Una settimana di “Vergognamoci per lui” (155)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANCO FRATTINI 02/12/2013 Mi è sempre parso che una delle più grandi ingiustizie patite dal Berlusca durante la sua lunga carriera di parlamentare sia stato il giudizio spietato e derisorio solito ad abbattersi in massa sulle stronzate che ogni tanto gli uscivano di bocca. Non perché non fossero stronzate, ma perché le medesime stronzate sulla bocca di altri non solo non sortivano gli stessi effetti, ma a volte, anzi, assicuravano al cretino di turno un figurone. Prendete per esempio l’anti-germanesimo delle ultimissime stagioni berlusconiane. Ora – l’avete notato, spero – è stato fatto proprio dalla quasi totalità dei media e dei partiti politici. Solo il tono è cambiato: sussiegoso, istituzionale; in breve, politicamente corretto. Ma nella sostanza cosa manca ad una perfetta unità di visione col verbo berlusconiano se non la “kulona”? Oppure prendete Franco Frattini, che in un’intervista a “Il Sussidiario.net”, nell’augurarsi che «le forze euroscettiche non prevalgano» auspica che l’Europa però non si limiti «al rigore e all’austerità». E proprio in Germania vede nonostante tutto dei segnali positivi in questo senso: «Nel patto con l’Spd», dice Frattini, «il Cancelliere tedesco ha accettato di inserire il salario minimo per i lavoratori tedeschi, aumentato rispetto a quello che aveva stabilito Schroeder. Questa è un’importante misura per la crescita perché mette più denaro nelle tasche dei lavoratori tedeschi. Non è denaro sprecato, si tratta di soldi che saranno utilizzati per i consumi e quindi per promuovere lo sviluppo. Ciò documenta che il Cancelliere Merkel ha ben chiaro che ci sono misure che si debbono attuare per aiutare la crescita. Se i cittadini tedeschi avranno più denaro in tasca, potranno comprare più prodotti italiani o venire a fare le vacanze nel nostro Paese. La conseguenza sarà che il commercio tra Germania e Italia aumenterà.» Davvero una ricetta miracolosa e semplicissima: diamo soldi al popolo, il popolo spende e spande, le aziende lavorano, l’economia si mette in moto, arriva la benedetta crescita. Mutatis mutandis, in fondo la pensano così Obama, Cameron, Hollande, Shinzo Abe, Stefano Fassina e Silvio Berlusconi. E Franco Frattini. Ma solo quell’asino di Silvio viene spedito dietro la lavagna.

ENRICO ROSSI 03/12/2013 In una cosa le regioni rosse hanno indiscutibilmente il primato: la propaganda. C’è qualcosa di stucchevole e perfino ridicolo nella seriosità con la quale la presunta eccellenza di amministrazioni all’avanguardia viene ossessivamente sventolata ai quattro venti come un articolo di fede. Eppure anche lì ogni tanto scoppia il classico bubbone. Magari bello grosso, come quello della Chinatown industriale di Prato, tanto grosso da avere negli anni portato a destra questa città della rossissima Toscana. Ora, sul rogo di Prato è inutile e ingiusto fare dello sciacallaggio puntando il dito a casaccio contro le amministrazioni locali. Però, se tale tragedia fosse accaduta in Lombardia o in Veneto quanto sociologismo d’accatto ci saremmo dovuti sciroppare contro la meschinità e l’insensibilità di un certo modello di sviluppo e di una certa classe politica “sul territorio”! Qui no, e perciò il governatore Rossi ha potuto far sfoggio di tutta la sua suscettibilità: «Queste sono condizioni disumane», ha detto, «persone vivono e lavorano in soppalchi che ricordano quelli di Auschwitz. La Toscana non può permetterselo. Deve intervenire il Governo nazionale, La Regione ha fatto la sua parte, garantendo la sanità senza chiedere un euro in più, e garantendo che nelle scuole ci fosse integrazione; ma i temi della sicurezza, e il fatto che qui ci sia un’extraterritorialità fuori da ogni legge, vanno affrontati a livello nazionale.» Neanche una mezza autocritica: bella prova di civiltà, e di serietà.

MAURIZIO CROZZA 04/12/2013 Ai tempi del Patto di Varsavia nel tetro, monolitico e grigio blocco dei paesi comunisti era tuttavia ancora possibile scorgere qualche differenza e, giocando da lontano con la fantasia, sulla scorta di suggestioni storiche e delle poche informazioni che da quelle lande silenziose rimbalzavano nel vivo e colorato mondo occidentale, decidere quale parte ciascuna di queste nazioni interpretasse nella grande tragicommedia del socialismo reale nell’Europa dell’Est. Cosicché, ad esempio, se la Germania Democratica rappresentava la versione efficientista del comunismo, la Romania ne rappresentava quella rurale, bucolica e mezza selvatica, e l’Albania quella sommamente misteriosa, il buco nero del comunismo. La Bulgaria divenne per antonomasia la patria del comunismo più stupido, obbediente e tetragono. Ed ebbe la sfortuna, in Italia, di divenire il paese delle «maggioranze bulgare». Dalla caduta del Muro di Berlino è ormai passato un quarto di secolo, ma per gli italiani la Bulgaria sembra ancora essere il paese degli imbecilli e dei retrogradi per eccellenza. Ragion per cui non è parso vero alla noiosa Italia migliore poter ironizzare su una fantomatica candidatura alle prossime elezioni europee del Decaduto, l’inevitabile Berlusca, in Bulgaria: ossia – l’avete capito – nel suo vero «paese d’elezione», antropologicamente parlando. L’ha capito anche Maurizio Crozza, che al futuro Eletto di Sofia ha fatto dire: «Cari bulgari, care bulgare, la Bulgaria è il Paese che amo». Ecco un caso clamoroso di «discriminazione territoriale» che nessuna gazzetta democratica della malora denuncerà. Io invito tutti i bulgari d’Italia a ribellarsi. Voglio anch’io gridare, assieme a loro, alto e forte, e perfino berlusconianamente, in faccia a questi razzisti con la puzza sotto il naso, «Forza Bulgariaaaaaaa!!!»

FRANCESCO MERLO 05/12/2013 Chi avrebbe mai detto che il senatore italoforzuto Malan e la senatrice italoforzuta Casellati sarebbero stati capaci di una tale birichinata? Questi due malandrini vogliono vedere le carte. Carte che inoppugnabilmente dimostrino come uomini di chiarissima fama come Abbado, Rubbia e Piano abbiano anche acquistati meriti sociali altissimi, tali da giustificare la loro nomina a senatori a vita, mentre nel caso della signora Cattaneo i due burloni invece chiedono lumi pure sulla chiara fama. Un blitz provocatorio, spassoso e meritorio. La stravagante combriccola dei senatori a vita non ha mai avuta molta popolarità a destra. Un senatore a vita, oltre alla chiarissima fama, deve anche essere un personaggio non controverso. Se di idee conservatrici o destrorse anche un genio è però per definizione un personaggio controverso: quindi non sarà mai senatore a vita. Mentre un maoista potrebbe anche farcela. A sinistra non l’hanno presa molto bene. I più bigotti l’hanno presa molto sul serio. Francesco Merlo, per esempio, si è sentito in dovere di essere molto divertente e di usare molto sarcasmo nei confronti di questi due botoli ansiosi di compiacere Berlusconi in qualsiasi maniera, e poi di far festa al padrone assieme al loro compagno Dudù, che volentieri nominerebbero, lui sì, senatore a vita. Naturalmente è quello di Merlo lo zelo fuori luogo; è lui il botolo che abbaia. E poi la nomina del cagnetto Dudù non sarebbe neanche un vero e proprio scandalo. Due anni fa senatore a vita fu nominato Monti, e nessuno seppe spiegare in cosa consistessero gli altissimi meriti e la chiarissima fama. Era solo il cavallo vincente di Napolitano. E alla fine non fu neanche vincente. Chi sa mai invece cosa potrebbe combinare da grande Dudù, al quale, a sentire Silvio, manca ormai solo la parola per essere un vero e proprio bambino!

L’ANTICASTA 06/12/2013 Quando “La casta” fu pubblicato ancor più del libro ebbe successo il titolo. E si capisce: il popolo italiano non aspettava altro che sentirsi dire di essere innocente, ancorché suddito e coglione. Ora, a distanza di sei anni, possiamo dire con sicurezza tre cose: che una delle colpe più grandi della casta è di aver seminato la malapianta dell’anticasta; che il linguaggio dell’anticasta è ancor più noioso del linguaggio della casta; e che i propositi dell’anticasta sono ancor più sciagurati di quelli della casta. Comunque c’era da aspettarselo in un paese che dopo venti anni di fascismo se ne è dovuto sorbire settanta di antifascismo, e chissà quando finirà; e che dopo la cupola della mafia si deve sorbire anche la setta dell’antimafia, e chissà quando finirà. E’ perciò una fortuna doppia che l’Italia non sia caduta sotto il comunismo: questi cretini – perché son sempre gli stessi – avrebbero rovinato anche il buon nome dell’anticomunismo.

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