Una settimana di “Vergognamoci per lui” (140)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CESARE MARTINETTI 19/08/2013 In una democrazia appena appena decente se sei di sinistra parti sempre con qualche metro di vantaggio sul bruto destrorso. E’ un fenomeno fisiologico, ancorché antipatico, che non è qui il caso di approfondire. In Italia la cosa invece è patologica. Se non fosse nato nel nostro stravagante paese, per esempio, come avrebbe potuto un ex terrorista come Giovanni Senzani; uno dei capetti fanatici di quel gruppetto brigatista che rapì, “processò”, e “giustiziò” il fratello del primo “pentito” delle Brigate Rosse solo perché era il fratello; uno di quelli che poi si sono sempre considerati dei rivoluzionari falliti, e basta; come avrebbe potuto, dunque, questo sciagurato recitare il un film con ambizioni artistiche finanziato da enti pubblici, non solo italiani, un film destinato a rappresentare l’Italia in un festival internazionale del cinema, e destinato naturalmente a portarsi a casa anche il premio “Don Chisciotte”, simbolo universale di nobile coraggio e disinteressata magnanimità? Evidenti questioni di delicatezza e un elementare pudore avrebbero dovuto sconsigliare lui e tutta la compagnia di intraprendere la grande impresa, ma non c’ è stato verso. Non contento, Senzani si è reso protagonista di una conferenza stampa durante la quale ha snocciolato le solite acrobatiche bubbole del revolucionario nostrano in pensione, innescando un fuoco di fila di reazioni scandalizzate. Tra le quali un articoletto al vetriolo di Cesare Martinetti su “La Stampa”, che qui ripropongo con qualche taglio: «Giovanni Senzani (…) fa male a dire di aver visto nel funerale di Prospero Gallinari quello di Aldo Moro perché tra i due vi era una differenza radicale: l’uno è stato carnefice, l’altro vittima. In questa ricomparsa pubblica di Senzani (…) c’è l’insopportabile ambiguità che accompagna ogni riapparizione di (ex) terroristi in Italia. Un giustificazionismo storico che determina una sostanziale complicità postuma. È un fenomeno solo italiano. In Francia (…) agli (ex) terroristi non è nemmeno consentito dare interviste ai giornali. Da noi sopravvive un fiancheggiamento ipocrita, pubblicistico, artistico che inevitabilmente si risolve in una celebrazione del passato. Tutte le rivoluzioni novecentesche sono fallite, ha detto ieri Senzani, “anche la nostra”. Passa così il messaggio che fosse un atto rivoluzionario sparare al cuore del leader dc o alla testa di un ragazzo come Peci fosse la “rivoluzione”. Sarebbe ora di smetterla. l’Italia ha bisogno di un discorso di verità. Ovunque.» Il discorso di verità mi sta benissimo, caro Martinetti. Ma allora diciamola tutta la verità. Sia il vasto fenomeno brigatista di quegli anni, sia la lettura romantica, rosata e piagnona che spesso ne hanno fatta i nostri vicini di casa (tra i quali spicca per sentimentalismo appunto la Francia, durissima con le quattro mezze cartucce di Action Directe, i brigatisti rossi d’oltralpe, condannati ad una specie di morte civile alla fine di lunghissime pene detentive, nel totale disinteresse dell’intellighenzia e dell’opinione pubblica) sono stati alimentati da un’operazione compulsiva e massiccia di falsificazione della storia italiana contemporanea, una propaganda nata in Italia e dall’Italia esportata, che ha assimilato l’Italia ad una semi-dittatura sudamericana, e che per decenni ha raccontato la balla del “regime democristiano”. E che ora continua, con le sue grossolane esagerazioni e con la sua ansia giustizialista, anch’esse esportate, nell’antiberlusconismo. Suvvia, riconosciamolo. Virilmente. Adesso. Senza aspettare altri vent’anni.

FRANCESCO BONAMI 20/08/2013 L’antiberlusconismo ha scoperto un nuovo eroe: un grande critico d’arte ma prima di tutto un elegante esemplare della nostra migliore società civile, un uomo che seppe dire no al Caimano con quella misurata fermezza e quella mancanza di acredine che caratterizzano i meno berlusconizzati degli antiberlusconiani, e perciò tanto più efficace. Lo stile, infatti, costituisce in certi casi già una risposta che contiene tutte le risposte, percepibile da chiunque abbia un minimo di nobiltà morale o un cervello non gallinaceo. E’ obbedendo a questo stile superiore, ma non altezzoso, che a raccontarci l’impresa è lo stesso eroico critico, il quale, nell’anno di grazia 2003, ricopriva la carica di direttore artistico della Biennale di Venezia. In quei giorni, scrive l’Unità.it, rievocando un “episodio perfettamente italico”, «…un portavoce gli fece pressioni perché il primo ministro desiderava tanto che una sua giovane amica, peraltro molto carina, osserva maliziosamente Bonami, esponesse un progetto molto costoso e tecnologico alla mostra delle mostre. E avrebbe pagato il primo ministro! “Bonami, allora la invita o non la invita?”, chiese il portavoce, forse esasperato perché il sì fatidico non arrivava. “Era giunto il momento di usare una semplice parola molto in disuso in Italia, No”.» Io a questo episodio credo assolutamente. Perché dimostra che le raccomandazioni di Berlusconi l’Italico non contano una minchia, neanche quando la raccomandata è una bella sventola; che se dici no al Berlusca non vieni né gambizzato né hai la carriera stroncata; e che ormai solo i poveri diavoli della destra ricorrono ancora a questa sorta di raccomandazioni e di petulanti pressioni: a sinistra non ne hanno più bisogno.

MARIA SHARAPOVA 21/08/2013 Benché lungagnona ed inespressiva, Masha è una di quelle farfalle svolazzanti sui campi di tennis che in prima battuta ci fanno venir una gran voglia di mettere qualcosa sotto i denti: gnam! Lo diciamo senza vergogna perché il subitaneo risvegliarsi di un istinto belluino di questo tipo, se dominato e serenamente riconosciuto, agisce come un tonico che ci riconcilia con la vita. Prossimamente l’impatto visivo con Masha prometteva di essere ancora più stuzzicante. Masha aveva infatti chiesto alla Corte Suprema della Florida, lo stato americano dove risiede, di poter cambiare temporaneamente, per la durata degli Open USA, e non chiedetemi come, il suo cognome in «Sugarpova», il marchio della sua azienda di caramelle gommose; e ai responsabili del torneo di poter esibire il logo delle caramelle, due labbra rosse, sulla divisa di gioco: non sappiamo dove precisamente, anche se qualche idea ce l’avremmo. Ma purtroppo non sarà così: Masha e il suo agente hanno annunciato a malincuore di aver rinunciato alla magnifica idea a causa di un iter burocratico troppo complicato. E’ un peccato: avremmo guardato Masha agli Open Usa solo per quello. Per misurare cioè l’effetto corroborante della visione della tennista-caramella sulla nostra salute psico-fisica, mentre bisbigliavamo a noi stessi con le labbra protese quel dolce nome: «Sciu-sciu-sciu-sciugarpova, sciu-sciu-sciu-sciugarpova…»

LA FNOMCEO 22/08/2013 Con un po’ di sano patriottismo potremmo dire che il sostantivo «paziente», indicante una persona sottoposta a cure mediche non occasionali, in genere ma non necessariamente ospitalizzata, è una parola nostra. Deriva infatti dal latino «patiens», participio presente di «patior», verbo che significa sia «sopportare» o «tollerare», sia «patire» o «soffrire». A riprova del suo genio particolare il termine ha superato tutti i test possibili, storici, geografici e temporali, imponendosi in buona parte del mondo civilizzato. In inglese, francese e tedesco, per esempio, il sostantivo «paziente», con lo stesso significato del nostro, si traduce «patient», anche se naturalmente viene pronunciato in modo diverso in ciascuna delle tre lingue. In spagnolo si traduce «paciente». E perfino i russi si sono inchinati ad esso: пациент (patsiyent), dicono da San Pietroburgo alla Kamčatka. Ma si sa come sono i burocrati: odiano tutto ciò che cresce e s’impone dopo prove secolari sul terreno della storia, tutto ciò che nella cultura odora di natura. E così, dopo averne discusso per mesi, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, ossia proprio quella italica, ha deciso di sopprimere il vecchio, caro e umano «paziente» e di mettere al mondo il suo terrificante, politicamente corretto, tristissimo e prolisso sostituto: la «persona assistita». Questa modifica di schietto gusto socialista del codice deontologico dovrebbe essere approvata definitivamente da questi malati entro l’autunno. Ma io spero che il mostriciattolo in provetta muoia prima, per aborto spontaneo.

L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI 23/08/2013 Mancava solo che tirasse fuori dal cilindro la mitica «macchina del fango», termine con il quale il partito de “La Repubblica” e il gregge al seguito bollano da tempo la modestissima e pudica concorrenza che per la prima volta da destra ha intaccato il suo poderoso e stagionatissimo quasi-monopolio in materia di campagne di demonizzazione. Ma sarebbe stato sbilanciarsi troppo. Comunque l’Anm è furibonda. Denuncia «gravi offese a singoli magistrati e inaccettabili attacchi all’intero ordine giudiziario, giunti fino alla redazione di elenchi di magistrati, che evocano liste di proscrizione». Una «strategia giornalistica», dice ancora l’Anm, «fondata sull’uso sistematico di argomenti falsi e gravemente diffamatori, volti a screditare la magistratura e l’operato di singoli magistrati, con una gravità e un’intensità tali da assumere le caratteristiche di un vero e proprio linciaggio mediatico. Ciò avviene in collegamento con la conclusione del processo Mediaset…» Porca miseria che pelluccia delicata hanno le confraternite dei magistrati italiani, soprattutto quelle che da tempo vigilano seriose e impettite, combinando un sacco di disastri, sulla sorte della nostra democrazia! Fossero state al posto del Berlusca in tutti questi anni di caccia all’uomo sarebbero schiattate dopo un mese di veleni. Si vede che tra questi esaltati manca la tempra. Soprattutto quella democratica. Se incassano così male io consiglierei alle truppe del Berlusca di cannoneggiare a volontà, tanto per vedere l’effetto che fa. Ci sarà da divertirsi.

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