Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (154)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHELE SERRA 25/11/2013 Sul progetto di legge in discussione in questi giorni alla Commissione Cultura della Camera per «l’istituzione del premio biennale di ricerca Giuseppe Di Vagno per la conservazione della memoria del deputato socialista assassinato il 25 settembre 1921» i grillini hanno le idee chiare: va tutto bene tranne l’aggettivo “socialista”, da sostituire con un bla-bla-bla sulla “cultura sociale, economica, ambientale”. Avete capito bene: anche “ambientale”. Di questa boiata si vergogna per loro Michele Serra che scrive su “La Repubblica”: «Immagino che l’incauto ideatore di questa scemenza censoria creda che “socialista” voglia dire “ladro”, come nelle battute di Grillo, e niente sappia della potenza liberatoria che quella parola e quel movimento hanno avuto per generazioni di povera gente. Per saperlo, del resto, bisogna avere letto un paio di libri e avere curiosità del passato…» Eccolo qui, il solito errore dell’intellettuale italico, di sinistra ma anche di destra: credere che certe rozze corbellerie siano frutto dell’ignoranza. Invece lo sono della dottrina: questa è gente che si è bevuta tutta, fino alla feccia, la vulgata comunista-democratico-giacobina sulla storia dell’Italia repubblicana, traendone le naturali conclusioni. Lo scrivevo una decina di giorni fa: «Ho sempre pensato che il grillino tipo fosse la caricatura oltranzista del babbeo della società civile più conformista e meglio indottrinata.» Questi spropositi non sono una manifestazione di quello spassoso “razzismo” che ha nello straordinario Razzi il suo massimo interprete, caro Serra, ma di quella specie di razzismo anti-socialista che il giornale sul quale scrive alimenta senza sosta da quasi quarant’anni: formidabili “cittadini”, questi grillini, e li avete allevati voi.

LA NUVOLA DI FUKSAS 26/11/2013 Ora come ora mi fa venire in mente la carcassa contorta di un dirigibile parcheggiata in un capannone industriale. E sì che a sentire il presidente di Eur Spa Pierluigi Borghini l’opera sarebbe completa al 76%. Son certo, tuttavia, che se si troveranno gli altri 170 milioni di Euro necessari all’ultimazione del Nuovo Centro Congressi romano, la nuvola troverà tutta la sua aerea vaporosità e si librerà leggera e leggiadra e vaga nell’acquario di luce della sua nuova casa, come se fosse stata appena rapita da un Dio mitologico a un pezzo di cielo azzurro, ancora freschissima, bianca e spumeggiante. Ma non parlo di acquario a caso. Io avrei infatti preferito chiamarla “la balena di Fuksas”. Guardatela bene: non scorgete forse anche voi, dietro i vetri di quell’acquario oceanico, la massa lievatanica, tormentata e spettrale di Moby Dick, la Balena Bianca? Comunque sia, quando entrerete nel Nuovo Centro Congressi, ossia nel Nuovo Acquario Romano – che si differenzia dal vecchio per essere non un classico edificio della malora, ma un ordigno rivoluzionario e geniale, una vera e propria grande vasca o teca di vetro – col pensiero potrete scegliere d’immergervi negli abissi oceanici o nelle profondità del cielo, e di avere per compagni la Nuvola o la Balena Bianca. Sempre che siate d’animo filosofico e oltremodo magnanimo.

DANILO LEVA 27/11/2013 Quando l’onorevole Leva nacque, nel 1978, l’idea fissa della strategia della tensione – cavallo di battaglia della sinistra quando la sinistra era perennemente in piazza – toccava l’apogeo della sua fortuna. Ben pochi avevano il fegato di denunciarne i nebulosissimi contorni. Ma in essa, questa era la fissazione dei fissati, si esprimeva la violenza di Stato: di organi e istituzioni “deviate” pronte a gettare il paese nel caos e nella paura a forza di bombe senza firma o con firma falsa pur di stoppare l’avanzata delle sinistre, con lo scopo ultimo di favorire uno sbocco politico autoritario. Ci voleva il tocco magico del Berlusca per dare finalmente una rinfrescatina al frusto concetto di strategia della tensione, in modo da poterla addebitare anche ai piazzaioli, soprattutto a quelli che in piazza non ci vanno mai, tipo quei quattro bonaccioni di italoforzuti che oggi manifesteranno contro il voto di decadenza del Cavaliere. Per il dirigente Pd questo ricorso alla piazza del Pregiudicato «è una strategia che mira a produrre tensione logorando il Paese e che rende Berlusconi sempre più anti-Stato». In questa nuova versione della strategia della tensione si esprime dunque la violenza dell’Antistato, ossia quella dell’opposizione “deviata”: l’importante, s’intende, è che i reprobi siano sempre gli stessi.

ALESSANDRO GASSMAN 28/11/2013 Va in scena in questi giorni al Teatro Stabile di Torino per la regia di Alessandro Gassman “RIII-Riccardo Terzo”, una riduzione e un adattamento linguisticamente al passo coi tempi – non sappiamo se riuscito o meno – del famoso dramma shakespeariano a cura di Vitaliano Trevisan. Ma se pensate che la compagnia del grande William possa da sola liberare la mente e la favella dei mammalucchi dalla tirannia delle formulette contemplate dallo stupido catechismo della società civile, ebbene vi sbagliate: il dono della Grazia, pure in questo campo, esige di essere accolto. Intervistato da “La Stampa TV”, l’attore e regista romano dice infatti che questo Riccardo III rivisitato è «un testo affascinante non soltanto per (…) ma anche perché la tematica, che è quella della conquista del potere nel non rispetto delle regole, è molto attuale in queste ore e in questi anni nel nostro paese…». Questa meschina piaggeria mi pone due domande: 1) Si tratta di un atto volontario o di una scusabile debolezza, nel qual caso lo spirito di Shakespeare potrebbe ancora nettare l’animo dell’attore dagli ultimi residui di cortigianeria? 2) Dobbiamo forse arguire, da dettagli come questi, che il nome dell’Espulso, del Pregiudicato e del Decaduto è ormai destinato a vivere per sempre, nei secoli dei secoli?

LUCIA ANNUNZIATA 29/11/2013 Per l’ineffabile direttore dell’Huffington Post «la più antica idea del berlusconismo» sarebbe questa: «che la Giustizia sia al servizio della politica. (…) Idea inquinante, e profondamente eversiva, almeno nelle democrazie moderne in cui si crede all’equilibrio di poteri.» Veramente ciò è impossibile: il berlusconismo cominciò a conoscere le attenzioni della nostra occhiutissima magistratura solo dopo che era nato. Dopo sì, dopo l’inizio della caccia all’uomo, il berlusconismo concepì l’idea che forse non era proprio il caso che la politica fosse al servizio di un Comitato di Salute Pubblica composto da giustizieri. Il quale Sinedrio non è altro che un organo informale ultra-politico che usa la giustizia come strumento e che del “controllo della democrazia” fa la sua missione. E che alla signora Annunziata, all’indomani della decadenza senatoriale del Pregiudicato, non sembra affatto dispiacere: «Un atto parlamentare ha ristabilito quello che questo Paese pensa sia giusto. La giustizia è stata riaffermata come potere separato e superiore alla politica, strumento di giudizio indipendente ed egualitario nel misurare il peso di chi è chi, in una società.» Un potere «superiore», scrive proprio così, che misura «il peso di chi è chi, in una società». Con tanti bellissimi saluti al sopramenzionato – da lei – «equilibrio dei poteri» e alle naturali rogne, ai naturalissimi conflitti e alle naturalissimissime miserie delle democrazie in salute.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (153)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

SANDRO BONDI 18/11/2013 Il più lucido dei berlusconiani è sempre lui, Silvio Berlusconi, animale politico pittoresco ma profondamente razionale. Un mese e mezzo fa, votando la fiducia a Letta con una piroetta memorabile ha accettato di farsi umiliare per evitare il patatrac: una rottura traumatica, irrimediabile, che andava ben al di là dei numeri. Prendendo tempo non è riuscito ad evitare la scissione, ma è riuscito a governarla. I “governativi” hanno preso il nome abbastanza significativo, anche se orripilante, di “Nuovo centrodestra”, che se da una parte può suggerire l’ambizione di far le scarpe al centrodestra berlusconiano, dall’altra mette dei paletti al raggio d’azione politico del nuovo gruppo parlamentare. Inoltre, a dimostrazione che lo schema servi/padrone applicato al berlusconismo è fasullo, visto che le rivolte servili non prevedono per natura mezze misure, se gli “alfaniani” non hanno voluto rinnegare il loro vecchio capo, il Berlusca, da parte sua, con lo spirito costruttivo che gli è caratteristico e che gl’impedisce nei momenti bui di farsi accecare dall’amarezza, ha detto subito di considerare i “cugini d’Italia” non dei traditori ma dei futuri alleati, al pari dei fratelli d’Italia e dei fratelli leghisti. Perché sia l’idea strategica fondamentale sia la tattica del berlusconismo sono sempre quelle: la riunione del centrodestra italiano, di tutto il centrodestra, non di quello anemico che piace alla società civile; e il massimo pragmatismo. In fondo, il “nuovo centrodestra” potrebbe essere l’arma adatta per risucchiare i democristiani del centro dentro un partito dei “popolari” che poi in caso di elezioni avrebbe solo due possibilità: suicidarsi o berlusconizzarsi. Questo è un discorso incomprensibile solo per due categorie di persone: la massa inquietante dei morbosi nemici del Berlusca, e i non pochi morbosi amici del Berlusca. Tra questi ultimi uno dei messi peggio, uno che veramente non ci arriva mai, un caso oltremodo penoso, uno che di Silvio non ha mai capito un nulla solenne, è Sandro Bondi. Ospite, assieme alla non molto più perspicace compagna Manuela Repetti, di “In mezz’ora”, il programma condotto da Lucia Annunziata, di Alfano ha detto: «Quello che ha fatto è gravissimo. Confermo quello che penso, Alfano è una testa di rapa, e lo pensa anche la mia compagna. (…) Quasi certamente con Forza Italia andremo all’opposizione. (…) Gli scissionisti sono delle teste di rapa. Sono cinici e brutali.» Lucia Annunziata l’aveva invitato proprio per fargli dire questo, naturalmente; per dare il suo piccolo contributo alla causa del taglio di tutti i ponti tra i governativi e gli italoforzuti. Bondi non si è fatto pregare e ci ha dato dentro di gusto. Un genio.

LANCE ARMSTRONG 19/11/2013 Dicono che sia alla ricerca di uno sconto di pena, anche se non si capisce bene cosa potrebbe servire ad un ciclista squalificato a vita già quarantaduenne. Fatto sta che Lance comincia a fare sul serio, forse troppo sul serio, e accusa l’ex presidente dell’Uci Hein Verbruggen di complicità. Nel 1999, in occasione del primo Tour vinto dall’americano, Verbruggen (insieme alla sua cricca, come direbbero nel nostro paese) sarebbe intervenuto direttamente per occultare la positività di Armstrong ai controlli antidoping. Potrebbe essere vero, ma io ci andrei piano, vista la mancanza di scrupoli del personaggio. Già mi rompe non poco il fatto che costui mi abbia rovinato sette giri dell’Esagono – che insieme fanno la bellezza di circa 150 tappe – seguiti in diretta o in differita, come potevo, con l’occhio del minchione – sarei sempre io – intento a scrutare la classifica, a contare i minuti e i secondi di distacco tra questo e quello. Ma mi rompe moltissimo che nella smania di sembrare credibile adesso ci sbologni pure il predicozzo della vittima: «È ridicolo pensare che io voglia proteggere queste persone dopo tutto quello che mi hanno fatto». Dice infatti questo sfacciato. «Io non sto proteggendo proprio nessuno. Non provo nessun senso di lealtà verso di loro. Anzi li odio proprio. Mi hanno gettato sotto un bus in corsa. Con me hanno chiuso». Non c’è proprio niente da fare: un baro, anche da pentito.

GLI ADORATORI DI CAMILA 20/11/2013 C’era molto interesse nel bel mondo democratico italiano per l’esito delle elezioni presidenziali in Cile. I due sfidanti principali erano infatti di sesso femminile, la progressista Michelle Bachelet e la conservatrice Evelyn Matthei. Col 47% dei voti la grande favorita Bachelet non è riuscita comunque a vincere al primo turno, e andrà al ballottaggio con la Matthei che col 25% è andata molto al di là di quanto le era stato accreditato dai sondaggi. E tuttavia per la sinistra italiana il primo turno ha già visto un trionfo, quello della neo-deputata Camila, Camila Vallejo Dowling. «Camila conquista i cileni», titola per esempio l’Unita.it. L’ex leader studentesca è uno schianto di venticinquenne. Nei tratti del suo bel viso il sangue anglosassone e il sangue latino si sono fusi alla perfezione: il primo ne ha esaltata la regolarità, il secondo li ha ammorbiditi. Soffici cromatismi giorgioneschi hanno sovrinteso alla scelta dei colori: carnagione perlacea, luminosa, ma non esageratamente chiara, profondi occhi verdi tendenti più alla sobrietà del grigio che all’impertinenza dell’azzurro, capelli castani appena un po’ mossi. Tuttavia Camila ha due difetti imperdonabili: è comunista e ha l’anello al naso: un anello vero, non quello metaforico, bolscevico! Ma nemmeno questi sfregi grossolani inflitti incoscientemente a questo miracolo d’armonia sono riusciti ad infrangerne l’incanto. Tutti i cuori dei sinistrorsi italiani battono per lei: è bello sentirsi per una volta fratello di questi fanatici, nell’adorazione della bellezza femminile. Ma chissà quando arriveranno alla maturità – alla virilità! destrorsa! berlusconiana! – di confessare a se stessi e al mondo un così bel sentimento!

GIANNI CUPERLO 21/11/2013 Vertice italo-francese ieri a Roma. I professionisti dell’antagonismo, attivisti No-Tav e dei movimenti per la casa, ne hanno approfittato per solita esibizione muscolare condita di vittimismo. Tra le imprese più rimarchevoli un tentativo d’irruzione in un circolo del Pd, risoltosi con qualche spintone, targhe imbrattate da vernici spray e, mi par di capire, il lancio di alcuni petardi. Il candidato alla segreteria del Pd non ha lesinate dure parole nei confronti dei teppisti: «Non si può tollerare questo assalto a una sede di partito perché è un comportamento fascista». Ragionamento perfettamente condivisibile tranne che nella scelta di un vocabolo: «fascista». Gli antagonisti si considerano la punta di diamante dell’antifascismo italiano, i veri eredi dei partigiani che combatterono per la Resistenza; adorano la Costituzione repubblicana più di quelli di Libertà e Giustizia, o più di quanto i musulmani adorino il Corano, o più di quanto i maoisti di casa nostra adorassero il Libretto Rosso del Grande Timoniere; e riescono a credere ancora non solo alla realizzazione della società comunista classica ma anche a quella della società comunista bio-compatibile. Con questo background da comunisti esaltati non possono essere che quello che sono: dei facinorosi. Quindi fascisti non sono. Al massimo dei «fratelli in camicia rossa» per un fascista dall’occhio acuto in cerca di truppa futura ed in paziente attesa di accogliere reduci disillusi.

IL TRIBUNALE DI MILANO 22/11/2013 Ecco una cosa che un puttaniere di bocca buona e di scarsi mezzi nel suo candore non sarebbe mai capace di immaginare: che la deboscia del milionario gaudente necessiti di un sacco di fatiche. Pensate a Silvio: non solo gli è toccato organizzare a monte un «collaudato sistema prostitutivo», autarchico e costosissimo – che una volta dalle persone normali sarebbe stato chiamato semplicemente un «giro di mantenute», magari degno di un re – quando il mercato offre già più di tutto quello che la vostra malata fantasia può concepire, ma prima di riuscire a mettere finalmente qualcosa sotto i denti, si è anche dovuto sobbarcare il ruolo di regista di spettacolini erotici con protagoniste giovani donne impegnate in «balli con il palo da lap dance, spogliarelli, travestimenti e toccamenti reciproci», robetta alla quale per essere ufficialmente accolta nel vissuto dell’inclusiva società civile – che già ora flirta col burlesque e coi videoclip musicali softcore – manca solo di essere rappresentata al Teatro dell’Opera. Agli occhi della nostra occhiuta giustizia questo edificio barocco, così stridente coi gusti del sesso predatorio, è invece un’aggravante: come ogni ridicolo bigottismo, anche quello dei partigiani della legge vede ciò che vuole.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (152)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUGLIELMO EPIFANI & GIUSEPPE FIORONI 11/11/2013 Annuncia, il segretario dei democratici, che «tra febbraio e marzo avremo l’onore di organizzare a Roma, per la prima volta, il congresso del Pse». Rimarca, il democratico Guglielmo, che ciò costituisce «un segno di appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami». Non chiarisce affatto, però, il leader pro-tempore del Partito Democratico, perché faccia tanto bene al cuore rivendicare certe radici e certi legami col glorioso socialismo, se poi ci si vergogna di inserirlo nella denominazione ufficiale del partito. Il suo compagno di partito, il democratico Giuseppe Fioroni, giudica invece l’organizzazione del congresso «un blitz pericoloso e grave», «un atto grave che muta geneticamente il Pd». Sottolinea, il democratico Giuseppe, che con ciò non soltanto «viene meno l’atto fondativo del Pd» che escludeva l’adesione al Pse, ma anche «lo scioglimento della Margherita è annullato di fatto». Non spiega, però, questo ex-democristiano di lungo corso, come mai un bel giorno quelli come lui si siano messi in testa d’intrupparsi nel partitone degli ex-comunisti, se poi in cuor loro non volevano seguirne la naturale evoluzione. In fondo questa bella coppia di reticenti rappresenta il nodo irrisolto della tragicomica politica italiana: gente incapace di essere politicamente progressista senza piegarsi al giacobinismo, e gente incapace di essere politicamente conservatrice per paura di passare per fascista.

FLAVIO TOSI 12/11/2013 Non si sa quando esattamente il sindaco di Verona cominciò a pensare in grande. Fatto sta che da quel momento non perse occasione di distinguersi per compitezza dai vecchi commilitoni leghisti. La grande stampa, che prima lo considerava non molto più civile dell’abominevole uomo delle nevi, prese allora a lusingarlo spietatamente. E Tosi credette ancor di più ad un grande destino, il suo, che si profilava in lontananza, circonfuso di luce, sulle ceneri del berlusconismo. Di questa avanzata trionfale la conquista del trono della Lega Nord, universalmente vaticinato, era solo un dettaglio. Ieri Tosi ha comunicato ufficialmente la sua decisione di non candidarsi alla segretaria del partito. Aveva capito da tempo che non era il caso. Perciò nei giorni scorsi si era detto magnanimamente disponibile a correre per la segreteria per favorire una «candidatura unitaria», dal cui venir meno si sentirà perfettamente legittimato a mettersi in proprio e tentare l’impresa gloriosa di diventare il primo leghista a fare la fine di Fini.

EMANUELA CORDA 13/11/2013 No, non la bastono per aver richiamato alla memoria la figura di quel «giovane marocchino che si suicidò per portare a termine quella strage» di cui «fu vittima, oltre che carnefice». In fondo ce lo meritiamo, col nostro eterno malvezzo di non chiamare le cose col loro nome. L’Operazione Antica Babilonia non fu una filantropica e caramellosa «missione di pace», ma un rischioso intervento di «peacekeeping» in un teatro di guerra ancora fumigante. I militari che persero la vita nella strage di Nassiriya non furono «eroi», ma soldati vittime di un attacco terroristico, proditorio ma non del tutto imprevedibile. Se non avessimo adulterato, imbellettato, il significato dell’operazione, quasi ce ne vergognassimo, avremmo anche accettato la tragedia con più serietà e meno teatro. Invece questa colpevole reticenza serve solo a spianare la strada alla mistificazione, che nel caso dell’intervento alla Camera della deputata Corda ha toccato il suo vero vertice in queste altre parole: «Da una parte e dall’altra, infatti, vi erano delle vittime, e i responsabili politici e morali, i mandanti di quella strage non sono mai stati puniti». Ho sempre pensato che il grillino tipo fosse la caricatura oltranzista del babbeo della società civile più conformista e meglio indottrinata. Tra i punti fermi della sua esistenza la mistica dei mandanti, rigorosamente occulti: «Nassiriya strage di stato», è solo dietro l’angolo.

NICOLA GRATTERI 14/11/2013 Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria è uno dei tanti fenomeni che la nostra magistratura offre senza soluzione di continuità al nostro disastrato paese. Uomo di punta della Direzione Distrettuale Antimafia, evangelizzatore instancabile del verbo antimafioso presso le scuole, in pubblici convegni e in televisione, pluripremiato, componente della Task Force contro la criminalità istituita dal governo Letta, Gratteri è già autore o coautore di una decina di libri: tutti sulla mafia, l’Alfa e l’Omega, ancorché in negativo, della sua concezione del mondo. L’ultima sua opera, “Acqua santissima”, scritta ancora una volta insieme ad Antonio Nicaso, è incentrata sul malsano rapporto tra la Chiesa e i devotissimi, a loro modo, mafiosi. Ma per fortuna qualcosa sta cambiando. Il Papa Poverello sta rivoluzionando la Chiesa. «Papa Bergoglio», dice Gratteri, «sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero.» «Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa», conclude Gratteri, «ma di certo ci sta riflettendo.» La mia schietta opinione è questa: i casi sono due: 1) o il procuratore ha bisogno di una vacanza; 2) oppure nella prodigiosa grandiosità attribuita al sistema mafioso il suo ego di riflesso trova una profonda soddisfazione.

IL CREDIT SUISSE 15/11/2013 La banca svizzera corre dietro alle mode e crea il Lgbt Equality Index, un indice borsistico composto di sole società «altamente performanti» e di specchiata reputazione in materia di diritti Lgbt. Gestori patrimoniali, anch’essi al passo coi tempi, saranno a disposizione del pubblico socialmente consapevole che abbia voglia d’investire denari in prodotti finanziari all’avanguardia e ad alto valore etico aggiunto. Per la banca si tratta di una «recentissima conquista verso l’uguaglianza delle persone LGBT». Io aggiungerei: se avrà successo. Se sarà un fiasco prevedo che l’illustre istituto di credito perverrà alla sofferta conclusione che «l’iniziativa, come sottolineato da più parti, pur nelle buone intenzioni sconta un vizio di fondo, dovuto alla sua natura intrinsecamente discriminatoria, non inclusiva, non universalista, tale da ingenerare l’idea nefasta di una riserva indiana finanziaria, e perciò deve ritenersi conclusa».

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (151)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CALCIOMERCATO 04/11/2013 Vanno male i rossoneri e i tifosi rossoneri non sanno fare altro che biasimare la dirigenza rossonera per il cattivo mercato estivo. Con ciò dimostrano di non essere migliori dei bersagli delle loro critiche. Il calciomercato rompe i coglioni tutto l’anno annoiando a morte chi ha ancora, come me, la testa sulle spalle e ogni tanto parlerebbe volentieri anche di «calcio». Il calciomercato è diventato da qualche tempo la spiegazione – a posteriori, s’intende – di tutto, dei successi e delle sconfitte, delle annate buone e di quelle cattive. Al trionfo di questa sorta di disturbo mentale di massa hanno contribuito tutti: le società fissate coi top player, i giornali sportivi gossippari, le tifoserie viziate. A dispetto del nome le presunte proprietà taumaturgiche del calciomercato stanno al calcio come quelle dell’interventismo statale stanno alla politica economica. I pezzi grossi le promettono, il popolo le invoca, i giornali le celebrano. E le dure repliche della storia non riescono a scuotere minimamente questa fede. Solo il calciomercato può riparare ai guasti del calciomercato. Teste di rapa.

ROMANO PRODI 05/11/2013 «Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline.» In una cosa Romano non è mai cambiato: il suo modo felpato di accodarsi alle stupidate alla moda con l’aria sofferta ma composta dello stoico che le dice da una vita nell’indifferenza generale. Che abbia detto una stupidata non ci piove: un parametro in continua oscillazione da gestire con accortezza è un non senso. Nel caso in questione è come dire che non si tratta di un parametro sul quale si possa incardinare una politica economica, ma di una grandezza variabile giudicabile solo alla luce di altre variabili grandezze, e tuttavia di voler considerarlo ancora un parametro; è come confessare di avere fatto una scelta arbitraria e di volerci rimediare con delle scelte dettate da un arbitrio più duttile; è come continuare a pretendere con protervia di essere in grado di dirigere con successo l’economia determinandone preventivamente i numeri.

IVANO DIONIGI 06/11/2013 Profondamente indignato dalla politica di tagli alle università che anche questo governo dimostra di voler attuare, e soprattutto dalla bocciatura dell’emendamento alla manovra che prevedeva uno stanziamento di 41 milioni di euro per gli atenei virtuosi, il rettore dell’Università di Bologna lunedì ha fatto recapitare una letterina a tutti i docenti dell’ateneo. Scrive l’augusto rettore: «Vi invito domani [ieri, martedì 5 novembre, NdZ] a dedicare cinque minuti della vostra lezione (eventualmente dando lettura anche di questo messaggio), nei quali condividere con gli studenti e stigmatizzare sia il sottofinanziamento cronico degli atenei, sia in particolare questo ennesimo affossamento del principio del merito.» Frase che si potrebbe più schiettamente riformulare così: «Vi invito domani a condividere tutti, docenti e studenti, questa mia riflessione che certo non potete non condividere.» I moltissimi – non dubito – docenti “condividenti” si saranno scocciati tuttavia non poco di mettersi sull’attenti e trasmettere alla truppa il pensiero del magnifico rettore. I pochi in cuor loro dissenzienti, invece, hanno meritato tutta la nostra compassione.

BUITONI 07/11/2013 Quando Guido Barilla – allora era ancora un uomo – rivendicando con fanciullesca fierezza l’immagine tradizionalista di un’azienda famigliare ben decisa a tenere qualsiasi coppia gay a distanza di sicurezza da Casa Barilla, si offrì al plotone d’esecuzione della fanatica marmaglia progressista, la Buitoni ne approfittò per lanciare su Facebook il proprio inclusivo messaggio: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”. Sappiamo tutti che da allora, quaranta giorni fa, Guido ha intrapreso un folgorante percorso spirituale che l’ha portato a penetrare tutti i misteri della religione gender. Mi pare al contrario che alla Buitoni abbiano fatto un passo indietro. Vedo infatti su internet un banner che recita: “Pasta Ripiena Buitoni – Carne bovina 100% italiana – La tradizione è servita, pronta da gustare”. Ciò si spiega col fatto che il gruppo Nestlé (proprietario del marchio Buitoni) recentemente è stato al centro di uno scandaletto provocato dalla scoperta di carne equina in alcuni prodotti di pasta fresca. E’ bastato questo per riportare in auge il tradizionalismo, ancorché nelle vesti dello sciovinismo culinario e del patriottismo economico: a Casa Buitoni, adesso, c’è posto solo per la carne italiana.

IL NUOVO PENTITO DELLA MINCHIA 08/11/2013 Anche se non sono ancora in grado di mettere insieme un solidissimo impianto accusatorio fatto di suggestive mezze verità, meglio ancora se depistanti, il mio personalissimo teorema sulla “trattativa” è questo: l’industria del pentitismo deviato ha lo scopo preciso di non venire a capo di nulla, ma di adombrare e di sottendere, di inquinare con le sue emissioni nocive la storia recente dell’Italia repubblicana, di tenere il paese sotto lo scacco della Strategia della Confusione. E’ per questo che ai pentiti di mafia, anche gli ex picciotti di quartiere, piace moltissimo contraddirsi fra di loro e dialogare con la giustizia sopra i massimi sistemi del mondo mafioso e politico. L’ultimo della serie è un tale Francesco Onorato che ci ha rivelato finalmente i nomi dei mandanti dell’assassinio del generale Dalla Chiesa nella tarda estate del 1982: Andreotti e Craxi, il Divo e il Cinghialone. Queste le sue parole: «I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere.» Resta da capire perché i malfattori si sentissero il fiato addosso. Craxi nel 1982 era ancora un uomo abbastanza nuovo della politica. Da qualche anno era il leader di un Partito Socialista che si era scrollato di dosso ogni senso d’inferiorità nei confronti del Pci. Divenne Presidente del Consiglio nel 1983 dopo un buon successo elettorale del Psi, ma tra i laici alla guida del governo lo aveva preceduto perfino Spadolini del piccolo Partito Repubblicano. Non mi pare fosse mai stato ministro in precedenza. E con la Sicilia i suoi legami politici erano pressoché nulli. Ma ci sarebbe il caso Moro. Secondo altri bei tomi del pentitismo, infatti, Dalla Chiesa sarebbe stato a conoscenza di segreti inerenti al sequestro Moro molto pregiudizievoli per il buon nome del Divo, che avrebbe perciò spedito il generale a Palermo al solo scopo di sbarazzarsene. Si dà il caso però che durante il sequestro Moro Craxi fu uno dei pochi, causando anche qualche clamore, a non conformarsi alla linea della fermezza propugnata dalla Dc e dal Pci. E quindi in quel caso certo non agì in combutta con Belzebù. Debbo perciò pensare che anche Craxi fosse mafioso, se solo ne fossi in grado: non sono Superman.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (150)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CITTADINANZA ONORARIA 28/10/2013 Il premio Nobel per la Pace 1991 Aung San Suu Kyi, in visita in Italia, ha potuto finalmente ritirare la cittadinanza onoraria romana che l’Urbe le aveva assegnata nel 1994. La Città Eterna aveva premiata la leader birmana anche nel 2007, col celeberrimo Premio Roma per la Pace, allora ritirato in sua vece da Roberto Baggio, ieri al fianco dell’eroina birmana. Aung San Suu Kyi domani sarà invece in quella Torino che, per associare l’illustre nome della città sabauda a quello dell’illustre premio Nobel, si pregiò di conferirle la cittadinanza onoraria nel 2009, al tempo in cui il sindaco Fassino faceva l’Inviato Speciale dell’Unione Europea per la Birmania. Dopodomani sarà il turno della malata di protagonismo Bologna, ombelico della democrazia mondiale, dove Aung San Suu Kyi riceverà non solo la cittadinanza onoraria, ma anche una laurea honoris causa in filosofia che l’Università felsinea le aveva conferito tredici anni fa. E il 31 ottobre toccherà a Parma la gioia d’incontrare la sua famosissima concittadina onoraria già dal 2007. Dopodiché la signora, ormai tramortita dai salamelecchi, e con un gran sospiro di sollievo, se ne partirà dall’Italia.

GIANFRANCO RAVASI 29/10/2013 E’ morto Lou Reed ed anche il Cardinale che parla ai Gentili non ha mancato di twittare la sua, citando alcuni versi di una famosa canzone dell’artista newyorkese. La mia franca impressione è che il Cardinale abbia risposto più all’evento che a un moto del cuore. Sono andato a guardarmi i suoi tweet, una serie quasi ininterrotta di citazioni, dei veri e propri Baci Perugina cardinalizi, e ho scoperto che le tre precedenti incursioni del Cardinale nel recinto della musica pop hanno riguardato Bruce Springsteen, Patty Smith e i Coldplay. Questa lista di nomi mi ha dogmaticamente convinto del fatto che Ravasi della loro musica non sappia quasi nulla. Penso che il Cardinale si sia mosso come coloro che non amando e non conoscendo, con loro pieno diritto, la musica classica, dovendo dirne per forza qualche cosa pronunciano sospirosi i nomi di Bach, Mozart & Beethoven. A me per esempio Bach piace quasi sempre, Mozart qui e là, Beethoven quasi mai, e se devo essere sincero del tutto, trovo nella musica di quest’ultimo anche una vena di volgarità melodica. Amen. L’ho detto. Ah sì, ci sarebbe pure Lou Reed. Be’, penso che fosse noioso, e che la sua fama, come spesso capita nel mondo del rock, fosse dovuta a suggestioni extra-musicali.

CORRIERE & STAMPA 30/10/2013 Oddio, la natura umana è capace di tutto. E della supposta efficienza dei servizi segreti, compresi quelli «deviati», mi son sempre fatto beffe. Però, che i nipotini del KGB, al servizio di un governo guidato da un ex del KGB, durante il G20 di San Pietroburgo del settembre scorso siano andati a regalare ai leader di tutto il mondo dei gadget-spia sotto forma di chiavette e cavi Usb, sperando anche di farla franca, è una cosa capace di mettere in crisi le stesse fondamenta filosofico-intellettuali della mia esistenza. Quindi non ci voglio credere assolutamente. Tanto più che a darne notizia al mondo intero sono due illustri segugi di casa nostra, il mitico Guido Ruotolo e la mitica Fiorenza Sarzanini. I casi sono due: o solo i nostri hanno avuto la soffiata; o tutto il resto della truppa giornalistica mondiale ha preferito aspettare che qualche spericolato volontario rotto a tutto si facesse avanti: a dimostrazione che, di riffa o di raffa, il Berlusca c’entra sempre.

GIANFRANCO FINI 31/10/2013 L’ex leader di Alleanza Nazionale ha scritto un libro dal titolo emblematico, “Il Ventennio”, e dal sottotitolo sintomatico, “Io, Berlusconi e la destra tradita”. Prima considerazione: è noto che “ventennio” è una paroletta suggestiva vomitata dalla pancia dell’antiberlusconismo per rivestire pretestuosamente di panni fascisti l’epopea italoforzuta-pidiellina, pretestuosamente non fosse altro perché il Caimano ha governato l’Italia per meno della metà di questo ventennio, perché la sua parabola politica non è ancora finita, e perché non è affatto detto che la sua creatura politica debba morire con lui. Seconda considerazione: “destra tradita” sta naturalmente per “destra perbene tradita”, destra perbene o potenzialmente tale, degna di un paese moderno, depurata dal populismo berlusconiano. Terza considerazione: perché Gianfranco Fini usa questo linguaggio omologato? Per dimostrare a tutti che il suo approdo alla società civile, ossia alla dhimmitudine, è definitivo. E buonanotte.

DARIO FO 01/11/2013 A ottantasette anni compiuti, dopo una lunghissima e fortunata carriera a cui nessuno da mezzo secolo almeno mette il bastone fra le ruote, vezzeggiato, riverito e premiato come solo ad un artista di regime può capitare, nonostante o stante appunto l’arte grossolana, a Dario piace ancora recitare la parte del perseguitato, ed ostentare quella faccia divertita, sconcertata e indignata insieme che è diventata la sua maschera e che forse abbandona solo quando è costretto a lottare con la stipsi fra le quattro pareti del bagno. E’ con ineffabile voluttà, perciò, che il nostro giullare ha ricevuta la notizia del rifiuto imposto dalla Santa Sede alla rappresentazione all’Auditorium della Conciliazione del suo nuovo spettacolo teatrale, basato sul libro “In fuga dal Senato” scritto da Franca Rame. Una censura, scrive Dario il piagnucolone tracotante in una lettera aperta di denuncia dell’accaduto, che butta «un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che Papa Francesco ci sta regalando». Infatti il succo non esplicitato della lettera è questo: 1) trattandosi di un atto clamorosamente contrario allo spirito rinnovatore che guida questo eccezionale pontificato, solo la cricca dei falchi del Vaticano può averlo firmato; 2) la Chiesa li metta a tacere; 3) Chiesa avvisata, mezza salvata.