Una settimana di “Vergognamoci per lui” (143)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FLAVIA PERINA 09/09/2013 Ecco un altro esempio degli esiti nefasti della patologia antiberlusconiana su una psiche a lungo destrorsa: scrivere sul “Fatto Quotidiano”, come fa l’ex direttrice del “Secolo d’Italia”, stupidaggini in linea col “Fatto Quotidiano”, rivelando però ad ogni passo di essere entrata nella famiglia antiberlusconiana per cooptazione, non per una vocazione naturale. La Perina ironizza sul nuovo corso morigerato, costumato, seriosetto, delle ex Papi-girl e delle ex Olgettine, a suo dire le ex «icone dell’Italia femmina scatenata e rampante, i volti dello yuppismo in short e autoreggenti, la gioventù bruciata del berlusconismo». Icone? Ma quando mai. Non le conosceva nessuno fino a quando la corazzata di “Repubblica” e i bastimenti al seguito non spararono quei curvilinei mostricciatoli in prima pagina per mesi di seguito. Roba da malati mentali. Poi, con la stessa facilità, i giornali e il popolo della sinistra le dimenticarono. Del nuovo corso delle Papi-girl non potevano infischiarsene meno. Son cose che solo un foresto o un dilettante può prendere sul serio.

IGNAZIO MARINO 10/09/2013 Le grandi manifestazioni: i sindaci di mezza tacca le amano alla follia. Ma in fondo sono sempre una grande tentazione, anche per i grandi spiriti prestati alla politica. Ciò detto, confesso che il sindaco di Roma mi ha sorpreso. E’ vero che sotto sotto è sempre stato incline al radicalismo, ma non a quello burino. Anche se sembra appena tirata fuori dal freezer, l’immagine che Marino ha coltivato di sé è infatti quella di un uomo in pieno autocontrollo, raziocinante, ammodo anche nelle rare asprezze, e allo stesso tempo cordiale e paziente, specialmente coi babbei delle parrocchie politiche altrui. Ma è bastato che il premier Letta accennasse ad una possibile candidatura italiana alle Olimpiadi del 2024, perché Marino ritrovasse un’improvvisa affinità col volgo. Il sindaco ha parlato di straordinaria opportunità per Roma e delle sue ottime condizioni di partenza per essere candidata; e nell’ebbrezza si è detto certo della leale collaborazione del sindaco meneghino Pisapia, perché «la gara non è fra Roma e Milano ma fra Roma e il resto del mondo».

LA RIVOLUZIONE TRADITA 11/09/2013 Le rivoluzioni della primavera araba sono state perfettamente coerenti con se stesse, avendo seguito il copione di tutte le rivoluzioni del passato, con gli utili idioti liberali del ceto urbano, sideralmente lontani dalle masse, a fare da pionieri, e le grandi sette in attesa del momento buono per impadronirsi di un regime fiaccato. Ma all’intellighenzia smidollata ed opportunista di casa nostra è sempre piaciuto credere il contrario. E’ la stessa intellighenzia che oggi spera magari in una «primavera russa», convinta che al posto della Russia dello zar Putin ci ritroveremmo dopo la rivoluzione con l’accattivante Russia del blogger Navalny. E quindi? E quindi contrordine, compagni! Le rivoluzioni arabe sono state tradite! E’ stato bello, in nome della democrazia, correre in soccorso del vincitore, oppure scoprirsi guerrafondai contro un nemico isolato, braccato, e destinato ad essere schiacciato come una mosca. Ma poi i nuovi amici dell’occidente e della democrazia si sono rivelati pressoché dei banditi, e il nuovo nemico da combattere un osso un po’ troppo duretto, e soprattutto sostenuto da potenti alleati, poco inclini a farsi infinocchiare due volte di seguito. E quindi? E quindi è meglio andarci piano, e riconoscere che i mitici ribelli per la maggior parte sono una marmaglia assai poco raccomandabile. E quindi? E quindi le rivoluzioni arabe sono state «tradite»! E quindi? E quindi è meglio e pure gratificante ritornare tranquillamente pacifisti dopo un periodo di astinenza durato troppo a lungo. Sempre in prima fila, e sempre dalla parte giusta, questi furfanti.

BOB GELDOF 12/09/2013 Il cantante, attivista e uomo d’affari irlandese ha annunciato che l’anno prossimo viaggerà nello spazio. Ma prima dovrà allenarsi e pagare un biglietto da centomila dollari. In attesa di andare in orbita, Bob è però già in estasi e non riesce a trattenere l’entusiasmo. Dice Bob: «Essere il primo irlandese a volare nello spazio non è solo un fantastico onore ma anche assolutamente incredibile.» Mah. Questa fregola spaziale in un uomo di sessantadue primavere mi sembra poco virile. Più virile mi sembra invece la sfida alle malelingue sul costo del biglietto pagato da una celebrità in lotta da decenni contro la povertà nel mondo in un momento di magra anche qui da noi. Il fervore patriottico però non lo capisco proprio. Oddio, è vero che l’isola verde che presidia i confini oceanici nord-occidentali del nostro continente emana un fascino domestico universale: è quasi un luogo dell’anima, come la Contea Tolkieniana. Però, diciamolo, è anche piccoletta: sei-sette milioni di persone in tutto compresa l’Irlanda del Nord. Capisco l’orgoglio del primo uomo nello spazio; capisco un po’ meno quello del primo europeo, americano, africano, asiatico, bianco, nero, giallo o rosso; quello del primo di una nazione popolosa già mi fa un po’ ridere; quello del primo di un angoletto del mondo mi fa un po’ pensare.

FIORENZA SARZANINI 13/09/2013 Come sempre succede quando gli scandali sfiorano i feudi della sinistra, anche nel caso del disastro del Monte dei Paschi l’inchiesta sui presunti rapporti tra banca e politica procede con esemplare riservatezza e alla velocità sonnacchiosa di una prudente tartaruga in pensione in fase di decelerazione. Ma intanto qualcosa viene fuori. “Così Pd e Pdl si dividevano le nomine di Monte Paschi”, questo il titolo, per esempio, di un articolo dell’ormai mitica ficcanaso del Corriere della Sera. Magari il titolo non è suo, ma il contenuto non lo tradisce affatto. Scopriamo infatti che mentre tutto il resto della ciurma obbediva alle varie anime del Pd, anche il Pdl aveva il suo uomo dentro la banca: uno, l’uomo di Verdini, di Letta (Gianni), del Berlusca! Quest’uomo fu poi spedito da Mussari alla presidenza della controllata Antonveneta perché dalle parti della Serenissima era opportuno mandare un “destrorso”. Insomma, per i noti delinquenti berlusconiani poco più di un misero diritto di tribuna, tanto per salvare le apparenze. Ma ciò basta alla nostra impavida Sarzanini e al Corrierone per parlare di «spartizione». Tanto la nostra incivilita società è pronta a credere a tutto.

(RISPOSTA AI COMMENTI) Io non capisco se lei faccia il finto tonto o lei sia tonto. Così come gli altri. Nel mio articoletto non nego affatto queste cose. Son segreti di Pulcinella, come quelli a suo tempo di Tangentopoli. Se per il PDL questa era la prassi, lo stesso vale per il PD. Solamente ci sarebbe anche una questione di proporzioni: di 1 a 10 o di 1 a 20 a favore del PD. E quindi parlare vagamente di “spartizione”, alla luce del buon senso, significa giocare con gli equivoci. Ma no, diciamo che è semplicemente disonesto. Ciò detto, tutto questo significa che in questi rapporti tra banca e politica vi sia qualcosa di penalmente rilevante? Non necessariamente. Certo, lo spettacolo è brutto, ma fino a prova contraria per quel che leggo finora non vedo reati. Grosso modo la verità sul disastro del colosso senese la sappiamo già. Vi concorsero vari fattori: la natura ultra-politica della banca, la sbronza finanziaria di quegli anni, le ambizioni dei manager, la spinta che veniva dagli ambienti del PD – impegnati anche su altri fronti dell’economia, come ben sappiamo – per gonfiare gli asset dell’impero economico indirettamente riconducibili al partito. Ma ripeto: una cosa è l’ambizione, l’avidità, l’incapacità, un’altra il crimine. E questo, curiosamente, è un argomento che fa presa sui “legalisti” della sinistra, che nel loro tipico quietismo della ragione adesso si “accontentano” del fatto che il “reato non ci sia”. E lo dicono ai cafoni dell’altra parte. Ma è ancor più curioso il fatto che in altri casi, riguardanti altre sponde politiche, il legalismo della magistratura e dei sinistrorsi ragioni al contrario: non è più il magistrato che deve dimostrare l’esistenza di un reato, ma l’inquisito a dimostrarne l’inesistenza; e quel “brutto” di cui parlavo prima diventa allora bruttissimo, inaccettabile, che per cui deve esserci per forza un reato; e sia le pagine vergate dai magistrati, sia quelle vergate dai giornalisti si riempiono di un sacco di parolette ridondanti, suggestive pur di dare corpo al fumo, e di giustificare l’esistenza del famigerato reato. Questa è la semplice verità. [Ossia: nel primo caso il legalismo, cioè l’amore feticistico per la legge, diventa garantismo però assolve anche moralmente o politicamente; nel secondo caso il legalismo vuole che ad una, giustificata o no, condanna morale o politica la legge si adegui a tutti costi con una condanna penale. In tutti e due i casi la legge s’identifica con la morale, e la morale con le proprie mire.]

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s