Una settimana di “Vergognamoci per lui” (149)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 21/10/2013 Ancor più del salvataggio, si fa per dire, dell’Italia, la vera «mission» del governo Monti era quella di snervare ed infine stroncare il centrodestra berlusconiano. Ma gli antiberlusconiani, di sinistra e di centro, accecati dall’odio per il Caimano non hanno mai voluto riconoscergli niente di buono o di valido. Perciò hanno sempre fatto l’errore di pensare che colpendo il Caimano tutto il resto della baracca sarebbe crollato. Il resto della baracca è questo: l’idea, il progetto politico di riunire il centrodestra degli italiani in carne e ossa, non quello del paese immaginato, per viltà o per calcolo, dal Corsera, dal Sole 24 Ore o dai burocrati di Bruxelles. Ancora nel dicembre 2012 Berlusconi invitava il «professor Monti» ad essere il federatore dell’area moderata, ossia l’invitava a fare l’unica scelta «politica» possibile. Il «professore» non tirò fuori gli attributi e preferì fare una scelta «civica», ossia politicamente corretta, ossia politicamente suicida. Perché la rogna veramente grossa è che se si vuole sostituire Berlusconi alla guida del centrodestra bisogna accettare – cosa che fa ancora tremar le gambe – il progetto politico berlusconiano, che è il centrodestra dell’Italia reale. Ciò spiega l’inesplicabile longevità politica del Caimano anche da «pregiudicato». Per questo il «politico» Berlusconi ha accettato di farsi umiliare al Senato votando la fiducia al governo Letta. Per questo il «professor» Monti, ormai solo in testa all’attuale classifica dell’utile idiotismo, si lagna se ora i Mauro e i Casini «vedono uno spazio elettorale più ampio da quella parte».

LA ZANZARA 22/10/2013 Devo al programma di Radio 24 la strabiliante esperienza di essermi sentito per una volta solidale con Piergiorgio Odifreddi, beffato al telefono da un finto Papa Francesco. Ammesso che una burla del genere possa esser divertente, dovrebbe cercare quantomeno di esser leale, e quindi non dovrebbe mai andar oltre quell’aureo attimo fuggente. Prolungarla vuol dire invece trasformare il malcapitato nell’oggetto del «voyeurismo uditivo» degli ascoltatori, e trasformarci tutti in spioni. Io dopo mezzo minuto mi sono sentito a disagio e ho smesso di ascoltare: ci sarà pure in giro qualche anima come la mia, notoriamente delicatissima, qualcuno non ancora guastato da questo guardonismo mediatico a trecentosessanta gradi che ormai sta trionfando in tutto il mondo, e che ormai ha precluso perfino al leone della savana la possibilità di montarsi in santa pace la sua bella leonessa senza correre il rischio di diventare lo zimbello di una massa di depravati!

ANDREA BOCELLI 23/10/2013 E’ stata una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Lo ha detto lui stesso. Andrea ha ottenuto la Laurea Magistrale in Canto al Conservatorio Giacomo Puccini di La Spezia. Da oggi potete chiamarlo ufficialmente così: Maestro. Per arrivare a tale fatidico traguardo il famosissimo cantante lirico-pop ha sostenuto l’esame in “Storia e analisi del repertorio”, ha discusso una tesi su «Il valore e il senso del canto lirico agli inizi del terzo millennio», ha cantato tre arie tratte dalla “Manon Lescaut” di Puccini, e ha goduto di diversi crediti dovuti all’esperienza maturata in tanti anni di fortunata carriera. Dicono le gazzette che Andrea, al settimo cielo, «ha strappato un 110 e lode che inseguiva da anni». Eppure quest’uomo di anni ne ha la bellezza di cinquantacinque. Che gli servirà mai il certificato in bollo di Mastro Cantante? Per dormire sonni tranquilli? Per poter finalmente cantare, al riparo delle pareti domestiche, a squarciagola, ma con tenera passione, “Caaarta noon viiidi maaai siiiiimiiiiiile a queeestaa…”?

[P.S. 14/09/2014 Solo oggi, e per puro caso, mi accorgo che quel “carta non vidi mai simile a questa” (allusione al “donna non vidi mai simile a questa” della Manon Lescaut) risulta di assai cattivo gusto se attribuito, per quanto scherzosamente, ad una persona cieca. La cosa mi sfuggì completamente quando lo scrissi. Nessuna malizia, naturalmente. Un malaugurato infortunio.]

CARLO DE BENEDETTI 24/10/2013 L’ingegnere torna alla carica con un suo vecchio pallino: un’imposta patrimoniale virtuosa, intelligente, democratica e liberale che ci permetta di abbattere le imposte sul lavoro. L’imposta patrimoniale non dovrebbe certo gravare sulle casette dei morti di fame o sui beni strumentali delle imprese. «Si tratta piuttosto», dice l’ingegnere, «di spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla rendita improduttiva». Confesso: io non ho mai ben capito cosa sia la «rendita improduttiva». L’espressione puzza di materialismo storico, cioè di aria fritta. Ma l’ingegnere mi stoppa subito: «Sarebbe, del resto, una riforma in senso liberale, non certo vetero-comunista. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l’essenza stessa del liberalismo democratico.» Prima di tutto mi sbilancio: non penso affatto che Einaudi abbia mai detto una sciocchezza del genere. Secondo: ma chi produce e lavora non lo fa forse per «accumulare», ossia per produrre più di quanto consuma, ossia per creare un «capitale» da investire per poter poi produrre ancora meglio e creare un «capitale» ancora maggiore del precedente in modo tale da avere margini per poter consumare di più e in ogni caso per avere una più sicura disponibilità di beni? Terzo: ma chi «accumula» non è forse sempre un piccolo, medio, grande, o grandissimo risparmiatore – in senso assoluto, non in proporzione ai propri redditi, incluso anche chi, per sua fortuna, non ha bisogno di lavorare ma non è uno scialacquatore – il quale risparmiando non crea forse un «capitale» a disposizione di banche e mercati finanziari e quindi di eventuali investimenti? La verità è che l’imprenditore e il risparmiatore sono le due facce della stessa medaglia; sono ambedue, in un certo senso, imprenditori e risparmiatori insieme. Mettere gli uni contro gli altri è l’essenza stessa del liberalismo degli imbroglioni.

ANGELINA JOLIE & BRAD PITT 25/10/2013 Ma come? Non si sono ancora sposati? Li avevo persi di vista, ma ormai davo per scontato che fossero ufficialmente mogliettina & maritino. Mi sembra di ricordare che Angelina avesse addirittura già deciso di regalare per l’occasione l’elicottero a Brad. Invece niente. Che peccato. Sembra che il perfezionismo maniacale della coppia finora sia riuscito solo a spossare i promessi sposi. E tuttavia pare anche che questa volta siamo per davvero vicini all’evento del secolo. Infatti, secondo il mensile Grazia (versione UK) i due avrebbero raggiunto un accordo prematrimoniale ponendo ciascuno la propria firma su un contratto di un centinaio di pagine preparato dai legali delle parti – l’amata futura mogliettina, l’amato futuro maritino – allo scopo di mettere al sicuro da ogni rivendicazione i rispettivi patrimoni in caso di tempestosa separazione. Molti vedranno in tutta questa prudentissima attività diplomatica tessuta dagli avvocati dei fidanzatini la tomba dell’amore. Ma non ne sarei così sicuro, in questo caso. Può darsi pure che nell’intimità del talamo nuziale il ricordo di tanti articoli e commi, inesorabili e stringenti, accenda il desiderio sessuale dei futuri coniugi: è da un pezzo che questi due li vedo strani, ma molto strani.

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