Forza Italia: no a centrismi e a settarismi

Da berlusconiano sono curioso di vedere stasera cosa succede. Alfano, Quagliariello e soprattutto Cicchitto hanno le loro buone ragioni. La Santanchè è una cretina. Come ho messo in chiaro più di una volta. E penso che Sallusti sia bravo soprattutto a combinare guai. Come ho messo in chiaro più di una volta. La pitonessa ha tanto spazio sui giornali antiberlusconiani proprio perché la sinistra spera con tutte le sue forze che sia questa esaltata confusionaria a spaccare il partito. Le invettive della sinistra esaltano il suo protagonismo, ossia la lusingano, e la confermano nella sua sciocca convinzione di essere nel giusto nel momento stesso in cui questa isterica diventa strumento degli antiberlusconiani. La Santanchè, il Giornale e Libero alla fine del 2011 preferivano le elezioni al governo Monti, cioè volevano che il Pdl andasse incontro ad un bellico, eroico, ardito, definitivo e stupidissimo suicidio! Non hanno mai fatto ammenda. Quante inconfessabili speranze la stupida pitonessa pose allora nel cuore dei piddini!

E la Santanchè è quella stessa grande stratega vogliosa di rompere con Letta senza neanche aspettare il sorgere di un passabile, in termini di propaganda politica, casus belli. Voleva che il Berlusca rompesse già col suo videomessaggio. Era esattamente ciò che sperava, fortissimamente, la sinistra, che non riesce più a far digerire al suo popolo le larghe intese. Per la delusione Ezio Mauro sparò all’indomani del videomessaggio un editoriale violentissimo, poi replicato con più veemenza al momento delle ventilate dimissioni di massa dei parlamentari berlusconiani. In realtà nei giorni scorsi la sinistra ha fatto di tutto per stanare il Caimano, nulla concedendo, per poter poi dire: Caimano! Caimano! Caimano! Il vanesio Letta – il cui governo poteva avere un solo scopo: la pacificazione; il galleggiamento montiano su tutto il resto lo diedi per scontato fin dall’inizio – il vanesio Letta, dunque, ringalluzzito dalla piega degli eventi, ha fatto il bulletto col Pdl. E il Cavaliere è partito in contropiede, con foga ma non senza un disegno, per quanto assai rischioso, già impostando la campagna elettorale. Avrebbe fatto meglio ad attendere, e fare per un po’ il martire, perché in ogni caso l’assalto delle procure e la voglia di vederlo in galera dell’Italia giacobina non li puoi fermare, tanto più che la debolezza della preda eccita sempre gli istinti del branco. E poi, da martire, vincere politicamente.

Ma che tristezza vedere Quagliariello farsi imbeccare da un campione del giornalismo pavido come Stefano Folli! E che tristezza vedere lo zelo ottuso di Sallusti nell’insinuare sospetti verso i ministri dimissionari del Pdl! E che tristezza vedere questi ultimi parlare di “metodo Boffo”, cioè già usare con incredibile ingenuità il linguaggio della sinistra, ossia di Repubblica, un giornale che sull’uso sistematico e professionale del “metodo Boffo” ha costruito il suo quarantennale successo! Voglio solo sperare che suscettibilità ferite non abbiano la meglio sulla ragione: farsi strumento di operazioni centriste, credere alla favola del centrodestra rispettabile ed europeo, solo perché legittimato dalla sinistra, vuol dire davvero fare la fine di Fini.

E restiamo in attesa naturalmente dei nuovi Responsabili, questa volta omaggiati dagli osanna dei giornaloni, i quali nemmeno riescono a immaginare che in realtà la tentazione di andare subito alle elezioni a sinistra è ancora più forte che a destra.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (145)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

STEFANO RODOTA’ 23/09/2013 All’ex candidato alla presidenza della repubblica dei grillini era uscita di bocca l’altro giorno una frase piuttosto infelice, certo non chiarissima. Aveva detto, Rodotà, che gli inviti contenuti in una lettera delle nuove Brigate Rosse al Movimento No Tav a «fare uno scatto-politico organizzativo» erano «deprecabili, ma comprensibili e non devono contribuire a derubricare la realizzazione dell’opera a una mera questione di ordine pubblico». Da destra naturalmente era partita una grandinata di critiche e di reazioni indignate, ma anche dal resto del mondo politico non erano mancate censure. Investito dalla bufera, Rodotà ha poi rettificato, spiegando in sostanza che con quel «comprensibili» intendeva dire «prevedibili» o «niente affatto sorprendenti», come d’altra parte non poteva non essere immediatamente chiaro a tutte le persone non del tutto disoneste. Rodotà perciò era indignato a sua volta. Ma il chiaro giurista non ha nemmeno atteso le controrepliche. Senza dimostrare un minimo di comprensione, ha annunciato querele per quell’angioletto di Alfano e per le perfide gazzette berlusconiane, neanche fossero peggio dei brigatisti.

DAS PORZELLUM 24/09/2013 La conseguenza più divertente della grande vittoria di Merkel (ossia della Kulona, per parlare come Dio comanda) è che al Bundestag la sinistra ha la maggioranza. Il fatto è così strabiliante che per pudore non se ne parla affatto. Per adesso. Certo, non è una maggioranza “di governo”, però il pasticcio sembra fatto apposta per scuotere certezze teutoniche ed indurre in tentazione anche gente notoriamente molto più seria di noi. La “destra” nel suo complesso ha ottenuto il 51% dei voti, ma la soglia di sbarramento del 5% ha precluso per un pelo ai liberali e ai novellini dell’AfD (non una formazione di esaltati grillini, ma un partito conservatore anti-euro) l’entrata in parlamento; la destra “di governo” (cristiano-democratici e liberali) ha preso il 46,3%; la sinistra (SPD-Verdi-Linke) ha preso complessivamente il 42,7%; la sinistra “di governo” (socialdemocratici e verdi) il 34,1%; il restante 6,3% è andato disperso tra i partitini. Risultato: la destra ha 311 seggi, la sinistra 319. Sulla carta vi sono, teoricamente, tre possibili maggioranze: Union (CDU-CSU) + SPD, 503 seggi; Union + Verdi, 375 seggi; SPD + Verdi + Linke, 319 seggi (tre seggi appena sopra la maggioranza assoluta). Per noi italiani, e soprattutto per noi berlusconiani, il risultato è perfetto. In primo luogo è istruttivo: quest’esito beffardo dimostra con palpabile evidenza che ogni sistema elettorale ha un certo grado di porcellaggine. In secondo luogo per Angie adesso son cavoli amari: dovrà governare con un pezzo di sinistra, senza dispiacere troppo ai ruspanti compagni di strada della CSU. Insomma, sarà la destra a guidare il governo, ma l’Angela azzoppata sui dossier europei dovrà limitare la sua intransigenza. Naturalmente al Giornale e a Libero non hanno capito una mazza. E si sono subito strappati i capelli. A parte Aguirre-der-Zorn-Gottes Sallusti, s’intende.

[RISPOSTA AD UN COMMENTO: Guido dalla Germania sta in Germania, evidentemente, ma evidentemente gli sono rimasti i bollenti spiriti italiani, sennò capirebbe che l’orrido Zamarion non crede affatto al grande complotto dei Nibelungi contro i Mediterranei. Tanto che Zamarion preferisce una vittoria della Merkel piuttosto che quella dei socialdemocratici, nonostante tutto. Se Zamarion fosse cittadino tedesco le sue simpatie andrebbero alla CSU bavarese e forse anche alla Adf più ancora che alla CDU. Costoro sono proprio i campioni della Germania rigorista e “anti-mediterranea”. Tuttavia nei loro discorsi in mezzo a molte verità c’è una buona dose di fariseismo, come sempre succede in politica. E sbagliato è anche il sentimento anti-tedesco o anti-Merkel della destra italiana, che io pure voto. Io sono favorevole all’austerità, ma non a questa austerità. E spero che la mezza vittoria della Kulona possa portare il nuovo governo tedesco ad interpretarla con più elasticità, visione e pragmatismo, ma non certo per appoggiare nuove e disastrose manovre espansive fondate sui debiti.]

MATTEO COLANNINO 25/09/2013 Matteo è da cinque anni in politica ma è come se non ci fosse mai entrato. Oppure è come se nel palazzo della politica ci vivesse da sempre, da discreto funzionario di primissima fascia. Di lui non si ricorda una frase fuori posto, una dura presa di posizione, una qualche idea generosa, feconda e cazzuta sul futuro del suo partito e del suo paese. Niente di niente. Parla come un editorialista de “Il Sole 24 Ore”, ostentando da bravo scolaretto garbata serietà, senso di responsabilità, forte consapevolezza, e tutte le altre pose imparate alla vacua scuola della seriosità, che per sua sfortuna ha frequentato ad alti livelli sin dalla giovinezza, e che lo ha quasi portato alla mummificazione. Infatti Matteo è stato Presidente dei Giovani Industriali di Mantova; Presidente nazionale dei Giovani Industriali di Confindustria; Consigliere de “Il Sole 24 Ore”; Vice Presidente di Confindustria; Vice Presidente della Confederazione Europea dei Giovani Imprenditori; Vice Presidente della Banca Popolare di Mantova; ed è Vice Presidente e Amministratore Delegato di Omniaholding, l’holding di famiglia. La politica ha riconosciuto subito il suo talento particolare: e infatti dal 2008 Matteo è membro della Segreteria Nazionale del Partito Democratico e Responsabile delle Politiche Economiche, e dal 2009 è membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico. Una carriera notevolissima, insomma, percorsa con la compostezza esemplare di un soprammobile.

PAOLO SORRENTINO 26/09/2013 Io che ho l’animo magnanimo del filosofo mi son sempre immaginato che il grande artista guardasse agli accidenti della carriera – fiaschi e successi – nel migliore dei casi con sereno e a volte divertito distacco; oppure, più amaramente, con superiore disprezzo; nel peggiore dei casi con falsa indifferenza; ma in ogni caso facendo intendere di saper ben distinguere tra sacro e profano. Alla notizia che il suo film “La grande bellezza” è stato scelto per rappresentare l’Italia alla selezione del Premio Oscar per il miglior film non in lingua inglese, il regista del “Divo”, invece, non solo ha espresso la sua legittima soddisfazione ma si è anche mostrato prontissimo alla grande lotta per la vittoria: «Adesso ci impegneremo a fare tutto il possibile per ottenere il risultato. So che è una strada lunga e difficile, ma faremo di tutto: proiezioni, cene e promozioni». Così ha detto, sopraffatto da un’ambizione meschina. Eppure, per lunghi anni il cinema “progressista” schifò le liturgie losangeline. Adesso per la fregola della statuetta ha perso perfino il pudore. Dio, che mezze seghe.

CASA BUITONI 27/09/2013 Devo ancora capire se nel rispondere alle petulanti domande dell’intervistatore della “Zanzara” Guido Barilla sia stato schietto perché coraggioso, o schietto perché allocco. Fatto sta che il poveretto è stato travolto da una gragnuola di tartufesche reprimende arrivate da mezzo mondo. La faccenda è istruttiva, perché l’imprenditore non è intervenuto di sua spontanea volontà nel dibattito sui diritti LGBTQWXZKRHS, cosa in sé peraltro perfettamente legittima, ma ha avuta la buona creanza, non apprezzata dai pasdaran dei diritti umani, di rispondere a delle precise domande. Tra le quali: «Farete mai uno spot con una famiglia gay?» L’eroico ed ignaro Guido, perfino di buon umore, ha detto chiaramente di no, che l’immagine dell’azienda è tradizionalista, che quella è la loro cultura, e che quindi continueremo a vedere quei loro terribili spot oleografici e zuccherosi. Poi, pungolato dal conduttore, ha esposto alcune sue opinioni personali, peraltro non lontane da quelle di un cattolico liberal. Ora, spaventato dalle possibili sanzioni economiche dell’ONU, ha già chiesto scusa. Anche perché ha scoperto improvvisamente con noi, senza averne mai avuto prima il sentore, che a Casa Buitoni «c’è posto per tutti». Per adesso solo su Facebook, a mo’ di pallone sonda, perché prima di invitarlo veramente, alla Buitoni vogliono assicurarsi che il gay in casa sia un investimento sicuro. Sennò, col piffero che lo vedremo gustarsi il saccoccio alla cacciatora insieme al partner.

I Leoni colgono l’attimo

BENETTON TREVISO – MUNSTER 29-19

Venerdì 20 settembre 2013, Stadio di Monigo, Treviso

Quando, al sesto minuto del secondo tempo, Archer concludeva in meta una driving maul irlandese formatasi sulla linea dei 22, meta trasformata poi da Keatley, portando il punteggio sul 19 a 9 a favore del Munster, pochi avrebbero scommesso su una vittoria del Benetton. Non era solo il punteggio, infatti, a portare a questa conclusione. Con un Benetton più solido ma ancora in cerca dei suoi tradizionali ancoraggi in mischia e, in parte, in touche, e un Munster pimpante, che si giovava del ritorno in squadra di alcuni dei grossi nomi della franchigia irlandese, anche bello da vedere nelle sue trame in velocità, il primo tempo aveva visto il predominio nettissimo dei rossi, nonostante un cartellino giallo appioppato a Ronan dopo un quarto d’ora di partita. L’abnegazione dei trevigiani, un pizzico – abbondante – di fortuna, e la precisione al piede di Berquist avevano tenuto abbastanza miracolosamente il punteggio in bilico sul 12-9 a favore del Munster. Due le mete segnate dai rossi: la prima con Earls dopo otto minuti di gioco a conclusione di un sfondamento dei trequarti irlandesi sulla destra del fronte d’attacco con l’ovale che passava da Downey a Zebo e infine all’ala che schiacciava presso la bandierina, meta non trasformata da Keatley; la seconda al 28′, una meta tecnica, a coronamento di una serie di mischie ripetute davanti ai pali e con il pack trevigiano in difficoltà. Ma già nei primissimi minuti della partita prima Earls e poi il mediano Williams erano penetrati verticalmente nella difesa trevigiana portando il Munster ad un passo dalla segnatura, mentre Keatley aveva mandato sul palo – un segno del destino, col senno di poi – un calcio piazzato piuttosto abbordabile. Al 25′ lo stesso Earls, sugli sviluppi di una mischia ai 5, fintava il passaggio e penetrava diagonalmente fin dentro l’area di meta. Ma il TMO negava la realizzazione. E sempre Earls, lanciato lungo l’out di destra da un cross kick di Keatley, veniva scaraventato in touch da McLean a qualche metro dalla linea di meta al 31′. Le rare e rabbiose vampate in proiezione offensiva dei trevigiani, portate avanti soprattutto dalle terze linee, con Vosawai a suonare la carica, avevano fruttato però il massimo: tre calci piazzati realizzati dal nuovo acquisto neozelandese.

Il merito dei trevigiani è stato quello di crederci nonostante tutto. Anche perché subito dopo la terza meta di Archer si manifestava un altro segno inequivocabile della serata sfortunata di Keatley: il mediano, un metro al di qua della propria linea di meta, pronto, o forse troppo pronto, per il calcio di liberazione, non controllava l’ovale appena uscito da una mischia ordinata, commettendo un in-avanti piuttosto clamoroso, che dava la possibilità al Benetton di usufruire di una mischia davanti ai pali, sugli sviluppi della quale Nitoglia, servito da un lungo passaggio di McLean, andava a schiacciare in meta presso la bandierina di destra del fronte d’attacco. L’infallibile Berquist da posizione defilatissima riusciva a trasformare portando il punteggio sul 16-19: l’ovale sbatteva sul palo (lo stesso che aveva detto no a Keatley nel primo tempo) e s’infilava nell’H. Era solo l’inizio di un sorprendente parziale di 20-0 a favore dei trevigiani, che sembravano usciti euforici da un lungo tunnel oscuro, mentre agli irlandesi si spegnevano improvvisamente le luci. Al 58′ Berquist portava i trevigiani in parità con un calcio piazzato da 45 metri, e successivamente, nel giro di un quarto d’ora un Munster incapace di rispondere alle manovre non ordinatissime ma piene d’ardore dei trevigiani, vedeva Williams, il subentrato Sheridan e Archer beccarsi il cartellino giallo in successione. Al 60′, era il solito Nitoglia, servito da Zanni, e sempre presso la stessa bandierina di prima a concludere in meta una prolungata azione d’attacco del Benetton propiziata da una penetrazione centrale del subentrato Barbieri, che fruttava un raggruppamento sotto i pali della porta irlandese. La meta in replica di Nitoglia ispirava ancor di più il già ispirato Berquist, che non poteva far altro che realizzare la trasformazione con l’aiuto perfido dello stesso palo centrato in precedenza! E al 65′ era ancora Berquist ad arrotondare il punteggio con un altro calcio piazzato sul 29-19, che sarebbe stato il risultato finale dell’incontro, anche se al 71′ il Benetton sprecava un’enorme occasione di meta non sfruttando al meglio una nettissima superiorità numerica al largo sulla sinistra del fronte d’attacco. Bello, sul finale della partita, il patriottico boato del pubblico alla notizia della “famous victory” delle Zebre in quel di Cardiff. “This is not soccer”, dirà qualcuno, ma noi non lo diciamo, perché non ci piace quest’arietta di superiorità morale.

[pubblicato su Right Rugby]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (144)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 16/09/2013 Per due anni la Francia è stato il paese più duro col regime di Assad, la cui dipartita veniva considerata la condizione preliminare e necessaria di qualsiasi processo di pacificazione in Siria. Ma il potente protettore del regime siriano, la Russia, non ha mollato di un centimetro, neanche quando l’attacco militare americano sembrava imminente. E così agli Stati Uniti non è restato che accettare un compromesso concepito a Mosca da Putin e Lavrov, in forza del quale Assad acconsente di sottoporre le proprie armi chimiche al controllo internazionale. Il segretario di stato americano Kerry, con notevole faccia tosta, pur con la premessa che «se l’accordo sulla Siria fallisce, l’uso della forza potrebbe essere necessario», ha voluto «ringraziare il governo russo» e ha detto di essere «orgoglioso che il presidente Obama abbia deciso di percorrere questa strada». Ma il presidente francese, con una faccia tosta inarrivabile, ha parlato di «una tappa importante, non di un punto d’arrivo», cui si è arrivati grazie alla «pressione esercitata da Francia e Usa che è stata abbastanza forte da convincere Vladimir Putin a prendere l’iniziativa». Noi italiani non saremmo mai capaci di tale pacifica improntitudine. Infatti non è solo colpa di Hollande. Un millennio di storia nazionale ha fatto dei francesi il popolo più permaloso del mondo occidentale. Il suo amor proprio è ridicolo, ma è anche assai temibile, e all’occorrenza sa rifornirlo di energie impensabili. Quindi è meglio che Assad se ne stia in guardia.

VICTORIA SILVSTEDT 17/09/2013 Anche se può sembrare strano Victoria ha una vita professionale molto intensa. La sventolona vichinga è una modella, una soubrette televisiva, ogni tanto recita in qualche film non troppo pretenzioso e ha fatto anche la cantante. Io credo che sia un peccato. Io credo che Victoria, se davvero tiene alla fama imperitura, dovrebbe mollare tutte queste mezze professioni e dedicarsi interamente al suo singolare stile di vita, che già adesso è la vera ragione della sua crescente notorietà tra il grande pubblico. Victoria infatti passa la maggior parte del suo tempo in bikini, dividendosi tra una spiaggia dorata e il ponte di uno yacht. Nella bella stagione la troviamo di solito in Costa Azzurra, da dove si muove solo per puntatine in Sardegna e Corsica, oppure a Londra, Parigi e New York. Quando comincia a far freddino si sposta a Miami, al sole perennemente caldo della Florida. Questo l’ho capito dopo qualche anno di assidua frequentazione delle home page dei quotidiani italiani, che all’esaltazione delle forme prorompenti della biondona svedese non rinuncerebbero mai. Oramai non sapremmo neanche più immaginare Victoria vestita. Non ci deluda: segua la sua vera vocazione ed entrerà nella leggenda.

CARLO DE BENEDETTI 18/09/2013 Quando nel 1991 la guerra per il controllo della Mondadori si risolse con l’accordo di spartizione col Berlusca mediato dal mitico Ciarra – sanguigno figlio del popolo e della Lupa, amico del Divo Giulio ma anche amico del grande amico di De Benedetti, il principe Carlo Caracciolo, papà di Espresso e Repubblica – l’ingegnere si mostrò soddisfattissimo nella soddisfazione generale. Che l’avesse preso in quel posto non poteva assolutamente immaginarlo. E con lui non lo immaginò nessuno. Ma poi venne il 1992 e il ciclone di Mani Pulite e la Gioiosa Macchina da Guerra pronta a camminare sulle macerie della prima repubblica e prontamente sbaragliata dal Berlusca. Cominciò allora la caccia all’uomo, anzi, al più grande bandito dell’Italia repubblicana, e l’ingegnere sentì in cuor suo che anche lui, tessera numero uno della società civile, da quell’uomo nefando non poteva non aver subito dei torti. E il misfatto infatti fu scoperto. Risarcito con 500 milioni di euro, l’ingegnere può ora esprimere, ancora una volta, tutta la sua contentezza: «Prendo atto con soddisfazione che dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir subì. (…) La spartizione del Gruppo Mondadori-Espresso avvenne a condizioni per me molto sfavorevoli per un grave motivo che all’epoca nessuno conosceva.» Eppure allora nonostante la mazzata non sentì neanche un dolorino. Come oggi. Che l’abbiano fregato ancora?

EZIO MAURO 19/09/2013 E’ andato tutto come previsto. Silvio non è il Caimano e soprattutto è troppo furbo per fare il Caimano. Non ha rovesciato il tavolo, non ha mandato a gambe all’aria il governo, e ha annunciato che sarà protagonista della politica anche standosene comodo nel salotto di casa sua, insieme a due fidi e amorevoli consiglieri come Francesca e Dudù. D’altronde, non è forse vero che i boss mafiosi riescono a governare la loro teppaglia anche dal carcere? Lo dico perché fra non molto lo scriveranno le teste quadre di Repubblica o del Fatto Quotidiano, quando si accorgeranno della pirrica vittoria dei facinorosi pasdaran della legalità. E tanto più, quindi, si stringerà l’assedio attorno al resistente di Arcore, partigiano di quella libertà cui ha inneggiato chiudendo il videomessaggio. Sì, perché una volta espletati i doveri della correttezza istituzionale, si è sentito libero di cannoneggiare l’inestirpabile, torvo giustizialismo della sinistra e di chiamare a raccolta gli italoforzuti del partito dell’amore. I più delusi sono invece quelli del partito di Repubblica e dei fogliacci giacobini: speravano che il Berlusca furioso volesse morire insieme a tutti i Filistei. E già qualcuno comincia a dar segni di nervosismo. Come il direttore di Repubblica che ha parlato di «propaganda elettorale» e di «rottura inevitabile», dove «inevitabile» sta naturalmente per «molto problematica», nonostante una voglia folle e inconfessabile.

STEFANO FOLLI 20/09/2013 In una maniera o nell’altra anche per il centrismo benpensante e pantofolaio la colpa è sempre del Berlusca. Uno dei pezzi forti usati contro il povero Silvio dai melliflui e riguardosi illusionisti del giornalismo moderato comme-il-faut è questo: ti lamenti dei magistrati e non hai mai fatto la riforma della giustizia. Così anche ieri Stefano Folli, dopo aver dato ragione a chi parla di “disco rotto” a riguardo delle cannonate berlusconiane contro i magistrati, e naturalmente muto come un pesce sull’eventuale “persecuzione”, ha scritto: «Per anni e anni, avendo dalla sua la forza parlamentare, il leader del centrodestra non ha voluto o saputo promuovere la riforma della macchina giudiziaria.» Be’, mettiamo il caso che ci avesse provato veramente, il Berlusca, anche con una riformicchia del piffero: cosa sarebbe successo? 1) gli amici della Costituzione sarebbero scesi in piazza dalla Carnia ai Monti Peloritani; 2) l’appello di Saviano avrebbe raccolto un milione di firme su Repubblica; 3) quello di Zagrebelski mezzo milione sul Fatto Quotidiano; 4) il Csm e l’Anm avrebbero parlato di volontà eversive; 5) gli intellettuali avrebbero chiesto all’Europa e all’Onu di monitorare l’ormai conclamata autocrazia berlusconiana; 6) la Cgil avrebbe proclamato uno sciopero generale; 7) il Partito Democratico avrebbe accusato Berlusconi di voler piegare le istituzioni del paese ai suoi interessi personali; 8) e Stefano Folli, invece di urlare “Vai Berlusca!”, avrebbe scritto: «ma una riforma della giustizia, proprio perché così necessaria e sentita, non la si può fare spaccando il paese, non riuscendo a trovare e forse neanche cercando il consenso delle istituzioni, degli ordini, delle forze politiche più responsabili del paese: in questo si vedono, ancora una volta, tutti i limiti di governo di un populismo che sa solo vincere le elezioni».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (143)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FLAVIA PERINA 09/09/2013 Ecco un altro esempio degli esiti nefasti della patologia antiberlusconiana su una psiche a lungo destrorsa: scrivere sul “Fatto Quotidiano”, come fa l’ex direttrice del “Secolo d’Italia”, stupidaggini in linea col “Fatto Quotidiano”, rivelando però ad ogni passo di essere entrata nella famiglia antiberlusconiana per cooptazione, non per una vocazione naturale. La Perina ironizza sul nuovo corso morigerato, costumato, seriosetto, delle ex Papi-girl e delle ex Olgettine, a suo dire le ex «icone dell’Italia femmina scatenata e rampante, i volti dello yuppismo in short e autoreggenti, la gioventù bruciata del berlusconismo». Icone? Ma quando mai. Non le conosceva nessuno fino a quando la corazzata di “Repubblica” e i bastimenti al seguito non spararono quei curvilinei mostricciatoli in prima pagina per mesi di seguito. Roba da malati mentali. Poi, con la stessa facilità, i giornali e il popolo della sinistra le dimenticarono. Del nuovo corso delle Papi-girl non potevano infischiarsene meno. Son cose che solo un foresto o un dilettante può prendere sul serio.

IGNAZIO MARINO 10/09/2013 Le grandi manifestazioni: i sindaci di mezza tacca le amano alla follia. Ma in fondo sono sempre una grande tentazione, anche per i grandi spiriti prestati alla politica. Ciò detto, confesso che il sindaco di Roma mi ha sorpreso. E’ vero che sotto sotto è sempre stato incline al radicalismo, ma non a quello burino. Anche se sembra appena tirata fuori dal freezer, l’immagine che Marino ha coltivato di sé è infatti quella di un uomo in pieno autocontrollo, raziocinante, ammodo anche nelle rare asprezze, e allo stesso tempo cordiale e paziente, specialmente coi babbei delle parrocchie politiche altrui. Ma è bastato che il premier Letta accennasse ad una possibile candidatura italiana alle Olimpiadi del 2024, perché Marino ritrovasse un’improvvisa affinità col volgo. Il sindaco ha parlato di straordinaria opportunità per Roma e delle sue ottime condizioni di partenza per essere candidata; e nell’ebbrezza si è detto certo della leale collaborazione del sindaco meneghino Pisapia, perché «la gara non è fra Roma e Milano ma fra Roma e il resto del mondo».

LA RIVOLUZIONE TRADITA 11/09/2013 Le rivoluzioni della primavera araba sono state perfettamente coerenti con se stesse, avendo seguito il copione di tutte le rivoluzioni del passato, con gli utili idioti liberali del ceto urbano, sideralmente lontani dalle masse, a fare da pionieri, e le grandi sette in attesa del momento buono per impadronirsi di un regime fiaccato. Ma all’intellighenzia smidollata ed opportunista di casa nostra è sempre piaciuto credere il contrario. E’ la stessa intellighenzia che oggi spera magari in una «primavera russa», convinta che al posto della Russia dello zar Putin ci ritroveremmo dopo la rivoluzione con l’accattivante Russia del blogger Navalny. E quindi? E quindi contrordine, compagni! Le rivoluzioni arabe sono state tradite! E’ stato bello, in nome della democrazia, correre in soccorso del vincitore, oppure scoprirsi guerrafondai contro un nemico isolato, braccato, e destinato ad essere schiacciato come una mosca. Ma poi i nuovi amici dell’occidente e della democrazia si sono rivelati pressoché dei banditi, e il nuovo nemico da combattere un osso un po’ troppo duretto, e soprattutto sostenuto da potenti alleati, poco inclini a farsi infinocchiare due volte di seguito. E quindi? E quindi è meglio andarci piano, e riconoscere che i mitici ribelli per la maggior parte sono una marmaglia assai poco raccomandabile. E quindi? E quindi le rivoluzioni arabe sono state «tradite»! E quindi? E quindi è meglio e pure gratificante ritornare tranquillamente pacifisti dopo un periodo di astinenza durato troppo a lungo. Sempre in prima fila, e sempre dalla parte giusta, questi furfanti.

BOB GELDOF 12/09/2013 Il cantante, attivista e uomo d’affari irlandese ha annunciato che l’anno prossimo viaggerà nello spazio. Ma prima dovrà allenarsi e pagare un biglietto da centomila dollari. In attesa di andare in orbita, Bob è però già in estasi e non riesce a trattenere l’entusiasmo. Dice Bob: «Essere il primo irlandese a volare nello spazio non è solo un fantastico onore ma anche assolutamente incredibile.» Mah. Questa fregola spaziale in un uomo di sessantadue primavere mi sembra poco virile. Più virile mi sembra invece la sfida alle malelingue sul costo del biglietto pagato da una celebrità in lotta da decenni contro la povertà nel mondo in un momento di magra anche qui da noi. Il fervore patriottico però non lo capisco proprio. Oddio, è vero che l’isola verde che presidia i confini oceanici nord-occidentali del nostro continente emana un fascino domestico universale: è quasi un luogo dell’anima, come la Contea Tolkieniana. Però, diciamolo, è anche piccoletta: sei-sette milioni di persone in tutto compresa l’Irlanda del Nord. Capisco l’orgoglio del primo uomo nello spazio; capisco un po’ meno quello del primo europeo, americano, africano, asiatico, bianco, nero, giallo o rosso; quello del primo di una nazione popolosa già mi fa un po’ ridere; quello del primo di un angoletto del mondo mi fa un po’ pensare.

FIORENZA SARZANINI 13/09/2013 Come sempre succede quando gli scandali sfiorano i feudi della sinistra, anche nel caso del disastro del Monte dei Paschi l’inchiesta sui presunti rapporti tra banca e politica procede con esemplare riservatezza e alla velocità sonnacchiosa di una prudente tartaruga in pensione in fase di decelerazione. Ma intanto qualcosa viene fuori. “Così Pd e Pdl si dividevano le nomine di Monte Paschi”, questo il titolo, per esempio, di un articolo dell’ormai mitica ficcanaso del Corriere della Sera. Magari il titolo non è suo, ma il contenuto non lo tradisce affatto. Scopriamo infatti che mentre tutto il resto della ciurma obbediva alle varie anime del Pd, anche il Pdl aveva il suo uomo dentro la banca: uno, l’uomo di Verdini, di Letta (Gianni), del Berlusca! Quest’uomo fu poi spedito da Mussari alla presidenza della controllata Antonveneta perché dalle parti della Serenissima era opportuno mandare un “destrorso”. Insomma, per i noti delinquenti berlusconiani poco più di un misero diritto di tribuna, tanto per salvare le apparenze. Ma ciò basta alla nostra impavida Sarzanini e al Corrierone per parlare di «spartizione». Tanto la nostra incivilita società è pronta a credere a tutto.

(RISPOSTA AI COMMENTI) Io non capisco se lei faccia il finto tonto o lei sia tonto. Così come gli altri. Nel mio articoletto non nego affatto queste cose. Son segreti di Pulcinella, come quelli a suo tempo di Tangentopoli. Se per il PDL questa era la prassi, lo stesso vale per il PD. Solamente ci sarebbe anche una questione di proporzioni: di 1 a 10 o di 1 a 20 a favore del PD. E quindi parlare vagamente di “spartizione”, alla luce del buon senso, significa giocare con gli equivoci. Ma no, diciamo che è semplicemente disonesto. Ciò detto, tutto questo significa che in questi rapporti tra banca e politica vi sia qualcosa di penalmente rilevante? Non necessariamente. Certo, lo spettacolo è brutto, ma fino a prova contraria per quel che leggo finora non vedo reati. Grosso modo la verità sul disastro del colosso senese la sappiamo già. Vi concorsero vari fattori: la natura ultra-politica della banca, la sbronza finanziaria di quegli anni, le ambizioni dei manager, la spinta che veniva dagli ambienti del PD – impegnati anche su altri fronti dell’economia, come ben sappiamo – per gonfiare gli asset dell’impero economico indirettamente riconducibili al partito. Ma ripeto: una cosa è l’ambizione, l’avidità, l’incapacità, un’altra il crimine. E questo, curiosamente, è un argomento che fa presa sui “legalisti” della sinistra, che nel loro tipico quietismo della ragione adesso si “accontentano” del fatto che il “reato non ci sia”. E lo dicono ai cafoni dell’altra parte. Ma è ancor più curioso il fatto che in altri casi, riguardanti altre sponde politiche, il legalismo della magistratura e dei sinistrorsi ragioni al contrario: non è più il magistrato che deve dimostrare l’esistenza di un reato, ma l’inquisito a dimostrarne l’inesistenza; e quel “brutto” di cui parlavo prima diventa allora bruttissimo, inaccettabile, che per cui deve esserci per forza un reato; e sia le pagine vergate dai magistrati, sia quelle vergate dai giornalisti si riempiono di un sacco di parolette ridondanti, suggestive pur di dare corpo al fumo, e di giustificare l’esistenza del famigerato reato. Questa è la semplice verità. [Ossia: nel primo caso il legalismo, cioè l’amore feticistico per la legge, diventa garantismo però assolve anche moralmente o politicamente; nel secondo caso il legalismo vuole che ad una, giustificata o no, condanna morale o politica la legge si adegui a tutti costi con una condanna penale. In tutti e due i casi la legge s’identifica con la morale, e la morale con le proprie mire.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (142)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BARACK OBAMA 02/09/2013 Eppure, per capire che nell’infatuazione dell’Occidente per le primavere arabe c’era qualcosa che non quadrava affatto, bastava osservare le strade e le piazze: non si vedeva un pacifista in giro. E quei marmittoni, si sa, le sbagliano tutte. Ma noi, e dico io e la minoranza temprata degli occidentalisti della prima ora, lo avevamo detto subito che andava a finire male, nonostante l’unanimismo malsano dei media. Non so se abbia ragione il perfido Luttwak quando dice che Obama spera in un “no” del Congresso ad un attacco alla Siria, ma sicuramente non sbaglia in un concetto che riassumo così: che in questa guerra civile che l’Occidente ha alimentato sottobanco una limpida vittoria di Assad sarebbe una grande vittoria per i nemici degli Stati Uniti; mentre una vittoria dei ribelli sarebbe una grandissima vittoria per i nemici… degli Stati Uniti. In un contesto meno tragico è finita così anche in Egitto. La celebrata rivoluzione ha dato il potere all’Islam politico anti-occidentale; per farli sloggiare è intervenuta l’ala dura del laicismo in divisa militare, anch’esso anti-occidentale; ed in mezzo ai due grandi contendenti è rimasta tanta gente che, per un motivo e per l’altro, dall’Occidente si è sentita tradita. Mentre la folle impresa libica è servita solo a prendere per i fondelli senza alcuna necessità Cina e Russia, che infatti, incattivite ed ammaestrate, non hanno arretrato di un pollice le loro posizioni contrarie a qualsiasi intervento militare esterno in Siria. Insomma, l’Occidente e suoi ragazzotti al potere sono caduti nel ridicolo. E Putin, agli occhi di mezzo mondo, passa ormai per un leader con le palle, e con la testa sulle spalle.

LA SINISTRA ANORMALE 03/09/2013 Al contrario di quanto pensano gli allocchi, ciò che la sinistra teme mortalmente nel berlusconismo è la sua normalità. Berlusconi ha sdoganato e fondato la grande destra italiana democratica, che prima di lui non aveva cittadinanza nemmeno come concetto. Essa è quello che è, bastarda, contraddittoria, volgare, ma anche costruttiva e rappresentativa di un parte reale del paese, come lo sono tutte le grandi formazioni politiche. La sinistra rifiuta la patente di normalità alla destra berlusconiana perché la propagandata anormalità del berlusconismo serve a distogliere lo sguardo dalla propria autentica anormalità. E’ per questo che anche l’altro ieri Scalfari ha auspicato la costruzione di una destra democratica, europea, non populista, capace di buttare il berlusconismo nella pattumiera della storia. Ma questa destra la conosciamo già: è quella inodore, insapore, irreale e salottiera di Monti; oppure quella Democrazia Cristiana super perbene che a forza di guardare a sinistra si suicidò. No, la destra berlusconiana è la destra italiana reale, e perciò è anche una destra europea: un po’ democristiana, un po’ populista, un po’ conservatrice, un po’ tanto statalista e un po’ poco liberale. Mentre la sinistra italiana è tutto fuorché europea, dove sinistra fa rima con socialdemocrazia. Dov’è il partito socialista o socialdemocratico italiano? Perché la sinistra sfugge al suo destino? Mezza se la sono mangiata i giustizialisti e i pasdaran della legalità, al resto sembra ci stiano pensando i rottamatori, mentre la truppa degli antagonisti violenti è sempre ben nutrita: una sinistra fondata sul Non Essere, perché Essere vorrebbe dire accettare Berlusconi.

L’OMO-SUSCETTIBILITA’ 04/09/2013 Colpo da maestro di Alain Delon. Punzecchiato dalla conduttrice della trasmissione di France 5 “C à vous” a proposito di un’intervista rilasciata tempo addietro dall’attore a “Le Figaro Magazine” sul tema dell’omosessualità, Alain non ha battuto ciglio e con l’insuperabile, contagiosa tranquillità di chi ha bevuto un bicchierino di troppo ha detto: «Bah, sì, è contro natura, mi spiace, è contro natura. Siamo fatti per amare una donna, per farle la corte, insomma… non per rimorchiare un tizio o farsi rimorchiare da lui.» Che bomba questa eloquenza terra terra! E nonostante questo figlia di una tradizione millenaria che va da Omero a Dante, e da Dante a Berlusconi, e che c’invita a guardare in alto, al bello, all’ineffabile e alla donna! Right to the point! Non seriosa, non moralistica, non cupa, ma supremamente gaia! Infatti nello studio sono rimasti tutti tramortiti. Poi è cominciata la valanga compulsiva dei commenti scandalizzati da questo capolavoro di schiettezza, civiltà e convivialità. Barbari!

NOURIEL ROUBINI 05/09/2013 Il New York Post, che è un’autorità in materia di gossip, parla di veri e propri “festini selvaggi” con “giovani modelle”. Sarebbero quelli ospitati dal famoso economista nel suo super-attico di Manhattan, del valore di 5,5 milioni di dollari. Epicentro del bunga bunga newyorkese una gigantesca vasca Jacuzzi, capace di contenere una dozzina di persone, piazzata sul tetto a terrazza dell’attico, che però il gagliardo economista dovrà rimuovere per violazione di destinazione d’uso: detto in soldoni, è abusiva. Io ero un po’ scettico sulla veridicità della notizia. Però mi è bastato fare un giretto per il web per ricredermi. Non c’è alcun dubbio: Nouriel è un uomo di gusti schiettamente berlusconiani, è un festaiolo cui piace buttarsi a pesce tra le braccia di avvenenti e gaie fanciulle. E come il Berlusca è uno che scherza volentieri sulla propria esuberante personalità. Diceva qualche anno al New York Magazine del suo successo con le donne: «Amano la mia bella mente. Io sono brutto, ma loro sono attratte dai cervelloni.» Ed inoltre: «Sono una rock star tra i tipi strani, i secchioni e i nerd.» E cosa rende così speciali le sue feste nel suo attico dalle pareti, dicono le leggende, decorate da stucchi a forma di vagina? «Gente divertente e belle ragazze. La mia ratio è dieci girls per ogni guy. E il mio amico Clinton è d’accordo con me.» Certo, l’abbondanza è un po’ sospetta, ma non credo che tutte quelle sventole siano per forza escort. Olgettine, piuttosto: belle ragazze attratte dall’anfitrione ricco, famoso, influente, simpatico e magari anche generoso, contente di partecipare a serate forse non elegantissime ma neanche sordide, anche se certamente non al livello di quelle di Arcore. Il buontempone ne era ben conscio anche due anni fa, quando a Davos, roso dall’invidia, a proposito dei guai dell’inarrivabile Berlusca disse: «Siete di fronte ad accuse di una vera e propria prostituzione di Stato, orge con minorenni, ostruzione alla giustizia. Avete un serio problema di leadership che blocca le riforme necessarie.»

I NO DAL MOLIN 06/09/2013 Forse l’ampliamento della base americana di Vicenza è stata davvero una iattura. Infatti ha partorito un gruppetto di esaltati che ha scoperto col tempo come sia dolce la carriera del piazzaiolo antagonista: ti senti protagonista, diventi protagonista, dici scemenze e nessuno ti bacchetta sulle mani, ti batti contro il sistema e il sistema ti adotta, flirti coi rivoluzionari e non rischi nulla, fai il martire e sei il cocco della società civile, la più potente mafia del nostro paese. E’ una pacchia. A tutto vantaggio della tua carriera futura: le cosiddette classi dirigenti di questo paese hanno sempre avuto un occhio di riguardo per i reduci dell’estremismo rosso con le mani non sporche di sangue. Ed infatti la battaglia continua, nonostante i lavori di ampliamento siano stati completati e le opere di compensazione per la cittadinanza, strade e parchi, deliberate. Gli orizzonti si allargano a tutte le grandi battaglie democratiche del nostro paese e del mondo. E cominci a sentirti importante. E allora insieme col branco vai anche tu a tagliare le recinzioni della base, a lanciare contro il nemico il tuo fumogeno del piffero, ad issare i tuoi manifesti di amore universale. E ti filmi per dimostrare il tuo coraggio civile. Nulla temi. Ed hai ragione: sei un raccomandato di ferro.