Una settimana di “Vergognamoci per lui” (175)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CHIRURGIA ESTETICA SUDCOREANA 22/04/2014 Dei problemi d’immagine dei nordcoreani, o meglio, dell’unica signorina nordcoreana che se li possa permettere, Kim Jong-un, sapevamo. Dobbiamo però riconoscere, per amor di giustizia, che anche i confratelli sudcoreani non scherzano. Sembra infatti che i chirurghi estetici sudcoreani siano dei veri e propri maghi. Alla loro maestria ricorrono non solo le compatriote, ma anche le signore e signorine giapponesi e cinesi. E bisogna ammettere che i risultati sono spettacolari, qualunque sia il giudizio propriamente estetico che se ne possa dare. Occhi così ridicolmente a mandorla da essere ridotti a fessure? Zigomi sporgenti come bastioni di fortezze? Volti larghi da contadinotte dei bei tempi antichi? Mascelle volitive come quelle di un macho? Guance troppo paffute o troppo incavate? Menti troppo deboli o troppo pronunciati? I chirurghi sudcoreani non si fermano davanti a nulla: spianano, piallano, levigano, gonfiano, sgonfiano, ingrandiscono, riducono, ridisegnano. Il risultato è assicurato: ne uscirete fuori, care e temerarie signorine asiatiche, con una faccia che non riconoscerete, una faccia da bambolina sexy in 3D, con gli occhi un po’ troppo tondi, ed un viso un po’ troppo a forma di arco acuto rovesciato, di una dolcezza priva di carattere, gracile, da bestiolina remissiva. Per quel che mi riguarda, è un trattamento che perdonerei solo a donne con le quali la natura è stata talmente matrigna da aver avuto la meglio su una commovente fede nella cecità dell’amore e su un’eroica mancanza di suscettibilità: ci vuole una bella faccia tosta anche solo per andare in giro con una faccia da replicante; per farlo poi con la consapevolezza che il modello è unico e senza optional, ci vuole davvero un coraggio leonino.

LA QUESTIONE SHAKESPEARIANA 23/04/2014 Nasceva il 23 aprile di 450 anni fa William Shakespeare. Vogliamo anche noi ricordarlo al nostro modo usuale, cioè vergognandoci per qualcuno o qualcosa. E cosa c’è di più vergognoso nella storia della letteratura della cosiddetta «questione shakespeariana»? Forse solo l’altra grande fregnaccia: «la questione omerica». Date pure a questo punto un calcio nel sedere ai dotti invidiosi. Queste questioni nascono infatti da insana passione, non dallo studio: o meglio, dallo studio asservito all’insana passione. E specificamente quella che agli spiriti meschini al cospetto della più naturale grandezza ha sempre messo in bocca queste fatali parole: «Ma chi è questo? Non è forse il figlio di quel bifolco?» Questo bel tipo sbucato fuori dal nulla – Will – già in vita dovette subire una sorda ostilità, una sorta d’incredulità, alla quale – questo lo dico io, naturalmente, e naturalmente mi basta – rispose indirettamente anche attraverso le opere. Mi spiego. All’inizio dell’“Enrico V” assistiamo ad una conversazione tra l’Arcivescovo di Canterbury e il Vescovo di Ely. Il primo si dilunga sulla repentina trasformazione dello scapestrato principe Harry in un re di meravigliosa saggezza: «è una meraviglia come possa averla raggranellata, data la sua precedente dedizione ad abitudini oziose, fra compagni incolti, villani e superficiali, le sue giornate tutte piene di bagordi, baldoria e sollazzi, senza che mai si notasse in lui alcuno studio, raccoglimento in sé o appartarsi dai pubblici ritrovi frequentati dalla plebe.» Il secondo spiega: «La fragola cresce sotto l’ortica e bacche salutari prosperano e maturano meglio a contatto con frutta di qualità inferiore, e così il principe occulto la sua giudiziosità sotto il velo della sregolatezza; ed essa, senza dubbio, crebbe, come l’erba d’estate, più rapida di notte, non vista eppur rigogliosa per naturale impulso.» Io sono convintissimo che con queste parole Will (lo chiamo così perché dei grandi – ci capiamo – mi sento sempre naturalmente amico) alludesse polemicamente alla sua vicenda personale. Lo sentii «per naturale impulso», la prima volta che le lessi. Ma come fai ad esserne così sicuro? Direte voi. E che ne so? E che m’importa? Anch’io mi sento grande, grandissimo.

SERENA PELLEGRINO 24/04/2014 Ci chiediamo ancora come quell’ingenuo del prefetto di Pordenone potesse pensare di passarla liscia. Ecco il misfatto: aver autorizzato l’esecuzione di “Bella Ciao” durante il corteo cittadino, ma non durante la cerimonia commemorativa ufficiale del 25 aprile, una manifestazione che, come tutti sappiamo, già da sola fa venire il latte alle ginocchia in qualsiasi paesello d’Italia. Pare, d’altra parte, che questa sia sempre stata la prassi a Pordenone, anche senza ingiunzioni prefettizie. Motivi di ordine pubblico, aveva addotto il prefetto, legati a gruppetti di anarchici che da qualche tempo si sono specializzati in azioni di disturbo contro i politici locali in occasione di manifestazioni ufficiali. Come motivazione mi sembra una stupidata: peggio, una vigliaccata. Se avesse detto – in burocratese, s’intende – che “Bella Ciao” è una canzonaccia grossolana, settaria, grondante voltagabbanismo, tutta permeata da quello spirito del branco vanaglorioso che fu fascista; e che per tale plateale mancanza di nobiltà morale ed artistica offende il decoro delle istituzioni e il buon gusto dei cittadini; se avesse detto questo sarebbe stato un cannone di prefetto. Fatto sta, invece, che si è messo in un guaio per dabbenaggine invece che per eroismo. La confraternita rumorosa e potente della società civile ha fatto ovviamente fuoco e fiamme, e il poveretto è tornato sui propri passi. Cosicché adesso, naturalmente, poveri pordenonesi, cantare “Bella Ciao” durante la cerimonia ufficiale diventerà un obbligo. La deputata friulana di Sel Serena Pellegrino ha addirittura proposto al prefetto di redimersi cantando “Bella Ciao” in pubblico proprio il 25 aprile. Mi sembra giusto: chi non canta in compagnia o è un ladro o è una spia. Io non lo farei mai. O meglio, potrei anche farlo: canterei “Bella Ciao” con molto, ma molto sentimento, tra il furore e le lacrime, da vero fanatico, solo per vedere se questi stupidotti capiscono che mi sto divertendo moltissimo.

[RISPOSTA AD UN “INDIGNADO”] “Ora e sempre, resistenza!” ah ah ah… che motto imperioso! Stilisticamente sembra molto fascista, vero? E’ quel tipo di stentoreo trombonismo che mi fa sempre rotolare dal ridere. Proprio del fanatismo totalitario, sia esso fascista, comunista, ed ora, furbescamente, opportunisticamente, patriottico-costituzionale-giacobino: proprio di quelli (io me li ricordo, sa) per i quali qualche decennio perfino la bandiera italica e l’inno nazionale erano sospettabili di cripto-fascismo (per qual motivo crede che ALLORA nessuno OSASSE cantare l’inno? Se non per obbedire ai taciti ordini della Migliore Italia d’allora?) mentre ora l’hanno sequestrata per sbatterla in testa a chi non si piega all’idea – meschinissima e ridicola – dell’Italia nata dalla Resistenza. Piccola gente zelante, erede di quella del Ventennio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (174)

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DAVID BECKHAM 14/04/2014 David è finalmente tornato a fare il bronzo di Riace in mutande. L’occasione, una nuova collezione swimwear della H&M. Era un po’ che lo aspettavamo. Noooo, ma che pensate? Toglietemi tutto, ma non la mia vigorosa omo-ritrosia! Eravamo solo preoccupati per lui, e purtroppo oggi lo siamo ancora di più. Hai voglia di parlare di fisico statuario ed altre amenità: l’effetto dei tatuaggi è orripilante. Una metastasi. E davvero, di primo acchito, di fronte a questo abbruttito cannibale delle Isole Marchesi di qualche secolo fa, dalle braccia carbonizzate, lo sguardo è come rapito dalle piaghe provocate da una malattia deturpante. Mi domando come possa ancora, la povera Victoria, espletare i più sacri doveri coniugali con qualche residuo di voluttà. Soprattutto se dovessimo venire a scoprire che pure lì, sotto le mutande, il mostro ha messo radici! Ma non voglio credere che David sia già così sadico. O malato.

GRAZIANO DELRIO 15/04/2014 Prima di diventare molto timorato di Dio e padre di nove figli (avuti dalla stessa moglie: complimenti vivissimi) sembra che il simpatico Delrio, di famiglia comunista, da ragazzo fosse anarchico. E’ per questo, forse, che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio giudica il nuovo corso renziano, che brilla per le tante donne della compagine ministeriale ed ora anche ai vertici delle grandi aziende di stato, alla stregua di una «rivoluzione culturale»: espressione innocente, non ne dubito, ma sinistramente legata al delirio maoista. «Sì, è vero», afferma Delrio, «puntiamo a promuovere le donne, fino ad arrivare a una sostanziale parità di genere nelle nomine.» Questa invece è un’affermazione imprudente, perché prendendola maliziosamente alla lettera si potrebbe sospettare (e mi riferisco soprattutto a certi suoi compagni di partito un po’ esaltati) che per il pio Delrio al mondo ci siano solo, come Dio comanda, maschi e femmine; e che il pio Delrio in materia di diritti LGBTQWXZKRHS abbia ancora molto da imparare.

ALTAN 16/04/2014 Ecco un esempio lampante di come la tediosa ed ottusa Italia migliore non solo non capisca, ma non voglia assolutamente capire Berlusconi. Insomma, c’è questa vignetta: una coppia di vecchietti sulla sedia a rotelle e con la classica coperta sulle gambe. Il vecchietto dice alla vecchietta: «Oggi pomeriggio viene il Berlusconi.» La vecchietta, che sicuramente è di sinistra nonostante l’età veneranda, giacché legge un libro e usa un linguaggio da maschiaccio, risponde: «Che palle.» Io sono invece fermamente convinto che un giorno solo alla settimana in casa di riposo per il condannato Berlusconi sia troppo poco. Lo dico da suo estimatore. Deve convincersene anche lui. Silvio dà il meglio di sé quando intrattiene, quando lo lasciano fare, quando improvvisa, e quando non ha un obbiettivo particolare: è la convivialità in persona. In compagnia dei vecchietti, si sentirà il primo della compagnia. Farebbe lo stesso coi barboni. Si divertirà un sacco, con l’amabilità che gli è propria, nel raccontare le fantasmagoriche avventure della sua vita e le tremende persecuzioni subite. Avrà un pubblico. Canterà canzoni francesi, e declamerà poesie, così, a braccio, meglio ancora se con parecchie licenze poetiche. Sarà un one-man show. Farà, su questo non c’è alcun dubbio, il cascamorto con le vecchiette, perché in loro, nonostante gli insulti del tempo e magari pure un principio di demenza senile, vedrà prima di tutto delle donne. Vorrà conquistarle tutte, pel piacer di porle in lista, e si sentirà in dovere poi, magnanimamente, di spiegare il segreto dei suoi successi ai vecchietti; i quali di sicuro non mancheranno di pensare e di dire: «chel lì l’è matt!»; ma solo per arrendersi con un minimo decoro alla parlantina del terribile vecchietto di Arcore. Ah, se si potesse farne un reality, o qualcosa del genere! Sarebbe la sua vera campagna elettorale. Perfino Renzi tremerebbe.

IL DISFATTISTA NEL PALLONE 17/04/2014 Ecco un altro sintomo della straordinaria stupidità – e starei per dire stupidità “morale” – raggiunta dal calcio italiano: lo stupore con cui vengono accolti gli inviti di Rudi Garcia a non mollare, a sperare ancora nello scudetto, nonostante le scarsissime – sulla carta – possibilità di successo dei lupacchiotti romani. Eppure il comportamento di Garcia è l’unico razionale. Ed è talmente razionale che per arrivarci basta seguire l’istinto o il buon senso allo stato primigenio. Se rimanesse anche una sola probabilità di successo su mille, perché si dovrebbe trascurarla? Tutte le alternative sono peggiori, quindi irrazionali. Eppure chi si comporta razionalmente passa quasi per un dilettante, per un sognatore, per un ragazzino, per un barbaro ingenuo non ancora perfettamente sgrezzatosi al contatto con la profonda e stupida sapienza pallonara italica, che omaggia, vigliaccamente, chi perde saggiamente in compagnia e mortifica chi ha l’impudenza di provare a vincere. S’intende che poi, a cose fatte, questa fauna accidiosa di esperti è sempre la prima a parlare di stagione fallita se arrivi secondo. Perché siamo in Italia, «l’importante è vincere» e null’altro conta. Te lo diranno loro. Non c’è niente di strano. Tutto torna: la viltà è sempre la stessa; la follia pure.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (173)

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CHANNEL 4 07/04/2014 Per Mark Evans, moderatore del programma “The dead famous DNA” di Channel 4 «si tratta di una scoperta sconcertante; non avrei mai osato immaginare che si potesse arrivare a un risultato così straordinario». La sconcertante scoperta consisterebbe nel fatto che Eva Braun sarebbe stata «ebrea». L’analisi del DNA di alcuni presunti capelli della consorte di Adolf Hitler presenterebbero una sequenza del DNA «fortemente associata» agli ebrei askenaziti, che oggi rappresentano circa l’80% della popolazione ebraica. Anche se fosse vero, non vedo che cosa ci sarebbe di sconcertante. Gli ebrei sono uomini, mica una «razza». Gli askenaziti sono, grosso modo, i discendenti delle comunità ebraiche dell’Europa centro-orientale. Queste comunità si formarono in Germania già mille anni fa, tanto per usare cifre belle rotonde o bibliche, e sembra che una parte non irrilevante di esse provenisse dall’Italia. Ed erano ebrei che già da un millennio giravano il mondo. Già notevolmente imbastarditi, questi ebrei, volenti o nolenti – dove non ci fu la volontà arrivò, sono sicurissimo, la debolezza della carne – arricchirono il loro DNA col sangue tedesco, slavo e financo ugro-finnico per altri mille anni. Ma non è tutto. Se pensiamo a tutto il girovagare del caldeo Abramo dalla natia Mesopotamia fino alla terra promessa, all’esilio in Egitto e alla cattività babilonese (che era quasi un ritorno a casa), alla dominazione ellenistica, e soprattutto al fatto che gli ebrei avevano col tempo assorbito l’elemento filisteo (da cui il nome “Palestina”) di origine indoeuropea (forse micenea) arrivato dal mare nella terra di Canaan mille anni prima di Cristo (i soliti mille, non poteva essere altrimenti), è facile arguire come anche al tempo di Gesù l’ebreo di razza pura probabilmente non lo si vedeva neanche col binocolo. Se pensiamo poi che la famosa prostituta Raab, cananea di Gerico, dopo la presa della città ebbe in premio, per così dire, la «cittadinanza ebraica» per aver protette e salvate le spie di Giosuè, tanto da collocarsi successivamente, secondo il Vangelo di Matteo, nella linea di discendenza diretta del Messia, allora è propria finita. Abbiamo solo una domanda da porci: siamo tutti ebrei o siamo tutti bastardi?

DANIEL COHN-BENDIT 08/04/2014 Per il co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo Grillo è un tipico qualunquista della tradizione autoritaria italiana, quella che va da Berlusconi a Mussolini. Anche se non è italiano, Cohn-Bendit sa benissimo che l’autoritarismo berlusconiano non è mai esistito, se non come un mostro generato dal sonno della ragione pur di giustificare il mostro vero dell’antiberlusconismo antropologico. Sentito come un corpo estraneo dai poteri consolidati di ogni risma in Italia, Silvio non è mai riuscito a farseli amici, né ha mai tentato di fare del popolo berlusconiano una plebe rivoluzionaria. Anzi, proprio questa sua mancata presa sulle élites è stata letta come un altro segno di un populismo, il suo, peraltro così straordinariamente refrattario alla piazza. Sul piano pratico il povero Silvio le ha sempre prese di santa ragione, anche quando sedeva sul trono. Per capirlo basta far un paragone con la situazione odierna: le smargiassate di Silvio erano occasione di scandalo non solo tra i fanatici della Costituzione più bella del mondo, ma anche in buona parte del mondo politico, intellettuale, giornalistico; quelle di Renzi, invece, fanno rabbrividire solo i fanatici. Per non parlare poi del destino di paria toccato invariabilmente ad ogni berlusconiano dichiarato che non fosse già un mezzo notabile, almeno, di questa nostra società civile. Da un punto di vista sociologico il berlusconismo è stato in realtà vissuto nella clandestinità da parte dei suoi sostenitori: la prima volta nella storia di un regime, o di un movimento politico autoritario.

IL MIUR 09/04/2014 Che sarebbe il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ho scoperto solo ieri questo acronimo, nonostante la mia vastissima e generalissima cultura. In questo vaporosissimo campo sono un cannone fin dalla più tenera età – nacqui con la testa fra le nuvole e non ho mai toccato veramente terra – ed è quindi con qualche giustificato orgoglio che posso ben dire di non saper far niente. Questo auto-elogio era necessario perché il vasto pubblico dei lettori potesse capire a fondo lo sdegno che mi ha preso quando ho letto le domande di cultura generale dei test per l’ammissione alle facoltà di Medicina & C. svoltisi ieri. Un vero misfatto. Le domande erano quattro, di una meschinità infinita se viste sullo sfondo della storia e della geografia del mondo da quando Adamo ed Eva furono cacciati dall’Eden. La prima era semplicemente frivola: riguardava i premi Nobel italiani. I premi Nobel! La seconda riguardava l’i-ne-vi-ta-bi-le Costituzione Italiana, promossa da tempo nel cortiletto di casa nostra a pietra angolare per la costruzione dell’umanità futura. La terza tirava fuori dal cilindro il mitico linguista Noam Chomsky. Il quesito riguardante l’icona del liberal-radicalismo anti-capitalista ecc.ecc. era questo: «Quali tra le seguenti affermazioni riferite a Noam Chomsky NON è corretta?» La risposta esatta era la c): «ha ricoperto la carica di senatore nel governo statunitense»; cosa peraltro facilmente intuibile: è noto infatti che esiste solo la carica di senatore che si esercita nel CONGRESSO degli Stati Uniti. La quarta domanda era questa: «La definizione del XX secolo come “secolo breve” appartiene a?» Per rispondere esattamente si doveva scegliere da una lista di cinque nomi quello dello storico di formazione marxista Eric Hobsbawm (scritto erroneamente con una “n” finale al posto della “m”), quintessenza di quell’intellettuale di sinistra oggetto di venerazione che sui propri errori riesce a costruire un monumento più duraturo del bronzo. Insomma, era domande fatte apposta per il bambolotto della società civile, quel fenomeno ignorante in tutto ma uso ai percorsi taciti ma obbligati di educazione democratica permanente, coi loro album di figurine.

MICHELE GIARRUSSO 10/04/2014 I seguaci di Grillo di rivoluzionario hanno solo il furore e l’oltranzismo. Perché per quanto riguarda i contenuti sono campioni indiscussi di conformismo. Neanche con l’immaginazione avremmo potuto tratteggiare la figura di polli d’allevamento così straordinariamente riusciti. Eppure sono persone reali, pronte a snocciolarti tutte comprese di sé le quattro bubbole farneticanti e velenose che ogni zelante partigiano della legalità e della costituzione ha imparato a memoria e che ripete come un pappagallo da decenni. In fondo, sono i figli più ubbidienti al verbo di “Repubblica”, ma senza il distacco, l’accidia e l’arguzia degli uomini di mondo che sulla gazzetta dell’Italia laico-repubblicana scrivono. Così quando devono attaccare qualcuno il menù è quello fisso da una vita: il Berlusconi di turno è mafioso, corruttore, ed eversore. Prendete questo bel campione, Michele Giarrusso, senatore, pardon, cittadino della repubblica. Intervistato a “La Zanzara”, su Radio 24, ha preso a cannonate Renzi: un politico «privo di scrupoli», ha detto, un uomo che «sfascia la Costituzione, altera gli equilibri di potere, affossa la lotta alla mafia», un «figlio di Berlusconi», «molto peggio di Lucio Gelli, molto più spregiudicato». S’intende che Giarrusso ha cercato di dissimulare il suo fanatismo facendo mostra di stare simpaticamente al gioco dell’intervistatore, parlando perciò di proposito al di sopra le righe. Un depistaggio, insomma. Un depistaggio inquietante, aggiungerei.

AVVENIRE 11/04/2014 E’ una cacchiata. Lo so! Ma ormai – per continuare ad usare un linguaggio forbito – mi son rotto le palle. Sul sito internet del quotidiano di ispirazione cattolica ieri si poteva leggere questo: «Nel mondo ci sono 1,2 miliardi di poveri, concentrati in pochi Paesi: i cinque Paesi con più poveri sono l’India (33% dei poveri del mondo), Cina (13%), Nigeria (7%), Bangladesh (6%) e la Repubblica Democratica del Congo (5%). Se a questi si aggiungono Indonesia, Pakistan, Tanzania, Etiopia e Kenya si arriva quasi all’80% degli estremamente poveri al mondo.» Notate bene: è scritto «concentrati». Ora seguitemi in un semplice ragionamento, il solito «semplice ragionamento» alla portata di qualsiasi deficiente. La Cina ha circa 1.350 milioni di abitanti, l’India 1.250, la Nigeria 170, il Bangladesh 155, il Congo (ex Zaire) 75: totale 3.000 milioni tondi, pari al 43% della popolazione mondiale stimata a circa 7 miliardi di persone. In questi cinque paesi si conta il 64% (13+33+7+6+5) dei poveri del mondo. Si arriva all’80% dei poveri del mondo se in lista mettiamo anche l’Indonesia, che ha circa 250 milioni di abitanti, il Pakistan che ne ha 180, la Tanzania 50, l’Etiopia 90, il Kenya 50: totale 620 milioni di abitanti, che sommati ai 3 miliardi tondi dei cinque paesi sopramenzionati fanno un totale complessivo di 3.620 milioni, pari al 52% della popolazione mondiale. Il tutto si riassume in queste tre proposizioni: 1) i «poveri» nel mondo (1,2 miliardi) sono il 17% della popolazione mondiale; 2) il 64% dei poveri del mondo vive in zone abitate dal 43% della popolazione mondiale; 3) l’80% dei poveri del mondo vive in zone abitante dal 52% della popolazione mondiale. Se queste cifre fossero vere – e io ho molte riserve su questo tipo di statistiche – esse ci direbbero che meno di un quinto della popolazione mondiale è veramente povero, e che la povertà è sparsa per il pianeta molto meno disomogeneamente di quanto si generalmente si pensi. Di «concentrato» non c’è un bel nulla. A parte il numero spaventoso di persone allergiche all’interpretazione delle più banali statistiche inesplicabilmente «concentrato» in Italia.

[RISPOSTA AD UN COMMENTO – I poveri sono 1.200 milioni, pari al 17% della della popolazione mondiale. L’80% del 17% = 13,6% dei poveri risiede perciò nel 52% del mondo abitato, considerato demograficamente. Il 20% del 17% = 3,4% dei poveri risiede perciò nel 48% del mondo abitato, considerato demograficamente. Significa che nel 52% del mondo circa un quarto della popolazione è povera (13,6% del 52% = 26%). Nel restante 48% meno di un decimo (3,4% del 48% = 7%). Riassumendo, le cifre dicono che, parlando a spanne, in una metà del mondo l’incidenza dei poveri è circa tre volte e mezza di quella dell’altra metà. Non dieci o cento. Non sono in fondo numeri consolanti, visto che con la scelta delle parole ci si compiace di adombrare scenari catastrofici? E la metà del mondo (e più) non è quel piccolo spicchio del mondo dove si concentrerebbe la povertà. Questo alla luce del buon senso e del senso comune. E’ poi ovvio che in quella metà del mondo dove i poveri sarebbero il 20% ci sia una parte (una metà della metà, diciamo) dove la povertà da un punto di vista statistico è praticamente inesistente. Ma il quadro generale che ne esce non è quello apocalittico che spesso si tratteggia. Questo per quanto riguarda la “disomogeneità”. Resta comunque il fatto che “i pochi paesi” evocati costituiscono la metà del mondo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (172)

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LA DEMOCRAZIA DI TWITTER 31/03/2014 Speriamo che qualcuno cominci a capire. Anche perché era facilissimo capirlo senza dover per forza sorbirsi le dure smentite della storia. Ma niente, leggere la realtà di un paese scosso da fremiti confusi di libertà attraverso i social networks, megafoni di un giovane ceto urbano spesso benestante e distante mille miglia dalle plebi dei villaggi, e partecipare da lontano all’atmosfera eccitante della rivoluzione in diretta era troppo seducente per gli accidiosi democratici occidentali. Era un miraggio, ma perfino la politica estera da questo miraggio si è fatta rapire. E così, mentre in Egitto un «laico» dal pugno di ferro come al-Sisi, già oggetto di manifestazioni di “culto della personalità” che avrebbero fatto morire d’invidia il pacioso Mubarak, si prepara con tutta calma ad essere regolarmente eletto Faraone, dalla Turchia giungono notizie che il «Sultano» Erdogan, promosso piuttosto repentinamente negli ultimi tempi dai nostri media a sanguinoso autocrate dopo anni di benevola attenzione verso un fenomeno politico dipinto come un esempio di riuscito compromesso fra islamismo e modernità, ha vinto nettamente le elezioni amministrative che dovevano sancirne la fine. Degli scandali e delle repressioni il popolo turco non sembra aver tenuto gran conto, quello verace dell’Anatolia se ne è anzi infischiato alla grande.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO 01/04/2014 Il Consiglio comunale della prima capitale del Regno D’Italia ha revocato la cittadinanza onoraria al Duce Benito Mussolini. Il fatto è di tale momento che l’animo mio è stato subito lacerato da dubbi atroci, mai prima provati: può un uomo restare veramente cittadino onorario per sempre, anche dopo aver esalato l’ultimo respiro ed essere stato inumato con tutti i crismi? E a coloro che mi rispondessero che la cittadinanza onoraria è solo un’onorificenza, e che quindi il dubbio non è pertinente, porrei allora un altro possente quesito: è possibile strappare una medaglietta dal petto di un morto? Son certo di non essere il solo a porsi queste domande: di persone responsabili è ancora piena la nostra povera Italia, nonostante tutto. Pare invece che il capogruppo del Pd in consiglio comunale Michele Paolino preferisca riflessioni di cortissimo respiro come questa: «la Città sana un vulnus che durava da 90 anni, dimostrando quanto Torino sia legata profondamente alla sua storia e alla sua identità antifascista». Di cortissimo respiro perché son sicurissimo che anche novant’anni fa non mancò in quel di Torino qualche maggiorente spinto da un nobile zelo a vantare la profondissima e naturale affinità della città con la nuova identità fascista.

MATTEO SALVINI 02/04/2014 E’ noto come il segretario della Lega si compiaccia di non mostrarsi mai particolarmente elegante nei suoi ragionamenti. Spesso è brutale, ma è la brutalità – si lascia intendere – di chi va dritto al sodo con terragna intelligenza ed è pieno di sollecitudine per il popolo. «C’ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta», cantava il terrone Pino Daniele qualche decennio fa, e vide nel futuro, sbagliando solo l’accento. Possiamo perciò immaginare con quale piacere l’altro ieri a “Radio Capital” Matteo abbia annunciato una sua nuova luminosa idea: «Si deve controllare e tassare la prostituzione; porterebbe 4 miliardi di euro con i quali potremmo pagare le rette degli asili nido». Con questa alzata d’ingegno vecchia come il cucco – tassare il vizio per finanziare le buone opere – Matteo è convinto di sedurre una bella fetta di popolo laborioso e tartassato. Io però non sarei così fiducioso. Perché, al netto dello stile, l’idea è in fondo politicamente correttissima. Da anni i politici stanno raschiando il fondo del barile con tasse ad alto valore etico aggiunto pur di infinocchiare una ciurma sull’orlo dell’ammutinamento e pronta ormai a fiutare l’imbroglio anche quando magari non c’è.

LA PROCURA DI BRESCIA 03/04/2014 Farebbero ridere anche se fossero veri. Cosa? I terroristi e i carri armati, i terroristi coi carri armati. Non si potrebbe immaginare un mezzo più stupido per portare a termine imprese caratterizzate necessariamente da segretezza, rapidità, dissimulazione, tempismo. Certo, potrebbe restare in piedi l’ipotesi dell’attacco suicida contro un’inespugnabile fortezza dell’oppressore: ma prima bisognerebbe caricare il bestione cingolato su un camion di non piccola stazza, trasportarlo sul luogo del delitto e farlo scendere a terra facendo finta di niente, così, fischiettando, tra il divertito stupore del popolo, e non la vedo niente affatto facile. Oppure tutto si potrebbe spiegare, per l’appunto, per dirla con la procura, con il gusto per «un’azione eclatante», come quelle delle Femen, ad esempio, che tanto piacciono alle gazzette democratiche. Ma per gesta del genere il carro armato non va affatto bene. Ci vuole una pala meccanica blindata: in una parola il Tanko, il mitico crossover veneto lanciato nel 1997 a Venezia, in Piazza San Marco. Il Tanko 2 è stato completato un anno e mezzo fa ma non è mai entrato in produzione. Lo sappiamo perché sono anni che i Serenissimi sono spiati ed intercettati dagli agenti della controrivoluzione, che finora si sono divertiti assai. Poi è arrivato il «plebiscito» e questi ultimi si sono sentiti in dovere, con un po’ di rimpianto, di vedere il lato oscuro, inquietante e sicuramente deviato dell’epopea del Tanko.

MASSIMO CACCIARI 04/04/2014 «Di indipendentismo veneto parliamo da vent’anni e sinceramente ne avrei piene le tasche. Riemerge ora? Ma riemerge come farsa, in mano a un gruppo di malati mentali». Non dovete pensare che il famoso filosofo della laguna veneta volesse offendere più del dovuto gli incolti tankisti dell’entroterra con questi termini grevi tratti da un’intervista all’Huffington Post. Per lui dare del «malato mentale» a qualcuno significa semplicemente dargli del «citrullo» o dell’«ignorante», ma con la paterna comprensione che si usa coi bambini o coi villici, magari accompagnando l’apprezzamento con un pizzicotto sulla guancia. Mi sovviene or ora che anch’io ho usato qualche volta le stesse simpatiche parole in questa rubrica, e non parliamo poi di come mi piaccia riciclare in continuazione epiteti come «deficiente», «ebete» o «babbeo», autentiche colonne dell’estetica del sottoscritto. No, il problema …è un altro. Eh sì! Il problema è che Massimo (Cacciari) quando parla di politica usa da decenni, invariabilmente, un registro tutto suo, che ormai potremmo a buon diritto definire cacciariano, a metà tra l’annoiato e l’apocalittico. Massimo non parla, sbuffa, e sbuffando come un dandy adombra scenari da tregenda. Perciò nell’intervista dice ancora: «L’Italia era malata vent’anni fa, e invece di curarla hanno deciso di aggravare la sua condizione. Ora le sue condizioni sono gravissime e la situazione intollerabile.» E se non bastasse continua: «Per loro [i veneti], che hanno conosciuto il vero benessere, è come cadere dal quinto piano. Questo malessere può prendere derive folli ma non è, ripeto, colpa degli indipendentisti se coloro che tentano di fare un discorso federalista vengono puntualmente presi a calci nel sedere. Per forza di cose poi il sentimento antistatalista e secessionista prende piede.» Suvvia Cacciari, non sia sempre così scoglionato e tragico. Cambi canzone. Vedrà che cominceranno ad ascoltarla. Certo, poi le sarà più difficile sbuffare. Ma non si può avere tutto nella vita.