Una settimana di “Vergognamoci per lui” (144)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 16/09/2013 Per due anni la Francia è stato il paese più duro col regime di Assad, la cui dipartita veniva considerata la condizione preliminare e necessaria di qualsiasi processo di pacificazione in Siria. Ma il potente protettore del regime siriano, la Russia, non ha mollato di un centimetro, neanche quando l’attacco militare americano sembrava imminente. E così agli Stati Uniti non è restato che accettare un compromesso concepito a Mosca da Putin e Lavrov, in forza del quale Assad acconsente di sottoporre le proprie armi chimiche al controllo internazionale. Il segretario di stato americano Kerry, con notevole faccia tosta, pur con la premessa che «se l’accordo sulla Siria fallisce, l’uso della forza potrebbe essere necessario», ha voluto «ringraziare il governo russo» e ha detto di essere «orgoglioso che il presidente Obama abbia deciso di percorrere questa strada». Ma il presidente francese, con una faccia tosta inarrivabile, ha parlato di «una tappa importante, non di un punto d’arrivo», cui si è arrivati grazie alla «pressione esercitata da Francia e Usa che è stata abbastanza forte da convincere Vladimir Putin a prendere l’iniziativa». Noi italiani non saremmo mai capaci di tale pacifica improntitudine. Infatti non è solo colpa di Hollande. Un millennio di storia nazionale ha fatto dei francesi il popolo più permaloso del mondo occidentale. Il suo amor proprio è ridicolo, ma è anche assai temibile, e all’occorrenza sa rifornirlo di energie impensabili. Quindi è meglio che Assad se ne stia in guardia.

VICTORIA SILVSTEDT 17/09/2013 Anche se può sembrare strano Victoria ha una vita professionale molto intensa. La sventolona vichinga è una modella, una soubrette televisiva, ogni tanto recita in qualche film non troppo pretenzioso e ha fatto anche la cantante. Io credo che sia un peccato. Io credo che Victoria, se davvero tiene alla fama imperitura, dovrebbe mollare tutte queste mezze professioni e dedicarsi interamente al suo singolare stile di vita, che già adesso è la vera ragione della sua crescente notorietà tra il grande pubblico. Victoria infatti passa la maggior parte del suo tempo in bikini, dividendosi tra una spiaggia dorata e il ponte di uno yacht. Nella bella stagione la troviamo di solito in Costa Azzurra, da dove si muove solo per puntatine in Sardegna e Corsica, oppure a Londra, Parigi e New York. Quando comincia a far freddino si sposta a Miami, al sole perennemente caldo della Florida. Questo l’ho capito dopo qualche anno di assidua frequentazione delle home page dei quotidiani italiani, che all’esaltazione delle forme prorompenti della biondona svedese non rinuncerebbero mai. Oramai non sapremmo neanche più immaginare Victoria vestita. Non ci deluda: segua la sua vera vocazione ed entrerà nella leggenda.

CARLO DE BENEDETTI 18/09/2013 Quando nel 1991 la guerra per il controllo della Mondadori si risolse con l’accordo di spartizione col Berlusca mediato dal mitico Ciarra – sanguigno figlio del popolo e della Lupa, amico del Divo Giulio ma anche amico del grande amico di De Benedetti, il principe Carlo Caracciolo, papà di Espresso e Repubblica – l’ingegnere si mostrò soddisfattissimo nella soddisfazione generale. Che l’avesse preso in quel posto non poteva assolutamente immaginarlo. E con lui non lo immaginò nessuno. Ma poi venne il 1992 e il ciclone di Mani Pulite e la Gioiosa Macchina da Guerra pronta a camminare sulle macerie della prima repubblica e prontamente sbaragliata dal Berlusca. Cominciò allora la caccia all’uomo, anzi, al più grande bandito dell’Italia repubblicana, e l’ingegnere sentì in cuor suo che anche lui, tessera numero uno della società civile, da quell’uomo nefando non poteva non aver subito dei torti. E il misfatto infatti fu scoperto. Risarcito con 500 milioni di euro, l’ingegnere può ora esprimere, ancora una volta, tutta la sua contentezza: «Prendo atto con soddisfazione che dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir subì. (…) La spartizione del Gruppo Mondadori-Espresso avvenne a condizioni per me molto sfavorevoli per un grave motivo che all’epoca nessuno conosceva.» Eppure allora nonostante la mazzata non sentì neanche un dolorino. Come oggi. Che l’abbiano fregato ancora?

EZIO MAURO 19/09/2013 E’ andato tutto come previsto. Silvio non è il Caimano e soprattutto è troppo furbo per fare il Caimano. Non ha rovesciato il tavolo, non ha mandato a gambe all’aria il governo, e ha annunciato che sarà protagonista della politica anche standosene comodo nel salotto di casa sua, insieme a due fidi e amorevoli consiglieri come Francesca e Dudù. D’altronde, non è forse vero che i boss mafiosi riescono a governare la loro teppaglia anche dal carcere? Lo dico perché fra non molto lo scriveranno le teste quadre di Repubblica o del Fatto Quotidiano, quando si accorgeranno della pirrica vittoria dei facinorosi pasdaran della legalità. E tanto più, quindi, si stringerà l’assedio attorno al resistente di Arcore, partigiano di quella libertà cui ha inneggiato chiudendo il videomessaggio. Sì, perché una volta espletati i doveri della correttezza istituzionale, si è sentito libero di cannoneggiare l’inestirpabile, torvo giustizialismo della sinistra e di chiamare a raccolta gli italoforzuti del partito dell’amore. I più delusi sono invece quelli del partito di Repubblica e dei fogliacci giacobini: speravano che il Berlusca furioso volesse morire insieme a tutti i Filistei. E già qualcuno comincia a dar segni di nervosismo. Come il direttore di Repubblica che ha parlato di «propaganda elettorale» e di «rottura inevitabile», dove «inevitabile» sta naturalmente per «molto problematica», nonostante una voglia folle e inconfessabile.

STEFANO FOLLI 20/09/2013 In una maniera o nell’altra anche per il centrismo benpensante e pantofolaio la colpa è sempre del Berlusca. Uno dei pezzi forti usati contro il povero Silvio dai melliflui e riguardosi illusionisti del giornalismo moderato comme-il-faut è questo: ti lamenti dei magistrati e non hai mai fatto la riforma della giustizia. Così anche ieri Stefano Folli, dopo aver dato ragione a chi parla di “disco rotto” a riguardo delle cannonate berlusconiane contro i magistrati, e naturalmente muto come un pesce sull’eventuale “persecuzione”, ha scritto: «Per anni e anni, avendo dalla sua la forza parlamentare, il leader del centrodestra non ha voluto o saputo promuovere la riforma della macchina giudiziaria.» Be’, mettiamo il caso che ci avesse provato veramente, il Berlusca, anche con una riformicchia del piffero: cosa sarebbe successo? 1) gli amici della Costituzione sarebbero scesi in piazza dalla Carnia ai Monti Peloritani; 2) l’appello di Saviano avrebbe raccolto un milione di firme su Repubblica; 3) quello di Zagrebelski mezzo milione sul Fatto Quotidiano; 4) il Csm e l’Anm avrebbero parlato di volontà eversive; 5) gli intellettuali avrebbero chiesto all’Europa e all’Onu di monitorare l’ormai conclamata autocrazia berlusconiana; 6) la Cgil avrebbe proclamato uno sciopero generale; 7) il Partito Democratico avrebbe accusato Berlusconi di voler piegare le istituzioni del paese ai suoi interessi personali; 8) e Stefano Folli, invece di urlare “Vai Berlusca!”, avrebbe scritto: «ma una riforma della giustizia, proprio perché così necessaria e sentita, non la si può fare spaccando il paese, non riuscendo a trovare e forse neanche cercando il consenso delle istituzioni, degli ordini, delle forze politiche più responsabili del paese: in questo si vedono, ancora una volta, tutti i limiti di governo di un populismo che sa solo vincere le elezioni».

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