Una settimana di “Vergognamoci per lui” (168)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CARLO PONTECORVO 03/03/2014 Dopo un lustro di tira e molla Luca Cordero di Montezemolo dice definitivamente addio alla sua creatura, Italia Futura. Nessuno ha mai capito in realtà cosa sia stata fin qui Italia Futura. Forse «un incubatore di competenze», per dirla con un altro formidabile cavaliere dell’aria fritta, Corrado Passera, fresco fondatore di Italia Unica. Per fortuna il nuovo presidente di Italia Futura, Carlo Pontecorvo, ha le idee chiarissime: «È finito il tempo dei pensatoi», dice, «la politica attiva è l’unica via per avere riforme. Gli eventi di questo ultimo anno ci raccontano un Paese immobile, inchiodato, piegato anche dalla crisi ma soprattutto dall’assenza di scelte forti e di cambiamenti radicali di prospettiva. Abbiamo votato esattamente un anno fa e siamo al punto di prima. (..) Cambiamo rotta, ma cambia anche il pubblico di riferimento, pensando a un possibile futuro elettorato. Rivediamo la lista delle priorità e guardiamo al sociale, all’associazionismo, ai territori ignorati». Prima osservazione: per capire che il tempo dei pensatoi è finito ci hanno messo cinque anni. Seconda osservazione: le “scelte forti” erano un pezzo forte della retorica prodiana di qualche annetto fa. Terza osservazione: il “possibile futuro elettorato” contraddice la risolutezza dei cambiamenti di rotta. Quarta osservazione: lo sguardo rivolto ai “territori ignorati” farà morire d’invidia il poeta Nichi Vendola. Quinta e ultima osservazione: lo stile è quello tranchant che di norma annunzia un bel buco nell’acqua.

ALAN FRIEDMAN & GIULIANO AMATO 04/03/2014 Ci sono anche dei vantaggi a non essere più un giovanotto. Per esempio, avendo la memoria tenace, si può scegliere di non farsi infinocchiare dalla Grande Leggenda Postuma sulla formazione del debito pubblico negli anni ottanta. L’ultima versione ce la offre Alan Friedman, l’autore di “Ammazziamo il gattopardo”, clava mediatica con cui il Corrierone cerca di replicare i fasti del pessimo “La Casta”. Dice Alan, in un icialianou non perfeciou ma ormai piuciostou scorevoulei: «Amato mi ha detto che il debito pubblico è cresciuto in modo vertiginoso in parte per la prassi del suo partito e di altri partiti di combattere il Pci alle urne usando la spesa pubblica. Cioè, la regola, mi ha spiegato Amato, era questa: qualunque spesa pubblica il Pci avesse offerto, o promesso, i democristiani e i socialisti avrebbero offerto uno in più, cioè una lira in più.» Ciò è impossibile, per il semplice fatto che in quegli anni il Pci non aveva nessuna speranza di battere il Pentapartito alle urne, senza contare che con la Guerra Fredda non ancora finita il massimo che il Pci potesse sperare era di venire ufficialmente cooptato al governo. Dico “ufficialmente”, perché in realtà negli anni del “consociativismo” il Pci partecipava attivamente e alla luce del sole alle decisioni concernenti la spesa pubblica. Va detto innanzitutto che in quegli anni il debito pubblico non interessava a nessuno. Non trionfava sulle prime pagine dei giornali. La gente manco sapeva cosa fosse precisamente, sempre che ne avesse sentito parlare. Nessuno lanciava allarmi. Solo qualche sporadica e pudica dichiarazione di preoccupazione veniva ogni tanto registrata in qualche trafiletto di giornale oppure inframezzata anonimamente in mezzo a tante altre di segno diverso in più corposi articoli a pagina quindici o venti. Così andavano le cose: mente chi dice il contrario. Un flemmatico e tutto da leggere articolo di Repubblica del 1985, dal titolo eloquente di “Finanziaria, Fanfani mediatore tra pentapartito e comunisti”, illustra alla perfezione come funzionava il comune “assalto alla diligenza” allora. Eccone alcuni stralci: “Dal Senato, dove la Finanziaria sta muovendo i primi passi, vengono due segnali contrastanti. Una imprevista distensione tra maggioranza e opposizione, a spese del ministro del Tesoro e dei partiti minori dell’alleanza, che sembrano sentirsi in qualche modo scavalcati. (…) Un successo dell’opposizione comunista, una scelta che ha riscosso il gradimento di Craxi e di parte della Dc. Il più preoccupato è il titolare del Tesoro, Giovanni Goria, che ha incassato ieri quella che potrebbe presentarsi come una iniziale mezza sconfitta parlamentare. «E’ un peccato», ha detto appena gli è stata comunicata la risposta di Fanfani. Un peccato che il Parlamento «non si senta di assumersi la responsabilità di fissare un obiettivo di finanza pubblica e di mantenerlo. Dispiace che il Senato, rifiutando di determinare il massimo di disavanzo pubblico, secondo l’interesse generale e non secondo la somma d’interessi particolari, non abbia sentito il dovere e anche l’orgoglio di dare un segno di severità, in un clima che sempre più ricorda gli assalti alla diligenza, che in questo caso sono le casse dello Stato». (…) Evidente l’apprezzamento comunista (Chiaromonte ringrazia la maggioranza e «l’azione discreta e responsabile» di Fanfani; annuncia la disponibilità del Pci a ritirare emendamenti che prevedevano mille miliardi di spesa in più), imbarazzata la posizione Dc.” Quindi non è affatto vero che democristiani e socialisti “combattessero” il Pci a colpi di spesa pubblica. Cedevano, invece, per quieto vivere, alle richieste del Pci di aumentarla. Sempre a proposito di “consociativismo”, in un altro articolo di Repubblica, e sempre del 1985, vengono riassunte le condizioni del Pci per un governo di programma, anche guidato, si badi bene, dallo stesso Craxi. Fra queste si chiede di far chiarezza sui “diritti” dell’opposizione: “Ruolo dell’opposizione: il Pci chiede il pieno rispetto dei suoi diritti, a cominciare dalla Rai per finire agli istituti di Credito e agli Enti pubblici. Chiede cioè che l’apparato dello Stato non sia suddiviso e diretto esclusivamente dagli uomini dei partiti di governo.” Proprio così: un’equa spartizione nella RAI, negli Istituti di Credito, negli Enti Pubblici, negli apparati dello Stato. Papale papale. Non sembra che il quotidiano della questione morale, all’epoca, si mostrasse scandalizzato.

PIER CARLO PADOAN 05/03/2014 Il ministro dell’Economia, in un saluto inviato ad un convegno alla Camera in occasione della presentazione degli atti del Terzo Festival di Dottrina Sociale – lo so, è la prima volta che sentite parlare di questo benedetto Festival; ma vale anche per me che considero la Rerum Novarum un documento formidabile – il ministro dell’Economia, dicevo, manda finalmente qualche segnale d’ottimismo. «Sappiamo cosa fare», annuncia rassicurante il ministro. Cosa? «Adesso ci aspetta una riscossa e abbiamo l’energia per riformare il Paese: profondamente, radicalmente. Dobbiamo rimuovere le strozzature che imbrigliano la nostra società, aprire la nostra società ecc. ecc. (…) abbiamo bisogno di fare crescere l’economia, di creare occupazione, di migliorare le nostre prospettive future in modo stabile: lavorando per migliorare l’istruzione e la ricerca e per sostenere la competitività delle imprese». Il tecnico prestato alla politica fa sempre lo stesso errore: non sospettando minimamente la forza della pressione di interessi contrastanti e quasi mai nobili cui è sottoposta l’attività e la lingua del politico, al momento di scendere in campo da questa forza è completamente irretito. Cosicché in quattro e quattr’otto lo vediamo immancabilmente sproloquiare non come un politico, ma come la caricatura di un politico.

HILLARY CLINTON 06/03/2014 Ad un evento benefico in Long Beach, l’ex segretario di stato americano avrebbe paragonato Putin a Hitler. Secondo un giornale locale Hillary avrebbe detto: «Ora, se questo vi suona famigliare, è quello che Hitler fece negli anni trenta. Delle popolazioni di origine tedesca in posti come Cecoslovacchia, Romania e altri Hitler continuava a dire che non erano trattate in modo giusto. Devo andare e proteggere la mia gente, diceva, ed è questo che sta innervosendo tutti. Il presidente russo crede che la sua missione sia di ristabilire la grandezza russa. Quando guarda l’Ucraina, vede un posto che crede sia per natura parte della Madre Russia. Tutti sperano che ci sia un negoziato, ma un negoziato che rispetti l’Ucraina e che non ratifichi la rioccupazione della Crimea da parte della Russia.» Be’, per prima cosa si potrebbe dire che avere il sogno di ristabilire la grandezza del proprio paese non è che sia un crimine. Anche Cavour ce l’aveva. Dipende dai modi e dal modo di intendere questa grandezza. Per seconda cosa si potrebbe dire che il rapporto tra Russia e Ucraina è un bel po’ diverso di quello tra Germania e Cecoslovacchia o Romania o Polonia. Per terza cosa si potrebbe dire che se davvero Putin si muove con la logica di Hitler, che senso ha sperare in un negoziato? Si facciano vedere i muscoli, punto e basta! Ma, appunto, questa sarebbe una coerenza churchilliana, e Churchill, nei mitici anni trenta, nei mitici anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale, era considerato un guerrafondaio, un fuori di testa che gridava nel deserto, non solo in Germania, ma anche a casa sua. La signora Hillary è invece una campionessa del fatuo mondo liberal, che canta in coro contro il nuovo Hitler assieme alle Lady Gaga, alle Madonne, a tutto il variopinto mondo degli artisti organici di tutti i gender, che non ne ha mai indovinata una che sia una.

ANDREA AGNELLI 07/03/2014 Il presidente della Juventus ieri era a Parigi per un convegno all’Unesco sul tema “calcio e razzismo”, uno di quegli argomenti che già di per se stesso invita pericolosamente allo sproloquio politicamente corretto. Se ci aggiungete poi la suggestione esercitata fatalmente su ogni provincialotto dalla città che pensò bene di creare l’Umanità dopo che Dio aveva creato l’Uomo, allora, forse, potete comprendere perché ad Agnelli sia scappato di dire che Pogba «è un patrimonio dell’umanità e come tale va preservato». Be’, prima o dopo ci si doveva arrivare. Adesso non ci resta che attendere il primo “crimine contro l’umanità” della storia del calcio. E anche quello arriverà, eccome se arriverà.

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