, ma lui è un ragazzo brillante.» Questo ha detto ieri Spezzaferro, e non è passato neanche un anno da quando in vista delle primarie del Pd diceva: «Renzi non è il rimedio ma è peggio del male perché è un elemento di divisione. Il difetto del centrosinistra è stata la divisione.» Perciò invito Letta a non disperare, e Renzi a non sperare. Tempo tre mesi e la situazione potrebbe tranquillamente ribaltarsi. D’Alema è soprattutto uno stile, e per D’Alema questo stile tranchant che incenerisce sul posto astanti ed avversari è tutto. E tutto quello che gli resta.

GABRIELE MUCCINO 29/08/2013 “Il Messaggero” avrebbe bocciata l’ultima puntata del suo “Diario americano”. Lo rivela lo stesso regista su Facebook. E io gli credo. Come non potrei? Sentite infatti cosa dice il nostro Gabriele: «Domenica scorsa non è stato pubblicato un mio editoriale sulla sudditanza del nostro Paese ad un padrone (Silvio Berlusconi). Ecco alcuni passaggi: “Si sta gridando che non siamo tutti uguali, che chi è Padrone è Padrone e chi è servo è servo. Io servo non sono e oggi avrei dovuto scrivere dei delfini che la mattina nuotano a centinaia, a venti metri dal bagnasciuga di Los Angeles e di quanto la legge sia qui inesorabilmente uguale per tutti. Ma non ce la faccio”.» In effetti la storia dei delfini che se la spassano ad un passo dalla spiaggia sembra una minestra riscaldata dura da sorbire e durissima da scrivere. Quindi capisco il regista. Ma che dire della storia del Servo e del Padrone? Sono vent’anni che viene pubblicata almeno una volta al giorno sulla prima pagina di quasi tutti i quotidiani italiani. Se ci aggiungiamo i siti internet e i commenti, la storia di Servo & Padrone conosce ormai milioni di versioni, tutte peraltro simili, come consimili sono sempre le urla del branco. Non so proprio come Muccino ce la faccia a riscriverla per l’ennesima volta. Dev’essere un’oscura inclinazione per l’abbruttimento intellettuale. Siccome non posso pensare ad una censura, io credo semplicemente che “Il Messaggero” abbia pensato prima di tutto alla salute del suo collaboratore e a quella dei suoi lettori. E credo sia stata una saggia decisione. Piuttosto: mentre scrivevo queste cose per me così inconsuete, chissà perché adesso mi è venuto in mente il “Cane e Padrone” di Thomas Mann, uno dei racconti più belli e umani dell’algido scrittore tedesco. “Servo & Padrone”: ecco un bel titolo per un pamphlet beffardo e intelligente sulle patologie dell’Italia contemporanea, sempre che a scriverlo fosse un berlusconiano lungimirante. Però, è una bella tentazione!

MARIO MONTI 30/08/2013 Il governo Letta è il governo Monti senza Monti e il “montismo”. Nella mente dei grandi strateghi dei Poteri Superforti Super Mario doveva essere, auspicabilmente, il leader di una grande forza centrista egemone in Italia; se questa operazione non fosse riuscita, Super Mario quanto meno avrebbe dovuto ripulire il centrodestra da ogni traccia di berlusconismo e mettersene a capo. Abbiamo visto com’è finita: il governo Monti è rinato nelle vesti di un governo semi-tecnico sorretto sul lato destro dal telamone Berlusconi. Di questa realtà e della sua irrilevanza Super Mario si è reso conto dolorosamente con la vittoria politica del sempiterno Berlusca nella battaglia dell’IMU, tassa patrimoniale – sempre odiosa – che dal prossimo anno sarà sostituita da una “service tax” gravante probabilmente, e logicamente, sui residenti e quindi anche sugli inquilini, ma di cui è inutile parlare visto che neanche il governo ha al momento la più pallida idea di come in realtà sarà la nuova gabella. Rivolgendosi al mollaccione Letta, Monti, roso dall’invidia, ha detto: «Deve avere saldamente nelle sue mani la rotta del governo, togliendola ai partiti. Anche perché governo e Pd sono la dimostrazione vivente che l’intimidazione, dal Pdl, paga.» Proprio lui, al quale i mitici Poteri Superforti avevano levato i partiti e la politica dalle scatole, perché facesse la rivoluzione. Invece dormì e dopo tre mesi era finito.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (140)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CESARE MARTINETTI 19/08/2013 In una democrazia appena appena decente se sei di sinistra parti sempre con qualche metro di vantaggio sul bruto destrorso. E’ un fenomeno fisiologico, ancorché antipatico, che non è qui il caso di approfondire. In Italia la cosa invece è patologica. Se non fosse nato nel nostro stravagante paese, per esempio, come avrebbe potuto un ex terrorista come Giovanni Senzani; uno dei capetti fanatici di quel gruppetto brigatista che rapì, “processò”, e “giustiziò” il fratello del primo “pentito” delle Brigate Rosse solo perché era il fratello; uno di quelli che poi si sono sempre considerati dei rivoluzionari falliti, e basta; come avrebbe potuto, dunque, questo sciagurato recitare il un film con ambizioni artistiche finanziato da enti pubblici, non solo italiani, un film destinato a rappresentare l’Italia in un festival internazionale del cinema, e destinato naturalmente a portarsi a casa anche il premio “Don Chisciotte”, simbolo universale di nobile coraggio e disinteressata magnanimità? Evidenti questioni di delicatezza e un elementare pudore avrebbero dovuto sconsigliare lui e tutta la compagnia di intraprendere la grande impresa, ma non c’ è stato verso. Non contento, Senzani si è reso protagonista di una conferenza stampa durante la quale ha snocciolato le solite acrobatiche bubbole del revolucionario nostrano in pensione, innescando un fuoco di fila di reazioni scandalizzate. Tra le quali un articoletto al vetriolo di Cesare Martinetti su “La Stampa”, che qui ripropongo con qualche taglio: «Giovanni Senzani (…) fa male a dire di aver visto nel funerale di Prospero Gallinari quello di Aldo Moro perché tra i due vi era una differenza radicale: l’uno è stato carnefice, l’altro vittima. In questa ricomparsa pubblica di Senzani (…) c’è l’insopportabile ambiguità che accompagna ogni riapparizione di (ex) terroristi in Italia. Un giustificazionismo storico che determina una sostanziale complicità postuma. È un fenomeno solo italiano. In Francia (…) agli (ex) terroristi non è nemmeno consentito dare interviste ai giornali. Da noi sopravvive un fiancheggiamento ipocrita, pubblicistico, artistico che inevitabilmente si risolve in una celebrazione del passato. Tutte le rivoluzioni novecentesche sono fallite, ha detto ieri Senzani, “anche la nostra”. Passa così il messaggio che fosse un atto rivoluzionario sparare al cuore del leader dc o alla testa di un ragazzo come Peci fosse la “rivoluzione”. Sarebbe ora di smetterla. l’Italia ha bisogno di un discorso di verità. Ovunque.» Il discorso di verità mi sta benissimo, caro Martinetti. Ma allora diciamola tutta la verità. Sia il vasto fenomeno brigatista di quegli anni, sia la lettura romantica, rosata e piagnona che spesso ne hanno fatta i nostri vicini di casa (tra i quali spicca per sentimentalismo appunto la Francia, durissima con le quattro mezze cartucce di Action Directe, i brigatisti rossi d’oltralpe, condannati ad una specie di morte civile alla fine di lunghissime pene detentive, nel totale disinteresse dell’intellighenzia e dell’opinione pubblica) sono stati alimentati da un’operazione compulsiva e massiccia di falsificazione della storia italiana contemporanea, una propaganda nata in Italia e dall’Italia esportata, che ha assimilato l’Italia ad una semi-dittatura sudamericana, e che per decenni ha raccontato la balla del “regime democristiano”. E che ora continua, con le sue grossolane esagerazioni e con la sua ansia giustizialista, anch’esse esportate, nell’antiberlusconismo. Suvvia, riconosciamolo. Virilmente. Adesso. Senza aspettare altri vent’anni.

FRANCESCO BONAMI 20/08/2013 L’antiberlusconismo ha scoperto un nuovo eroe: un grande critico d’arte ma prima di tutto un elegante esemplare della nostra migliore società civile, un uomo che seppe dire no al Caimano con quella misurata fermezza e quella mancanza di acredine che caratterizzano i meno berlusconizzati degli antiberlusconiani, e perciò tanto più efficace. Lo stile, infatti, costituisce in certi casi già una risposta che contiene tutte le risposte, percepibile da chiunque abbia un minimo di nobiltà morale o un cervello non gallinaceo. E’ obbedendo a questo stile superiore, ma non altezzoso, che a raccontarci l’impresa è lo stesso eroico critico, il quale, nell’anno di grazia 2003, ricopriva la carica di direttore artistico della Biennale di Venezia. In quei giorni, scrive l’Unità.it, rievocando un “episodio perfettamente italico”, «…un portavoce gli fece pressioni perché il primo ministro desiderava tanto che una sua giovane amica, peraltro molto carina, osserva maliziosamente Bonami, esponesse un progetto molto costoso e tecnologico alla mostra delle mostre. E avrebbe pagato il primo ministro! “Bonami, allora la invita o non la invita?”, chiese il portavoce, forse esasperato perché il sì fatidico non arrivava. “Era giunto il momento di usare una semplice parola molto in disuso in Italia, No”.» Io a questo episodio credo assolutamente. Perché dimostra che le raccomandazioni di Berlusconi l’Italico non contano una minchia, neanche quando la raccomandata è una bella sventola; che se dici no al Berlusca non vieni né gambizzato né hai la carriera stroncata; e che ormai solo i poveri diavoli della destra ricorrono ancora a questa sorta di raccomandazioni e di petulanti pressioni: a sinistra non ne hanno più bisogno.

MARIA SHARAPOVA 21/08/2013 Benché lungagnona ed inespressiva, Masha è una di quelle farfalle svolazzanti sui campi di tennis che in prima battuta ci fanno venir una gran voglia di mettere qualcosa sotto i denti: gnam! Lo diciamo senza vergogna perché il subitaneo risvegliarsi di un istinto belluino di questo tipo, se dominato e serenamente riconosciuto, agisce come un tonico che ci riconcilia con la vita. Prossimamente l’impatto visivo con Masha prometteva di essere ancora più stuzzicante. Masha aveva infatti chiesto alla Corte Suprema della Florida, lo stato americano dove risiede, di poter cambiare temporaneamente, per la durata degli Open USA, e non chiedetemi come, il suo cognome in «Sugarpova», il marchio della sua azienda di caramelle gommose; e ai responsabili del torneo di poter esibire il logo delle caramelle, due labbra rosse, sulla divisa di gioco: non sappiamo dove precisamente, anche se qualche idea ce l’avremmo. Ma purtroppo non sarà così: Masha e il suo agente hanno annunciato a malincuore di aver rinunciato alla magnifica idea a causa di un iter burocratico troppo complicato. E’ un peccato: avremmo guardato Masha agli Open Usa solo per quello. Per misurare cioè l’effetto corroborante della visione della tennista-caramella sulla nostra salute psico-fisica, mentre bisbigliavamo a noi stessi con le labbra protese quel dolce nome: «Sciu-sciu-sciu-sciugarpova, sciu-sciu-sciu-sciugarpova…»

LA FNOMCEO 22/08/2013 Con un po’ di sano patriottismo potremmo dire che il sostantivo «paziente», indicante una persona sottoposta a cure mediche non occasionali, in genere ma non necessariamente ospitalizzata, è una parola nostra. Deriva infatti dal latino «patiens», participio presente di «patior», verbo che significa sia «sopportare» o «tollerare», sia «patire» o «soffrire». A riprova del suo genio particolare il termine ha superato tutti i test possibili, storici, geografici e temporali, imponendosi in buona parte del mondo civilizzato. In inglese, francese e tedesco, per esempio, il sostantivo «paziente», con lo stesso significato del nostro, si traduce «patient», anche se naturalmente viene pronunciato in modo diverso in ciascuna delle tre lingue. In spagnolo si traduce «paciente». E perfino i russi si sono inchinati ad esso: пациент (patsiyent), dicono da San Pietroburgo alla Kamčatka. Ma si sa come sono i burocrati: odiano tutto ciò che cresce e s’impone dopo prove secolari sul terreno della storia, tutto ciò che nella cultura odora di natura. E così, dopo averne discusso per mesi, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, ossia proprio quella italica, ha deciso di sopprimere il vecchio, caro e umano «paziente» e di mettere al mondo il suo terrificante, politicamente corretto, tristissimo e prolisso sostituto: la «persona assistita». Questa modifica di schietto gusto socialista del codice deontologico dovrebbe essere approvata definitivamente da questi malati entro l’autunno. Ma io spero che il mostriciattolo in provetta muoia prima, per aborto spontaneo.

L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI 23/08/2013 Mancava solo che tirasse fuori dal cilindro la mitica «macchina del fango», termine con il quale il partito de “La Repubblica” e il gregge al seguito bollano da tempo la modestissima e pudica concorrenza che per la prima volta da destra ha intaccato il suo poderoso e stagionatissimo quasi-monopolio in materia di campagne di demonizzazione. Ma sarebbe stato sbilanciarsi troppo. Comunque l’Anm è furibonda. Denuncia «gravi offese a singoli magistrati e inaccettabili attacchi all’intero ordine giudiziario, giunti fino alla redazione di elenchi di magistrati, che evocano liste di proscrizione». Una «strategia giornalistica», dice ancora l’Anm, «fondata sull’uso sistematico di argomenti falsi e gravemente diffamatori, volti a screditare la magistratura e l’operato di singoli magistrati, con una gravità e un’intensità tali da assumere le caratteristiche di un vero e proprio linciaggio mediatico. Ciò avviene in collegamento con la conclusione del processo Mediaset…» Porca miseria che pelluccia delicata hanno le confraternite dei magistrati italiani, soprattutto quelle che da tempo vigilano seriose e impettite, combinando un sacco di disastri, sulla sorte della nostra democrazia! Fossero state al posto del Berlusca in tutti questi anni di caccia all’uomo sarebbero schiattate dopo un mese di veleni. Si vede che tra questi esaltati manca la tempra. Soprattutto quella democratica. Se incassano così male io consiglierei alle truppe del Berlusca di cannoneggiare a volontà, tanto per vedere l’effetto che fa. Ci sarà da divertirsi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (139)

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MATTEO RENZI 12/08/2013 Per far sua la sinistra il sindaco di Firenze ci ha provato in tutto in modi: ha cominciato col cripto-berlusconismo e sta finendo col trinariciutismo. Nell’anniversario della Liberazione ha detto: «Rispetto umano e pietas per tutti i morti, ma c’è chi è morto dalla parte giusta e chi è morto dalla parte sbagliata. Ogni tentativo di revisionismo va respinto al mittente.» Quando sento queste pompose esagerazioni mi scappa da ridere. E’ come se qualcuno con fiero cipiglio vi guardasse in faccia e mettesse alla prova la vostra ortodossia antifascista. Costui si considera naturalmente un erede spirituale di coloro che combatterono dalla parte giusta. Un paese cattolico come l’Italia non ha mai conosciuto un bigottismo più radicato di quello di questo marmittone: ragionare con lui è un’impresa. Se gli dite che l’apporto militare dei partigiani alla Liberazione fu poco più che nullo; che rispetto alle armate di tedeschi ed alleati i partigiani erano meno che quattro gatti; che anche sull’aspetto morale della questione c’è parecchio da dire; che per molta gente comune questi giovanotti dai modi spicci, i partigiani, erano poco meno che banditi; che molti di questi sputavano sulla democrazia liberale tanto quanto i fascisti; che fra di loro la truppa dei voltagabbana s’ingrossava in modo sbalorditivo man mano che gli yankees risalivano la penisola; che essi non rappresentavano «la parte giusta» del popolo italiano semplicemente perché il popolo italiano assisteva passivo ai disastri della guerra; che «la parte giusta» del popolo italiano si formò politicamente solo dopo, per motivi tutt’altro che nobili e magnanimi, elevando la Resistenza a fondamento della nazione; che «la parte giusta» del popolo italiano era in realtà la sua parte più schizofrenica e compromessa col regime, come la fascistissima Toscana del ventennio; se gli dite tranquillamente tutte queste cose, prima di contorcersi per lo scandalo, vi guarderà a bocca aperta come un marziano. Mentre il marziano, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, è lui. Se lo capisce, bene. Sennò, che la smetta di rompere.

ROBERTO BALZANI 13/08/2013 Quali sono le regioni che hanno la più alta densità di inceneritori nel loro territorio? L’Emilia Romagna e la Toscana, anche se la regione che singolarmente presa ne ha di più è la Lombardia, che però ha più abitanti di Emilia Romagna e Toscana messe insieme. Fatto sta che un inceneritore italiano su tre si trova nelle due grandi regioni rosse. Strano, se si pensa che al popolo di sinistra viene l’orticaria solo a parlare di inceneritori. Ma si sa come sono i compagni: quello che agli altri intimano di non fare, in casa loro lo fanno tranquillamente. Mica sono scemi. Ne ricavano un doppio vantaggio: politico a livello nazionale, e gestionale a livello locale. Ed è così che il sindaco di Forlì sul suo blog de “Il Fatto Quotidiano” può scrivere: «…Rispetto alle realtà del Paese ancora alle prese con l’emergenza – discariche, termovalorizzatori ipotizzati o in costruzione, esportazione di ecoballe -, qui siamo di sicuro un passo avanti; ma proprio perché lo siamo, l’impostazione di un approccio in linea con la politica europea diviene, a mio giudizio, inevitabile. I fatti. L’Emilia-Romagna ha scelto per tempo la via dell’incenerimento, quando essa appariva un’opzione ambientalmente più accettabile dei pessimi sistemi di smaltimento precedenti (il seppellimento dei rifiuti, tanto per esser chiari). Le multiutility del territorio hanno investito in impianti assai costosi e poi li hanno via via ammodernati nel corso degli anni, inserendosi in uno dei business pubblici fra i più rilevanti e redditizi. I problemi sono sorti quando la sensibilità dei cittadini nei confronti della questione ambientale è progressivamente cresciuta, influenzando le politiche dei partiti e delle amministrazioni. Da percezioni “di nicchia” si è passati a orientamenti più vasti e diffusi: col risultato che gli eletti incaricati di reggere le sorti dei comuni, per convinzione o per convenienza, hanno cominciato ad inserire nei loro programmi di mandato obiettivi più ambiziosi: il potenziamento della differenziata fino alla domiciliare, il recupero di materia, la riduzione della quota da incenerire, l’idea – in particolare – che il rifiuto sia una risorsa e non una maledizione biblica…» Come si può vedere, i compagni sono sempre più avanti degli altri, ed anche ragionando a ritroso hanno sempre ragione. La costruzione di inceneritori? Opera meritoria, necessaria e in quegli anni perfino lungimirante. Ma perché, agli inizi del millennio, non lo hanno fatto sapere anche al resto d’Italia, invece di alimentare una campagna di terrore intorno agli inceneritori? E perché non hanno voluto consigliare all’Italia della munnezza di percorrere la nobile via che loro stessi hanno percorso, quella saggia dei passi fatti uno alla volta, cominciando dalla costruzione di una bella serie di meravigliosi inceneritori?

IL PREGIUDICATO 14/08/2013 Pregiudicato! Pregiudicato! Pregiudicato! Da quando il Berlusca è stato condannato in via definitiva l’esercito petulante ed isterico delle femminucce della sinistra non la smette di berciare. E’ da una vita che attendevano il Giudizio Divino e non riescono a capacitarsi che il Berlusca non sia ancora sparito dalla circolazione e con lui i berluscones. Il coro è possente e livoroso, ma è bene dire subito che a noi, berluscones, del nomignolo di “pregiudicato” non ce ne frega proprio niente. Anzi, consiglio al Berlusca di accettarlo di buon grado, insieme a tanti altri gloriosi trofei lessicali vinti sul campo di battaglia e sulla via del martirio, come Psiconano, Caimano, Al Tappone, il Nano di Arcore ecc.ecc. Si può fare politica anche agli arresti domiciliari e anche senza essere eletto in Parlamento. La dorata prigione diventerà meta di pellegrinaggi, in primo luogo di italo-forzuti, ma poi anche di turisti venuti da ogni parte del mondo: il presidente della repubblica, gli uomini di governo e i parlamentari di sinistra, di centro e parte anche di destra schiatteranno d’invidia. Quando poi anche le olgettine saranno di ritorno, in visita al nonnetto perseguitato, l’ora del trionfo sarà vicina.

MOHAMED EL BARADEI 16/08/2013 Ci sono gli uomini: come il Pregiudicato, ad esempio, l’unico statista occidentale a non essersi fatto travolgere dall’opportunismo, dal voltagabbanismo, dall’isterismo e dalla mancanza di buon senso quando in Egitto scoppiò la primavera araba. All’inizio di febbraio 2011 Al Tappone era a Bruxelles per il Consiglio Europeo: «Mi auguro», disse, «che in Egitto ci possa essere una continuità di governo. Il presidente Hosni Mubarak ha già annunciato che né lui né i suoi figli si presenteranno alle prossime elezioni e confido, come tutti gli occidentali, che ci possa essere una transizione verso un regime più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che è sempre stato considerato l’uomo più saggio e un punto di riferimento preciso per tutto il Medio Oriente. L’Egitto è un Paese di 80 milioni di abitanti, povero, dove il 40% delle persone vive al di sotto della soglia di povertà e dove c’è stato un forte aumento dei prezzi degli alimentari. A questo si è aggiunto il vento della libertà e della democrazia che quando soffia è contagioso. Questo vento sta soffiando e sta interessando molte persone.» Il Caimano poi, da democratico cazzuto, fece un’osservazione sempre pertinente in tempi rivoluzionari, un’osservazione banale e coraggiosa: «Le persone che sono in piazza rispetto agli 80 milioni della popolazione sono veramente poche, ma al tempo stesso sono espressione di un malessere generale che non c’è solo in Egitto ma anche in altri Paesi come Giordania e Libano.» Per queste parole controcorrente il valoroso Berlusca fu irriso dal gregge delle società civili occidentali, i cui svampiti capetti lavorarono invece a far precipitare gli eventi, con gli splendidi risultati cui stiamo assistendo. E poi ci sono i caporali: come, per esempio, il diplomatico e per lunghi anni direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohamed El Baradei. Costui è un vaghissimo e tipico “liberale” amante del quieto vivere, ossia un liberale che guarda a sinistra, ossia un uomo fatto per non combinare un tubo e per collezionare di conseguenza vagonate di onorificenze. Nel 2005, in odio a Bush Jr., ebbe il Nobel per la Pace. Leggo su Wikipedia che, solo per rimanere in Italia, le Università di Firenze e di Perugia gli conferirono Lauree Honoris Causa in questo e quell’altro, e che l’istituto Archivio Disarmo lo insignì del “Premio Colombe d’oro per la pace”, guiderdone disgustosamente zuccheroso già solo nel nome. Anche El Baradei, come l’Occidente più frivolo – in prima fila gli opinionisti di tutti i Corrieroni della Sera del mondo civilizzato – scoprì con trent’anni di ritardo e con le manifestazioni di Piazza Tahrir che il nostro amico Mubarak, uno degli autocrati più bonaccioni e ragionevoli che il Medio Oriente abbia mai conosciuto, era un “dittatore”. Fatuo e furbacchione, questo burocrate pensò di cavalcare la rivoluzione ponendosi a capo dell’Egitto cautamente laico e liberale. Perse la partita non riuscendo nemmeno ad entrare in campo. La partita la vinsero naturalmente i Fratelli Musulmani, i quali pur con tutta la loro buona volontà dimostrarono in poco tempo che con il liberalismo democratico non avevano niente a che fare. E allora, in nome della democrazia, e applauditi dagli irriducibili boccaloni di Piazza Tahrir, i militari s’incaricarono del golpe che doveva cacciare il democraticamente eletto presidente Morsi. Non avendo imparato nulla, El Baradei avallò anche il golpe, ricevendone in cambio la solita nomina: Vicepresidente dell’Egitto. Ora siamo sull’orlo della guerra civile. Le notizie parlano di centinaia di morti in soli due giorni. El Baradei ha prontamente dato le dimissioni. Come a dire: io non c’entro. Cretino.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (138)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NANNI MORETTI 05/08/2013 C’è un po’ di delusione nelle file dell’Italia onesta e democratica: il Caimano non si fa vedere. Questo non quadra con uno degli assiomi più importanti della Grande Bubbola: la natura caimanica del Berlusca, uno dei mostri creati dall’ostinato sonno della ragione della sinistra, che da moltissimi decenni è di gran lunga la più grande disgrazia del nostro paese. A dare dignità artistica e quindi plausibilità alla figura del mostro fu il solito pluri-premiato artista di regime. Lo fece con la finezza che gli è riconosciuta. Sulla scia profetica dei suggerimenti del Vate, da allora si è lavorato incessantemente per piegare la realtà alla fiction. Ma il Berlusca è guizzante come un pesce e non si fa incastrare tanto facilmente, senza contare che vent’anni di caccia all’uomo, se lo hanno esasperato, ne hanno anche affinato l’istinto. Quasi due anni fa resistette fino all’ultimo e praticamente da solo all’assedio portato al suo governo. Date le dimissioni ingollò l’amarezza in un amen, e collaborò alla nascita del governo con squisita correttezza. Del Caimano non si vide neanche la coda. Questa volta, dopo la condanna ribadita dalla Cassazione, ha fatto un discorsetto in televisione e ha parlato ad un migliaio di italo-forzuti dal palco allestito sotto Palazzo Grazioli. Com’era ampiamente prevedibile non ha rovesciato il tavolo. Si è mostrato ferito ma responsabile, promettendo lealtà al governo Letta, e già pregustando in cuor suo l’effetto del suo status di condannato in via definitiva tra gli alleati di governo del Pd. Le truppe facinorose dei berlusconiani non si sono viste, anche perché non sono mai esistite, a differenza di quelle della sinistra, sulle quali si potrebbe riempire una Bibbia solo con l’elenco delle sigle. Per compensare la delusione, a sinistra ci si è abbandonati all’abituale e meschina pratica del dileggio, descrivendo gli italo-forzuti come dei pensionati senz’arte né parte, caricati sui pullman con una bandieretta in una mano e la paghetta nell’altra. Certo, loro in certe cose sono imbattibili: qualche anno fa, con la loro mitica organizzazione, portarono al Circo Massimo due milioni e mezzo di pecore. Cioè duecentomila secondo la Questura. Parlava Walter Veltroni: «L’Italia», disse, rivolgendosi al gregge, «è un paese migliore della destra che lo governa». E poi ditemi se non è una malattia. Su questa massa di deficienti si potrebbe fare un film epocale. Altro che Caimani, Divi e Diaz, sui cui s’avventano artisti nati in ginocchio.

I SUPER-MAGISTRATI ITALIANI 06/08/2013 L’oligarca/dissidente kazako Ablyazov è stato arrestato qualche giorno fa in Costa Azzurra, mentre se la spassava, sembra, con la sua bionda amante ucraina, allo scopo, sembra, di combattere l’angoscia che gli pesava crudelmente nel petto per la sorte della sua bella famigliola prigioniera in casa propria in Kazakistan. Nonostante questi particolari un po’ miserabili e un po’ piccanti, ai giornali italiani del caso Ablyazov non sembra importare più un piffero, giacché alle gazzette premeva solo sparare sul Berlusca; promosso immantinente allo scoppio del caso – a differenza di tanti altri illustri frequentatori occidentali di Astana – a fraterno amico di Nursultan Nazarbayev, il sultano del Kazakistan; promosso pure lui, e sempre per lo stesso motivo, da spiccio autocrate centro-asiatico ad una specie di Stalin redivivo. Giunge ora notizia che un amico di Ablyazov, Vladimir Kozlov, anch’egli, sembra, mezzo dissidente/mezzo riccone, e leader di “Alga”, formazione erede di “Scelta democratica”, partito kazako di opposizione, è stato condannato definitivamente dalla Corte Suprema del suo paese per eversione. Kozlov era accusato di aver incitato alla violenza gli operai di un campo petrolifero di una remota città del Kazakistan occidentale. Gli scontri degenerarono in un massacro: la polizia sparò sui manifestanti lasciando sul posto, secondo le fonti governative, 14 morti (una settantina secondo le fonti dell’opposizione). Per la giustizia kazaka l’intento di Kozlov era quello di rovesciare il governo. Per questo nefandissimo crimine, vero o falso che sia, a Kozlov i giudici kazaki hanno appioppato sette anni di carcere. A dire il vero questi giudici kazaki mi sembrano delle mezze calzette, confrontati ai nostri almeno. All’oligarca/dissidente Berlusconi i nostri supereroi sono riusciti a dare sette anni solo per i peccatucci della pochade Ruby Rubacuori: fossi Nazarbayev me li porterei tutti in Kazakistan.

LADY GAGA 07/08/2013 Il caso sta diventando eclatante. Quando la Russia si chiamava Unione Sovietica e l’Unione Sovietica era l’Impero del Male coi suoi Arcipelaghi Gulag, con le sue file davanti ai negozi, con le sue parate militari, di intellettuali e artisti che se la prendessero apertamente col Moloch sovietico se ne trovavano pochissimi. Il rischio era quello di passare per anti-comunisti, per servi degli amerikani, o addirittura per fascisti fatti e finiti. In breve: quello di sparire dalla società civile. Da quando invece la Russia è tornata la cara vecchia Russia di sempre, con le sue manie e con le sue manchevolezze, pigra, smisurata, cesaropapista, insicura, complessata, arrogante, timorosa del bastone e quindi ancora zarista nell’animo; e tuttavia cento volte più libera, salda, democratica e pasciuta di quella comunista; per i cretini sopramenzionati la Russia è diventata davvero l’Impero del Male. Quegli stessi che un giorno tacevano, e i loro figli spirituali, ora fanno a gara nel prendere a pesci in faccia la terribile Russia di Putin, assurta a simbolo del più gretto conservatorismo. Fa bene quindi Lady Gaga a scrivere su Twitter: «Il governo russo è criminale. L’oppressione sarà combattuta con la rivoluzione. Popolo LGBT non sei solo. Combatteremo per la tua libertà». Il rischio infatti è nullo: se sbarchi a Mosca al massimo ti sbattono fuori tra gli applausi di mezzo mondo, e forse ti danno il Nobel per la Pace; se invece resti a casa vellichi i capricci delle potenti comari progressiste. In breve: un posto di rilievo nel politburo delle arti, con tutti i suoi connessi vantaggi, non te lo leva nessuno.

BARACK OBAMA 08/08/2013 Al “Tonight Show” di Jay Leno l’Abbronzato – lo chiamo “Abbronzato” per solidarietà al Berlusca, e perché la battuta in realtà era simpatica e simpatetica – ha avuto parole dure verso la Russia di Putin sulla questione dei diritti di gay e lesbiche. Ma ha poi ammesso che non è solo una questione russa. Anche nel suo ultimo tour africano… Già, dovete sapere infatti che nel suo recente viaggio nel continente nero Barack ha perorato la causa dei diritti degli omosessuali. I poveri capi di stato da lui incontrati, superato a fatica un iniziale sbalordimento, non sapevano da che parte incominciare per spiegare al marziano della Casa Bianca che in paesi dove manco la libertà è spesso la prima delle preoccupazioni, paesi spesso piagati da lotte tribali ed etniche, dove si muore ancora per una malattia endemica o per malnutrizione, e dove magari si mutilano i genitali delle bambine, la gente non sa nemmeno con sicurezza cosa significhi la parola “omosessuale” o “gay”: è ancora ferma, nel migliore dei casi, a quella rustica e ancestrale di “recchione”. E ci vorrà minimo lo spazio di una generazione, anche in un mondo globalizzato che corre terribilmente in fretta, solo per superare questo gigantesco scoglio lessicale.

EUGENIO SCALFARI 09/08/2013 La cosa più divertente è stata vedere tanti babbei darsi la pena di rispondere alle domande che il Papa Laico, dal pulpito de “La Repubblica”, ha rivolto a Papa Francesco, dopo un lungo prologo complimentoso, adulatorio, equivoco, ma quasi intriso di una sofferta speranza, che il vecchio gigione, godendo in anticipo, ha trafitto alla fine con un «ho una cultura illuminista e non cerco Dio», fatto apposta per muovere i sullodati babbei alla commozione e alle velleità convertitrici. Eppure il fetore di falsità era tremendo. Se anche non avessi conosciuto questo compunto filibustiere a me sarebbe bastato il naso. Lo disse anche il cardinal Bergoglio, in un’omelia pronunciata nel 2005, che il naso è un affare importante per un cristiano: «Fate attenzione, dice Gesù, siate astuti come i serpenti ma molto semplici come colombe, unendo i due aspetti. Il cristiano non può permettersi il lusso di essere un idiota, questo è chiaro. Noi non possiamo permetterci di essere sciocchi perché abbiamo un messaggio di vita molto bello e quindi non possiamo essere frivoli. Per questo motivo Gesù dice: “Siate astuti, state attenti”. Qual è l’astuzia del cristiano? Il saper distinguere fra un lupo e una pecora. E quando, in questo celebrare la vita, un lupo si traveste da pecora, è saper riconoscere quale sia il suo odore.» Quindi, cari amici, state alla larga dal puzzone Scalfari. Pensate piuttosto a Ruby Rubacuori, che mi sembra persona antropologicamente molto migliore del puzzone, e forse non del tutto perduta. Oppure lasciate fare a me, che uso la clava coi servi di Satana.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (137)

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IL FANTASMA DI ENZO BIAGI 29/07/2013 Ecco l’ennesima dimostrazione che l’antiberlusconismo è un brutto male. E’ morto ieri il cardinale Ersilio Tonini, ma sembra sia ri-morto Enzo Biagi. Dei novantanove anni della sua lunga vita l’unica cosa degna di ricordo sembrano le dure parole che ebbe ad “AnnoZero” subito dopo la morte del giornalista – col quale aveva lavorato in un programma televisivo dedicato ai “Dieci Comandamenti” – a proposito della faccenda dell’Editto Bulgaro. Tonini fece di Biagi un martire. Ma era un ridicolissimo sproposito. Il “Fatto” – dieci minuti di interviste, e spesso moraline finali, in onda subito dopo il TG1 – faceva venire il latte alle ginocchia: basti pensare che una giuria di critici televisivi lo giudicò il miglior programma d’informazione dei primi cinquant’anni della RAI. Nientepopodimeno. Di puntate ne fecero più di ottocento. Un martirio. La mia rubrica ha toccato quota seicento e il mio sogno è sempre stato quello di riuscire a martirizzare i miei lettori più a lungo di quanto fece Biagi coi suoi telespettatori. La cifra stilistica di Biagi era un motteggiante moralismo espresso col distacco del vecchio nonnetto. Ciò gli dava un’aria d’indipendenza. In realtà era un perfetto conformista, e in fondo gli piaceva bacchettare con molta urbanità chi cadeva in disgrazia. Essendo Berlusconi un outsider, era perciò anche antiberlusconiano. Con la meritata tirata d’orecchi dell’Editto Bulgaro, che non lo minacciava affatto, colse la palla al balzo per chiudere in bellezza un programma che stava conciliando ormai il sonno ai più, in calo di ascolti, e di cui si progettava il trasloco o la trasformazione: umiliato ed offeso, non accettò dalla RAI nessuna proposta. Andò incontro al martirio con un’ottima buonuscita, e la società civile ai suoi piedi. Il miglior affare della sua vita.

RENZO PIANO 30/07/2013 Con la collaborazione di una ditta tedesca il famoso architetto italiano ha finalmente realizzato uno dei suoi sogni: una casetta minimalista e ridotta all’essenziale, dal suggestivo nome di Diogene. La casa è costruita in legno, ed è dotata di isolamenti termo-acustici, di un collettore per le acque piovane, di pannelli solari, di compost toilet e di chissà quante altre diavolerie. Dispone di cucina, doccia, tavolino e cuccia per dormire, e misura la bellezza di sei metri quadrati. A prima vista, mi sembra che stia ad una casa tradizionale come un bagno chimico sta ad un bagno tradizionale. Il gingillo costa sui ventimila euro e qualche disperato lo potrebbe trovare pure intrigante. Purtroppo però di questa casettina non potrete mai fare la vostra residenza: come alloggio vìola tutte le leggi nazionali, regionali, comunali e rionali in materia, nel nostro paese almeno. Perciò se già sognavate di vivere come un novello Walden – ma col conforto della legge – deliziosamente rintanati nella vostra capanna tecnologica piazzata al centro di quella verde radura di quell’ameno boschetto, è meglio che abbandoniate subito queste vostre scusabili fantasticherie. Al massimo la potrete collocare in giardino, a fianco della casetta in legno per gli attrezzi, e a quella del vostro migliore amico, Fido; e viverci clandestinamente da separato in casa, se proprio col resto della famiglia i rapporti sono pessimi; oppure parcheggiarci, sempre clandestinamente, il vecchietto di casa insieme alla badante. Sempre che non abbiate già una roulotte, ossia un Diogene con le ruote, nel qual caso il problema nemmeno si pone.

ANTONIO MURA 31/07/2013 Durante la requisitoria relativa al “processo Mediaset” il procuratore generale della Cassazione ha fatto due importanti affermazioni: 1) «il compito della Cassazione è farsi carico del proprio ruolo in modo avulso da aspettative e passioni, che sono frutto del libero dibattito ed espressione della democrazia, ma devono restare fuori dall’aula» ; 2) «sono presenti tutti gli elementi costitutivi della fattispecie di reato di frode fiscale ascritta agli imputati» e Silvio Berlusconi «è stato l’ideatore di questo meccanismo di frode fiscale». Allora, proviamo a ragionare spassionatamente: a cosa serve al Caimano tutta l’infinita truppa di manutengoli, avvocati, azzeccagarbugli, professionisti dell’imbroglio, maneggioni, faccendieri, trafficoni e commercialisti al suo servizio, se poi perfino i «meccanismi» di frode fiscale se li deve inventare lui, povero diavolo? Suvvia, cerchiamo di essere sereni: diamo qualche merito anche ai suoi tirapiedi.

L’AFFAIRE MONTE DEI PASCHI DI SIENA 01/08/2013 Il Monte dei Paschi era un coso originalissimo anche prima del patatrac. Non vi era in Italia, e forse nel mondo, un esempio di istituto bancario che coltivasse un legame – lecito, per carità, fino a prova contraria – così stretto con la politica. Un vero e proprio matrimonio, che molti trovavano pure virtuoso. La politica scomparve improvvisamente dalla vita del Monte dei Paschi non tanto al momento dello scoppio dello scandalo sui derivati e sull’acquisto di Antonveneta, quanto piuttosto al momento dell’intervento della magistratura. Non se ne seppe più nulla. Lo scandalo fu funestato anche dalla morte di un alto dirigente della banca, che ebbe il cattivo gusto di buttarsi dalla finestra del suo ufficio: un tonfo sordo sul selciato, prontamente replicato dal tonfo sordissimo che questa morte ebbe sui media. Dopo essere stato sepolto, il poveretto sparì negli abissi dell’oblio in un silenzio arcano. Cominciò l’inchiesta, che fu un vero e proprio correttissimo rito scandinavo. Un mortorio. Non ci diedero neanche un ossicino da rosicchiare. Io speravo molto nelle intercettazioni, non in quelle pertinenti, ma in quelle non pertinenti, ossia impertinenti, grazie alle quali di solito vengono a galla pietose debolezze, particolari scabrosi, storie di donnine. Niente di niente. Adesso è arrivato l’avviso di chiusura delle indagini. A Mussari viene contestato anche il reato di insider trading: l’8 novembre 2007 il grande mariuolo «comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione» la notizia dell’acquisto di Antonveneta a Maurizio Cenni e a Fabio Ceccherini all’epoca rispettivamente sindaco e presidente della provincia di Siena (oltre che al responsabile dell’investment banking di Jp Morgan per Europa, Africa e Medio Oriente Enrico Bombieri). Non si vede cosa ci guadagnasse il mariuolo, ma trattasi di comunicazione di informazioni privilegiate secondo la magistratura. Ma allora perché Mussari si sentiva in dovere di comunicarle ai più alti rappresentanti di quegli enti, comune e provincia, che nominavano i vertici della fondazione Mps, azionista di controllo della banca? Doveri istituzionali, secondo i difensori di Mussari. Possibile, ma in ogni caso assai intriganti.

BEPPE GRILLO 02/08/2013 Il più ortodosso nel parlare alla pancia della sinistra è stato lo scalmanato Beppe: «Berlusconi è morto. Viva Berlusconi! La sua condanna», ha detto, «è come la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il Muro divise la Germania per 28 anni. L’evasore conclamato, l’amico dei mafiosi, il piduista tessera 1816 ha inquinato, corrotto, paralizzato la politica italiana per 21 anni, dalla sua discesa in campo nel 1993 per evitare il fallimento e il carcere. Un muro d’Italia che ci ha separato dalla democrazia». Dalla democrazia. Già, già, dalla democrazia. Che noia. Beppe non è più un giovincello. Sa benissimo che per la sinistra italiana, dal brigatista in su, la vera Liberazione, la “democrazia compiuta”, questa solenne cretinata antidemocratica, non è mai arrivata nel nostro paese. Ad impedirne il pieno dispiegamento c’era stato prima il corpo flaccido e clerico-fascista della Dc, poi quello corrotto e burbanzoso del pentapartito craxiano. Infine è arrivato il Berlusca, la quintessenza del degrado morale e civile dell’Italia Peggiore. La Grande Bubbola nacque dalla necessità di nascondere le pulsioni antidemocratiche che hanno sempre agitato invece il corpaccione della sinistra, in buona parte ereditato da quel fascismo nato da una sua costola; sinistra che dal radicalismo di massa non è mai riuscita ad emanciparsi, così come non è mai diventata tranquillamente socialdemocratica. Al riparo della Grande Bubbola la sinistra ha vissuto comodissimamente, ramificando il suo potere in ogni segmento della società, tanto che a destra ormai è rimasta solo la plebe. Ma la Storia andava avanti implacabile e divenne infine necessario piegare la Realtà alla Grande Bubbola. Il Sinedrio dei Giudici avanzò allora sulla scena, per puntellare a colpi di sentenze la baracca. Ma non servirà a niente. Le sentenze serviranno solo a rendere più chiari e grotteschi i contorni della Grande Bubbola, fino al giorno del suo fragoroso tracollo. Sarà quello il vero giorno della Liberazione.