Una settimana di “Vergognamoci per lui” (176)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO RAZZI 28/04/2014 L’uomo è simpaticissimo, e forse, purtroppo, uno degli ultimi esemplari di una razza in estinzione. Dotato di un’eloquenza da sagra di paese, tale e quale la sua filosofia, rilassata, elementare, odorante di stalla ma non triviale, nemica di ogni suscettibilità e perciò virile, Antonio riesce a dire castronerie immense, ma con la grazia suprema di una natura, la sua, sempre fedele a se stessa. Pensate solo alla cavolata recentissima, irresistibile, sugli «uomini sessuali», che ha il timbro della perfetta innocenza dell’amatore instancabile ma senza grilli per la testa. In una parola, un fenomeno. Ecco perché siamo doppiamente dispiaciuti che uno schietto fanfarone come Razzi, intervistato da quelli de “La Zanzara”, in quanto a donnesche imprese abbia ostentato numeri mirabolanti, ma non all’altezza della sua fama. Eppure nella stessa intervista Razzi ci aveva deliziato con un’altra delle sue perle di saggezza; questa, candida ed incantevole: «Oggi i latin lover italiani stanno diventando sempre meno, Berlusconi ha portato avanti questa CULTURA». Ma per quanto riguarda i numeri Antonio si era purtroppo fermato a mille: «Dai 17 fino ai 26 anni ho avuto tante donne, circa mille facendo il conto. Avevo un taccuino dove annotavo tutto, nome, nazionalità e davo anche il voto». Mille purtroppo è un numero di «conquiste» fattibile. Ho fatto anch’io un conto elementare: significa cambiare donna ogni tre giorni circa. Certo per i comuni mortali sarebbe sempre un’impresa straordinaria, e non priva di sacrifici quasi sovrumani: pensate a tutti quei bocconcini formidabili che avreste dovuto trascurare dopo averli assaggiati per correre dietro ai numeri! Diecimila sarebbe stato invece un numero bello e impossibile: l’unico, perciò, degno del poeta Antonio.

AMBROGIO MARRONE 29/04/2014 Ritengo in cuor mio che nemmeno il più acerrimo dei suoi nemici, se appena appena alberga ancora in cuor suo, appunto, un rimasuglio di quei sempiterni sentimenti di fratellanza che fanno dell’uomo il più nobile re degli animali, più ancora dello suscettibile, celebrato e fulvocrinito satrapo della savana; e che lo trasportano, elevandolo, in lontananze azzurrine percorse dallo spirito divino; ritengo, appunto, che nemmeno questo non del tutto perduto arcidiavolo possa negare a Berlusconi il merito di aver restituito ad una ristretta classe di persone alquanto augusta il gusto, appunto, di una prosa rigogliosa, florida, turgida, tentacolare, ricca di subordinate, magniloquente, sempre sul punto di crollare sotto il peso di lussureggianti festoni di aggettivi e meravigliose ghirlande di avverbi; avviluppantisi, questi festoni, intorno a orditi sintattici arditi quando non chimerici, simili a quegli smilzi e leggiadri rametti che formano quel diafano reticolato che regge lassù, miracolosamente ma vittoriosamente, la nobile, fluttuante, leonina chioma di alberi secolari di fiera bellezza saettanti con uguale dignità, maestosi e sereni, contro cieli pigramente celesti o furiosamente procellosi; e perciò capace – parlo sempre della prosa, appunto – capace dunque di trasmettere, trasportare, traghettare senza cadere in una disperante insensatezza, e senza perderne una goccia, tutta la formidabile, variegata, frammentata, eterogenea complessità in cui si articola il più elementare dei pensieri umani; e di farlo con la grazia che ai frutti di un’edificazione onesta sa aggiungere l’onesta e rossa ciliegina di quel piacere sottile, delicato, a volte ineffabile, che sempre, infallibilmente, s’accompagna alla contemplazione delle cose ben fatte, tornite e rifinite. Questa cerchia privilegiata di persone, questo nobile consesso, questo club esclusivo, è composto dai magistrati della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Puntualmente, quando c’è di mezzo Berlusconi, la loro vena artistica si scatena in un affannoso tentativo di illustrare quanto vituperando, esecrando e nefando sia tutto ciò che circonda Silvio. Nelle motivazioni della sentenza di condanna dell’avvocato Castellaneta (caso escort-Tarantini) il gup del tribunale di Bari Ambrogio Marrone, per esempio, parla di «uno sconcertante quadro della vita privata di vari soggetti coinvolti nella vicenda, dalle ragazze sino all’allora presidente del Consiglio»; e scrive che «Il materiale probatorio, nel suo contenuto di oscenità e bassezza evidenzia la situazione di mercimonio del corpo femminile e la considerazione delle donne come semplici oggetti suscettibili di commercio a scopo sessuale». Certo, il risultato artistico è avvilente: la prosa è come incrostata da grigie e comiche ridondanze che sanno di burocratese. Ma i processi di Berlusconi sono un’infinità, e c’è quindi tutto il tempo per migliorare.

[P.S. – Nelle questioni linguistico-grammaticali di solito sono molto conservatore, ma non per partito preso (come si vede dal titolo, ad esempio, preferisco scrivere “vergognamoci” invece di “vergogniamoci”). Stranamente, le rare volte che faccio il “progressista” puntualmente vengo impallinato. In questo caso qualcuno ha ironizzato sull’uso dell’espressione “il più acerrimo nemico”, ravvisandovi un clamoroso errore. Ma il fatto è che da moltissimo tempo, quando si accompagna al sostantivo “nemico” , “acerrimo” non è più sentito come superlativo, ma come aggettivo a sé stante, vicino nel senso a “strenuo” o “spietato”. Infatti, se fosse sentito come superlativo dovrebbe valere “il più acre” e del “più acre nemico” non si è mai sentito parlare. L’espressione in questione è stata usata da Pirandello ed altri.]

ANDREA RICCARDI 30/04/2014 Lo storico, scrittore, ex ministro e fondatore della Comunità di S. Egidio è un cannone. Non scherzo: un cannone. Per dirla col mitico Antonio Conte da Lecce, Riccardi «sta sempre sul pezzo». Quando Giovanni Paolo II fu beatificato, nel 2011, il cannone diede alle stampe la sua biografia del colosso polacco, dal titolo dal sapore severo e definitivo: “Giovanni Paolo II. La biografia”. L’autunno scorso, ad appena qualche mese dall’elezione al soglio pontificio dell’uomo venuto dalla fine del mondo, il cannone pubblicò “La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa”, per far capire al mondo che di questa sorpresa, grazie allo Spirito Santo, lui aveva già capito tutto. Ma nell’anno, anzi, nei giorni della canonizzazione congiunta di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II il cannone ha fatto i miracoli. Di libri ne ha fatti uscire due: “L’uomo dell’incontro. Angelo Roncalli e la politica internazionale”, il cui titolo richiama alla mente l’immagine dell’uomo «di pace» perennemente di moda, giacché sulla santità del papa buono non è neanche il caso di discutere; e “La santità di Papa Wojtyla”, il cui titolo invece insiste proprio su quella santità, e quindi su quella canonizzazione che è parsa troppo sbrigativa a certe teste dure che il cannone ha deciso di bacchettare e illuminare. Ma, insomma, cosa voglio dire con tutto questo? Voglio forse insinuare che il grafomane Riccardi è un po’ troppo opportunista? Che il suo formidabile tempismo amoreggia un po’ troppo con lo spirito del mondo? No. Opportunista è una parola un po’ troppo misera per uno che, allineato e coperto, pontifica da fuoriclasse: un cannone.

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