Una settimana di “Vergognamoci per lui” (171)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CASO MORO 24/03/2014 Il caso Moro non esiste. L’assassinio di Moro ha una sua collocazione storica chiarissima, che non si limita all’Italia. Anche Francia e Germania ebbero i loro “Moro”, le vittime eccellenti tra le tante vittime dell’ondata del terrorismo rosso degli anni settanta e ottanta; personaggi certo di statura inferiore a quella del politico italiano, ma perché minore era la portata del fenomeno terroristico. Action Directe (simbolo: stella a cinque punte) fece fuori nel 1986 George Besse, amministratore delegato della Renault; la Rote Armee Fraktion (simbolo: stella a cinque punte) rapì Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, in un agguato che costò la vita al suo autista e ai tre agenti di scorta, e lo “giustiziò” 43 giorni dopo: successe qualche mese prima del rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse (simbolo: stella a cinque punte). Tuttavia in Francia e in Germania non si è mai fatta dietrologia sui Grandi Vecchi, e questo perché in quei paesi la sinistra già allora era socialdemocratica da decenni, e quindi la distanza che la separava, non solo dalle azioni dei terroristi, ma anche dalla loro visione della storia era così netta da non provocare sensi di colpa. A tutt’oggi in Italia, invece, c’è una grossa parte del popolo di sinistra che vive ancora nel mito: quello della democrazia «incompiuta», della Resistenza tradita, dell’Italia in attesa della vera «liberazione» dal fascismo eterno e dal partito del malaffare. In questo le Brigate Rosse non differivano né dal Pci né dalla sinistra legalitaria e «resistenziale» dei nostri giorni. Questa propaganda aggressiva e pluridecennale servì al Pci per allargare il suo potere reale nel paese e per irretire la Dc. Al momento di raccogliere i frutti del lungo assedio, si accorse che con questo veleno tra le pareti di casa aveva allevate orde di giovanotti che al mito credevano con tutto il cuore, che in tutta coerenza avevano cominciata la lotta di liberazione armata, e che al grande patto col nemico alle corde guardavano come a un sacrilegio. Per il Pci abbracciare e capitanare il partito della fermezza con tanta durezza dopo il rapimento divenne il modo di rimediare al disastro e per raggiungere per altre vie lo scopo prefissato. A tutt’oggi questa storia vera non è ancora stata digerita dalla nostra sinistra, che in tutti gli anfratti e le zone d’ombra del caso Moro cerca ancora disperatamente, compulsivamente, quasi per una necessità biologica, la traccia miracolosa del grande complotto contro i valorosi comunisti, i soli veri democratici di quegli anni. E’ questo, naturalmente, il vero e ultra-patetico «caso Moro».

GUIDO CROSETTO 25/03/2014 Fino a due anni fa il Fratellone d’Italia era uno dei falchi dell’area liberale, liberista e libertaria dei berlusconiani. Quando le finanze e l’economia caddero nelle mani di Tremonti il colbertista, Guido ebbe dei gran brutti presentimenti. Giustificatissimi: lo spocchioso Tremonti si stimò degno di diventare il Richelieu, il Mazarino e per l’appunto il Colbert di Berlusconi. A Guido allora e per lungo tempo toccò soffrire le pene dell’inferno. Le sue uscite inconsulte erano figlie di questo dolore, e infatti Silvio non gli portò mai rancore. Cominciai a sospettare però che il calvario ne avesse intaccato la solidissima costituzione quando alla fine del 2012 fondò “Fratelli d’Italia” insieme ai supercolbertisti La Russa e Meloni, che con lui non avevano un’idea in comune, a parte un lodevole anticomunismo. Ma ancora un anno fa, nel giorno della morte di Margaret Thatcher, Guido lodava il coraggio della Lady di Ferro e rimpiangeva amaramente l’assenza in Italia di una «destra modello inglese». Oggi il Fratellone è impazzito. Non c’è alcun dubbio. Si scaglia a testa bassa contro l’attuale sistema tradizionale dei partiti, italiano e europeo, si fa paladino dell’Europa dei popoli, denuncia «le grandi lobby e i potenti funzionari», critica «le aperture così veloci del WTO alla Cina» neanche si fosse bevuto tutta l’opera filosofica tremontiana, e s’illumina finalmente quando trova una leader che non si dimostra capace, come nel caso di Grillo, solo «di fotografare una rabbia» senza indicare una via, ma quella strada, invece, quell’idea di futuro la indica, eccome: Marine Le Pen, campionessa dello statalismo di destra. «Grazie alla forza della Le Pen» e «grazie al popolo francese» lo schema si è rotto, scrive Guido entusiasta su “L’Huffington Post”. Sarà anche lo zelo del neo-convertito, ma fa piacere sentire l’omone così pimpante e speranzoso.

GIORGIA 26/03/2014 Giorgia canta nuda contro la violenza sulle donne. «C’è tutto questo e molto di più nel video di Giorgia “Non mi ami”», così assicura D.Repubblica.it. Sarà. Però l’idea non mi sembra molto originale. Di femmine che si spogliano per la salvezza del pianeta; e della flora; e della fauna; e degli animali da pelliccia; e contro la crisi economica; e l’austerità; e contro il cancro; e chissà quali altri malattie; e contro gli autocrati; e l’oscurantismo; e per la democrazia; e contro vescovi; ed arcivescovi; e contro il consumo di carne; e contro la FIFA; di tutto questo esercito di donne nude ne abbiamo fin sopra i capelli. E se provassero a smuovere le nostre coscienze col burqa? Ecco che finalmente anche quel costume da spaventapasseri potrebbe trovare una sua utilità sociale; e il burqa potrebbe diventare la divisa delle suffragette del ventunesimo secolo; e un prezioso prodotto di nicchia per il settore moda; e “burqare” – “indossare il burqa in segno di protesta” – diventare un neologismo di successo. Eh sarebbe bello! Eccitante! Invece no: tutte nude!

CLEMENTE MASTELLA 27/03/2014 Silvio Berlusconi ha nominati i 30 membri del Comitato di Presidenza di Forza Italia. Quelli effettivi. Perché tale Comitato sarà affiancato, aiutato, e certo infastidito da un Comitato 2 formato da una quarantina di italoforzuti trombati nella corsa al Comitato 1, che il magnanimo Silvio non ha voluto lasciare completamente a mani vuote. Tra questi membri di serie B, però, vi è un’illustre personalità che non è italoforzuta né risulta trombata: l’onorevole Clemente Mastella. “Onorevole” non è scritto a caso: l’onorevole, l’uomo e il politico sono ormai le tre persone di una trinità mastelliana che nessun eretico potrà mai dividere, giusto premio alla formidabile inossidabilità dell’orgoglio di Ceppaloni. Da fedele elettore italoforzuto non ho nessuna prevenzione contro l’Onorevole; mi piace anzi che il nuovo corso del partito abbia un’impronta così rivoluzionaria, e non si adegui al conformismo delle rottamazioni; e in più, confesso, il pacioso Clemente non mi è affatto antipatico, specie in questi tempi di esaltati e disperati. E poi in lui la sapienza democristiana – finissima finché si limita alle sfumature e alle tattichette, disastrosa quando ha ambizioni strategiche – è arrivata al massimo grado. Intervistato da “La Stampa” con una sola delle sue risposte è riuscito a: 1) Proclamare umilmente la sua lealtà verso Berlusconi («Intendo che, siccome Berlusconi è in difficoltà, tutti devono fare dei sacrifici e seguire le sue indicazioni.»); 2) Ricordare a tutti quella preziosa filosofia democristiana-ceppalonese, piena di concretezza, che egli porta in dote ai giovanotti di Forza Italia («Tutti noi dobbiamo pensare che, come si dice dalle mie parti, chi è nato tondo non può farsi quadrato. Forza Italia è un partito nato così e non lo si cambia.»); 3) Mostrare la schiena diritta di fronte al capo per mettere a tacere i maligni («Stiamo attenti a non ridurlo come si è ridotto il Milan»). Insomma, un capolavoro. E allora, perché si dovrebbe vergognare? E che ne so? Si vergogni lo stesso!

FEDERICA GUIDI 28/03/2014 «Credo che in Italia sia mancata fino ad oggi una politica industriale e quello che voglio fare è una task force, con economisti e politologi, per lavorare sulla falsariga dell’Industrial Compact europeo per crearne uno italiano». E’ tutta aria tremendamente fritta, naturalmente, ma in bocca ad un Ministro dello Sviluppo Economico sta benissimo. I quartier generali, i gabinetti, e i grandi piani sono passioni irresistibili nell’uomo politico che riceve i gradi di ministro, specie se novellino. Ci si dovrebbe piuttosto stupire che ad indulgere in sciocchezze di questa fatta sia un’imprenditrice, se non fosse che la quarantacinquenne Federica Guidi è già stata presidente dei Giovani imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente degli Imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente e poi presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, e infine vicepresidente di Confindustria. Solo un essere dotato di una resistenza sovrumana avrebbe potuto uscire da una tale prova parlando ancora la lingua natia.

Referendum Veneto Libero: gli strani numeri continuano

Ad un esame un po’ più attento i numeri del referendum online sull’Indipendenza del Veneto destano nuove perplessità. Durante ciascuno dei sei giorni della votazione il sito Plebiscito.eu aggiornava i dati alle 11.00, alle 18.00 e alle 22.00. Le votazioni si sono chiuse alle 18.00 di venerdì 21 marzo, per cui, ovviamente, non c’è il dato delle 22.00 di quel giorno. Manca inoltre – almeno io non l’ho trovato – il dato relativo alle 22.00 del 19 marzo.

Questo è il riepilogo dei dati disponibili alla fine di ogni giornata di voto:

16 marzo ore 22.00 – voti 492.256

17 marzo ore 22.00 – voti 748.503

18 marzo ore 22.00 – voti 1.062.123

19 marzo ore 18.00 – voti 1.307.334

20 marzo ore 22.00 – voti 1.878.071

21 marzo ore 18.00 – voti 2.360.235 (pari a circa il 63% del corpo elettorale)

Questo invece è il riepilogo dei voti espressi per ogni singola giornata. Non essendo a disposizione il dato delle 22.00 del 19 marzo ho aggiunto 100.000 voti tondi ai 1.307.334 delle ore 18.00 (portandoli quindi a 1.407.334), in quanto il giorno precedente dalle 18.00 alle 22.00 avevano votato, secondo Plebiscito.eu, circa 100.000 persone. Questo dunque è il riepilogo:

16 marzo – voti 492.256

17 marzo – voti 256.247

18 marzo – voti 313.620

19 marzo – voti 345.211

20 marzo – voti 470.737

21 marzo – voti 482.164

per un totale, appunto, di 2.360.235 voti.

Quello che colpisce in questi dati è come il voto si sia distribuito armoniosamente durante i sei giorni del referendum. Solo il secondo giorno vi è un quasi dimezzamento rispetto al primo, ma poi vi è una progressione lenta e costante. Un referendum che dura quasi una settimana è una novità. Tuttavia possiamo sempre ipotizzarne la fenomenologia caratteristica. Che, a mio avviso, può presentare due variabili fondamentali: 1) Voto massiccio nelle primissime giornate, e poi progressivo svuotamento del bacino dell’elettorato propenso a votare, con voti al contagocce nelle ultime giornate; 2) L’esatto contrario, con lo stesso elettorato che se la prende calma e poi concentra il voto negli ultimi due-tre giorni. In ambedue i casi lo svuotamento avrebbe qualcosa di naturale. Questo voto indipendentista veneto ha invece una dinamica tale da conservare necessariamente una forza inerziale di centinaia di migliaia di voti. Se davvero i voti sono stati quelli comunicati dai promotori del referendum, cosa sarebbe successo se si fosse votato fino a domenica? Avremmo avuto più di tre milioni di voti?

Ancora. Il sito Plebiscito.eu ha comunicato nei primi due giorni di votazione i dati relativi alle province, per poi smettere di botto. Il primo comunicato è stato fatto al traguardo dei 430.000. Questo il riepilogo:

Vicenza – voti 121.700

Treviso – voti 118.300

Padova – voti 105.300

Venezia – voti (+ di 50.000) [così è scritto, NdZ]

Verona – voti 27.800

Belluno – voti 3.300

Rovigo – voti 3.100

Considerazioni: 430.000 sono il 18,2% dei voti finali espressi. Facendo una proiezione sul voto finale, mantenendo fisse le percentuali di voto attribuite alle singole province, la provincia di Vicenza arriverebbe a 669.000 voti, quella di Treviso a 650.000, cifre superiori o pari al 100% del corpo elettorale.

Il secondo comunicato è stato fatto al traguardo dei 700.000 voti. Questo il riepilogo:

Vicenza – voti 182.000

Treviso – voti 179.000

Padova – voti 166.000

Venezia – voti 143.000

Verona – voti 92.000

Belluno – voti 28.000

Rovigo – voti 29.000

Considerazioni: la somma dei voti delle province dà 819.000, non 700.000. (Alla fine della giornata di votazione sarebbero risultati 748.503). A tutt’oggi l’errore non è stato corretto. Nessuno, d’altra parte, sembra se ne sia accorto. Facendo le proiezioni sopramenzionate (calcolate su 819.000) i voti previsti per le province di Vicenza e Treviso arriverebbero a circa l’80% del corpo elettorale. Rispetto al primo comunicato i voti delle province di Vicenza e Treviso sono aumentati del 50%, quelli di Padova del 60%, misteriosamente triplicati invece quelli di Venezia e Verona, e addirittura quasi decuplicati quelli di Belluno e Rovigo.

Ulteriori considerazioni: poniamo pure, volendo essere generosi, che di quei 2.100.000 che hanno votato per l’indipendenza, solo 500.000 si siano materialmente collegati col sito Plebiscito.eu (a chi ha telefonato bastava il numero telefonico – un solo numero? – indicato nel sito e quello del codice personale; c’è chi è andato al seggio per la registrazione e il voto; c’è chi ha eseguito l’operazione per tutta la famiglia, o per un gruppo di amici ecc.): se solo uno su cento di questi 500.000 avesse voluto esprimere un commento, un augurio, un «Forsa Veneto!», un «Forsa Leon!», un «gavemo vinto!» il sito in questi giorni avrebbe dovuto essere invaso da 5.000 commenti. Non li ho contati, ma in tutto sono sicuramente meno di un decimo di questa cifra.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (170)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 17/03/2014 Qualcuno avrà pensato alle magagne dell’età. Io invece ho pensato che quello apparso domenica sulle pagine di Repubblica fosse un articolo degno di un Eugenio tornato al massimo della forma. Oggetto delle sue meditazioni: «il riformismo radicale» del compianto Berlinguer. Per comprovare l’esistenza di questo ircocervo politico berlingueriano Eugenio ha citato alcune folgoranti e lungimiranti risposte del compianto tratte da un’intervista concessa al fondatore di Repubblica – insieme, due auguste colonne dell’Italia democratica e resistente – nell’anno di grazia 1980. Diceva il compianto: «Lenin ha identificato il partito con lo Stato; noi rifiutiamo totalmente questa tesi. Lenin ha sempre sostenuto che la dittatura del proletariato è una fase necessaria del percorso rivoluzionario; noi respingiamo questa tesi che da lungo tempo non è la nostra. Lenin ha sostenuto che la rivoluzione ha due fasi nettamente separate: una fase democratico-borghese e successivamente una fase socialista. Per noi invece la democrazia è una fase di conquiste che la classe operaia difende ed estende, quindi un valore irreversibile e universale che va garantito nel costruire una società socialista.» Chiosava allora il fondatore: «Mi pare che voi rifiutate tutto di Lenin.» Correggeva l’illuminato compianto: «No. Lenin scoprì la necessità delle alleanze della classe operaia e noi siamo pienamente d’accordo su questo punto. Infine Lenin non si è affidato ad una naturale evoluzione riformista ed anche su questo noi siamo d’accordo.» Questo dialogo fra dinosauri sulle sorti magnifiche e progressive di un «riformismo radicale», che genialmente, però, non si affidava «ad una naturale evoluzione riformista», aveva luogo in Italia, post-fascista da 37 anni, appena due anni prima di quel 1982 che vide i socialisti schiettamente socialdemocratici di Felipe González andare al potere in una Spagna post-franchista da 7. E tuttavia anche in Italia le cose avrebbero potuto risolversi magnificamente, se non fosse stato per un «miserabile» che cercava fanaticamente «di bloccare l’evoluzione democratica del Pci.» Il brigante era Bettino Craxi. Lo sprezzante giudizio invece veniva dalla bocca di Ugo La Malfa, che si sfogò confidenzialmente con Eugenio. Lo dice Eugenio, naturalmente. E può anche essere vero. In effetti il suo amico Ugo era piuttosto anzianotto a quel tempo.

MICHAEL KIRBY 18/03/2014 Con qualche decennio di ritardo rispetto ai comuni mortali, anche all’ONU si sono accorti che in Corea del Nord succedono cose strane e mostruose. Il presidente dell’apposita Commissione d’inchiesta sui diritti umani nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, Michael Kirby, ha finalmente dichiarato, papale papale, che i crimini commessi dal regime nord-coreano sono paragonabili a quelli dei nazisti, del regime dell’apartheid e dei Khmer Rossi. Si sente davvero che l’ora è scoccata. Anche se mettere sullo stesso piano le malefatte del regime segregazionista sudafricano e i genocidi su scala industriale dei nazisti del Terzo Reich o dei Khmer Rossi fa sorridere. E però fa molto liberal. In ogni caso sono regimi morti e sepolti. Questo era l’essenziale. Perché parlare all’ingrosso e apertamente di «crimini comunisti», invece, avrebbe voluto dire stuzzicare una bestia ancora non del tutto spacciata. Ma vedrete che una volta morta e sepolta l’ONU saprà riscattarsi e con essa si mostrerà i-ne-so-ra-bi-le.

MAURIZIO MARTINA 19/03/2014 Il nuovo ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali si chiama Maurizio Martina. Del suo nome mi ero già dimenticato. Per quale serio motivo avrei poi dovuto ricordarlo? Tutti i ministri che l’hanno preceduto, che fossero di destra, di sinistra o di centro, di sesso maschile o femminile, del sud o del nord, tutti hanno parlato all’unisono, come un libro, o per meglio dire, come un decalogo stampato: eccellenza, qualità, marchi Dop, e soprattutto – soprattutto – strada sbarrata agli Ogm. Anche il nuovo ministro, dopo profonde meditazioni e approfonditi studi, è convinto «che il modello agricolo italiano non abbia bisogno di Ogm: l’investimento sulla qualità ci consente di rafforzare un modello agricolo che evita di utilizzarli.» Questa convinzione è un postulato che ormai abbiamo tutti imparato a memoria: a noi non servono! Non servono e basta! E però io un quadrettino d’Italia, magari di nascosto, in nome della ragion di stato, e con l’aiuto dei servizi deviati, lo destinerei alle coltivazioni Ogm, giusto per prudenza, giusto per non dover sentirsi dire un giorno, da una nuova serie di ministri benpensanti, che abbiamo perso vent’anni, che siamo un paese retrogrado e magari clerico-fascista.

KYLIE MINOGUE 20/03/2014 Il nuovo video della “cantante, compositrice, attrice, stilista e produttrice discografica australiana” (Wikipedia dixit) è super hot, e nessuno, scommetto, l’avrebbe mai potuto immaginare. Nonostante gli ormai quarantasei anni, infatti, Kylie ha voluto rispondere in grande stile alle sfide lanciatele dalle varie Beyoncé, Rihanna, Lady Gaga e via sculettando. La musica di “Sexercize” non si discosta da quella delle altre gattine: un miagolio ossessionatamente ripetitivo, meccanico, tribale, tipo disco rotto che si incanta, come si diceva una volta, ai tempi del vinile. Ma adesso, chissà perché, regna la perversione e l’effetto piace, specie se occupa il pezzo dall’inizio alla fine. Anche in questo sexy video musicale sarete colpiti dai volti serissimi della star e delle sue compagne di contorsioni, inarcamenti, toccamenti e ammiccamenti: in questo smaccato esibizionismo sono così comprese di sé, così sussiegose, che l’esito delle loro fatiche risulta straordinariamente comico. Almeno a chi abbia ancora conservato un sano senso del ridicolo.

CORRADO AUGIAS 21/03/2014 Questa storia del Cavaliere che non può più essere Cavaliere ci fa veramente rotolare dal ridere. Anche il frigidissimo Corrado Augias – che pure quando ridacchia o sorride emana quel qualcosa di indefinibile e poco naturale che fa piangere infallibilmente ogni bambino innocente – anche il gelido Corrado, dicevamo, ha voluto ribadirlo: «Berlusconi è un interdetto e un condannato quindi non può tenersi il titolo di Cavaliere». Cavaliere starebbe per «cavaliere del lavoro», onorificenza che non ha mai fatto entrare nessuno nella leggenda. Anzi, si può dire che a un onesto «cavaliere del lavoro» in quanto tale la via della fama imperitura sembra preclusa per natura. All’aspirante Cavaliere della Valle Solitaria o dalla Triste Figura occorre invece un alone; tenebroso, luminoso, eroico, tragico o tragicomico che sia; e una vena di megalomania. Anche un filibustiere può aspirare al Cavalierato nel senso più cavalleresco e romanzesco e vero del termine; un «cavaliere del lavoro», mai. Il Cavaliere, cioè Silvio, queste malattie le ha proprio tutte, non c’è alcun dubbio. I suoi seguaci infatti non ne hanno mai dubitato. I detrattori, pure. E allora perché adesso hanno cambiato idea?

Gli strani numeri del referendum sul Veneto indipendente

Alcune semplici considerazioni fanno capire come le cifre diffuse dai promotori del “referendum” online sull’indipendenza del Veneto pongano serissimi dubbi.

Il corpo elettorale veneto, tolti i minori e la popolazione straniera residente, è di circa 3.700.000 individui. Per votare a questo referendum, attraverso internet, col telefono o recandosi ai seggi, bisognava possedere un codice numerico personale, che avrebbe dovuto essere contenuto in una lettera spedita per posta o consegnata a domicilio a questi 3.700.000 elettori. Al sottoscritto non è arrivato nulla, pur vivendo in provincia di Treviso, fulcro dell’organizzazione indipendentista.

La stessa organizzazione non risulta né capillare né omogenea. I seggi sparsi sul territorio veneto elencati sul sito dei promotori sono circa 120, il che significa un seggio – un locale o un gazebo – ogni 30.000 elettori circa, che già non è un gran risultato. Però il 70% di questi seggi risultano dislocati nelle province di Treviso e Padova, e spesso concentrati in alcuni comuni, e non sempre i più grandi. Il resto del 30% dei seggi se lo dividono le altre 5 province: a Vicenza una ventina, a Verona ce ne sono 6, a Venezia 5, a Belluno 3, a Rovigo solo 1. Di fatto, fuori dell’area vicentina-trevigiana-padovana l’organizzazione sembra assente.

E’ plausibile che solo una parte, forse minoritaria, del corpo elettorale abbia ricevuto la lettera col codice. Ciò comporta che per moltissimi votanti sarebbe stato necessario generare il codice mediante registrazione sul sito del comitato promotore. Registrazione piuttosto laboriosa: dati personali, documento d’identità, password, e-mail di conferma. E in ogni caso anche chi aveva il codice avrebbe dovuto poi attivarlo. Qualcuno dirà che è una sciocchezza, ma nel mondo reale dei grandi numeri la gente va in crisi anche per molto meno.

Possiamo poi scalare in via prudenziale dai 3.700.000 elettori complessivi un 15% almeno di astensionisti fisiologici o patologici, più un altro 10% di elettori che non hanno accesso a internet e che non hanno ricevuto la famosa lettera, i quali ultimi per votare avrebbero dovuto recarsi ai pochi seggi (rintracciabili solo sul sito web) o chiamare un apposito numero telefonico (che però si trova solo sul sito web) per chiedere l’aiuto di un operatore (per fare cosa?), o andare a rompere le scatole a conoscenti di presunta fede indipendentista. Tolto questo 25%, il corpo elettorale si riduce a circa 2.800.000 persone.

Possiamo inoltre calcolare, sempre in via prudenziale, su questo resto di 2.800.000 persone un 40% di elettori di centrosinistra, di sinistra (compresa una parte dei grillini) e di un nocciolo duro della destra vera e propria che, ancorché non ostili per principio a forme di autonomia, sono però sicuramente ostili a progetti indipendentisti. Il che riduce l’elettorato potenziale massimo indipendentista a circa 1.700.000.

Risultato massimo che sarebbe raggiunto a patto che tutti questi elettori, indipendentisti vari, leghisti, destrorsi vari, berlusconiani, centristi, grillini secessionisti e microscopici rimasugli di sinistra votassero compatti per l’indipendenza. Molti dopo avere fatta la trafila della generazione del codice. Il che sembra molto, ma molto difficile.

Ciononostante secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. Sono circa 400.000 voti espressi con attivazione del codice più un numero sconosciuto ma certamente poderoso di operazioni di generazione del codice per ognuno dei sei giorni del referendum. E’ vero che molti avranno votato col telefono, o con lo smartphone, ma se erano sprovvisti di codice bisognava pure che lo generassero collegandosi al sito web. Il che suggerisce che il sito, che non si è mai bloccato, avrebbe dovuto avere, presumibilmente, un numero di contatti giornalieri a sei zeri. E tuttavia sulla sezione “news” del sito gli utenti in linea in questi risultavano in media sui 200-400, anche se non è chiaro se si riferissero al sito nel suo complesso.

I sì all’indipendenza sono stati 2.100.000, ben superiori ai fatidici due milioni necessari a «proclamare l’indipendenza», e 250.000 no. I 2.200.000 voti per il sì corrispondono al 57% dell’intero corpo elettorale veneto. Anche se il confronto non è del tutto pertinente, in una normale tornata elettorale con un tasso di astensione del 20%, corrisponderebbero a circa il 70% dei votanti. Sono numeri stratosferici.

Però a Treviso in piazza a festeggiare la proclamazione d’indipendenza c’era solo qualche centinaio di persone. Fatto significativo, ma non conclusivo: la storia non ha sempre bisogno di grandi palcoscenici. Rimane sempre possibile un’altra spiegazione: che cioè, una volta ammesso il sorprendente tasso di familiarità dei veneti con le nuove tecnologie, i figli della Serenissima di tutte le tendenze politiche abbiano voluto mandare un avvertimento e gridare il loro malcontento, senza per questo sposare tutti quanti sul serio le tesi indipendentistiche. Ci crediamo? Onestamente no.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Rispetto a quanto pubblicato su Giornalettismo ho corretto alcuni numeri. Avevo indicato in 2.450.00 il numero dei votanti, invece di 2.350.000, e in 2.200.000 il numero di Sì, invece di 2.100.000. In 60% e 75% le percentuali citate successivamente, invece di 57% e 70%. In sostanza, però, non cambia nulla.

P.S. 2 La mia prima impressione è quella delle adunate di piazza politiche e sindacali, quando gli organizzatori dicono 10 e la questura dice 1. Tuttavia quell’1, date le modalità del voto, il silenzio dei media, le deficienze inevitabili dell’organizzazione, non sarebbe stato affatto male. Anzi, sarebbe stato un risultato eccellente da spendere nella scena politica locale e anche in quella nazionale. La mia seconda impressione è perciò che gli organizzatori si siano impiccati all’idea della “proclamazione dell’Indipendenza” e all’idea di quei due milioni. La mia terza impressione è che l’abbiano fatto per l’italianissimo velleitarismo che contraddistingue la politica anche nel Veneto, fatta di particolarismo, suscettibilità, e piccole ambizioni.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (169)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHELE ANZALDI 10/03/2014 Scandalizzato dall’imitazione di Virginia Raffaele della ministra Boschi a “Ballarò”, l’onorevole democratico nonché giornalista Michele Anzaldi ha preso carta e penna e ha scritto alla presidentessa della RAI Anna Maria Tarantola una lettera toccante e preoccupata: «Mi permetto di chiederle», si può leggere fra l’altro nella supplica redatta nello stile contegnoso delle cancellerie municipali «se condivide l’imitazione e se ritiene opportuno che un ministro giovane che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante. È questa l’immagine che il servizio pubblico della RAI, e RAI3 in particolare, vuole dare alla vigilia dell’otto marzo?» Ma come può quest’uomo – Anzaldi, dico – pensare che a una donna – e parlo proprio del gender festeggiato l’otto marzo – possa dispiacere di essere ritratta come un’avvenente maliarda in un modo così smaccatamente caricaturale e scherzoso da essere privo anche della più microscopica puntina di veleno? La ministra Boschi, da femmina niente affatto turbata, dell’imitazione ha ritenuto infatti la sola cosa essenziale: «Caspiterina!» ha pensato, «Allora è proprio vero! Sono un irresistibile pezzo di figliola!» E con quale segreto, ineffabile piacere ha poi nascosto le gioie della vanità dietro il paravento della cordiale, amichevolissima accettazione della carinissima ironia di quell’imitatrice così straordinaria che tanto, ma proprio tanto le piace! Scommetto che alla Virginia ha mandato pure un bigliettino di ringraziamento, non senza una perfida allusione a «quel cretino».

LE QUOTE ROSA 11/03/2014 Non seguo molto le fantasmagoriche novità della cultura di genere, anche perché star dietro disciplinatamente a tali lambiccate assurdità sta diventando più faticoso di mandare a memoria il calendario repubblicano della rivoluzione francese, coi suoi frimaio, germinale, pratile, fruttidoro, le decadi, e i giorni sanculottidi, però mi sembra che nelle lande civilizzate che ci dovrebbero far da modello il rosa sia stato da tempo messo in castigo: «pink stinks», dicono laggiù dove se ne intendono; il rosa puzza, il rosa imprigiona la donna, il rosa è uno stigma. Adesso che la Camera ha detto no alle quote rosa in lista, sono sicuro che per dispetto il mondo progressista vorrà immediatamente aggiornare il proprio vocabolario: tempo due settimane e «quote rosa» diverrà ufficialmente un’espressione sessista; solo «parità di genere» sarà tollerata. Fin quando non si sa. Comunque ci sarà da divertirsi.

GIORGIA MELONI 12/03/2014 Giorgia è stata appena eletta presidentessa di “Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale”, la nuova versione dei vecchi fratelli. Il nuovo corso meloniano del partito però sa alquanto di muffa: «Italia fuori dall’Euro!», «sovranità monetaria!», questi gli slogan che hanno accompagnato il trionfo di Giorgia. Quando sento parlare i fautori della sovranità monetaria, quasi quasi, con mio orrore, mi riconcilio coi burocrati di Bruxelles. Come questi ultimi, infatti, o come i Greenspan e i Bernanke, anche i sovranisti monetari hanno una sterminata fiducia nei poteri taumaturgici della moneta, o per meglio dire della manipolazione della moneta da parte dello Stato con la “s” supermaiuscola, ma almeno quelli son uomini di mondo e ai disastri sanno condurci con gradualità ed un certo elegante understatement. I sovranisti invece sono già pronti per il kirchnerismo puro e duro o forse per le sorti magnifiche e progressive della Modern Monetary Theory.

BERNARD-HENRY LÉVY 13/03/2014 Fossi ucraino non sarei tanto tranquillo. L’uomo in bianco e nero un mesetto fa ha fatto tappa a Kiev. In piazza Maidan, davanti a cinquanta, settanta o ottantamila persone – perfino le cronache sono rimaste abbacinate dall’alone di grandezza di quest’uomo – BHL pronunciò parole immortali: «Sono francese, sono europeo e oggi sono ucraino.» Benché sbeffeggiato spesso anche in patria, BHL rappresenta bene la spocchia disinvolta e volubile della Francia. Ai tempi della guerra in Irak, in perfetta armonia con la linea frondista anti-occidentale del ministro degli esteri De Villepin, Lévy denunciò «l’idea messianica [americana] di una democrazia paracadutata con i chewing-gum». In realtà l’idea messianica dell’esportazione della democrazia è figlia autentica e vezzeggiatissima dell’esprit républicain. Col comunismo kaputt e dopo che la clava vagante di Bush aveva in qualche modo abbassata la cresta al terrorismo islamico, dopo che i rischi, insomma, per l’Occidente sembravano svaporati, al bel mondo laico-liberal-progressista per lunghi decenni pacifista non parve vero di poter farsi bello sposando qualsiasi progetto di democrazia esportata, anche il più strampalato. Non c’è stato paese più intransigente della Francia nel sostenere la causa delle primavere arabe, ed ora di quella ucraina. A livello simbolico tutto cominciò con il famoso sbarco a Bengasi di BHL in segno di solidarietà con la lotta degli eroici ribelli cirenaici contro l’oppressore di Tripoli: era l’inizio della caccia grossa a Gheddafi. Oggi, a distanza di qualche anno, siamo quasi allo stesso punto: la tensione fra le milizie del governo centrale e quelle dei federalisti-secessionisti di Bengasi è altissima; il primo ministro Ali Zeidan è fuggito da Tripoli per ricomparire in Germania; di fatto buona parte della Cirenaica è indipendente e controllata da milizie filo Al Qaeda. A completare il quadro manca solo il nostro Bernard-Henry Lévy, troppo impegnato, crediamo, nel preparare, e sognare, la primavera russa

PIERO PELÙ 14/03/2014 Il rocker toscano è incavolato nero con “TV Sorrisi e Canzoni”, che lo ha messo in copertina insieme agli altri coach del talent “The Voice of Italy 2”. I quattro – Piero, Noemi, J-Ax & Raffaella Carrà – sono stati immortalati nell’atto di urlare a squarciagola (o meglio, avrebbero dovuto tutti essere immortalati, visto che Raffaella mostra invece il sorriso di circostanza di chi non ha capito un bel nulla) e bisogna ammettere che sembrano proprio quattro deficienti. Piero in particolare mi ha subito ricordato un settantenne Osvaldo ebbro di felicità dopo aver segnato un gol durante una partita di vecchissime glorie. Però pensavo che un rocker se ne sarebbe sbattuto altamente di questi assilli da effeminati. Invece ha fatto anche di peggio. Per mascherarle, a queste vergognose debolezze ha voluto dare un nobile contenuto politico prendendosela con una redazione «che si preoccupa di far venire bene in foto solo il suo padrone».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (168)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CARLO PONTECORVO 03/03/2014 Dopo un lustro di tira e molla Luca Cordero di Montezemolo dice definitivamente addio alla sua creatura, Italia Futura. Nessuno ha mai capito in realtà cosa sia stata fin qui Italia Futura. Forse «un incubatore di competenze», per dirla con un altro formidabile cavaliere dell’aria fritta, Corrado Passera, fresco fondatore di Italia Unica. Per fortuna il nuovo presidente di Italia Futura, Carlo Pontecorvo, ha le idee chiarissime: «È finito il tempo dei pensatoi», dice, «la politica attiva è l’unica via per avere riforme. Gli eventi di questo ultimo anno ci raccontano un Paese immobile, inchiodato, piegato anche dalla crisi ma soprattutto dall’assenza di scelte forti e di cambiamenti radicali di prospettiva. Abbiamo votato esattamente un anno fa e siamo al punto di prima. (..) Cambiamo rotta, ma cambia anche il pubblico di riferimento, pensando a un possibile futuro elettorato. Rivediamo la lista delle priorità e guardiamo al sociale, all’associazionismo, ai territori ignorati». Prima osservazione: per capire che il tempo dei pensatoi è finito ci hanno messo cinque anni. Seconda osservazione: le “scelte forti” erano un pezzo forte della retorica prodiana di qualche annetto fa. Terza osservazione: il “possibile futuro elettorato” contraddice la risolutezza dei cambiamenti di rotta. Quarta osservazione: lo sguardo rivolto ai “territori ignorati” farà morire d’invidia il poeta Nichi Vendola. Quinta e ultima osservazione: lo stile è quello tranchant che di norma annunzia un bel buco nell’acqua.

ALAN FRIEDMAN & GIULIANO AMATO 04/03/2014 Ci sono anche dei vantaggi a non essere più un giovanotto. Per esempio, avendo la memoria tenace, si può scegliere di non farsi infinocchiare dalla Grande Leggenda Postuma sulla formazione del debito pubblico negli anni ottanta. L’ultima versione ce la offre Alan Friedman, l’autore di “Ammazziamo il gattopardo”, clava mediatica con cui il Corrierone cerca di replicare i fasti del pessimo “La Casta”. Dice Alan, in un icialianou non perfeciou ma ormai piuciostou scorevoulei: «Amato mi ha detto che il debito pubblico è cresciuto in modo vertiginoso in parte per la prassi del suo partito e di altri partiti di combattere il Pci alle urne usando la spesa pubblica. Cioè, la regola, mi ha spiegato Amato, era questa: qualunque spesa pubblica il Pci avesse offerto, o promesso, i democristiani e i socialisti avrebbero offerto uno in più, cioè una lira in più.» Ciò è impossibile, per il semplice fatto che in quegli anni il Pci non aveva nessuna speranza di battere il Pentapartito alle urne, senza contare che con la Guerra Fredda non ancora finita il massimo che il Pci potesse sperare era di venire ufficialmente cooptato al governo. Dico “ufficialmente”, perché in realtà negli anni del “consociativismo” il Pci partecipava attivamente e alla luce del sole alle decisioni concernenti la spesa pubblica. Va detto innanzitutto che in quegli anni il debito pubblico non interessava a nessuno. Non trionfava sulle prime pagine dei giornali. La gente manco sapeva cosa fosse precisamente, sempre che ne avesse sentito parlare. Nessuno lanciava allarmi. Solo qualche sporadica e pudica dichiarazione di preoccupazione veniva ogni tanto registrata in qualche trafiletto di giornale oppure inframezzata anonimamente in mezzo a tante altre di segno diverso in più corposi articoli a pagina quindici o venti. Così andavano le cose: mente chi dice il contrario. Un flemmatico e tutto da leggere articolo di Repubblica del 1985, dal titolo eloquente di “Finanziaria, Fanfani mediatore tra pentapartito e comunisti”, illustra alla perfezione come funzionava il comune “assalto alla diligenza” allora. Eccone alcuni stralci: “Dal Senato, dove la Finanziaria sta muovendo i primi passi, vengono due segnali contrastanti. Una imprevista distensione tra maggioranza e opposizione, a spese del ministro del Tesoro e dei partiti minori dell’alleanza, che sembrano sentirsi in qualche modo scavalcati. (…) Un successo dell’opposizione comunista, una scelta che ha riscosso il gradimento di Craxi e di parte della Dc. Il più preoccupato è il titolare del Tesoro, Giovanni Goria, che ha incassato ieri quella che potrebbe presentarsi come una iniziale mezza sconfitta parlamentare. «E’ un peccato», ha detto appena gli è stata comunicata la risposta di Fanfani. Un peccato che il Parlamento «non si senta di assumersi la responsabilità di fissare un obiettivo di finanza pubblica e di mantenerlo. Dispiace che il Senato, rifiutando di determinare il massimo di disavanzo pubblico, secondo l’interesse generale e non secondo la somma d’interessi particolari, non abbia sentito il dovere e anche l’orgoglio di dare un segno di severità, in un clima che sempre più ricorda gli assalti alla diligenza, che in questo caso sono le casse dello Stato». (…) Evidente l’apprezzamento comunista (Chiaromonte ringrazia la maggioranza e «l’azione discreta e responsabile» di Fanfani; annuncia la disponibilità del Pci a ritirare emendamenti che prevedevano mille miliardi di spesa in più), imbarazzata la posizione Dc.” Quindi non è affatto vero che democristiani e socialisti “combattessero” il Pci a colpi di spesa pubblica. Cedevano, invece, per quieto vivere, alle richieste del Pci di aumentarla. Sempre a proposito di “consociativismo”, in un altro articolo di Repubblica, e sempre del 1985, vengono riassunte le condizioni del Pci per un governo di programma, anche guidato, si badi bene, dallo stesso Craxi. Fra queste si chiede di far chiarezza sui “diritti” dell’opposizione: “Ruolo dell’opposizione: il Pci chiede il pieno rispetto dei suoi diritti, a cominciare dalla Rai per finire agli istituti di Credito e agli Enti pubblici. Chiede cioè che l’apparato dello Stato non sia suddiviso e diretto esclusivamente dagli uomini dei partiti di governo.” Proprio così: un’equa spartizione nella RAI, negli Istituti di Credito, negli Enti Pubblici, negli apparati dello Stato. Papale papale. Non sembra che il quotidiano della questione morale, all’epoca, si mostrasse scandalizzato.

PIER CARLO PADOAN 05/03/2014 Il ministro dell’Economia, in un saluto inviato ad un convegno alla Camera in occasione della presentazione degli atti del Terzo Festival di Dottrina Sociale – lo so, è la prima volta che sentite parlare di questo benedetto Festival; ma vale anche per me che considero la Rerum Novarum un documento formidabile – il ministro dell’Economia, dicevo, manda finalmente qualche segnale d’ottimismo. «Sappiamo cosa fare», annuncia rassicurante il ministro. Cosa? «Adesso ci aspetta una riscossa e abbiamo l’energia per riformare il Paese: profondamente, radicalmente. Dobbiamo rimuovere le strozzature che imbrigliano la nostra società, aprire la nostra società ecc. ecc. (…) abbiamo bisogno di fare crescere l’economia, di creare occupazione, di migliorare le nostre prospettive future in modo stabile: lavorando per migliorare l’istruzione e la ricerca e per sostenere la competitività delle imprese». Il tecnico prestato alla politica fa sempre lo stesso errore: non sospettando minimamente la forza della pressione di interessi contrastanti e quasi mai nobili cui è sottoposta l’attività e la lingua del politico, al momento di scendere in campo da questa forza è completamente irretito. Cosicché in quattro e quattr’otto lo vediamo immancabilmente sproloquiare non come un politico, ma come la caricatura di un politico.

HILLARY CLINTON 06/03/2014 Ad un evento benefico in Long Beach, l’ex segretario di stato americano avrebbe paragonato Putin a Hitler. Secondo un giornale locale Hillary avrebbe detto: «Ora, se questo vi suona famigliare, è quello che Hitler fece negli anni trenta. Delle popolazioni di origine tedesca in posti come Cecoslovacchia, Romania e altri Hitler continuava a dire che non erano trattate in modo giusto. Devo andare e proteggere la mia gente, diceva, ed è questo che sta innervosendo tutti. Il presidente russo crede che la sua missione sia di ristabilire la grandezza russa. Quando guarda l’Ucraina, vede un posto che crede sia per natura parte della Madre Russia. Tutti sperano che ci sia un negoziato, ma un negoziato che rispetti l’Ucraina e che non ratifichi la rioccupazione della Crimea da parte della Russia.» Be’, per prima cosa si potrebbe dire che avere il sogno di ristabilire la grandezza del proprio paese non è che sia un crimine. Anche Cavour ce l’aveva. Dipende dai modi e dal modo di intendere questa grandezza. Per seconda cosa si potrebbe dire che il rapporto tra Russia e Ucraina è un bel po’ diverso di quello tra Germania e Cecoslovacchia o Romania o Polonia. Per terza cosa si potrebbe dire che se davvero Putin si muove con la logica di Hitler, che senso ha sperare in un negoziato? Si facciano vedere i muscoli, punto e basta! Ma, appunto, questa sarebbe una coerenza churchilliana, e Churchill, nei mitici anni trenta, nei mitici anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale, era considerato un guerrafondaio, un fuori di testa che gridava nel deserto, non solo in Germania, ma anche a casa sua. La signora Hillary è invece una campionessa del fatuo mondo liberal, che canta in coro contro il nuovo Hitler assieme alle Lady Gaga, alle Madonne, a tutto il variopinto mondo degli artisti organici di tutti i gender, che non ne ha mai indovinata una che sia una.

ANDREA AGNELLI 07/03/2014 Il presidente della Juventus ieri era a Parigi per un convegno all’Unesco sul tema “calcio e razzismo”, uno di quegli argomenti che già di per se stesso invita pericolosamente allo sproloquio politicamente corretto. Se ci aggiungete poi la suggestione esercitata fatalmente su ogni provincialotto dalla città che pensò bene di creare l’Umanità dopo che Dio aveva creato l’Uomo, allora, forse, potete comprendere perché ad Agnelli sia scappato di dire che Pogba «è un patrimonio dell’umanità e come tale va preservato». Be’, prima o dopo ci si doveva arrivare. Adesso non ci resta che attendere il primo “crimine contro l’umanità” della storia del calcio. E anche quello arriverà, eccome se arriverà.

Kissinger and I over Ukraine

Il titolo è ovviamente provocatorio: nessuna persona seria si sognerebbe mai di paragonare un uomo pur notevole come Kissinger a Zamax il Grande. Da incondizionato ammiratore di quest’ultimo sento il dovere, però, di confortarlo (non che ne abbia bisogno, s’intende) per l’isolamento in cui si trova dentro il campo conservatore-liberale riguardo alla questione ucraina. Voglio segnalare perciò questo articolo dell’ex segretario di stato americano:

http://www.washingtonpost.com/opinions/henry-kissinger-to-settle-the-ukraine-crisis-start-at-the-end/2014/03/05/46dad868-a496-11e3-8466-d34c451760b9_story.html

Vi si troveranno molte delle considerazioni espresse dal mio idolo quattro-cinque anni fa in questi post:

https://zamax.wordpress.com/2008/08/15/la-russia-e-la-crisi-dellideologia-democratica/

https://zamax.wordpress.com/2008/08/24/la-russia-e-la-crisi-dellideologia-democratica-2/

https://zamax.wordpress.com/2010/02/16/l%E2%80%99equivoco-ucraino/

E nei giorni scorsi nei suoi illuminati commenti a questo articolo di LSblog (bisogna però registrarsi per leggerli):

http://www.lsblog.it/index.php/esteri/1751-maidan-e-la-coscienza-d-europa

And you ain’t seen nothing yet…

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (167)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CORRADO PASSERA 24/02/2014 Quando ormai nessuno più ci credeva, l’ex banchiere e super-ministro del governo Monti ha lanciato quello che i giornali hanno chiamato il suo “movimento politico”. A dire il vero lui l’ha chiamato il suo “progetto politico”. Questo al momento di gettare le fondamenta di quello che dovremmo chiamare il suo “partito”, dopo anni di cincischiato lavoro attorno al “progetto”. Diciamo allora che parrebbe – parrebbe – che il dado sia stato tratto, ma che non si sa ancora se il Rubicone sia stato veramente passato. Sui contenuti l’aria è piuttosto fritta: «bisogna partire dalle cose vere, dai bisogni concreti»; in compenso, però, in piglio è risoluto: «Non è il momento di piccoli passi né di perdere ulteriore tempo». Sulla collocazione politica del nuovo partito siamo alle solite: «non sarà né a destra, né a sinistra»; in compenso, però, il “progetto” vuole parlare alla gente: «il movimento sarà radicato». Come quest’ultima cosa possa avverarsi è un grande mistero, visto che per Passera il nuovo movimento sarà «un incubatore di competenze», una di quelle stravaganze lessicali che fanno la felicità dei tecnici o dei professori prestati alla politica, ma che rendono il popolo profondamente sospettoso. La scelta del nome del partito mi risulta poi abbastanza misteriosa. Io almeno non ci arrivo. Non so a voi, ma a me di primo acchito “Italia Unica” ha fatto pensare al “Modello Unico”, e trovo il fatto ben poco lusinghiero per i cervelloni del team di Passera, non si sa dove incubati.

IL CASO DEL MONTE 25/02/2014 Come ogni inchiesta che tocca la sinistra, anche quella sul disastro del Monte dei Paschi segue il collaudatissimo schema inaugurato con Mani Pulite: una breve fiammata mediatica iniziale; poi, pian pianino, il tempo comincia a scorrere inesorabile, la discrezione si fa totale, il silenzio tombale, e il tonfo sordo sul selciato di uno che si butta dalla finestra raggela più che scuotere. Ogni tanto c’è una novità, ma è robetta. L’ultima, per quanto riguarda l’istituto senese, un nuovo filone d’inchiesta su una truffa di una cinquantina di milioni di euro, che vede indagati ex funzionari della banca e dei broker finanziari, tanto per ribadire quello che tutti avremmo ormai dovuto capire: ad affondare il Monte è stata una cricca di avventurieri capitati da chissà dove e mandati da chissà chi. Insomma, è un caso Lusi all’ennesima potenza. Ebbene, deludendo i tantissimi berlusconiani che mi seguono, voglio dire chiaro e forte che per me questa è un’inchiesta esemplare. Infatti la magistratura qui non ha fatto sociologia da quattro soldi: si è interessata solo di quanto penalmente rilevante, non ha sindacato sulle strategie della banca, legittime anche quando disastrose, non ha messo il naso sui rapporti formali e informali con politici ed istituzioni. Ed è per questo allora che noi tutti abbiamo il diritto/dovere di rispondere a questo quesito di alta rilevanza politica e morale, anche se non penale: i politici, le istituzioni, i clienti, i cittadini, le associazioni, insomma tutto il mondo che ruota da una vita attorno al Monte, come lo dobbiamo chiamare? Complice, ebete, o vittima dei compagni di Roma?

STAFFAN DE MISTURA 26/02/2014 Per quale motivo uno come lui, che durante una quarantennale carriera in giro per il mondo era riuscito a levigare perfettamente una personalità già ben disposta verso quel garbo inconcludente e soddisfatto di sé che si richiede ad un diplomatico dell’Onu, abbia accettato dal governo Letta l’incarico di inviato speciale in India per il caso dei marò è un mistero. E perché il governo Letta gliel’abbia offerto, anche questo è un bel mistero. La missione era fatta apposta per una carogna alla Sergio Marchionne. In un annetto da inviato speciale De Mistura non ha perciò cavato un ragno dal buco. Gli indiani l’hanno inquadrato subito e se la sono presa anche più comoda di prima. Che nell’arte del prender tempo con soporifera imperturbabilità gli indù siano dei campioni, adesso l’ha capito anche lui. Disperato, comincia a mettere le mani avanti: i marò, dice, sono «militari italiani, militari europei e, se dovessero essere mai un giorno giudicati vanno giudicati in Italia. Comunque sia, devono tornare in Italia. Su questo credo che questo governo, come i governi precedenti, non mollerà mai». Espressione volitiva, quest’ultima, del genere di quel mantra che ci ronza negli orecchi da almeno un quarto di secolo: «L’Italia ce la farà!».

LA RUSSIA DEI SOGNATORI 27/02/2014 I sondaggi vanno sempre presi con le molle, e sempre interpretati. Figuriamoci quelli che vengono fuori dalla Russia. Ciò detto, secondo un sondaggio condotto dal centro demoscopico indipendente Levada, anche per molti russi si stava meglio quando si stava (incommensurabilmente) peggio, cioè ai tempi dell’Urss. Al momento attuale quattro russi su dieci la pensano così; due su dieci invece approvano l’attuale stato di cose; e solo altri due su dieci tifano per la democrazia all’occidentale. No, non è che i russi siano diventati matti. Senza che lo sappiano, sono solo diventati abbastanza frivoli da frignare all’occidentale, cioè sproloquiando a bella posta sul buon tempo antico. Fatto sta che però, secondo l’istituto, il 56% dei russi preferirebbe tornare alla pianificazione statale e alla redistribuzione, e solo il 29% sarebbe favorevole all’economia di mercato. Insomma, alla figura del padrone sono tuttora affezionati, e molti lo vorrebbero assai più autorevole, autoritario, paterno e sollecito di quel liberale dello Zar Vladimir. Sono, quest’ultimi, quelli che sotto sotto sognano anche loro, e a loro modo, una bella primavera russa. Ditelo ai sognatori di casa nostra.

GIUSEPPE FIORONI & MASSIMO D’ALEMA 28/02/2014 Manca ancora molto alla fine della tragicommedia ma un primo passo è stato fatto: la direzione del Partito Democratico (Italiano), a terrificante maggioranza, neanche fosse ancora un comitato centrale (121 sì, 1 no, 2 astenuti), ha scelto di entrare nel Partito Socialista Europeo. A suo tempo per i post-comunisti la stravagante opzione “democratica” nasceva da una doppia esigenza: quella di saltare a piè pari la questione socialdemocratica; e quindi quella di acquistare una componente centrista che si ponesse a garanzia della loro moderazione e credibilità e che nel contempo aumentasse la massa critica della sinistra. Per gli ex democristiani di sinistra l’opzione “democratica” servì invece per nascondere la loro resa alla sinistra sotto il manto della resa dei post-comunisti al loro zelo missionario. Eppure c’è ancora qualche giocherellone che fa finta che non sia andata così. «Per quanto mi riguarda avendo un tempo convenuto sulla opportunità di non morire da socialdemocratici, ribadisco la speranza di vivere da democratici», ha detto il cavaliere solitario del “no” Giuseppe Fioroni. All’utile idiota ha risposto caustico Massimo D’Alema: «C’è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano. C’è poi chi non vuole morire socialista. Io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini. (…) La nostra adesione deve avere un forte impegno innovativo, dobbiamo contribuire a creare una vera forza politica europea progressista, dalla politica economica ad una svolta in politica estera europea. (…) Non è una resa, ma un grande passo avanti». Solo che a non voler morir socialista fu anche un padre di questa sinistra come il venerato Enrico Berlinguer, il quale ancora alla fine degli anni settanta proclamava: «non siamo e non diventeremo mai socialdemocratici!» Ma non lo state tradendo, il vostro santino, caro D’Alema? O forse avete finalmente capito anche voi, coi soliti trent’anni di ritardo, che il padre della velenosa questione morale, se non fu un vero e proprio babbeo, quantomeno rappresentò una vera e propria sciagura per la sinistra e per l’Italia?