Una settimana di “Vergognamoci per lui” (149)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 21/10/2013 Ancor più del salvataggio, si fa per dire, dell’Italia, la vera «mission» del governo Monti era quella di snervare ed infine stroncare il centrodestra berlusconiano. Ma gli antiberlusconiani, di sinistra e di centro, accecati dall’odio per il Caimano non hanno mai voluto riconoscergli niente di buono o di valido. Perciò hanno sempre fatto l’errore di pensare che colpendo il Caimano tutto il resto della baracca sarebbe crollato. Il resto della baracca è questo: l’idea, il progetto politico di riunire il centrodestra degli italiani in carne e ossa, non quello del paese immaginato, per viltà o per calcolo, dal Corsera, dal Sole 24 Ore o dai burocrati di Bruxelles. Ancora nel dicembre 2012 Berlusconi invitava il «professor Monti» ad essere il federatore dell’area moderata, ossia l’invitava a fare l’unica scelta «politica» possibile. Il «professore» non tirò fuori gli attributi e preferì fare una scelta «civica», ossia politicamente corretta, ossia politicamente suicida. Perché la rogna veramente grossa è che se si vuole sostituire Berlusconi alla guida del centrodestra bisogna accettare – cosa che fa ancora tremar le gambe – il progetto politico berlusconiano, che è il centrodestra dell’Italia reale. Ciò spiega l’inesplicabile longevità politica del Caimano anche da «pregiudicato». Per questo il «politico» Berlusconi ha accettato di farsi umiliare al Senato votando la fiducia al governo Letta. Per questo il «professor» Monti, ormai solo in testa all’attuale classifica dell’utile idiotismo, si lagna se ora i Mauro e i Casini «vedono uno spazio elettorale più ampio da quella parte».

LA ZANZARA 22/10/2013 Devo al programma di Radio 24 la strabiliante esperienza di essermi sentito per una volta solidale con Piergiorgio Odifreddi, beffato al telefono da un finto Papa Francesco. Ammesso che una burla del genere possa esser divertente, dovrebbe cercare quantomeno di esser leale, e quindi non dovrebbe mai andar oltre quell’aureo attimo fuggente. Prolungarla vuol dire invece trasformare il malcapitato nell’oggetto del «voyeurismo uditivo» degli ascoltatori, e trasformarci tutti in spioni. Io dopo mezzo minuto mi sono sentito a disagio e ho smesso di ascoltare: ci sarà pure in giro qualche anima come la mia, notoriamente delicatissima, qualcuno non ancora guastato da questo guardonismo mediatico a trecentosessanta gradi che ormai sta trionfando in tutto il mondo, e che ormai ha precluso perfino al leone della savana la possibilità di montarsi in santa pace la sua bella leonessa senza correre il rischio di diventare lo zimbello di una massa di depravati!

ANDREA BOCELLI 23/10/2013 E’ stata una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Lo ha detto lui stesso. Andrea ha ottenuto la Laurea Magistrale in Canto al Conservatorio Giacomo Puccini di La Spezia. Da oggi potete chiamarlo ufficialmente così: Maestro. Per arrivare a tale fatidico traguardo il famosissimo cantante lirico-pop ha sostenuto l’esame in “Storia e analisi del repertorio”, ha discusso una tesi su «Il valore e il senso del canto lirico agli inizi del terzo millennio», ha cantato tre arie tratte dalla “Manon Lescaut” di Puccini, e ha goduto di diversi crediti dovuti all’esperienza maturata in tanti anni di fortunata carriera. Dicono le gazzette che Andrea, al settimo cielo, «ha strappato un 110 e lode che inseguiva da anni». Eppure quest’uomo di anni ne ha la bellezza di cinquantacinque. Che gli servirà mai il certificato in bollo di Mastro Cantante? Per dormire sonni tranquilli? Per poter finalmente cantare, al riparo delle pareti domestiche, a squarciagola, ma con tenera passione, “Caaarta noon viiidi maaai siiiiimiiiiiile a queeestaa…”?

[P.S. 14/09/2014 Solo oggi, e per puro caso, mi accorgo che quel “carta non vidi mai simile a questa” (allusione al “donna non vidi mai simile a questa” della Manon Lescaut) risulta di assai cattivo gusto se attribuito, per quanto scherzosamente, ad una persona cieca. La cosa mi sfuggì completamente quando lo scrissi. Nessuna malizia, naturalmente. Un malaugurato infortunio.]

CARLO DE BENEDETTI 24/10/2013 L’ingegnere torna alla carica con un suo vecchio pallino: un’imposta patrimoniale virtuosa, intelligente, democratica e liberale che ci permetta di abbattere le imposte sul lavoro. L’imposta patrimoniale non dovrebbe certo gravare sulle casette dei morti di fame o sui beni strumentali delle imprese. «Si tratta piuttosto», dice l’ingegnere, «di spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla rendita improduttiva». Confesso: io non ho mai ben capito cosa sia la «rendita improduttiva». L’espressione puzza di materialismo storico, cioè di aria fritta. Ma l’ingegnere mi stoppa subito: «Sarebbe, del resto, una riforma in senso liberale, non certo vetero-comunista. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l’essenza stessa del liberalismo democratico.» Prima di tutto mi sbilancio: non penso affatto che Einaudi abbia mai detto una sciocchezza del genere. Secondo: ma chi produce e lavora non lo fa forse per «accumulare», ossia per produrre più di quanto consuma, ossia per creare un «capitale» da investire per poter poi produrre ancora meglio e creare un «capitale» ancora maggiore del precedente in modo tale da avere margini per poter consumare di più e in ogni caso per avere una più sicura disponibilità di beni? Terzo: ma chi «accumula» non è forse sempre un piccolo, medio, grande, o grandissimo risparmiatore – in senso assoluto, non in proporzione ai propri redditi, incluso anche chi, per sua fortuna, non ha bisogno di lavorare ma non è uno scialacquatore – il quale risparmiando non crea forse un «capitale» a disposizione di banche e mercati finanziari e quindi di eventuali investimenti? La verità è che l’imprenditore e il risparmiatore sono le due facce della stessa medaglia; sono ambedue, in un certo senso, imprenditori e risparmiatori insieme. Mettere gli uni contro gli altri è l’essenza stessa del liberalismo degli imbroglioni.

ANGELINA JOLIE & BRAD PITT 25/10/2013 Ma come? Non si sono ancora sposati? Li avevo persi di vista, ma ormai davo per scontato che fossero ufficialmente mogliettina & maritino. Mi sembra di ricordare che Angelina avesse addirittura già deciso di regalare per l’occasione l’elicottero a Brad. Invece niente. Che peccato. Sembra che il perfezionismo maniacale della coppia finora sia riuscito solo a spossare i promessi sposi. E tuttavia pare anche che questa volta siamo per davvero vicini all’evento del secolo. Infatti, secondo il mensile Grazia (versione UK) i due avrebbero raggiunto un accordo prematrimoniale ponendo ciascuno la propria firma su un contratto di un centinaio di pagine preparato dai legali delle parti – l’amata futura mogliettina, l’amato futuro maritino – allo scopo di mettere al sicuro da ogni rivendicazione i rispettivi patrimoni in caso di tempestosa separazione. Molti vedranno in tutta questa prudentissima attività diplomatica tessuta dagli avvocati dei fidanzatini la tomba dell’amore. Ma non ne sarei così sicuro, in questo caso. Può darsi pure che nell’intimità del talamo nuziale il ricordo di tanti articoli e commi, inesorabili e stringenti, accenda il desiderio sessuale dei futuri coniugi: è da un pezzo che questi due li vedo strani, ma molto strani.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (148)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO RENZI 14/10/2013 Matteo è lontanissimo dal popolo di sinistra eppure dalla sua eccentrica posizione incarna tutte le contraddizioni della sinistra. Di peculiarmente di sinistra nel nuovismo rottamatore che strizza l’occhio un giorno a sinistra e un giorno a destra c’è la pretesa di dar voce alla Meglio Italia, la più intelligente, la più lungimirante, la più coraggiosa, la più aperta, la meno compromessa, la più onesta, la più performante, la più vicina al popolo, e la meno populista, la più sveglia insomma, dimenticando che i rappresentanti della Meglio Italia di solito non si mettono d’accordo su nulla tranne sul fatto di avere sempre ragione anche quando fra loro si contraddicono palesemente. A Renzi non manca tanto un programma di governo dettagliato, roba che può interessare solo agli sciocchi, ma piuttosto un progetto politico, e starei per dire la politica tout-court; la quale consiste nel caricarsi sulle spalle – a destra o a sinistra – una bella fetta di popolo brutto e pieno di pregiudizi e nel riuscire a farla ragionare: ma tu, Matteo, che popolo di porti dietro?

IL FINANCIAL TIMES 15/10/2013 Era la fine di aprile. Dall’autorevole Financial Times Enrico Letta era descritto come un abile mediatore, convinto europeista, capace perfino di parlare un eccellente francese e un altrettanto eccellente inglese, il contrario insomma di un italiota. A giugno il giornale della City per antonomasia si era ampiamente ricreduto e consigliò a Letta di svegliarsi dal letargo: non aveva combinato un tubo, per dirla in italiano. Poi venne la fine di settembre, i giorni del Silvio furioso. Per il temuto quotidiano londinese Letta era caduto nella trappola di Berlusconi. Quello del Caimano non era il gesto di un folle ma una mossa abile, e un esempio di machiavellismo: «il senso di umiliazione di Mr. Letta è palpabile», scriveva l’influente gazzetta britannica. Qualche giorno dopo, tre o quattro, il prestigioso quotidiano economico scriveva che «per una volta Berlusconi ha fatto male i calcoli» e che «l’umiliazione di Berlusconi dà finalmente respiro all’Italia e il vincitore di questa battaglia politica è senza dubbio il pacato Letta». Il quale Letta, dieci giorni dopo, ossia due giorni fa, sul pasticcio Alitalia è stato di nuovo bocciato: «questo risorgere del protezionismo industriale getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta», ha scritto il chiarissimo foglio britannico, con la flemmatica perspicacia di sempre. Una leggenda.

LA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO 16/10/2013 Io temo che in fondo l’ex capitano Priebke sia morto contento, o per meglio dire sogghignando. Una qualche misteriosa congiunzione astrale ha voluto che il mondo gli erigesse un monumento d’infamia che figli del demonio di classe ben superiore alla sua gl’invidieranno almeno fino al giorno del Giudizio. Ma da morto sembra che lo si voglia addirittura consegnare al mito: nell’osceno accapigliarsi di torme di sciagurati dietro la sua bara non è forse il cadavere di questa mezza figura a celebrare un macabro trionfo? Non è in fondo lo spirito di Priebke, la nera pietra angolare, ad officiare una laida liturgia in cui camerati dell’oltretomba, zombie dell’antifascismo, mummie del catto-tradizionalismo scismatico, partigiani in mobilitazione permanente trovano un’altra botta insperata di vita? Ma non avrei parlato di questo circo di deficienti se non avesse dimostrato ancora una volta di essere capace di intimidire oltre ogni ragionevolezza le nostre istituzioni e i nostri politici. La palma dei più pusillanimi è andata ieri ai componenti della Commissione Giustizia del Senato, che nel giro di poche ore prima hanno presentato un emendamento trasversale e poi hanno approvato un ddl che istituisce il reato di negazionismo. Eccolo qua, l’ultimo colpo alla democrazia e alla libertà inferto da Priebke.

IL REATO DI NEGAZIONISMO 17/10/2013 Se introdotto, il vaghissimo e pericoloso reato di negazionismo non farà certo un bel servizio alla memoria storica. Anzi, non farà altro che certificare il fallimento di una pedagogia di massa che un po’ alla volta, senza che ce ne fosse alcun bisogno, ha sottratto alla storia e alla sua complessità la poderosa e concreta veridicità della Shoah per fare dell’Olocausto un dogma. E così se da una parte all’opinione pubblica, per sentirsi moralmente soddisfatta, è bastato spesso esibire un antirazzismo di facciata, opportunistico, anche quanto gridato; dall’altra questa specie di articolo di fede ha tenuto in vita un’ostinata genia di «miscredenti», che la storia avrebbe probabilmente disperso. Un non codificato reato di negazionismo vive da decenni nella cultura occidentale e non ha portato i frutti sperati: codificarlo è un peccato di superbia.

SANDRO BONDI 18/10/2013 Mario Monti non è più alla guida di Scelta Civica. SuperMario ha scoperto che una buona parte della truppa della sua anemica creatura politica è la più convinta sostenitrice dell’anemico governo Letta. Infatti il governo Letta è una specie di Monti-bis. E infatti ne sta seguendo pari pari la tattica temporeggiatrice. Ai SuperCentristi questo va benone, anche perché lo spettro della disoccupazione politica li terrorizza. Ma a SuperMario non va bene: fare il Temporeggiatore è una cosa, fare il Maggiordomo del Temporeggiatore è un’altra. E poi lui è senatore a vita. Quindi ha fatto il serioso, il censore, l’europeo, criticando – lui! – le deficienze strutturali della manovra. E poi, offeso e umiliato, con grande dignità si è dimesso dal partito. Anche perché la Repubblica è sempre traballante, e fare la riserva della Repubblica in questo momento potrebbe rivelarsi la scommessa giusta. Scelta Dolorosa tuttavia, perché, ovviamente, adesso molti ridacchiano. Tra questi non c’è però l’appassionato senatore Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, che cavallerescamente ha voluto salutare il gesto magnanimo di SuperMario con queste parole: «Qualunque siano stati gli errori di Mario Monti – e il mio dissenso dalle sue scelte politiche e di governo è netto e severo – confrontato ai Della Vedova e ai Mauro, pronti ad altre giravolte, resta comunque una persona seria». Bondi non è mai stato uno scellerato senza cuore, e questo gli fa onore. Stupisce però che anche ora, da falco, o da SuperFalco, abbia una vista da talpa.

[MIO COMMENTO] Depurata dalla cronaca, e dalle mire dei protagonisti, la storiella si inquadra in questo contesto: 1) Il progetto: il Pdl doveva essere spaccato; il berlusconismo liquidato; il centro doveva impadronirsi delle spoglie dei berlusconiani e ereditarne, in grossa parte, l’elettorato. 2) La realtà: il Pdl non si è spaccato; il berlusconismo non è stato liquidato; il centro, volente o nolente, sta per essere risucchiato dalla coalizione di destra. 3) Perché: perché per i “moderati” e per i “conservatori” il progetto politico di Berlusconi è l’unico valido e resiste a tutti i bombardamenti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (147)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 07/10/2013 L’ho detto un mucchio di volte: guardate che Berlusconi non è il Caimano, se non altro perché è troppo furbo, credetemi. Ma è come parlare ad un’amorfa massa di tonti. Si capisce allora perché la sinistra sia rimasta profondamente delusa dalla ponderatezza del Caimano, e perché l’indignato Eugenio Scalfari abbia inchiodato il nefando Silvio alla sua ennesima colpa: non essere il Caimano. Il Caimano di Moretti nella sua iniquità era almeno serio, coerente, e nel momento della caduta aveva chiamato il popolo alla rivolta. Arriva perfino, Eugenio, per puro bambinesco dispetto, a concedere ad un Caimano serio la possibilità di un’altra scelta: arrendersi definitivamente, mollare la politica sul serio e pensare solo alle sue disgrazie come una bestia ferita. Ma «Al Capone» Berlusconi è peggio del Caimano. Un essere viscido, pronto ad assecondare la svolta moderata del partito anche dalla galera, se ci dovesse andare, pur di preservarne l’unità e con l’unità la sua influenza su di esso e la vitalità del berlusconismo nel corpo elettorale. Bisogna perciò che l’Italia democratica tutta, quella moderata perbene compresa, faccia la massima attenzione. Così dice l’incattivito Eugenio Scalfari, che non mi ha deluso affatto: è sempre lui, prevedibilissimo.

ANDREA RICCARDI 08/10/2013 L’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio per la disastrata industria del libro è stata una benedizione: raccolte di scritti del nuovo papa, ma anche istant books, e biografie. In genere e senza tanti infingimenti roba raffazzonata e di poche pretese. Roba onesta, voglio dire. Ma ora, ad appena sette mesi dall’elezione del Papa argentino, arriva nelle librerie un tomo che si presume meditato, profondo e devoto sul più riposto e santo significato di questo nuovo pontificato. Un volume di 210 pagine (i giorni di pontificato sono battuti di un’incollatura) dal titolo “La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa”, scritto dal fondatore della Comunità di S. Egidio, l’inappuntabile presenzialista ed ex-ministro Andrea Riccardi. Un servo umilissimo della Chiesa che già si pregia, son sicuro, dell’amicizia, della piena comunità d’intenti e della più perfetta identità di vedute col nuovo Papa. Mi sembra tuttavia che se avesse aspettato un altro annetto o, meglio ancora, un lustro, prima di spiegarci Francesco per filo e per segno, il pudore, quello almeno, sarebbe stato salvo.

«LA PARTICELLA DI DIO» 09/10/2013 Sappiamo tutti che è una solenne, sospirosa, sciocca e sconcia sciocchezza. Epperò la diciamo, anche se è una cosa riprovevole, non degna dell’uomo. Il quale uomo anela all’infinito, è vero. Però vorrebbe abbracciarlo, vero? Dunque lo vorrebbe finito. L’uomo vorrebbe pure stringere nel suo pugno qualcosa di puro, immutabile, irriducibile, vero, non altro che se stesso. Ma è costretto a cercarlo negli abissi dell’infinitamente piccolo. L’uomo in realtà cerca l’infinito-finito e il finito-infinito: l’eterno. Ma questo mondo, fatto di spazio e di tempo, non glielo può dare. L’infinito, al contrario di quanto comunemente si pensa, è figlio di questo mondo. E’ l’insoddisfacente finito che ci spinge verso l’insoddisfacente l’infinito. L’incompiuto finito e l’incompiuto infinito sono le due facce di una stessa realtà. Con la creazione del mondo Dio ha gettato una rete, fatta di spazio e di tempo, per salvare i suoi figli dalla caduta. Ma quando la tirerà su essa si dissolverà: il tempo e lo spazio, l’infinito e il finito, l’angoscia del divenire, tutto sarà superato, non rinnegato, e ciò che è diviso sarà riunito. Il futuro non fuggirà più nel passato, come oggi succede nel nostro rapinoso presente. Regnerà il vero presente, ossia l’eterno, non un punto nel tempo né un viaggio nel tempo perché superiore al tempo: l’infinito-finito che non possiamo concepire coi sensi e che tuttavia ci manca.

[MIO COMMENTO RIELABORATO] L’infinito manca di completezza, di compiutezza, di perfezione ultima, perché l’infinito si può solo concepire nel tempo e nello spazio, e quindi crea angoscia e quindi non va bene per noi quale ultimo approdo. L’”infinito-finito” non è una cosa “limitata” ma un superamento di ciò che ci disturba nel finito e nell’infinito. Noi sentiamo, ad esempio, la limitatezza del corpo, e tuttavia vorremmo tenercelo; noi sentiamo inoltre la natura illimitata dell’anima, e tuttavia ne deprechiamo la vaghezza: la vorremmo, per così dire, “corporea”. Questo dualismo sarà superato, in una realtà soprannaturale, superiore (non contraria) a quella naturale, oggi disegnata dallo spazio e dal tempo, realtà soprannaturale che possiamo solo concepire con l’intelletto ma non sentire o pre-sentire coi sensi. O per meglio dire, possiamo pre-sentirla come indizio nella realtà inferiore spazio-temporale e piena di manchevolezze nella quale viviamo. O per dirla con S.Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.» (Prima Lettera ai Corinzi) «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità [ossia alla condizione spazio-temporale, NdZ] – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» (Lettera ai Romani)

L’INDIGNATO COLLETTIVO 10/10/2013 Il presidente del Consiglio Enrico Letta e il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, accompagnati dal ministro degli Interni Angelino Alfano e dal commissario europeo agli Affari Interni Cecilia Malmstroem, appena sbarcati dall’aereo in quel di Lampedusa sono stati accolti dal solito gruppetto di indignati speciali al grido di “vergogna!” e “assassini!”. Eppure… eppure anche l’Europa è indignata, l’ONU è indignata, l’Italia è indignata, il presidente della Repubblica è indignato, il Governo è indignato, l’opposizione è indignata, la Chiesa è indignata, le istituzioni sono indignate, le camere penali sono indignate, le Regioni sono indignate, i Comuni sono indignati, i sindacati sono indignati, i cittadini sono indignati, gli italiani sono indignati, i nuovi italiani sono indignati, gli immigrati sono indignati, i clandestini sono indignati, gli intellettuali sono indignati, gli artisti sono indignati, il mondo dello sport è indignato, il mondo dell’associazionismo è indignato, e pure gli scafisti professionisti e regolarmente iscritti all’Albo pare siano indignati. E quindi non capisco perché tu – TU! – non abbia ancora espressa alta e forte la tua indignazione! Vuoi proprio rimanere col cerino acceso in mano, babbeo?

LA SÜDDEUTSCHE ZEITUNG 11/10/2013 Reduce da una visita alla Fiera del Libro di Francoforte Volker Breidecker si sente come un amante tradito e senza speranza: dov’è finita la sua carissima Italia? Nel Padiglione 5, quello italiano, ha trovato il silenzio, con la sola eccezione dello stand della casa editrice di Berlusconi. Uno stand luccicante. Luccicante come? Come «uno studio televisivo». In un angoletto del quale giaceva umiliata l’Einaudi: due scaffaletti con dentro ammonticchiate alla bell’e meglio le novità della gloriosa casa che «fu la nave ammiraglia dell’editoria italiana». Per fortuna c’è l’Adelphi, casa editrice che ha mantenuto un alto prestigio culturale ed estetico (e marchio insuperabile nel nobilitare qualsiasi stronzata, aggiungerei io); Adelphi che quest’anno festeggia il mezzo secolo di vita e che si merita tutti gli auguri del mondo. Ma questo non basta a salvare un’Italia dei libri che ormai non attrae più. L’intero mondo dei media italiani è ormai irrimediabilmente «berlusconizzato». «Gli italiani», scrive Breidecker «oggi hanno tutti i motivi per essere depressi da quando la loro antica civiltà ha subito nei vent’anni di Berlusconi danni molto peggiori perfino di quelli inferti da Mussolini…» A mio giudizio un ragionamento perfetto, senza sbavature, impeccabile. Il classico esemplare d’intellettuale nostrano che infesta i media italiani non lo avrebbe cambiato di una virgola: che il nostro Volker, senza nemmeno sospettarlo, si sia, pure lui, «berlusconizzato»?

Una grande ombra di menzogna

«Siamo [noi “lealisti”, NdZ] quelli che si rifiutano di accettare che 20 anni di nostra storia, di passione, di idee, di coinvolgimento di milioni di italiani attorno a Berlusconi possano essere raccontati come un romanzo criminale.» Raffaele Fitto ha perfettamente ragione. E’ questo il nocciolo della questione. Tuttavia quelli fra i “lealisti”, della politica o dei media, che giurano di «non voler morire democristiani» o si disperano del fatto che a loro «toccherà morire democristiani» fanno lo stesso errore deprecato da Fitto. Sono degli ingenui che parlano il linguaggio della sinistra.

Sono parole, quelle sui democristiani, che implicano un’adesione (ancorché involontaria) alla vulgata sulla storia dell’Italia repubblicana che la propaganda di sinistra ha diffuso nel paese per decenni. Dirle significa veramente «raccontare i 40 e passa anni della Dc come un romanzo criminale». Alla Dc la storia aveva affidato un compito: rappresentare l’elettorato conservatore italiano. La storia della Dc non è quella di un lungo romanzo criminale, ma quello di un lento e progressivo suicidio politico-culturale e di una lenta e progressiva diserzione dal proprio elettorato, e quella di una lenta e progressiva resa. I democristiani sopravvissuti a Mani Pulite, in genere, non sono mai guariti dal risentimento verso chi li aveva salvati, Berlusconi, perché quel dilettante salvandoli li aveva umiliati, dimostrando loro, sedicenti professionisti, che la sconfitta non era scontata, e che c’era tutto un elettorato da recuperare, quello che loro per viltà avevano abbandonato. E’ questo risentimento che li spinge di nuovo a piegarsi all’aggressività della sinistra post-comunista ma sempre-giacobina e a sposare l’antiberlusconismo. Il vero “orgoglio democristiano” perciò non può essere antiberlusconiano. Se lo è nasconde una resa.

Non fu un romanzo criminale neanche il decennio craxiano, naturalmente. Non lo è stato il ventennio berlusconiano. Ma fino a quando la sinistra italiana non farà i conti con la propria storia, la storia degli avversari politici sarà sempre e necessariamente quella di un romanzo criminale: la Dc era criptofascista e corrotta; il berlusconismo pure; il nuovo centrodestra, se non rinnegherà Berlusconi, pure: corrotto e criptoberlusconiano, ossia criptofascista. E’ una grande ombra di menzogna che confonde le menti e storpia il linguaggio. Cerchiamo perciò di non essere fessi. In politica le parole sbagliate hanno spesso gli stessi effetti del fuoco amico.

Il «berlusconismo» e la Dc

Vi prego di osservare una cosa. Da un bel po’ di tempo ormai sui giornali piccoli e grossi di sinistra e su quelli grossi di centro che guardano a sinistra, cioè su quasi tutta la stampa italiana, si possono leggere frasi come queste: «Ah, se anche noi in Italia avessimo una destra europea!», oppure: «Perché in Italia non esiste un centrodestra europeo, un centrodestra come la Cdu tedesca per esempio?», oppure: «Perché da noi un moderno partito liberal-conservatore, di cui avremmo tanto bisogno, non riesce a mettere radici?» Osservate queste parole: «destra», «centrodestra», «partito liberal-conservatore». Sono parole che fino a vent’anni fa, in Italia, non avevano nemmeno cittadinanza politica. Se qualcuno li avesse definiti di «centrodestra», i democristiani avrebbero guardato costui come un marziano affetto da coprolalia. Ora invece queste parole vengono usate tranquillamente, e spesso per attaccare il «berlusconismo». Eppure è proprio l’immondo «berlusconismo», con la sua ventennale resistenza, che le ha fatte accettare nel dibattito politico. Prima non potevate usarle, cari i miei scribacchini. E’ il «berlusconismo» che ha europeizzato il linguaggio politico italiano!

Il «berlusconismo» non è stato un fenomeno anti-democristiano. La Dc governò il paese per quarant’anni, grazie alla glaciazione dovuta alla guerra fredda, ma lasciò, per quieto vivere e per viltà, che il Pci lo facesse suo. Lasciò alla sinistra raccontare la storia dell’Italia repubblicana. La storia di un’Italia governata da un regime corrotto e cripto-fascista, alla quale solo la responsabile presenza del Pci garantiva un resto di democraticità foriero di speranza, fino al giorno in cui, con il crollo del regime, il tempo della vera «liberazione» e della «democrazia compiuta» (esemplare parto linguistico giacobino) sarebbe arrivato nel nostro paese. E’ obbedendo a questo schema mentale che molti giovanotti impazienti presero le armi negli anni settanta. Ed è l’identico schema mentale che oggi la sinistra mantiene nei confronti del «berlusconismo», e che le impedisce di essere, nello spirito, veramente socialdemocratica e veramente europea. Quando la Dc crollò sotto i colpi di Mani Pulite era da almeno un quarto di secolo che, irretita dall’aggressività del Pci, non parlava più all’elettorato conservatore italiano. La Dc si era involuta, parlava il linguaggio della sinistra, ed ormai aveva ben poco in comune con le esperienze politiche delle altre «destre» europee, compresi i cristiano-democratici tedeschi (chi si sarebbe mai potuto immaginare a quei tempi, tanto per dire, un Franz Josef Strauss italiano? Per gli standard imposti dalla vulgata rossa sarebbe stato un fascista fatto e finito!). La Dc, nei fatti, era uscita dall’alveo europeo.

Il «berlusconismo» non ha rappresentato una reazione alla Dc ma una risposta alla degenerazione della Dc. E’ il «berlusconismo» che ha liberato di prigione il liberalismo, il liberismo, il conservatorismo, la destra, il centrodestra, il presidenzialismo, la protesta fiscale, parole e temi cari al conservatorismo politico occidentale. Per la politica italiana si è trattato, nei fatti, di una grande operazione culturale di «normalizzazione europea» e di verità. E’ per questo che gli avversari del «berlusconismo» – in primis l’anomala sinistra italiana mai diventata nello spirito socialdemocratica, e quindi timorosa di questa luce rivelatrice – hanno reagito con una massiccia operazione di depistaggio, puntando i fari sui suoi aspetti pittoreschi ed irripetibili, tutti riconducibili alla figura fuori dell’ordinario di Berlusconi, l’outsider possente capace di rompere l’incantesimo. Operazione alla quale, naturalmente, i giornali dell’establishment si sono adeguati, come dapprima si erano adeguati alla vulgata rossa, veicolandola poi in tutto l’orbe terraqueo.

Il «berlusconismo», in senso stretto, finirà con la fine della vita politica di Berlusconi. E questa fine ormai è vicina. Ma chi alla luce delle ultime vicende vede in essa la vittoria del vecchio, insulso, infecondo centrismo democristiano sbaglia. I «popolari» che hanno scelto di appoggiare il governo Letta, vincendo il braccio di ferro col loro vecchio leader, sono stati tutti battezzati o ribattezzati da Berlusconi. La colombella Quagliariello è il teorico del gollismo italiano: la differenza coi vecchi democristiani andati a male è enorme. Il «berlusconismo» ha riportato la vecchia Dc nell’alveo europeo. Poi, chiusa la partita «popolare», si aprirà giocoforza la dolorosa partita «socialdemocratica», sempre rimandata grazie all’oppio berlingueriano della «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Chiusa quella, la vera normalizzazione e pacificazione del quadro politico italiano sarà portata a termine. E’ questo il significato storico del «berlusconismo».

Un’ultima osservazione. La politica vista da vicino farà sempre schifo, l’opportunismo e il piccolissimo cabotaggio continueranno ad essere esasperanti, l’incapacità di pensare a lungo termine irrimediabile. E ai sostenitori del liberal-conservatorismo il nuovo centrodestra continuerà ad apparire disperatamente «socialista». Come lo sono in gran maggioranza i centrodestra europei. Ma quella è un’altra partita. Da gesuiti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (146)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUIDO BARILLA 2 30/09/2013 «Sul dibattito riguardante l’evoluzione della famiglia», ha detto l’impietrito Guido nel suo videomessaggio di scuse, «ho ancora molto da imparare». Perciò nelle prossime settimane, senza nemmeno attendere la condanna del tribunale del popolo, procederà spontaneamente alla propria rieducazione, incontrando «gli esponenti delle associazioni che meglio rappresentano l’evoluzione della famiglia, tra i quali coloro che ho offeso con le mie parole». Dopodiché sarà riabilitato, ma lo stigma – del pirla se non altro – se lo porterà dietro per sempre nei salotti della società civile.

JO SQUILLO 01/10/2013 Dicono sia stato un incubo. Jo Squillo e due suoi colleghi, mentre pranzavano in un ristorante del Marais di Parigi, si sono trovati nell’ampolla dell’olio un topo vivo che cercava di uscire. In effetti me lo immagino, quel povero topino mezzo affogato nell’olio che cerca disperatamente di infilare il pertugio che lo porterà alla salvezza! E’ proprio in queste situazioni che l’anima cristiana vince il ribrezzo e riesce a muoversi a pietà per le povere bestie. E’ ben vero che gli animali, figli perfetti di questo mondo, nascono senza conoscere l’angoscia del tempo e muoiono senza conoscere l’angoscia della morte. E’ ben vero che essi non possono veramente provare compassione e sentire l’altrui compassione, perché compatire non vuol dire essere partecipi di sofferenze fisiche altrui, il che è impossibile, ma saper esser partecipi, da una benefica posizione di forza, dell’angoscia che a quelle s’accompagna, e che gli animali, figuriamoci i piccoli avanzi di fogna, non conoscono. E tuttavia è bello che l’animo nobile sappia intenerirsi, in certe occasioni, anche per le disgrazie dei parti più repellenti e miserabili della creazione. Insomma, costava così poco fare felice, al suo modo bestiale, quel topolino e celebrare la superiorità della razza umana! Magari per poi intraprendere una feroce ma leale campagna di derattizzazione. Invece niente. Urla. Il cameriere che arriva e si porta via l’orrida ampolla. E l’indignazione per le mancate scuse del ristoratore. E nel bel mezzo di questo quadro mezzo isterico e mezzo infingardo, il grande dramma del topo dimenticato da tutti! Che fine avrà fatto?

ALESSANDRO SALLUSTI 02/10/2013 Sono anni che il direttore del Giornale combina guai. Il tetro Sallusti ha la sconfitta scritta in faccia. Per questo fa la faccia feroce. Incapace di vedere lontano, e perciò incapace di incassare, di pazientare, di sorridere, insomma di essere un uomo e non una mezza cartuccia isterica, rimedia a tutte le sue incertezze con quotidiane rodomontate senza costrutto. A sinistra lo amano alla follia. E lo aizzano come si fa per diletto e quasi con affetto con quei simpatici botoli ringhiosi che spuntano da dietro le recinzioni di modeste villette suburbane. Il meglio di sé lo dà però in televisione, nella tana del nemico, dove recita la parte che gli hanno cucito addosso con l’insuperabile perfezione di chi non s’accorge di nulla, nemmeno del fatto straordinario che lo lascino parlare. E così torna a casa beato, tutto compreso di sé e della sua vittoriosa eloquenza. Missione compiuta!

GUGLIELMO EPIFANI 03/10/2013 Indispettiti dal fatto che Berlusconi, con un’ultima sensazionale piroetta, non si sia suicidato, a sinistra ci vanno giù pesante: per “Il Fatto Quotidiano” è stato «asfaltato»; per D’Alema, noto profeta, «è come se non ci fosse più» (questa è meglio annotarsela); per Ezio Mauro è diventato «un gregario». Per il più benevolo segretario del Pd, invece, «Berlusconi ha perso, al di là dell’espressione di voto che ha voluto fare, di fronte all’Italia e all’opinione pubblica.» Ed ha certamente ragione. Ma il fatto stesso che lo dica con una mezza faccia da funerale, e che si senta in dovere di ribadire una tale ovvietà, dimostra che la sinistra stava già pregustando la gioia di vedere il Caimano sfracellato in fondo al burrone, ed ora invece, inesplicabilmente, vede sconcertata spuntare dall’orlo dello strapiombo prima un braccio, e poi un altro, e poi una pelata terribilmente famigliare: lui. Sappiamo com’è il Berlusca: lo pieghi, ma non lo spezzi. Ha inghiottito un rospo tremendo. E’ fatta. Siccome lo conosco, sono convintissimo che proprio stanotte ha dormito bene come non gli succedeva da tempo. Da oggi si riparte. Obbiettivo non il mantenimento della propria leadership, ma l’unità della propria creatura e la difesa del retaggio berlusconiano nel nuovo centrodestra, senza la cui distruzione avrà vinto la sua partita con la storia. Lo vedremo a breve, quando le solite, noiose, ottuse, livorose, tetre procure giacobine di regime andranno di nuovo all’assalto per finirlo.

DAVID BECKHAM 04/10/2013 Appese le scarpe al chiodo, ripiegata la maglietta, riposti calzettoni e pantaloncini, David è rimasto in mutande. E non si è più rivestito. In mutande ha intrapreso una nuova folgorante carriera, prima esercitata solo saltuariamente. David è diventato indossatore professionale di sole mutande, o quasi. Ricchissimo quando era in pantaloncini, in mutande David è diventato favolosamente ricco. Se v’invito di punto in bianco a pensare a Beckham, ecco, non lo vedete forse in mutande, con le braccia tanto annerite dai tatuaggi da sembrare orribilmente bruciacchiate fin sotto le ascelle? Chi ormai si ricorderà più di Beckham il calciatore? Chi mai preso dallo sconforto potrà dire, senza schernire se stesso, «sono rimasto in mutande» se l’uomo in mutande per eccellenza è diventato l’icona del più dorato successo?

Grande Silvio!

Sono stato in apnea per due giorni. Non ci potevo credere! Ma il Berlusca, con tutti i suoi difetti e anche i suoi lati ridicoli, è un personaggio straordinario. Ho detto un milione di volte (quasi) che Silvio non è il Caimano, che lui in ogni circostanza alla fine sa sempre attingere ad un fondo di razionalità. E anche questa volta è riuscito a non perdere la testa. Sono vent’anni che è oggetto di campagne d’infamia, sono vent’anni che i bravacci della magistratura sedicente democratica gli danno la caccia, e anche ora che è un pregiudicato, ossia un martire, dimostra una tenuta psichica eccezionale. Silvio aveva commesso un errore di frustrazione. Per rimediare aveva un solo modo: tenere unito il partito sul voto di fiducia. E così razionalmente ha chinato il capo. Adesso sarà molto più difficile per gli aspiranti “centristi” o “centrodestristi perbene” spaccare, con qualche giustificazione plausibile agli occhi dell’elettorato conservatore, il partito, dentro il quale nel contempo si potrà ora discutere concretamente sul suo futuro. Le cose dentro il Pdl non sono state rimesse a posto. Tutt’altro. Ma era una situazione difficilissima, anche per colpa di Silvio questa volta. E tuttavia Silvio ha saputo trovare l’umiltà, la lucidità e la furbizia di fare la scelta ottimale, per quanto lontanissima dall’essere risolutiva. Berlusconi si era cacciato in un guaio tremendo. E’ stata un’umiliazione? Ha fatto bene a sopportare l’umiliazione. Gli uomini veri, e non i cretini, sopportano anche le umiliazioni. Ha fatto il massimo tenendo anche solo formalmente unito il partito. Partendo da questo avrà ancora forza negoziale nel partito. I più sensati dei “dissidenti” lavoreranno ad una riorganizzazione del partito, comprese le gerarchie naturalmente, e Berlusconi, che non è scemo, sarà pronto ad aprire le trattative. La sinistra teme proprio questo. Ed è per questo che oggi, nonostante gli sberleffi, la sua delusione è evidente. Per la sinistra e l’establishment che sponsorizza il nuovo centrodestra l’essenziale non è tanto la liquidazione del Berlusca, ma la liquidazione del berlusconismo, ossia il rinnegamento del berlusconismo da parte della destra futura. E questo è un po’ difficile. Può anche darsi che, mettendo da parte gli asti, il partito ne esca più forte.