Una settimana di “Vergognamoci per lui” (158)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE 23/12/2013 Non quella di Flaubert, ma quella che vorrebbero imporre ai nostri ragazzi i bolscevichi di SEL. Secondo la verbosa proposta di legge l’ora di “educazione sentimentale” promuoverebbe «il cambiamento nei modelli di comportamento socio-culturali di donne e uomini per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea di una differenziazione delle persone sulla base del genere di appartenenza o su ruoli stereotipati per donne e uomini, in grado di alimentare, giustificare o motivare la discriminazione o la violenza di un genere sull’altro». Ecco un tipico esempio di come sragiona l’ideologia progressista: rifiuta i dogmi, ma sovrabbonda di precetti; pretende che l’esemplare cittadino non creda a nulla, ma che sia educato in tutto, all’ambiente, al sesso, al sentimento, al cibo, alla salute, alla legalità, alla pace, alla cittadinanza: una scimmietta ammaestrata e sempre aggiornatissima. Tocqueville l’aveva profetato: «Il terzo [tratto caratteristico di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo] è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana…» Legge perniciosa, poveri ragazzi, ma anche perfida: l’ora settimanale di “educazione sentimentale” andrebbe infatti ad aggiungersi alle altre. Succede la stessa cosa ai balzelli, e a guardar bene non è affatto un caso.

GIANFRANCO MASCIA 24/12/2013 Non mi ricordavo più delle letterine spedite da Berlusconi agli italiani con la promessa del rimborso dell’IMU in caso di vittoria alle elezioni politiche. Men che meno mi ricordavo delle denunce di cui il Perseguitato era stato fatto oggetto anche per questa bagatella: voto di scambio, di questo lo si accusava, nientepopodimeno. Era propaganda elettorale, naturalmente; perfino un pm normale l’avrebbe capito. Ed infatti il pm Roberto Felici della procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del cervellotico procedimento. Ora c’è solo da attendere il pronunciamento del gip, sperando che non sia un forte bevitore. Tra i vari esposti antiberlusconiani spiccava quello firmato da uno dei più fanatici antiberlusconiani del pianeta, Gianfranco Mascia, allora candidato alle regionali del Lazio per Rivoluzione Civile, il partito di un altro pm (non normale, ma super), grande propugnatore del reddito di cittadinanza. Nel vostro candore potreste pensare che, in fondo, se tanto mi dà tanto, anche chi promette redditi di cittadinanza dovrebbe incorrere nel reato di voto di scambio. Ma sbagliereste. Il vero voto di scambio è una cosa da poveracci. Qui siamo ad un livello ben superiore. Questo è il voto di scambio alla grandissima: in una parola, la politica.

LE FEMEN 27/12/2013 La Cattedrale di Colonia è stato il luogo scelto dalle Femen per il loro ennesimo blitz. Durante la Messa di Natale una sgambettante ventenne tedesca è salita svelta sopra l’altare a seno nudo e con un gonnellino, mi pare di capire, da Cristo in croce: infatti su una tetta c’era scritto “I”, sull’altra “AM”, sulla pancia “GOD”. Sembra che fosse una protesta contro la posizione antiabortista della Chiesa Cattolica. Queste ridicole esibizioni anticristiane più che scandalizzare ormai annoiano e il rischio per le Femen è che perfino i tradizionalisti ci facciano il callo. Quindi non mi ci dilungo. Rimirando questa signorina ho pensato piuttosto che fosse venuto il momento di fare una riflessione decisiva. Da quando le Femen sono diventate un fenomeno internazionale e si sono moltiplicate la loro qualità estetica è scemata, e tuttavia in genere sono tutte giovani donne attraenti. In ogni caso non si vede una racchia. Questo fenomeno inquietante secondo me ha solo due spiegazioni possibili: 1) o le Femen non accettano nel loro branco le femmine esteticamente inferiori; 2) oppure sono le femmine esteticamente inferiori a non sentirsi Femen.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (157)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 16/12/2013 Nel suo primo discorso da segretario della Lega Matteo doveva spararla grossa e l’ha sparata nel più frusto dei modi: «L’Euro», ha detto infatti, «è un crimine contro la nostra umanità». Ha anche aggiunto che per l’indipendenza della Padania i suoi sono pronti a disubbidire: «abbiamo centinaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione». “Crimini contro l’umanità”, “centri di lotta e di controinformazione”: dovete capirlo, Matteo usa questo linguaggio da soldatino dell’antagonismo perché il suo cuore in gioventù fece in tempo a battere per l’estremismo rosso, tanto che alle elezioni del Parlamento Padano del 1997 fu il candidato dei Comunisti Padani. Dal Comunismo Padano al Socialismo Nazionale Padano non c’è che un passo e infatti col tempo Salvini è diventato un forzanovista padano meno tradizionalista, acculturato e romantico di quelli italici. E con queste premesse Matteo non poteva che essere, naturalmente, anche il più antiberlusconiano dei leghisti.

EUGENIO SCALFARI & BARBARA SPINELLI 17/12/2013 Cronache esilaranti dall’Olimpo dell’Italia Migliore. Svelenito dall’espulsione dal parlamento del Pregiudicato, Eugenio Scalfari si è ormai abbandonato senza più infingimenti a quello spirito termidoriano che tanto si addice alle barbe dei vegliardi giacobini. E’ diventato lettiano, e perfino su Alfano non sputacchia. Per Travaglio e Grillo mostra invece il solito disprezzo e per le intemperanze di Renzi aperta insofferenza. E’ così disgustato da questa brodaglia di demagogia e velleitarismo che nell’attaccare il cripto-grillismo della sua carissima collega e amica Barbara Spinelli non esita a richiamare dall’oltretomba il fantasma del suo illustre padre. Toccata sul vivo dal cattivo gusto di questa scomunica, la sua carissima collega e amica accusa il perfido nonnetto di “violenza”. In quanto al Movimento 5 Stelle, afferma che va ascoltato: «non è solo l’Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio.» Dice proprio così (mi son quasi commosso): «l’Italia peggiore». E chiude con queste parole: «è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all’interno d’una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi». Che è come dire – quantomeno – che per certe pratiche non proprio simpatiche si ispirano tutti alla scuola de “La Repubblica”.

ENRICO LETTA 18/12/2013 «Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno». Così ha detto ieri un gasato Enrico Letta rivolgendosi ai dipendenti della Presidenza del Consiglio. La convivialità del discorsetto è stata un po’ infelice visti i tempi di magra, e difatti è stata subissata dai fischi del popolo del web, ma io, che non sono malizioso, non me ne sono affatto scandalizzato. Anche perché, lo ricordo agli indignados di giornata, il panettone è ormai da decenni il più plebeo ed economico dei dolci e dei piatti natalizi, e forse l’unico lusso commestibile a portata dei morti di fame nei giorni delle feste. Ma non capisco proprio in cosa consista la grande impresa della squadra di Letta. Il suo governo è figlio delle larghe intese, è stato benedetto dal Presidente della Repubblica, da Bruxelles, dai Vescovi, da Confindustria. Ciononostante non ha combinato un bel nulla. E’ questa per lui è stata una rivelazione. Perché ha scoperto come fosse possibile nei momenti di crisi puntellare la propria posizione senza muovere un dito, lasciando che fossero i partiti a logorarsi fra di loro. E’ stata una riscoperta dell’arte resistenziale democristiana. A Letta son bastati appena otto mesi (scarsi) per deliziarsene.

CHARLOTTE GAINSBOURG 19/12/2013 A detta dell’attrice francese, sul set di “Nymphomaniac”, l’ultima opera del noto malato di mente Lars Von Trier, le cose funzionavano sostanzialmente così: «Io e Shia Labeouf, Stellan Skarsgård, Willem Dafoe, Uma Thurman e Stacy Martin (…) non abbiamo mai fatto sesso davanti alla cinepresa. Ho accettato di mostrarmi nuda, ma per le scene più spinte entravano in azione le controfigure (…) c’erano due cast completi – noi attori tradizionali e loro attori porno – che si alternavano continuamente». E’ consolante per noi mortali scoprire questi residui di doppiezza borghese in gente di così larghe vedute. Se all’arte di questi bolsi e noiosissimi aedi della trasgressione è lecito sacrificare ogni pudore perché non partecipare in pieno alla grande impresa? Ci si vergogna forse della grande arte del grande maestro? Subappaltare copule ed eiaculazioni a dei professionisti del sesso è forse più dignitoso che esibirle schiettamente in prima persona, una volta che si è avallata la magnifica operazione? Non ci siamo proprio. Non capisco proprio come Lars possa sopportare questa gentucola. O forse anche lui è un filisteo.

L’ANCI 20/12/2013 Mettiamo che sia vero. Mettiamo che, come dice il presidente dell’Anci Piero Fassino, la legge di stabilità «configura una secca ed inaccettabile riduzione delle risorse a disposizione dei Comuni con gravi ed inevitabili conseguenze sulla erogazione dei servizi ai cittadini e sulle condizioni di vita di milioni di persone e di famiglie». Ma sono vent’anni ormai che lo stato è incatenato al proprio debito pubblico, è da un lustro che siamo piombati nella Grande Recessione, ed è da un bel pezzo che tutti hanno capito che agli enti locali è stato chiesto di arrangiarsi fino a nuovo ordine per il bene della patria. E anche se fosse ingiusto, a che serve ogni volta lagnarsi dell’inevitabile? I brutti tempi servono per farsi venire buone idee. E la necessità aguzza pure l’ingegno dei cretini. Non posso credere che in una così valorosa associazione, rappresentata da un Presidente, un Segretario Generale, un Ufficio di Presidenza, un Consiglio Nazionale, un Comitato Direttivo, un Comitato di Indirizzo Scientifico, e organizzata intorno ad una trentina di Uffici e Dipartimenti vari, una ventina di Commissioni, una ventina di Sedi Regionali, ecc. ecc., non ci sia gente in grado di raccogliere la sfida e con una voglia matta di far vedere a quei cazzoni del governo cosa sono capaci di fare, loro, con le misere risorse a propria disposizione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (156)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EZIO MAURO 09/12/2013 Spiego ai gonzi la genesi del fenomeno editoriale “La casta”, che è questa: 1) Alle elezioni politiche del 2006 Berlusconi doveva essere maciullato dall’armata prodiana, apertamente sostenuta da quegli sfatti poteri forti che già avevano provveduto alla normalizzazione di Confindustria con la nomina di Montezemolo dopo il periodo di rottura di D’Amato, e che in Berlusconi avevano sempre visto un outsider. 2) Prodi uscì invece dalla contesa con Berlusconi sì vittorioso, ma per puro miracolo, barcollante come un pugile suonato, e il suo governo si rivelò fragile fin dall’inizio. 3) Fu proprio durante quel governo Prodi, della cui agenda la casta economica degli sfatti poteri forti aveva sperato di fare da supervisore, che il vento dell’antipolitica cominciò a soffiare forte, e si ebbe l’esplosione del vaffanculismo grillino. 4) La casta economica, vistasi troppo compromessa nel suo sostegno a Prodi, pensò allora di schivare il vento dell’antipolitica assecondandolo, allontanandolo da sé e deviandolo tutto contro la classe politica. 5) Fece le cose alla grandissima, proprio senza vergogna, per cui il libro “La casta” divenne un caso mediatico ancor prima di essere pubblicato: in breve, il libro meglio raccomandato del dopoguerra. 6) Fu così che l’antipolitica del partito del Corriere della Sera andò a sommarsi all’antipolitica del partito della palingenesi vaffanculista, figlia becera, oltranzista e ribelle, a sua volta, dell’antipolitica del partito di Repubblica, organo della “questione morale”. Eppure oggi, nonostante tutto, Ezio Mauro, dopo la “schedatura” grillina di Maria Novella Oppo e di Francesco Merlo, ritiene che il capo del M5S così facendo confermi «che la sua concezione della libertà di stampa è quella tipica della casta». Invece è quella di chi ha imparato alla perfezione sulle pagine di Repubblica e dei suoi cloni a sentirsi moralmente superiore e a dare compulsivamente dei pennivendoli, dei servi e dei lacchè non solo agli scribacchini berlusconiani come il sottoscritto ma anche ai compagni di strada non sufficientemente puri. Quella della “casta”, al confronto, è roba commovente, democristiana, da mammolette.

DON LUIGI CIOTTI 10/12/2013 L’ostinazione, la coerenza, e il bolso militantismo di quest’uomo hanno dell’incredibile. Anche nel giorno dell’Immacolata Concezione il sacerdote che combatte tutte le mafie d’Italia – mafie rigorosamente al plurale e nel senso più largo del termine, quindi mettetevi una mano sulla coscienza e non chiamatevi fuori con frettolosa autoindulgenza – ha voluto recitare la sua parte come da copione. L’apostolo della Costituzione e della Resistenza era a Genova dove ha celebrato la Messa nel ricordo dello scomparso don Andrea Gallo. Durante il rito, obbedendo all’ingiunzione di uno straordinariamente prevedibile e politicamente impegnato Spirito Santo, si è messo a cantare Bella Ciao, dal gregge accompagnato. Uno strazio. Una crocifissione. Un calvario. Un’abominazione. Una desolazione. Un’abominazione della desolazione. Nessuno in chiesa ha riso. Cosa in effetti piuttosto sconveniente. Di solito. In questo caso però, vista la corale buffonata andata in scena, sarebbe stata proprio una cosa come Dio comanda. Una liberazione.

CAROLINA MARCIALIS 11/12/2013 Son brutti tempi, lo sappiamo, ma proprio per questo è bello cogliere fra le erbacce della disastrata quotidianità il fiore raro e prezioso di una notizia non solo divertente ma anche capace di allargare il più intristito dei cuori. Dobbiamo questa perla al carattere verace della signora Cassano, la quale ha chiuso una gagliardissima tirata contro la ex gieffina Guendalina Tavassi, colpevole di una battuta un po’ troppo da malafemmena sul suo Fantantonio, con queste parole: «E poi per mio marito ti leccheresti le dita… Di donne facili come te ne ha già avute 700!! Fatti una vita… Fallita!!» Che la signora Cassano creda davvero alle sparate del signor Cassano direi che è commovente. Ma che se ne mostri in qualche modo perfino orgogliosa è qualcosa di assolutamente esaltante: è una conferma ruspantissima dell’eroismo dell’amore. Anche di quello coniugale. Alla faccia dei tempi e dell’anemica cultura di genere. Fantacarolina.

LA CORPORAZIONE DEI PIAZZAIOLI 12/12/2013 Straordinario il moralismo da quattro soldi che si è abbattuto sulla jacquerie dei Forconi. In effetti non solo si è vista sfilare tanta gente in buona fede, allergica di solito agli schiamazzi di piazza, ma abbiamo anche assistito a brutture come il blocco delle strade; la sguaiataggine, la grossolanità sbrigativa e insieme contraddittoria delle opinioni; l’istinto del branco pronto a trovare il traditore nell’inedita figura del pizzicagnolo crumiro; l’ipocrisia di vocianti consorterie che si lamentano con lo stato solo perché ne reclamano, pure loro, la “protezione”; il vittimismo da finti morti di fame; il furore cieco di chi non sa nemmeno lui cosa vuole, tranne fare piazza pulita; gli insulti rivolti indistintamente a politici, sindacati, banche; i vandalismi; le strumentalizzazioni politiche. Privo della solita etichetta progressista il tanfo della piazza questa volta è arrivato intatto in tutta la sua fetida genuinità anche alla narici di chi ne reclama il monopolio: il bel mondo democratico, che è quasi svenuto, non prima di aver lanciato l’allarme antifascista.

STEFANO FOLLI 13/12/2013 In principio c’era il populismo berlingueriano della “questione morale”, la politica ridotta al principio della lotta dei buoni contro i cattivi: barbaro principio, ma osannato a sinistra e temuto altrove. Questo populismo all’ingrosso partorì il vezzeggiatissimo populismo dei “girotondini”, figli del fior fiore della società civile. Poi venne alla luce il populismo sanculotto dei “vaffanculisti”, di cui mezza sinistra si innamorò. Poi spuntò, per viltà, il populismo degli “anticasta”, sponsorizzato dalla casta economica. Poi si fece sentire il populismo oltranzista degli “antagonisti”, combriccola manesca ma non priva di protezioni e simpatie. Poi fu la volta del populismo salottiero di chi denunciava i guasti del plebiscitarismo democratico ed invocava il commissariamento della democrazia, nel nome, s’intende, del controllo della legalità democratica, salvo poi accusare di cesarismo antidemocratico gli invocati commissari. Poi, felpato, istituzionale, cominciò a pontificare il paludato populismo dei sostenitori del governo tecnico. Infine arrivò il populismo dei “forconi”, poveri fessi senza lo straccio di una raccomandazione: perciò sono stati massacrati. “Sanfedisti”, li ha chiamati Stefano Folli: plebaglia controrivoluzionaria, insomma, l’unica plebe che non ha mai una giustificazione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (155)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANCO FRATTINI 02/12/2013 Mi è sempre parso che una delle più grandi ingiustizie patite dal Berlusca durante la sua lunga carriera di parlamentare sia stato il giudizio spietato e derisorio solito ad abbattersi in massa sulle stronzate che ogni tanto gli uscivano di bocca. Non perché non fossero stronzate, ma perché le medesime stronzate sulla bocca di altri non solo non sortivano gli stessi effetti, ma a volte, anzi, assicuravano al cretino di turno un figurone. Prendete per esempio l’anti-germanesimo delle ultimissime stagioni berlusconiane. Ora – l’avete notato, spero – è stato fatto proprio dalla quasi totalità dei media e dei partiti politici. Solo il tono è cambiato: sussiegoso, istituzionale; in breve, politicamente corretto. Ma nella sostanza cosa manca ad una perfetta unità di visione col verbo berlusconiano se non la “kulona”? Oppure prendete Franco Frattini, che in un’intervista a “Il Sussidiario.net”, nell’augurarsi che «le forze euroscettiche non prevalgano» auspica che l’Europa però non si limiti «al rigore e all’austerità». E proprio in Germania vede nonostante tutto dei segnali positivi in questo senso: «Nel patto con l’Spd», dice Frattini, «il Cancelliere tedesco ha accettato di inserire il salario minimo per i lavoratori tedeschi, aumentato rispetto a quello che aveva stabilito Schroeder. Questa è un’importante misura per la crescita perché mette più denaro nelle tasche dei lavoratori tedeschi. Non è denaro sprecato, si tratta di soldi che saranno utilizzati per i consumi e quindi per promuovere lo sviluppo. Ciò documenta che il Cancelliere Merkel ha ben chiaro che ci sono misure che si debbono attuare per aiutare la crescita. Se i cittadini tedeschi avranno più denaro in tasca, potranno comprare più prodotti italiani o venire a fare le vacanze nel nostro Paese. La conseguenza sarà che il commercio tra Germania e Italia aumenterà.» Davvero una ricetta miracolosa e semplicissima: diamo soldi al popolo, il popolo spende e spande, le aziende lavorano, l’economia si mette in moto, arriva la benedetta crescita. Mutatis mutandis, in fondo la pensano così Obama, Cameron, Hollande, Shinzo Abe, Stefano Fassina e Silvio Berlusconi. E Franco Frattini. Ma solo quell’asino di Silvio viene spedito dietro la lavagna.

ENRICO ROSSI 03/12/2013 In una cosa le regioni rosse hanno indiscutibilmente il primato: la propaganda. C’è qualcosa di stucchevole e perfino ridicolo nella seriosità con la quale la presunta eccellenza di amministrazioni all’avanguardia viene ossessivamente sventolata ai quattro venti come un articolo di fede. Eppure anche lì ogni tanto scoppia il classico bubbone. Magari bello grosso, come quello della Chinatown industriale di Prato, tanto grosso da avere negli anni portato a destra questa città della rossissima Toscana. Ora, sul rogo di Prato è inutile e ingiusto fare dello sciacallaggio puntando il dito a casaccio contro le amministrazioni locali. Però, se tale tragedia fosse accaduta in Lombardia o in Veneto quanto sociologismo d’accatto ci saremmo dovuti sciroppare contro la meschinità e l’insensibilità di un certo modello di sviluppo e di una certa classe politica “sul territorio”! Qui no, e perciò il governatore Rossi ha potuto far sfoggio di tutta la sua suscettibilità: «Queste sono condizioni disumane», ha detto, «persone vivono e lavorano in soppalchi che ricordano quelli di Auschwitz. La Toscana non può permetterselo. Deve intervenire il Governo nazionale, La Regione ha fatto la sua parte, garantendo la sanità senza chiedere un euro in più, e garantendo che nelle scuole ci fosse integrazione; ma i temi della sicurezza, e il fatto che qui ci sia un’extraterritorialità fuori da ogni legge, vanno affrontati a livello nazionale.» Neanche una mezza autocritica: bella prova di civiltà, e di serietà.

MAURIZIO CROZZA 04/12/2013 Ai tempi del Patto di Varsavia nel tetro, monolitico e grigio blocco dei paesi comunisti era tuttavia ancora possibile scorgere qualche differenza e, giocando da lontano con la fantasia, sulla scorta di suggestioni storiche e delle poche informazioni che da quelle lande silenziose rimbalzavano nel vivo e colorato mondo occidentale, decidere quale parte ciascuna di queste nazioni interpretasse nella grande tragicommedia del socialismo reale nell’Europa dell’Est. Cosicché, ad esempio, se la Germania Democratica rappresentava la versione efficientista del comunismo, la Romania ne rappresentava quella rurale, bucolica e mezza selvatica, e l’Albania quella sommamente misteriosa, il buco nero del comunismo. La Bulgaria divenne per antonomasia la patria del comunismo più stupido, obbediente e tetragono. Ed ebbe la sfortuna, in Italia, di divenire il paese delle «maggioranze bulgare». Dalla caduta del Muro di Berlino è ormai passato un quarto di secolo, ma per gli italiani la Bulgaria sembra ancora essere il paese degli imbecilli e dei retrogradi per eccellenza. Ragion per cui non è parso vero alla noiosa Italia migliore poter ironizzare su una fantomatica candidatura alle prossime elezioni europee del Decaduto, l’inevitabile Berlusca, in Bulgaria: ossia – l’avete capito – nel suo vero «paese d’elezione», antropologicamente parlando. L’ha capito anche Maurizio Crozza, che al futuro Eletto di Sofia ha fatto dire: «Cari bulgari, care bulgare, la Bulgaria è il Paese che amo». Ecco un caso clamoroso di «discriminazione territoriale» che nessuna gazzetta democratica della malora denuncerà. Io invito tutti i bulgari d’Italia a ribellarsi. Voglio anch’io gridare, assieme a loro, alto e forte, e perfino berlusconianamente, in faccia a questi razzisti con la puzza sotto il naso, «Forza Bulgariaaaaaaa!!!»

FRANCESCO MERLO 05/12/2013 Chi avrebbe mai detto che il senatore italoforzuto Malan e la senatrice italoforzuta Casellati sarebbero stati capaci di una tale birichinata? Questi due malandrini vogliono vedere le carte. Carte che inoppugnabilmente dimostrino come uomini di chiarissima fama come Abbado, Rubbia e Piano abbiano anche acquistati meriti sociali altissimi, tali da giustificare la loro nomina a senatori a vita, mentre nel caso della signora Cattaneo i due burloni invece chiedono lumi pure sulla chiara fama. Un blitz provocatorio, spassoso e meritorio. La stravagante combriccola dei senatori a vita non ha mai avuta molta popolarità a destra. Un senatore a vita, oltre alla chiarissima fama, deve anche essere un personaggio non controverso. Se di idee conservatrici o destrorse anche un genio è però per definizione un personaggio controverso: quindi non sarà mai senatore a vita. Mentre un maoista potrebbe anche farcela. A sinistra non l’hanno presa molto bene. I più bigotti l’hanno presa molto sul serio. Francesco Merlo, per esempio, si è sentito in dovere di essere molto divertente e di usare molto sarcasmo nei confronti di questi due botoli ansiosi di compiacere Berlusconi in qualsiasi maniera, e poi di far festa al padrone assieme al loro compagno Dudù, che volentieri nominerebbero, lui sì, senatore a vita. Naturalmente è quello di Merlo lo zelo fuori luogo; è lui il botolo che abbaia. E poi la nomina del cagnetto Dudù non sarebbe neanche un vero e proprio scandalo. Due anni fa senatore a vita fu nominato Monti, e nessuno seppe spiegare in cosa consistessero gli altissimi meriti e la chiarissima fama. Era solo il cavallo vincente di Napolitano. E alla fine non fu neanche vincente. Chi sa mai invece cosa potrebbe combinare da grande Dudù, al quale, a sentire Silvio, manca ormai solo la parola per essere un vero e proprio bambino!

L’ANTICASTA 06/12/2013 Quando “La casta” fu pubblicato ancor più del libro ebbe successo il titolo. E si capisce: il popolo italiano non aspettava altro che sentirsi dire di essere innocente, ancorché suddito e coglione. Ora, a distanza di sei anni, possiamo dire con sicurezza tre cose: che una delle colpe più grandi della casta è di aver seminato la malapianta dell’anticasta; che il linguaggio dell’anticasta è ancor più noioso del linguaggio della casta; e che i propositi dell’anticasta sono ancor più sciagurati di quelli della casta. Comunque c’era da aspettarselo in un paese che dopo venti anni di fascismo se ne è dovuto sorbire settanta di antifascismo, e chissà quando finirà; e che dopo la cupola della mafia si deve sorbire anche la setta dell’antimafia, e chissà quando finirà. E’ perciò una fortuna doppia che l’Italia non sia caduta sotto il comunismo: questi cretini – perché son sempre gli stessi – avrebbero rovinato anche il buon nome dell’anticomunismo.