Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (162)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

STEFANO FASSINA 20/01/2014 Era facile prevedere che lo status di pregiudicato e l’espulsione dal parlamento non avrebbero affatto pregiudicato la leadership politica di Berlusconi a destra. Solo nel caso Silvio avesse perso la testa, ossia fosse stato il Caimano, ciò sarebbe avvenuto. La pancia della sinistra sperava in tutte e due le cose, la condanna e il palesarsi del Caimano, perché è abituata a vivere nel mito e a piegare, coi suoi potenti mezzi, la realtà al mito. Berlusconi è invece un fenomeno politico che ha una sua razionalità di fondo, sennò non avrebbe mai potuto resistere a vent’anni di bombardamenti. Provate a pensare alla destra orba del berlusconismo senza rifugiarvi nell’iperspazio dei vostri sogni, e la troverete divisa tra identitari confusi ed arrabbiati, e centristi buoni solamente per andare a rimorchio: non ne troverete una di migliore, in Italia. Di tutto questo colpevole e ormai insopportabile infantilismo avrebbe dovuto vergognarsi (un poco) Fassina, non dell’incontro di Renzi con Berlusconi, il leader politico che ha saputo trovare un baricentro alla destra italiana, cioè quello che manca disperatamente alla sinistra italiana.

NICOLA ZINGARETTI 21/01/2014 Hanno trovato una cimice in una sala riunioni della regione Lazio, nascosta nel bracciolo di una poltrona. L’apparecchio sarebbe di fattura dozzinale e non sarebbe stato in funzione. Questo farebbe pensare che non sia stato collocato lì su mandato dell’autorità giudiziaria; ma neanche che i mandanti occulti si siano affidati a degli spioni professionisti. Magari è un avvertimento. Magari è un depistaggio. Magari un depistaggio di un depistaggio. Comunque sia, è soltanto una cimice, al giorno d’oggi neanche tanto più molesta dell’insetto temuto per le formidabili emissioni puzzolenti. Capitò anche alla Polverini, e anche allora era tempo di inchieste su rifiuti e discariche. Non so più come sia andata a finire, e neanche m’interessa. Sono annoiato a morte. E’ il solito casotto italiano. Io ci dormirei su tranquillissimo, con una bella cimice sotto il letto. Ma Zingaretti trova il fatto assai inquietante. E numerose gli giungono le attestazioni di solidarietà. A dimostrazione che è la più perfetta delle routine.

FURIO COLOMBO 22/01/2014 Non fu tanto Napolitano a sbagliare nel nominarlo senatore a vita; fu Abbado a sbagliare clamorosamente accettando la nomina. Ed adesso se ne vedono le conseguenze: al grande direttore d’orchestra è toccato essere accompagnato nell’aldilà da un meschino ed invadente compagno di viaggio chiamato “senatore a vita”. L’effetto è lo stesso di certe mortificanti epigrafi di “dottori”, “ragionieri” o “commendatori” appena passati a miglior vita, cari estinti insofferenti della sola dignità di uomini che anche di fronte all’eterno sembrano rivendicare orgogliosamente il loro status di tirapiedi di quarta categoria. Per Abbado sarebbe stato molto meglio morire nell’immacolata purezza di direttore d’orchestra. E tuttavia a Furio Colombo questo sfregio non basta. Abbado, lo vuole anche “rivoluzionario”: “rivoluzionario della grande Musica”, così scrive con espressione pettoruta nel suo blog de “Il Fatto quotidiano”. Furio Colombo ha una fissazione per questa aria fritta rivoluzionario-avanguardistico-politica, ossia piccolissimo-borghese, quando si parla di musica. Quando morì Luciano Berio scrisse che il compositore italiano aveva «cambiato la musica, il rapporto della musica con tutte le forme dell’arte, con l’insegnamento e con il pubblico di tutto il mondo». A dire il vero dall’articolo non si capisce quale sia stata la rivoluzione fatta da Abbado, se non quella di rappresentare – agli occhi di tutti i Furio Colombo d’Italia – l’alta cultura italiana bistrattata nel proprio ingrato paese. «Chi ha visto il Maestro Claudio Abbado entrare nella vasta sala da concerto del Lincoln Center, a New York,» scrive Furio, «e lo ha visto salire sul podio mentre migliaia di persone si alzavano in piedi per un lunghissimo applauso, ha capito, ha saputo che ci sono due Italie.» E anche voi avete capito a questo punto, spero, che quella di Furio è l’ennesima manifestazione della solita malattia, la kulturkampf dell’Italia migliore, alla quale di Abbado e della musica non importa naturalmente un fico secco.

UMBERTO VERONESI 23/01/2014 «Non si sa perché, ma da noi a quasi tutti gli artisti, scrittori o intellettuali capita di essere ricordati, al momento della loro dipartita da questo mondo, soprattutto per loro “straordinaria passione civile”.» Così scriveva lo straordinario Zamarion appena una settimana fa, dicendo perfidamente la sua sugli omaggi resi in fotocopia sui giornali alla figura del defunto Arnoldo Foà. Paventava, il tanghero, che certe formulette potessero essere intese come compensative di un valore artistico non proprio a prova di cannone. E’ forse per dissipare questo timore che il famoso oncologo ha voluto aprire il suo saluto particolare all’amico e direttore d’orchestra Claudio con queste parole: «L’arte, la musica e la letteratura, così come la scienza e tutte le altre più elevate espressioni del pensiero umano, hanno una vocazione intrinseca all’impegno civile e Claudio Abbado è un esempio straordinario di questa verità.» Risulta allora però arduo individuare con precisione in cosa si esprimesse l’impegno civile di Bach o di Mozart, di Tchaikovsky o Stravinsky, di Ravel o Debussy, o di molte celebri bacchette, che certo ai destini della loro patria e del mondo, più o meno intrinsecamente, non furono indifferenti. Il guaio è che la natura vera del cosiddetto “impegno civile”, massimamente in Italia, non ha niente di intrinseco: è piatta ostentazione di bigottismo progressista, che di elevato ha solo il favore di cui gode da parte della nomenklatura.

BRUNO TABACCI 24/01/2014 To’, guarda guarda chi è l’ex compagno dell’immobiliarista Angiola Armellini, proprietaria di 1243 immobili a quanto pare sconosciuti al fisco: il presidente del Centro Democratico, di cui non rammentavamo più l’esistenza. “Guarda guarda” cosa voglio dire? Niente, è una scemenza. Ma penso che quel “guarda guarda” esprima bene l’impulso che ha spinto un ficcanaso de “La Stampa” ad importunare nell’Oltretomba politico il leader del Cd con le sue petulanti domande. A mio giudizio Tabacci, che a sua detta non sente la signora da sei anni, ha saputo rispondere con brio e con garbo alle insinuazioni del rompiballe. Ma si è reso protagonista di un’imperdonabile caduta di gusto quando ha detto questo: «Senta, la Armellini è una bella signora. Lo sa che ai suoi incontri partecipava tutta la bella Roma che conta? Non era una che aveva la nomea di essere una frodatrice fiscale. Non è mica la signora Ruby…». Il nesso con Ruby risulta piuttosto misterioso e si può solo spiegarlo, forse, se riferito alla «nomea» in generale e non all’evasione fiscale. La Perla del Marocco ed ex nipote di Mubarak, infatti, continua ad essere vittima di una campagna di femminicidio morale senza precedenti da parte dei filistei della società civile, e senza che nessuno abbia il coraggio di esprimerle, come sarebbe doveroso, la propria solidarietà. E’ giunto quindi il momento di gridarlo alto e forte: fermiamo la Rubyfobia! Boldrini, fatti sentire!

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (161)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 13/01/2014 Alla bella età di novantotto anni è morto Arnoldo Foà. Il Presidente della Repubblica non ha mancato di rendere omaggio al personaggio, evocando «una figura esemplare di artista, di interprete della poesia e del teatro, animato da straordinaria passione civile e capace di trasmettere emozioni e ideali al pubblico più vasto». Non si sa perché, ma da noi a quasi tutti gli artisti, scrittori o intellettuali capita di essere ricordati, al momento della loro dipartita da questo mondo, soprattutto per loro «straordinaria passione civile». Trovo la cosa straordinariamente spiacevole e assai pericolosa per il buon nome di tanti protagonisti della cultura italiana, in quanto al popolino questa incontrollata retorica celebrativa potrebbe un po’ alla volta suggerire che il caro estinto di turno senza quella «straordinaria passione civile» sarebbe stato in realtà un perfetto buono a nulla; o che i suoi non eccelsi talenti senza un’ostentata «passione civile» non sarebbero stati sufficienti ad aprirgli le porte del successo; o che il suo genio, se non si fosse inchinato a quello stracco conformismo politico che va sotto il nome di «passione civile», sarebbe stato scoperto almeno cent’anni dopo i suoi funerali.

LA CURVA SUD MILANO 14/01/2014 Ci risiamo: questi qui non hanno ancora capito niente. Nel salutare il «vero uomo» Allegri si rammaricano della «totale assenza di un progetto per il futuro e di un mercato minimamente degno di nota …principali cause dei Mali del Milan!» Mi domando cosa serva passare mezze giornate a leggere le gazzette dello sport, a guardare e riguardare le partite, a chiacchierare per ore di moduli, e di giocatori da vendere e comprare, se poi ci si rifiuta di osservare, con sereno distacco, come funziona all’ingrosso il «gioco del calcio». A niente, se non a credere ai miracoli del calciomercato, come capita a tutti quelli che non hanno neanche una mezza idea su quello che sta succedendo. Facciano uno sforzo, si fingano nel pensiero azerbaigiani o paraguayani, e scopriranno subito che il vero problema del calcio italiano non è la sua relativa neo-povertà, non il tasso tecnico dei giocatori, ma la povertà di un gioco sconclusionato, casuale, che i numeretti esoterici delle tattichine e dei moduletti della malora nobilitano agli occhi di tanti gonzi appassionati. Un campionario stupefacente di compagini slegatissime, dominate da un triennio da una squadra appena un po’ più compatta delle altre, che però sbatte spesso contro un muro non appena mette il naso al di là delle Alpi. Per quanto mi riguarda, visto che arriva Seedorf, che grazie al cielo come allenatore è ancora un pivello non ancora guastato dall’esperienza, sarei felicissimo se il Milan riuscisse a giocare come l’Ajax dei ragazzini: con cinque nazionali italiani e il resto della compagnia faremo faville! Dite di no? Tranquilli: in Italia sono i risultati che a posteriori fanno la qualità dei giocatori. E’ anche questo un frutto del vero male del Milan e del calcio italiano: la mistica tediosissima del calciomercato, roba buona per gente senza palle e senza vere ambizioni.

MARCO IMARISIO 15/01/2013 L’inviato del Corriere della Sera è indignato non solo dalle allarmanti e vili minacce di alcune frange violente del movimento No Tav al giornalista della Stampa Massimo Numa e al parlamentare del Pd Stefano Esposito, ma anche dal silenzio omertoso su questi fatti di una certa Torino progressista. La stessa Torino che «è sempre stata fiera della sua tradizione antifascista. Quello che stanno subendo Massimo e Stefano si chiama fascismo.» Bravo! Ma che c’entra il fascismo? E’ comunismo della più bell’acqua, vecchio come il cucco, compresa la firma con falce e martello in calce al filmato spedito qualche giorno fa dagli spioni del giornalista della Stampa alla loro vittima. Ed anche la storia è vecchia come il cucco: la storia di una sinistra che quando si accorge che alcuni suoi figli sono veramente facinorosi di prima categoria, li chiama, per disperazione, poveretta, «fascisti». E perché? Perché è essa stessa, sociologicamente parlando, quell’Italia vecchia come il cucco che nel 2014 sfoggia ancora la retorica resistenziale per la semplice ragione che non ha ancora superato i sensi di colpa per il suo passato fascista. Che pena.

FRANCESCO MERLO 16/01/2014 Che mai ha combinato Franceschiello nostro? Niente, proprio niente. Purtroppo per lui mi è bastato un piccolo assaggio mediatico della Waterloo Hollandiana di questi giorni per riportarmi alla mente, quasi fosse una madeleine proustiana, un suo pezzo del 2007 sul quale ho sempre avuto in animo di sfogare la mia viscida malignità. Era il giorno dell’insediamento di Sarkò all’Eliseo, ma per Franceschiello (lo chiamo così, con volgare e italiota confidenza, apposta per urtarlo) fu soprattutto il giorno di una foto, la foto di “una famiglia plurale che non stupisce la Francia”: «I vescovi di Francia, rosei e sereni monsignori con il fegato sano, ministri di un Dio che è Dio e che dunque non fa l’imbonitore di piazza,» scriveva Merlo su “La Repubblica”, «capiscono bene che in quella foto c’è il presupposto della Grazia. E’ infatti la foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi, e anche i francesi più pettegoli si imbrogliano con le immagini e non sanno bene chi è il padre di chi e chi la madre di chi, un po’ come, guardando il famoso fumetto, nessuno è in grado di dire chi è Tom e chi è Jerry.» In parte era giustificato: chi non è mai rimasto a bocca aperta davanti all’elegante disinvoltura con la quale i figli dell’Esagono gestiscono i loro casini sessuali e sentimentali? Quale prova migliore del grado di civiltà di un paese? Ma Merlo era addirittura rapito: «La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c’è Feydeau ma c’è Truffaut, ci sono insomma tutta l’Autorità e tutta la Tradizione dell’amore, di una deliziosa storia d’amore a corollario di una stagione politica vincente.» Spero per lui che Hollande non gli abbia rovinato questo bel sogno. Intendiamoci, Hollande si è dimostrato un bel mandrillo, degno di tutti i suoi predecessori, da Valéry Giscard d’Estaing in poi, e nessuno ci avrebbe scommesso un vecchio franco. Disgraziatamente, c’è molto più Feydeau in lui che Truffaut. Speriamo bene. Anche perché in quei giorni François Merlò, parisien come Arrigo Beyle era milanese, coltivava un’ineffabile speranza, nonostante tutto, per il nostro paese: «Ma stiamo cambiando anche noi. Non so quando manderemo al Quirinale una stramba e perciò normale famiglia com’è quella di Sarkozy, con tanto di matrigna bella e buona.» Eppure, se non fosse per la nostra giustizia nord-coreana, quella famiglia ce l’avremmo già! E’ la più stramba del mondo! Tutta insieme farà un figurone! La Perla del Marocco, adottata, darà il tocco decisivo! E Dudù, mi dimenticavo di Dudù!

L’AUTUNNO EGIZIANO 17/01/2014 Sfiancati da tre anni di casini, già stufi dei miracoli della democrazia e dei partiti, neanche metà degli egiziani ha detto sì al referendum sulla nuova Costituzione voluto dal generale Abdel Fatah al-Sisi, vicepremier, ministro della Difesa, capo delle Forze armate egiziane, golpista e prossimo Faraone d’Egitto, mentre il resto è rimasto a casa, chi in preda alla rassegnazione, chi covando vendetta. L’Egitto è tornato ai blocchi di partenza, con i militari al potere, i Fratelli Musulmani sullo sfondo, e le piccole minoranze liberali urbane uscite bastonate dai giochetti rivoluzionari che l’Occidente più salottiero aveva entusiasticamente sostenuto. L’unica vera differenza è l’uomo forte: al posto di quella pasta d’uomo di Mubarak c’è un tipo duro e mezzo esaltato come al-Sisi. Fino allo scoppio della prossima rivoluzione sarà lui il presidente egiziano regolarmente eletto e universalmente riconosciuto: solo allora il Corriere della Sera lo chiamerà «dittatore».

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (160)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LO STUPRO NUMERICAMENTE PERCEPITO 06/01/2014 Leggo sul sito web de “La Stampa” che «secondo le statistiche, in India avviene uno stupro ogni 22 minuti e il primato degli orrori sulle donne appartiene proprio a New Delhi». Dal sottotitolo dell’articolo si capisce che per “stupro” deve intendersi ogni caso di stupro denunciato. Infatti nel prosieguo del medesimo articolo si può leggere che «nel 2012 i casi di stupro denunciati a New Delhi sono stati 1.439, il doppio rispetto all’anno precedente». Premesso che su certe statistiche non metterei nemmeno mezza unghia sul fuoco, nell’impossibilità di stimare passabilmente quanti siano i casi non denunciati e anche – in minor misura, certissimamente – i casi denunciati poi rivelatisi fasulli, vorrei invitarvi a seguirmi in un elementare ma doveroso ragionamento. L’India ha (come minimo) un miliardo e duecento milioni di abitanti. L’Italia ne ha sessanta milioni. Gli abitanti dell’India sono quindi venti volte quelli italiani (1.200.000.000 : 60.000.000 = 20). Quindi la frequenza di uno stupro (= caso di stupro denunciato) ogni 22 minuti in India equivale ad uno ogni 440 minuti in Italia (22 x 20 = 440), ossia 3,27 al giorno (60 minuti x 24 ore = 1.440 minuti, che divisi per 440 fanno 3,27). Zikome è ciusto ezere petanti kome teteski in qvestioni ti numeri, poziamo fare anke tiferzo racionamento: un ciorno, 1.440 minuti, tifizo per 22 minuti eqvifale a numero 65,45 stupri ogni ciorno in Indien; qvinti poziamo fare zekvente eqvazione: 1.200.000.000 (Indien) : 65,45 = 60.000.000 (Italien) : x; x = (60.000.000 x 65,45) : 1.200.000.000 = 3,27 stupri eqvifalenti al ciorno in Italien, kome folefazi timostrare. Ma c’è il caso di New Delhi. Quanti abitanti ha New Delhi, cioè Delhi, National Capital Territory of India, di 1.484 km²? E chi lo sa? Si va dai 12, ai 16, ai 22 milioni di abitanti. Prendiamo per buona la cifra più bassa. A Delhi ci sono in media 3,94 denunce di stupro al giorno (1.439 : 365 = 3,94). E alora faciamo zeqvente eqvazione zempre zekonto spirito tetesko: 12.000.000 (Delhi) : 3,94 = 60.000.000 (Italien) : x; x = (60.000.000 x 3,94) : 12.000.000 = 19,7 stupri eqvifalenti al ciorno in Italia. Aber… ze prentiamo cifra più alta apitanti Delhi (22.000.000) zi scente a 10,74 stupri eqvifalenti al ciorno in Italien. Per farvi un’idea dell’orrore delle statistiche indiane dovete dunque pensare a questa cifra: 3 stupri denunciati ogni giorno in Italia. Mentre per l’inferno di New Delhi dovete pensare alla fantasmagorica cifra di 10-20 stupri denunciati ogni giorno in Italia. Già. Solo che nel 2012 l’ISTAT parlava di 4.800 denunce per stupro all’anno in Italia, ossia 13 al giorno. Con questo vogliamo forse dire che per la donna l’Italia sia un posto meno sicuro dell’India? No, con tutto il rispetto per gli indiani. Vogliamo solo dire che fortunatamente in Italia il 2014 è iniziato nel segno perfetto degli anni precedenti: dando o interpretando i numeri nella più melodrammatica spensieratezza.

AMNESTY INTERNATIONAL & HUMAN RIGHTS WATCH 07/01/2014 L’articolo 20 della bozza della nuova Costituzione appena approvato dall’Assemblea nazionale tunisina recita che «Tutti i cittadini, uomini e donne, hanno gli stessi diritti e doveri. Sono uguali davanti alla legge senza discriminazione.» Ecco una formula degna della cultura occidentale, e di una costituzione: sintetica ed universale. A parte quel ridondante “senza discriminazione” al quale infatti i pasdaran dei diritti dell’uomo si sono aggrappati per dire che non va affatto bene. Secondo costoro «l’articolo 20 dovrebbe specificare che la discriminazione, diretta e indiretta, è proibita per quanto riguarda la razza, il sesso, la lingua, la religione, le idee politiche, l’origine sociale e lo status», cioè copiare, o quasi, il verboso articolo 3 della nostra logorroica Costituzione (almeno l’art. 1 di quella francese parla solo di “origine, razza e religione”) ponendovi in più a monte quel «diretta o indiretta» che ingarbuglia ancor di più le cose. Ma a cosa servono tutte queste insulse ed inutili specificazioni, tendenzialmente infinite, se non a preparare il terreno ad una neo-tribalizzazione della società, nella quale l’individuo conterà solo in quanto membro della sottospecie di una specie? Non è forse questa una concezione subdolamente corporativa dei diritti umani? Non sarà forse che tutte queste chiacchiere nascondano una scarsa fede nella naturale fratellanza umana?

LINDSEY VONN 08/01/2014 La sciatrice non parteciperà ai Giochi di Sochi. La notizia era nell’aria, viste le condizioni fisiche palesate nelle ultime gare dalla campionessa, reduce da un grave incidente al ginocchio e da una ricaduta. Lindsey nella sua carriera ha vinto moltissimo, compresi un oro e un bronzo olimpici, due ori e tre argenti mondiali, quattro coppe del mondo, sei coppe di discesa, quattro di supergigante, tre di combinata. Da tali sublimi altezze ci si poteva aspettare che la campionessa sapesse prendere la tribolazione con sereno distacco, magari con un pizzico di quella amabile ironia con la quale i grandi sanno rendersi cari all’umanità nel momento in cui si beccano, pure loro, una bella tegola in testa. Lindsey invece ha voluto farci piangere: «Sono distrutta (devastated)», ha detto, «nell’annunciare che non sarò in grado di gareggiare a Sochi». Eppure, a ben considerare, queste piccole disgrazie sono proprio le occasioni ideali per tirar su di morale tutti quei disgraziati che sono veramente giù di morale. E’ un piacere dell’anima ineffabile, che qualche maligno potrebbe pure definire sottilmente egoistico: quindi, al bisogno, anche a portata della sola intelligenza, nel caso un cuore forte e magnanimo mancasse all’appello.

MATTEO RENZI 09/01/2014 Risparmiatore [ri-spar-mia-tó-re] s.m. (f.-trice) – chi si muove in ambito finanziario [Il Renzi, Dizionario del Job Act]. Devo dire che il mondo è sempre più strano. Nacqui con la convinzione che il risparmio fosse “sudato” per definizione. In quel tempo il risparmio era considerato un sacrificio, meritevolissimo di essere “redditizio” stante la sua riconosciuta pubblica utilità. In quel tempo il risparmio non era considerato un diversivo o un passatempo, ma un’impresa piuttosto penosa. Chi può provi a non scialacquare e capirà che è faticoso come lavorare: in fondo anche risparmiare è un lavoro. L’aggiornatissimo sindaco di Firenze, naturalmente, di questi dogmi secolari non poteva che farsene un baffo. Sulle tasse ha le idee chiare: «Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.» Già, però chi investe nelle sue grandi imprese economiche ha bisogno di due collaboratori, a monte e a valle: il risparmiatore, che lo finanzia, e il consumatore, che gli compra i prodotti, i quali non sono poi che la stessa persona: fai fuori l’uno e non avrai neanche l’altro.

L’ULTIMA SUI MARO’ 10/01/2014 Nella più seria delle faccende c’è sempre un lato comico. In quella dei marò bloccati in India il lato comico rischia ormai di superare quello tragico. Non entro nel merito delle accuse. Però, mi sembra di ricordare che all’inizio c’era solo da capire quando li avremmo portati a casa. Poi se saremmo riusciti a farli processare in Italia. Poi se saremmo riusciti ad assicurare loro un giusto processo. In India. E’ di ieri la notizia che la corrispondente del canale televisivo Cnn-Ibn avrebbe riferito che il ministro degli Esteri indiano Salman Khursid avrebbe detto che l’India avrebbe dato assicurazione all’Italia che la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre non rientrerebbe nei casi in cui si può applicare la pena di morte; lo avrebbe detto spiegando il suo punto di vista sulla faccenda al suo collega ministro degli Interni Sushil Kamar Shinde; il quale ministro degli Interni, peraltro, sempre sulla faccenda, avrebbe l’ultima parola. La notizia, converrete, ha una sua asiatica, inquietante sinuosità, ma ai media italiani è bastata per dare per certa la sopramenzionata assicurazione. Per convincercene l’hanno perfino spacciata per una “buona notizia”. E per cantare vittoria aspettano solo il giorno in cui anche l’ergastolo sarà scongiurato.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (159)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CITTA’ DOVE SI VIVE MEGLIO 30/12/2013 E’ vero che siamo in Italia. E’ vero che abbiamo un’antropologica e misteriosa avversione a presentare le cose, anche le più semplici, con un minimo di precisione. Ma non sarebbe ora di finirla con la “città dove si vive meglio”? Nelle peraltro non poco cervellotiche classifiche sulla qualità della vita che periodicamente arrivano nelle redazioni dei giornali e dei telegiornali non si fa riferimento ad alcuna città, ma alle province. Ai giornali italiani non importa un piffero di questo dettaglio, almeno per quanta riguarda i titoli: città o provincia, che differenza vuoi che faccia? Eppure non tutti vivono a Roma, a Milano o a Napoli. E anche prendendo in considerazione la capitale, per esempio, da lontano ho come l’impressione che vi sia una certa discrepanza tra gli stili di vita di chi abita nella zona dei Castelli Romani e di chi abita nella periferia dell’Urbe. Ma prendiamo il caso della mitica Cuneo. La Provincia Granda è poco più piccola dell’Umbria o del Friuli-Venezia Giulia, e secondo l’ultima classifica di Italia Oggi ci si vive benissimo. Solo un decimo della sua popolazione abita però nella mitica Cuneo. Io non ci sono mai stato. A naso mi sembra una linda e ordinata cittadina. Però prima di trasferirmici m’informerei meglio.

ALEXANDER TSCHÄPPÄT 31/12/2013 Sul caso delle battute sugli italiani pronunciate dal sindaco di Berna mi sembra che un aspetto della questione, un aspetto di importanza decisiva, sia stato trascurato: la comicità. Eppure Tschäppät stava sul palco proprio per quello. Io sarei dispostissimo a ridere per battute brillanti basate sugli stereotipi nazionali, compresi i lazzaroni italiani. Ma come si fa a ridere per alzate d’ingegno come la spiegazione della bassa statura degli italiani? Che sarebbe questa: «La mamma dell’italiano gli dice di non crescere, perché se diventi alto, ti tocca andare a lavorare». O della storia dei poliziotti che scoprono con stupore un napoletano esercitante più di un mestiere? E’ come se dovessi ridere se mi raccontassero che in una delle nostre città, nel capannello di persone che si rotolavano per le risate davanti ad un comico di strada veramente mattacchione, qualcuno avesse bisbigliato al vicino: «E pensa un po’, è svizzero, svizzero di Svizzera!» Insomma, non c’è gusto a punzecchiarsi con tipi come Schiappi. Al massimo gli potrei rispondere così: «E’ vero, siamo scansafatiche. Ma dietro ogni scansafatiche c’è un filosofo, un uomo che le ha viste tutte, un uomo schiantato dalla profondità del proprio pensiero e dalla consapevolezza dell’inanità degli sforzi dell’uomo al cospetto dell’eternità. E il fatto che in una nazione gli scansafatiche siano un esercito sterminato denota solo l’altissimo grado di civiltà raggiunto da quella schiatta. Come pensava il filosofo Feuerbach, invece, caratteristica della schiatta germanica, di cui quella svizzera è una costola, è l’operosità. E l’operosità, come pensava il filosofo Zamarion, si confà soprattutto alla stolidità di popoli barbari svezzati ma non ancora giunti alla piena maturità della civiltà.» Ma non credo ci arriverebbe. Potrebbe prenderla sul serio. Solo certo umorismo di superiore caratura, tipicamente conservatore, sa scherzare su certe cose. E Schiappi invece è socialista: è qui che volevo arrivare, naturalmente.

VITTORIO FELTRI 02/01/2014 E’ vero che non gli è mai mancata una vena di quell’infantilismo politico italiano, comune ad ambedue le sponde, sempre indeciso tra disfattismo e rivoluzione, a seconda dello stato d’animo. Certo però che Vittorio ha chiuso il 2013 proprio col fiatone, regalando ai suoi fans un articolo di lunare pessimismo. Forse era depresso, o forse sarà stato l’effetto di commentare un sondaggio di Ilvo Diamanti uscito su “La Repubblica”; fatto sta che gli è venuto fuori dalla penna un pezzo dalla verve scalfariana: piattissimi periodi incolonnati burocraticamente – e con una certa maligna voluttà – uno dietro l’altro, come se fossero in attesa di arrivare allo sportello, espressione di una senilità amara, ormai ostile – per partito preso – ad ogni umana illusione. Dal sondaggio in questione sembra che gli italiani non credano più a niente, o quasi. Alla politica soprattutto: «All’ultimo posto della graduatoria», scrive Vittorio, «ci sono i partiti, di cui si fidano soltanto 5 italiani su 100. Lo sapevamo già. Ma trovarcelo scritto nero su bianco fa un certo effetto. Significa che i partiti si sono irrimediabilmente sputtanati e che difficilmente torneranno in auge. Non rappresentano il popolo.» Anche di questo – lo sputtanamento dei partiti e la voglia delle cassandre frustrate di scriverne ciclicamente l’epitaffio – sapevamo già. E ritrovarcelo scritto nero su bianco, per la miliardesima volta, fa un certo effetto, in effetti. E’ un genere di profezie consustanziale alla democrazia reale. Solo che di solito fa presa sui giovanotti.

MATTEO RENZI 03/01/2014 Anche il Rottamatore ci è arrivato: il vincolo del deficit al 3% del Pil è una bischerata, è roba «anacronistica che risale a venti anni fa». Quando appunto quasi tutti i paesi dell’Unione Europea – certo non l’Italia – avevano debiti pubblici che erano una bazzecola rispetto agli attuali, ed era giusto quindi che fossero ambiziosetti e non si indebitassero di più: ne andava della loro reputazione. Mentre adesso che si sono tutti sputtanati che senso ha che facciano gli schizzinosi? Fermo restando che gli stramaledetti parametri sono davvero un’insulsaggine dirigistica, sembra che oggi a trionfare sia la logica rivoluzionaria della nouvelle économie. Invece è una storia vecchissima. L’uomo della strada è sempre stato uno stupido o costretto ad agire da stupido: disposto ad indebitarsi se senza debiti, restio a indebitarsi ulteriormente se indebitato. Solo nell’uomo completamente rovinato brilla il genio proprio dello Stato, che fa il contrario. Da questo genio il politico di razza deve farsi guidare con dolcezza. Non si preoccupi se si sente un minchione senz’arte né parte. Il genio dello Stato lo condurrà infallibilmente là dove dovrà scegliere solamente fra due opzioni: nuove tasse o nuovi debiti. Scelga e sarà, pure lui, un politico fatto e finito.