Contorsionismi thailandesi

Thaksin Shinawatra è un magnate thailandese, con vasti interessi economici anche nel settore televisivo. Sceso in politica, il «Berlusconi d’Asia» fu eletto premier nel 2001. Definito come populista, riuscì ad essere il primo premier thailandese a giungere a fine mandato. Beniamino dei ceti medio-bassi, ed avversato dall’intellighenzia, dall’establishment economico-finanziario e dalla magistratura, nel 2005 fu rieletto. Fu più volte accusato di conflitto di interessi. I suoi oppositori nella primavera 2006 organizzarono grandiose manifestazione antigovernative. Nel settembre dello stesso anno ci fu un colpo di stato mentre Thaksin Shinawatra era all’estero. Da allora ha vissuto in esilio. Nel 2007 il PPP, formazione politica erede di quella del deposto premier, vinse le elezioni. Nel 2008 i suoi oppositori organizzarono grandiose dimostrazioni antigovernative. La Corte Costituzionale dichiarò allora decaduto il premier Sundaravey per un conflitto d’interesse: aveva partecipato a una trasmissione televisiva di promozione gastronomica in qualità di consulente. Fu allora nominato premier un altro membro del PPP, il genero di Thaksin. I suoi oppositori organizzarono grandiose dimostrazioni antigovernative. La magistratura thailandese allora disciolse il PPP e i partiti della coalizione di governo per frode elettorale. Il partito democratico (conservatore), senza passare per le elezioni, nominò allora primo ministro Abhisit Vejjajiva.

Nella primavera del 2010 i sostenitori del «Berlusconi d’Asia» pensarono che fosse giunto anche per loro il momento di organizzare grandiose manifestazioni antigovernative. Ci furono una novantina di morti. Forse perché i berluscones thailandesi si facevano chiamare «camicie rosse», forse perché non molto ferrata in materia, o forse perché impressionata degli eroici resistenti thailandesi, una commossa Concita de Gregorio prese un clamoroso abbaglio e sull’Unità scrisse: «A quale sacrificio siete disposti per difendere la democrazia? Ciascuno di voi, individualmente, che cosa ci metterebbe di suo? Guardavo le foto del lago di sangue davanti al Palazzo di governo di Bangkok, ieri – trecento litri di sangue versati volontariamente dai manifestanti, qualche goccia a testa – pensavo che certo è un gesto simbolico formidabile capace di evocare all’istante i milioni di persone che il sangue e la vita ce li hanno messi tutti, per la democrazia. A noi, qui, basterebbe molto meno. Le dimissioni, per esempio.» Le dimissioni di Berlusconi, s’intende.

Nel 2011 il partito dell’esule Thaksin ebbe la spudoratezza di vincere ancora le elezioni. La sorella minore di Thaksin, Yingluck Shinawatra fu nominata primo ministro. Nell’ottobre del 2013 il governò presentò una proposta di legge di amnistia per i reati relativi alla crisi politica 2001-2006. I suoi oppositori – ça va sans dire – organizzarono grandiose dimostrazioni antigovernative che portarono alla caduta del governo e alla dissoluzione del parlamento. Yingluck Shinawatra continuò a governare ad interim in attesa delle nuove elezioni previste nel mese di febbraio del 2014. Le elezioni non si sono mai tenute, a causa del boicottaggio dell’opposizione. Nel maggio del 2014 Yingluck Shinawatra è stata destituita dalla Corte Costituzionale per «abuso del potere politico a fini personali». Subito dopo è arrivato il colpo di stato. La Shinawatra è stata arrestata, insieme ad un centinaio di politici, e dopo qualche giorno rilasciata. I militari negano il colpo di stato anche se hanno imposto “in via temporanea” la legge marziale e la censura dei media. Per i media occidentali, invece, e specie per quelli italiani, naturalmente, è stata un’occasione magnifica per ostentare quell’eroico solidarismo resistenziale da salotto che tanto gratifica l’anima accidiosa: sono gli stessi che per tre lustri hanno fatto il tifo contro l’Impresentabile di Thailandia.

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Scelta fatale

Scrivevo quattro mesi fa… «Alt, caro il mio Zamarion! Questa storia l’abbiamo già sentita un sacco di volte: tu scrivevi, tu hai scritto, tu l’avevi detto… Anche a voler sorvolare per carità di patria sulla volgarità di questo vezzo, tu, caro il mio saputello, hai la spiacevole abitudine di ricordarti solo delle poche volte che l’imbrocchi giusta, cioè delle poche volte che colpisci per miracolo il bersaglio di striscio, ma di tutte le volte che spari (infatti tu non ragioni, ma spari, cocco bello) che spari, dicevo, il rigore il tribuna tu non ti ricordi mai.» Avete ragione: non me lo ricordo mai. E poi è un compito che lascio alla numerosissima turba dei miei invidiosi nemici. «Compito? Ma quale compito! Tu pensi veramente che qualcuno abbia voglia e tempo di compulsare la tua robaccia per prenderti in castagna?» Non lo penso affatto: ignorare (ostentatamente) una voce che brilla per schietta autorevolezza è infatti una delle forme più sottili di persecuzione intellettuale. E’ perciò con spirito indomito e al servizio della verità che voglio appunto ricordare che quattro mesi scrivevo: «ci sarà tempo per ricominciare a menare il can per l’aia, ma per il momento è meglio lasciare certe smargiassate da dilettanti a novizi come la presidentessa di Scelta Civica, la quale ha preannunciato l’incorporazione dei montiani tra gli addetti alle salmerie dell’esercito renziano con queste parole: “Con il segretario del Pd ci confrontiamo su riformismo, e se agli annunci seguiranno i fatti si avvierà di certo un dialogo importante.”» Il messaggio di Stefania Giannini è stato talmente chiaro che gli elettori montiani, con un sorprendente sussulto di dignità, rigettando ogni finzione, alle elezioni europee hanno preferito votare senz’altro per Renzi. “SCELTA EUROPEA con Guy Verhostadt”, la coalizione liberal-democratica formata da Scelta Civica, Fare e il Centro Democratico dell’inossidabile Tabacci ha infatti conquistato uno sbalorditivo 0,7% dei voti. Che non sono poi neanche pochi, a dire il vero, visto il nome marziano della lista. Voglio dire: non faccio certamente il tifo per quella sguaiatezza nella quale, purtroppo, noi italiani indulgiamo troppo spesso; non dico che battezzare una lista col nome di “CA**I NOSTRI -Europa+gnocca” sia segno di lodevole fiuto politico; ma perché spaventare l’uomo della strada con una denominazione da seminario internazionale sul lago di Ginevra?

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La gioiosa macchina da guerra renziana

C’è l’onesto e c’è l’onesto furbacchione iscritto al partito degli onesti. La fortuna elettorale del partito degli onesti è sempre stata alterna; storicamente parlando, piuttosto scarsa. La natura più vera del partito degli onesti è quella di una corporazione, una fazione, una falange, una setta. La segreta attrazione per il giacobinismo deriva dal fatto che se non vi promette la vittoria con la rivoluzione, vi assicura quantomeno una protezione e una promozione di tipo mafioso dei vostri interessi. E’ una cosa che il disonesto capisce al volo, per puro istinto. E’ per questo che il partito degli onesti, a dispetto dei rovesci elettorali e del Sistema cui s’oppone da sempre, ha okkupato progressivamente tutta la società italiana. Arriva un giorno che si stenta a trovare un solo notabile di un qualsiasi angoletto dell’establishment, dall’associazione dei raccattapalle a quella dei banchieri, dal Festival di Sanremo alla Corte Costituzionale, che non faccia idealmente parte dell’onesta falange chiagnifottista. E’ il giorno in cui il partito degli onesti s’accorge che non c’è più bisogno di alcuna rivoluzione, visto che ormai si è pappato tutto: si è sistemato benissimo, senza aver avuto bisogno di rifondare la società. Ed è il giorno in cui spunta un nuovo partito degli onesti pronto a ripetere l’operazione ai suoi danni: rivoluzione o okkupazione.

Il grande cruccio di questo partito egemone (che non c’entra un bel nulla con la vecchia DC, la cui presa sulla società era molle, paternalista e tutt’altro che pervasiva) è di non esser mai riuscito a convincere la plebe a plebiscitarlo. Sono lustri e lustri che questo matrimonio s’ha da fare. Alla sventurata l’hanno fatto capire in tutti i modi possibili i bravi della magistratura, i predicatori sui giornali, i felpati attori istituzionali. Bisognava prendere la recalcitrante promessa sposa per stanchezza, come in un matrimonio combinato, e farle capire che non c’erano alternative. Col trionfo alle elezioni europee di Renzi, candidato unico di Repubblica, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore, Unità, Confindustria, Sindacati, e compagnia cantante (e nonostante ciò il perspicace Scanzi è riuscito a paragonare la vittoria del 2014 di Renzi a quella del 1994 di Berlusconi!), questo disegno sembra essersi concretizzato, e la gioiosa macchina da guerra renziana pare pronta per nuove vittoriose campagne, anche se in giro più che l’entusiasmo si respira la rassegnazione di un paese sfiancato dal mobbing della società civile.

Ma è un’illusione ottica. Più di quattro elettori su dieci non hanno votato. Per ragioni giuste o sbagliate l’appeal del voto europeo è così scarso che qualcuno avrà votato perfino per sport. E l’offerta politica era ridotta in sostanza al Candidato Unico, al Fuori di Testa, e allo Sputtanato. In futuro il PD non potrà all’infinito raccogliere i frutti dell’ambiguità di un partito che con Renzi presenta una faccia giovanilistica, democrat, liberal; che però s’intruppa in Europa nella famiglia socialista; e che rivendica nel contempo l’eredità di Berlinguer: tre cose che si escludono l’una con l’altra. E il M5S invece dovrà prima o poi (dolorosamente) chiarire a che genere di vaffanculismo appartiene: a quello di sinistra (che è senza dubbio quello originario) o a quello di destra? Tale mancanza di progettualità politica spiega in parte anche la straordinaria e per molti inesplicabile resistenza del fenomeno Berlusconi, nonostante viva sotto i bombardamenti da vent’anni: il berlusconismo – al netto di quell’aspetto pittoresco o di quel lato questurino che interessa gli spiriti superficiali, faziosi e tremendamente noiosi – è il progetto di un rassemblement politico che presidi tutta la destra, senza cedere ad infecondi identitarismi o a centrismi equivoci. E’ l’unico progetto politico serio e coerente degli ultimi vent’anni, e per questo è sempre pronto a rifiorire. Si è ben visto come l’indebolimento di Berlusconi non abbia partorito la “destra perbene” promessaci dagli imbonitori della grande stampa. Al contrario: leghisti e fratelloni d’Italia si son riscoperti lepenisti, e i berlusconiani perbene o rinsaviti son tornati alle acrobatiche pratiche del centrismo parallelamente convergente.

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Il Sole 24 Ore berlusconiano

Se il fato capriccioso ha voluto che la fama di Émile Zola poggiasse più sul suo «J’accuse» che su tutta la sua opera letteraria, non ci dobbiamo poi scandalizzare se il direttore de “Il Sole 24 Ore” deve la sua limitata notorietà più al suo “Fare presto!” che a tutti i suoi libri ed articoli. La straordinaria petulanza dimostrata dal Sole nelle settimane di fuoco che portarono alle dimissioni di Berlusconi e al varo del governo Monti rimarrà nella storia del giornalismo italiano: pareva che si contassero i giorni, le ore, i minuti, i secondi, i decimi e i centesimi di secondo che ci separavano dal baratro o dalla salvezza. Ciò che non si capiva assolutamente è in cosa questa fretta indiavolata si dovesse concretare, a parte mettere una macchietta seriosa come Monti al posto del nefando Berlusconi. Nonostante la dose massiccia di esclamativi, la nebbia era fittissima. E infatti Monti dimostrò poi di non avere né idee chiare né propositi fermi, nonostante una timida e sarcastica sentenziosità, che era il suo modo di parlare per esclamativi.

A quasi tre anni di distanza il mistero rimane e, anzi, diventa sempre più intrigante. Ieri, per esempio, nel giorno delle elezioni europee il Sole ha pubblicato un articolo del direttore impregnato di quel senso d’urgenza che caratterizzò i giorni indimenticabili del “Fare presto!”. Il meglio dell’articolo si concentra in questo brano: «Non è di poco conto prendere atto che la crisi non è solo dei Paesi periferici, ma è strutturale e riguarda quasi tutti i Paesi europei con la sola eccezione della Germania. Bisogna chiedersi se è ancora un modello al quale tutti gli altri si debbono ispirare o se essa stessa debba condividere qualcosa di diverso. Il dubbio di molti è che la Germania si sia appropriata di qualcosa che non le appartiene e l’impegno concreto deve essere quello di non arrivare al paradosso che venda a tutti ma non compri da nessuno. È bene che realizzi un surplus consistente e che anche gli altri Paesi ne accumulino vendendo di più all’estero, fuori dall’Europa, ma che cosa dobbiamo fare per spendere in casa questi surplus e fare crescere la domanda interna? Perché rinunciare a spendere questa ricchezza in Europa? La Cina e gli Stati Uniti hanno messo soldi nel sistema, hanno fatto una politica nel campo dell’energia, la Russia si muove a 360 gradi, e noi dove siamo? Che cosa facciamo? Questo è il punto. Bisogna andare a votare perché l’Europa faccia una vera azione anti-crisi, si doti delle armi monetarie “non convenzionali” giuste e metta al centro della sua azione di politica industriale la manifattura e l’innovazione…» A parte lo stile riguardoso, mi sembra perfetto, nel senso che mi sembra una sintesi perfetta del pensiero berlusconiano in materia, comprese le corbellerie sulla bontà delle bombe nucleari monetarie, che a Silvio non ho mai perdonato. Il che non vuol dire, cari i miei lettori, che ieri non abbia fatto il mio dovere.

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Matteo, la sinistra e l’Europa

Capiamo bene il dramma del povero elettore di sinistra italiano: quanto in cuor suo gli piacerebbe votare per uno di quegli stagionati partiti socialisti o socialdemocratici che regnano placidi a manca in tante lande della più civile Europa! Quanto gli piacerebbe uscire da quel radicalismo di massa che lacera la sinistra italiana dalla fine della prima guerra mondiale! E dopo questa liberazione quanto felice sarebbe di poter finalmente sventolare senza fastidiose riserve mentali la sua bandieretta rossa rossa, come fa persino il compassato compagno danese o svedese! Purtroppo questi son solo bellissimi sogni. Qui da noi se ha voglia di sentirsi il sangue scorrere nelle vene può solo abbruttirsi col vaffanculismo palingenetico o fare un tuffo nostalgico nel comunismo della Magna Grecia. Se invece non vuole ubriacarsi gli tocca sorbirsi la sbobba insapore di un democraticismo liberal che non ha neanche il pregio di esserlo sul serio. C’è da dire però, per sua fortuna, che il berluschino di famiglia democristiana, ex popolare ed ex margheritino Matteo Renzi si sta giocoforza ogni giorno sempre più adattando alla forma mentis del popolo post-comunista. Soprattutto, purtroppo, nella specialità indiscussa della sinistra italiana: il vizio della smemoria. Ieri in Piazza del Popolo ha detto: «Noi stiamo votando semplicemente per le europee, che significa votare per il nostro futuro ma anche partendo dal nostro passato. Nel 1957 in questa città tanti uomini e donne ebbero il coraggio di costruire una Europa partendo dal carbone e dall’acciaio. Una idea diversa di Europa consentì di portare questo continente alla pace». C’è anche da dire che il giovanotto Matteo certe cose effettivamente non le può ricordare e che forse semplicemente non le sa. Non sa, forse, che la sinistra italiana solo all’inizio degli anni ottanta si convertì definitivamente al progetto dell’Unione Europa (e dopo naturalmente, un passo alla volta, cominciò a rompere e a scomunicare); che fino ad allora questa Europa era stata combattuta come un progetto “americano” e “capitalista”; che ancora nel 1978 il PCI riuscì a votare, tra molte titubanze, contro l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo. E la cosa stupefacente è che nessuno additò al pubblico ludibrio questi “antieuropeisti” di sinistra

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Brutto, sporco, cattivo, ma berlingueriano

Scrivevo l’altro giorno a proposito di Berlinguer: «Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandata?» E guarda caso ieri al comizio in Piazza Santissima Annunziata a Firenze Beppe Grillo è salito sul palco in braccio a Di Battista – lui novello Berlinguer e il giovanotto novello Benigni – arruffianandosi i novelli montagnardi con un «Vi ricordo qualcuno?» che verosimilmente avrà colpito al cuore con (inaudita) crudeltà lo sbalordito Veltroni. E poi, proprio nel cuore dell’Italia rossa, e proprio per espugnarlo, quel cuore, ha finalmente pronunciato le ferali parole: «Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità.» Il guaio per la sinistra girondina è che Beppe mente solo quando dice che il suo movimento è l’unico a professare la retta fede berlingueriana, ma per il resto dice la verità. La sinistra comme-il-faut, per sfuggire alla verità, continua ad ingannarsi cullandosi in una concezione caricaturale e tutta di superficie del populismo, come se forme becere, pacchiane, eclatanti o rumorose di azione politica siano sempre e necessariamente forme distruttive di azione politica, e per converso forme seriose non lo siano. E’ per questo che le viene comodo descrivere il grillismo come una specie di degenerazione “antagonista” del berlusconismo, senza rendersi conto che la “questione morale”, dietro la maschera compunta, è la politica ridotta allo stato belluino, è la negazione della politica, è populismo puro, è Grillo.

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Frutta di stagione

Il Nuovo Centrodestra è diventato un partito proprio per benino. Neanche l’arresto del Presidente del Consiglio Regionale della Campania, Paolo Romano, candidato Ncd alle europee, ha scalfito la serafica compostezza degli ex-berlusconiani davanti all’attivismo inesauribile e un po’ megalomane della nostra magistratura. Si capisce bene che ormai s’ispirano alla faccia tosta dei democratici. Da questo punto di vista Renato Schifani ieri ha raggiunto la perfezione, rispondendo così alla stampa: «Dispiaciuti per quanto accaduto, siamo un partito garantista ma attento alla trasparenza: siamo dispiaciuti per questi arresti domiciliari, ma non siamo un partito che grida al complotto. (…) Auspichiamo che al più presto possa fare chiarezza. La campagna elettorale continua perché noi crediamo nei valori del garantismo ma anche della legalità.» Non capisco però perché ci si dia tante arie per non aver gridato al complotto. Gli italiani sono proprio fissati coi complotti. Tutti i dati empirici di cui disponiamo provano con certezza, invece, che ci troviamo di fronte ad una malattia stagionale professionale. E’ così: ogni volta che le elezioni si avvicinano, i procuratori di mezza Italia, ossia i custodi della legalità, cadono preda di una voglia incoercibile di protagonismo. Sono un po’ come quei piccoli tirapiedi della burocrazia di ogni tempo e di ogni luogo, la cui unica consolazione consiste nel trovare la giusta occasione per far sentire al malcapitato di turno il peso della loro imprescindibile funzione. Ed è così che per miracolo i tempi degli arresti maturano tutti insieme improvvisamente, al primo sole caldo della stagione delle elezioni. Tanto per ricordare ai politici che costoro non hanno ancora bene inteso «chi sono loro».

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I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

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Berlinguer il populista

Il “Fatto Quotidiano” ha riesumato l’ultima intervista di San Enrico Berlinguer prima di morire. Vedo già il tetragono popolo di sinistra piangere di commozione. «Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale, dall’iniquità sociale (…)», diceva Berlinguer, «per portare invece nell’Unità Europea il volto di un paese più pulito, più democratico, più giusto.» Prima che ti metta ad esaltare il “profeta”, mio caro, eterno e incorreggibile bambolotto di sinistra lascia però che t’inviti ad una piccola riflessione: come mai Berlinguer, dipingendo l’Italia di allora (in quei giorni il mostro era Craxi), ha saputo prefigurare così compiutamente il paese uscito stremato da vent’anni di berlusconismo (ti toglie proprio le parole di bocca, non è vero, bambolotto?) se il ventennio di Silvio cominciò dieci anni dopo la sua morte? Delle due l’una: o il paese era già berlusconiano nel 1984 e il berlusconismo non è stato affatto una patologia particolare, oppure quell’immagine era una caricatura. E infatti quella di Berlinguer non era una profezia, ma semplicemente la frusta, trita, trinariciuta formula di fede del post-comunista, solo aggiornata rispetto a quella del comunista. Era ancora il dogma velenoso dell’Italia dei buoni e dei cattivi, propagandato senza soluzione di continuità dalla fine della seconda guerra mondiale, ma senza il filtro marxista, caduto in disgrazia. “Comunista” non era più sinonimo di “migliore”. Occorreva rifondare la “diversità” piuttosto che morire socialdemocratici. La “questione morale” fu la continuazione del comunismo con altri mezzi. Smessi i panni marxisti, il comunista restò nudo, cioè giacobino. Per questo la sinistra potè diventare “democratica”, ma non espressamente “socialdemocratica”. Ci avrebbero poi pensato i giornalisti, gli intellettuali, gli accademici, gli artisti, i cineasti, i nani comme-il-faut e le ballerine politicamente corrette, e infine e definitivamente i magistrati, con le sentenze, a piegare la realtà italiana all’immaginetta evocata da Berlinguer, che non era solo la sua, ma quella interiorizzata dal popolo di sinistra e che tu, bambolotto, volevi sentire confermata. Per quanto gelido e sussiegoso, e quindi ancor più odioso, quello di Berlinguer era un populismo vero e lui fu un lugubre sacerdote del settarismo di massa. Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandato?

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Un complotto così grandeeeee…

Come insegnò una volta per tutte il Poe de “La lettera rubata”, il miglior modo per nascondervi una cosa che state cercando è di mettervela negligentemente, come se niente fosse, sotto il naso, mentre voi frugate diligentemente e comprensibilmente nei buchi e negli angoli. La morale del “complotto” contro Berlusconi è la stessa. Si può dire che nei primi mesi del 2011 tutta l’Italia Migliore fosse impegnata nel trovare un modo per mandare a casa il Caimano a tutti i costi, impegnata cioè nel famigerato “complotto”: articoli di giornale, interviste, proposte, appelli. Tutto alla luce del sole, tutto meritorio, tutto democratico. Tutto talmente spudorato da apparire normale. Lo spread era ancora sconosciuto alle plebi. La parola d’ordine era questa: Berlusconi è una barzelletta, è una vergogna, è una minaccia per la democrazia, ergo lo dobbiamo mandare a casa. Di economia non si parlava affatto. Questo programma fu nobilmente fatto proprio da Carlo De Benedetti in un’intervista concessa al quotidiano tedesco “Die Zeit” ai primi di marzo del 2011. Dopo aver descritto il mostro e la sua pericolosità, dopo aver lamentato l’assenza di una «vera opposizione», De Benedetti profetò che Berlusconi sarebbe stato rovesciato dal popolo. All’uopo, il democratico numero uno auspicava una “primavera araba” italiana. Siccome all’epoca tutto l’occidente salottiero si era infatuato della “rivoluzione di Twitter” di piazza Tahrir, De Benedetti magnificò la potenza di fuoco di internet con un esempio su tutti: il sito di “Repubblica”. Poi lo spocchioso nemico numero uno del becero populismo si concesse il lusso di una massima dal finissimo gusto grillino: «La gente non ha bisogno di partiti. La gente ha più potere dei politici. Si possono creare le condizioni per la caduta di Berlusconi.» L’intervistatore allora chiese, per puro dovere professionale, non per cattiveria, giacché tutta l’intervista è come permeata da un rilassato cameratismo: «Perché non attraverso il voto?» De Benedetti rispose schietto: «Se il governo non cade, non restano che le elezioni del 2013.» Hai capito. E chi avrebbe guidato un’opposizione divisa e litigiosa? «Tutto il Pd, il più grande partito d’opposizione, vuole Monti.» Ma come? Il Pd è lacerato dalle divisioni! «Esattamente. E’ per questo che potrebbe mettersi d’accordo su un outsider.» La primavera arrivò, ma non arrivò la “primavera araba”, e nemmeno piazza Maidan. Però i preparativi per l’intronizzazione di Monti andavano avanti. Mancava solo l’occasione buona per l’agguato. E l’occasione venne, per la gioia dell’Italia nata dalla Resistenza. Ma non era quello il “complotto”.

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