Evitiamo le sceneggiate

La drammatica vicenda di Ciro Esposito, ferito da una pallottola esplosa (secondo la ricostruzione della procura) dalla pistola di un ultrà romanista durante dei tafferugli scoppiati prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, è finita in tragedia dopo cinquanta giorni con la morte del tifoso napoletano. La famiglia si è fatta sentire attraverso un comunicato ufficiale che ha l’inconfondibile profumo di genuinità esalato da un documento steso dagli avvocati e che inizia con queste parole: «Alle 6 di questa mattina dopo un calvario durato cinquanta giorni si è spento il nostro Ciro, un eroe civile.» “L’eroismo civile”, questa sembra la strategia mediatica, un po’ spudorata, studiata dagli avvocati della famiglia. Ed infatti a Scampia sono già spuntati gli striscioni con la scritta “Ciao eroe”. Non poteva non dire la sua sindaco De Magistris, iperbolico e teatrale come sempre: «Ciro è morto e a Napoli proclamiamo il lutto cittadino. Per Ciro, per i familiari, per il nostro popolo. Per dire no al binomio calcio-violenza». Da parte sua l’avvocato Damiano De Rosa, uno dei legali della famiglia di Ciro Esposito, ha invocato, in tutta serietà, il lutto nazionale: «La famiglia di Ciro è distrutta dal dolore,» ha detto, «anche se era una notizia che ci aspettavamo: ci stiamo attivando per ottenere che la camera ardente venga fatta a Scampia e la dichiarazione del lutto cittadino e nazionale, è una cosa dovuta». Questo zelo è certamente meritorio. Però non ne capisco i fini. Vogliono forse, questi signori, trasformare una tragedia in una sceneggiata? Non pensano che un morto abbia diritto a maggior rispetto?

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[RISPOSTE AI COMMENTI – Ed infatti io non parlo della famiglia propriamente detta, che ho cercato di tener fuori, come si può leggere benissimo tra le righe; ma di un circo che intorno alla famiglia si sta muovendo, con le sue roboanti e farsesche esagerazioni. Detto in chiaro: qui sta andando in onda un fenomeno di rimozione collettiva dai tratti isterici e teatrali che tende a scaricare sullo “stato mamma e papà” tutte le colpe. L’abbiamo già visto, in parte, col caso Sandri. E’ bello sentirsi innocenti in gruppo, con qualsiasi pretesto: ma è sempre l’istinto del branco sotto mentite spoglie. – Come per il caso Sandri, anche per il caso di Ciro Esposito bisogna distinguere i piani. C’è una realtà puntuale, che riguarda il dramma propriamente detto, e le persone coinvolte nella loro irriducibile singolarità, con le loro colpe e i loro meriti. E poi c’è una realtà “sociologica” dentro la quale il dramma s’inquadra. Questi drammi sono presi a pretesto per falsare il quadro sociologico, per far sì che le varie collettività (tifosi compresi) si sentano vittime dello Stato. E’ quello che succede anche in certi contesti più propriamente politici. Di qui la necessità della “santificazione” demagogica della vittima, che a volte assume toni talmente grotteschi da essere implicitamente irrispettosa della stessa vittima, ridotta a strumento. – E per concludere: da una parte la famiglia invita le tifoserie alla calma, ad abbandonare i propositi di vendetta, eccetera. Benissimo. Dall’altra, però, nelle dichiarazioni preparate con tutta evidenza dagli avvocati si sposa nei fatti la demagogia di piazza, scaricando tutte le colpe su quelle mitiche “istituzioni” che dovrebbero farsi carico di tutto e di tutti, anche degli atteggiamenti irresponsabili dei cittadini. A cosa servono queste evidenti forzature? Forse a chiedere pretestuosamente allo Stato un risarcimento danni milionario? – De Magistris: «Per quello che è successo a Ciro Esposito, paghi anche chi non ha garantito l’ordine pubblico, perché l’ordine pubblico quel giorno a Roma non ha funzionato». Dopo il grande e un pochettino becero rito dell’innocenza collettiva, compresa quella di quel mondo degli ultras che ora chiagne senza ritegno e senza il quale Ciro, ovviamente, non sarebbe mai morto (perché i cultori della legalità – cioè i populisti allo stato puro – non lo rinfacciano a questi deficienti che hanno il coraggio di presentarsi ai funerali, eh? opportunismo?), adesso si mette in moto la macchina del Grande Depistaggio: Ciro vittima dello Stato. Siamo solo all’inizio. L’avvocato Pisani è già partito per l’iperspazio para-complottista politicamente corretto: «Non dimentichiamo che è morto per avere cercato di difendere donne e bambini da un attacco terroristico, con bombe carta e pistola, ad un autobus di normalissimi tifosi partenopei». Fra poco salteranno fuori i servizi deviati. Vedrete, vedrete… non scherzo. C’è tutto un popolo, allenato da mezzo secolo, pronto a credere, obbedire e combattere. La società “civile”, naturalmente, con le sue gazzette, dai suoi salotti e dalle sue piazze, s’adeguerà.  – A proposito: mi chiedevo prima se le evidenti forzature (nelle dichiarazioni della famiglia preparate con tutta evidenza dagli avvocati) non fossero altro che il segnale della volontà di imporre, grazie anche al sobillamento furbesco (in quanto politicamente corretto) della demagogia di piazza, un’interpretazione dei fatti sulla cui base chiedere poi un risarcimento milionario allo stato. Credevo, povero ingenuo che sono, di essere stato malizioso. Invece scopro ora che proprio ieri l’avvocato Pisani l’aveva preannunciato chiaro e tondo: «E dello Stato, che dovrà anche risarcire la famiglia. Nessuna somma potrà alleviarne il dolore. Ma chi ha sbagliato dovrà pagare i danni morali e patrimoniali oltre a rispondere per l’assassinio di Ciro. Ancora oggi, nessuno ha chiesto scusa.» Quale tatto squisito e quale pudore a poche ore dal funerale di Ciro! – Lei dice sciocchezze. Anzi, falsità. [mi accusano di razzismo, NdZ] Stia calmo e legga bene e capirà che ho cercato di tener fuori dalla faccenda la famiglia propriamente detta. Ho parlato soprattutto di avvocati. E di tutto il “circo” attorno alla famiglia; e di tutto il grande “teatro mediatico” attorno al circo. Ma, insomma, una cosa vorrei proprio capirla, e la chiedo a tutto questo mondo innocente che si stringe concretamente o idealmente intorno alla bara di Ciro, e applaude, e piange, e mostra gli striscioni, compresi gli ultras di tutta Italia e pure il leghista Salvini, il popolo tutto, i dirigenti sportivi, i calciatori, i presidenti di calcio, cantanti eccetera eccetera: di chi è la colpa se Ciro è morto? Se siete tutti innocenti e solo chi ha sparato è colpevole, e nemmeno il tifo c’entra per davvero, come fa capire l’avvocato Pisani, allora vuol dire che è un semplice episodio di cronaca, e quindi tutto questo clamore non ha senso. Oppure significa che il colpevole è lo Stato. Le spiego in pillole il succo della faccenda, secondo il mio punto di vista: stiamo assistendo nelle piazze reali e nelle piazze mediatiche ad un mare di demagogia; a questa demagogia non è estranea la strategia degli avvocati della famiglia che vogliono imporre all’opinione pubblica una versione mitizzata dell’uccisione di Ciro: in due parole, la «Storia dell’Eroe non protetto dallo Stato», con la questione tifo ben lontana sullo sfondo; questa storia è, sic et simpliciter, una barzelletta, e lo sa anche lei; ma servirà poi agli avvocati per richiedere un risarcimento milionario allo Stato. Chi vivrà, vedrà.]

Non sparate sul Pistolero

«Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.» Prima della fine del romanzo, s’intende. Lo disse Anton Cechov. Per dare un giudizio equanime su Luis Suarez bisognerebbe partire da qui, da questa specie di determinismo artistico, perché il pistolero ed artista del pallone Suarez non solo nei piedi ma anche in bocca ha l’artiglieria: incisivi terrificanti che sono senza dubbio alcuno il tratto più caratteristico e impattante della sua fisionomia. Se voi aveste degli incisivi così, li usereste solo per mangiare? Pensateci. Non sareste sempre tentati di metterli alla prova? Di trovare loro un’occupazione degna di tanto splendore? E perché allora stupirsi se ogni tanto Luis, nel fuoco dell’azione, invece di usare le mani, azzanna le carni degli avversari? E’ probabile che per Luis mettere sotto i denti qualcosa di coriaceo sia una necessità organica, come per il gatto farsi le unghie. E poi diciamo la verità: Luis non fa male a nessuno. Lascia un timbretto che dura qualche giorno e che scaraventa il malcapitato, cioè il fortunato, sotto la luce dei riflettori dei media di tutto il mondo, mentre il dolore scompare ancor prima che si esauriscano le smorfie sul suo viso. Insomma, Luis Suarez è un personaggio che riconsegna al calcio quella ruspante umanità che da troppo tempo latita sui campi da gioco, e alla fin fine i suoi morsicotti sono per chi ne è vittima un’occasione d’oro per dimostrare la propria lealtà, virilità e longanimità. Lo ha detto anche De Rossi: servono gli uomini, non le figurine. Voleva dire «signorine», si capisce, ma per questa volta gli perdoniamo la viltà.

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Italia – Uruguay …0-0

«L’Italia fallimento completo.» «Niente alibi.» «Baratro.» «Rifondazione!» In breve: abbiamo perso. Siamo fuori dal mondiale. Ma avremmo anche potuto pareggiare e continuare l’avventura, senza troppi scandali. L’Italia ha giocato esattamente come nelle prime due partite. Così come contro l’Inghilterra e la Costa Rica l’Italia ha tirato fuori dal cilindro un tiki-taka dai ritmi equatoriali. L’Uruguay è stato al gioco e così abbiamo rischiato seriamente di addormentarci al ritmo dei ventidue ragazzotti di Ipanema. Perciò nel primo tempo il climax è stato raggiunto quando dai microfoni della RAI Bizzotto ha voluto sottolineare che «oggi però l’Italia è precisa nei passaggi», con Dossena che di rincalzo assentiva con un «Eh sì!» che suonava quanto mai pregno di significati reconditi e di promesse ineffabili. Nonostante lo strazio, in quel momento sono scoppiato in una sonora risata: questi due signori non avevano ancora dunque capito che contro la Costa Rica l’Italia era stata imprecisa nei passaggi perché aveva subito il pressing (cioè la superiorità numerica degli avversari nella zona della palla) e che era stata precisa con l’Inghilterra perché non aveva subito alcun pressing, come con l’Uruguay. La tragedia è che essi rappresentano la maggior parte degli opinionisti e degli appassionati di calcio italiani, tutti espertissimi in quella numerologia astro-chiromantica dei moduli che incanta i gonzi e che purtroppo domina la scena, tutti stanchi ripetitori della retorica della preparazione fisica, o di quella ancora peggiore della «fame», perché incapaci di vedere il gioco nella sua essenza, ossia nella sua totalità, che non è quella spaziale e statica degli schemi rappresentati su una tavoletta, ma è quella spazio-temporale. Non è un discorso filosofico, è semplice buon senso. L’Italia è diventato invece il paese della dotta stupidità calcistica. Siamo espertissimi di tattiche (cioè di tattichette), però le nostre squadre, indipendentemente dalla qualità, giocano malissimo e nelle competizioni europee sembrano sempre in sofferenza e disorganizzate, anche contro avversari modesti: questo fatto me lo devono spiegare!

Ma torniamo alla fatale partita con “los orientales”: e se per caso gli italiani avessero pareggiato la stessa partita, tale e quale, cosa si sarebbe detto? Io penso più o meno questo:

“L’Italia si qualifica con qualche patema d’animo ma con pieno merito. Era l’Uruguay a dover fare la partita e non l’ha fatta. Un’Italia tornata precisa e concentrata si è adeguata alla passività degli uruguayani senza rischiare nulla e anche quando nel secondo tempo si è trovata in inferiorità numerica, per via di una decisione piuttosto fiscale dell’arbitro, ha controllato senza soffrire più del dovuto le offensive dei sudamericani, nulla concedendo né al matador né al pistolero. Questa ritrovata tenuta psicologica della squadra azzurra, questa solidità spiccatamente italiana, è la notizia più bella per Prandelli, e ci fa guardare tutti con un certo ragionato ottimismo al prosieguo della competizione.”

Ciò detto, penso che la mancata qualificazione dell’Italia sia meritata e costituisca piuttosto una specie di “squalifica”. Non vogliamo vedere che la nostra è, da lustri, una crisi di gioco, di mentalità, non di uomini; che nel nostro campionato le squadre saranno anche «benissimo messe in campo» ma in realtà giocano un calcio casual, legato ai singoli; squadre con reparti slegati; squadre lunghissime in campo; squadre che non pressano (neanche la Juventus fa un vero pressing, che può essere solo di squadra) e che perciò faticano lo stesso ma corrono male ed improduttivamente. «Gli altri hanno un’altra intensità», ha detto spesso Prandelli. Sì, ma da cosa dipende quest’intensità, se non dal gioco? O forse credete ancora, poveri babbei, che dipenda dal fisico bestiale degli altri? Lo si credeva anche qualche decennio fa. Poi venne il Milan di Sacchi, e dimostrò, col gioco, che gli italiani potevano essere anche superuomini.

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[MIO COMMENTO – Scrive il gran conformista Gramellini,  ben riassumendo le stupidaggini di coloro che non vedono il “gioco”: «E questa Italia depressa e deprimente, senza talento né carattere, merita soltanto di tornarsene a casa e ricominciare daccapo, con meno squadre e meno stranieri, come accadde dopo la Corea del 1966. Quando fummo eliminati al primo turno per la seconda volta consecutiva, proprio come adesso, e Gianni Brera scrisse: “La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco, l’attacco composto di gente molto sollecita a impaurirsi. E dove credevamo di andare?” Più che un’analisi, una profezia.» Che vi avevo detto? Colpa dei singoli (talento) della “fame” (carattere) e in più il ritorno rivelatore alle fissazioni pre-sacchiane di Brera (gli italiani fisicamente mezze cartucce e conigli). TUTTE BALLE.] [REPETITA IUVANT – VERGOGNAMOCI PER LUI – IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego. MIO COMMENTO – Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d’attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, ma mentale. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]

Da Mubarak a Super Mubarak

Di “primavere arabe” ce ne sono state svariate, alcune false, alcune autentiche. Quella egiziana fu sicuramente autentica. Il motivo è semplice: l’Egitto era uno dei paesi medio-orientali più “liberi”. Le rivoluzioni non avvengono mai quando un popolo è chiuso in una prigione, ma quando la porta di questa prigione comincia ad aprirsi lasciando passare spifferi di libertà. Un popolo rassegnato accetta tutto; ad un popolo che invece comincia ad assaporare la libertà quel poco di libertà appena conquistato non sembra mai abbastanza; un popolo siffatto, e specialmente quella sua parte più vicina alla porta, pensa che basti spalancare quella stessa porta per trovarsi in paradiso e non immagina che quella libertà bisogna anche governarla; ritrovatosi nel caos e non nel paradiso della libertà è quello stesso popolo che dopo non molto comincia ad invocare di essere rinchiuso di nuovo in prigione. Noi in Occidente sapevamo tutto questo. E’ la nostra storia. Abbiamo visto che a popolare la piazza, come da copione, e a chiedere più libertà era l’Egitto più libero ed occidentalizzato: i figli delle avanguardie liberali urbane. E tuttavia, per viltà ed opportunismo, abbiamo appoggiato la rivoluzione ed abbiamo chiamato despota, pure noi, l’ex militare che da trent’anni rappresentava un punto d’equilibrio fra le istanze di libertà e la necessità di tenere a bada i fratelli musulmani. C’è stata la prima rivoluzione, da noi appoggiata, e poi la “vera rivoluzione”, cioè la controrivoluzione, sempre da noi appoggiata, che hanno polarizzato più che mai il paese, e reso spietato lo scontro tra i militari e i fratelli musulmani. Il nuovo Egitto due volte rivoluzionario, cioè controrivoluzionario, processa e condanna a pene durissime non solo i fratelli musulmani ma anche i giornalisti: è la caricatura feroce del “regime” di Mubarak, è l’Egitto di Super Mubarak Al-Sisi. L’Occidente è sgomento e costernato. E non è nemmeno pentito. E’ proprio rimbecillito.

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Ieri una bomba, oggi stanco morto, domani una forza della natura

Adesso pare che contro l’Uruguay non partirà nemmeno da titolare. Chi? Antonio Candreva, il formidabile laterale destro laziale che una settimana fa, lasciato libero di scorazzare sulla fascia, aveva «schiantato» gli inglesi. «Candreva mondiale scatena l’asta», così titolava il Corriere.it, due giorni dopo il match, assicurando che c’erano «tre top-club pronti a fare follie per comprarlo». Poi sapete come è andata. Gli italiani si sono trovati di fronte la possente macchina da guerra costaricana, il povero Antonio si è dibattuto per un po’ come un uccellino in gabbia nella rete del pressing dei latinos e nel corso della partita ha progressivamente e mestamente ripiegato le ali, finendo per essere sostituito dopo dieci minuti del secondo tempo. Per i media italiani il povero Antonio, che di solito anche quando è fuori fase dà l’idea di un giovanotto gagliardo, è apparso stanco ed assente: la delusione più grande fra gli azzurri. Direi allora che ci sono proprio tutti i presupposti. Quali presupposti? Ma i presupposti della rinascita calcistica di Antonio nel secondo tempo della partita con l’Uruguay! Antonio farà una sgroppata, due, l’Italia prenderà coraggio e farà il golletto che ci salverà dal disastro: con la sua prorompente «freschezza fisica» Antonio sarà l’eroe che darà la sveglia alla squadra azzurra, e l’asta intorno al purosangue laziale si riscatenerà inesorabile, ventiquattro ore dopo la partita della riscossa.

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Italia – Costa Rica …2-1

«L’Italia affonda con la Costa Rica.» «Stavolta l’Italia è un disastro.» «L’Italia irriconoscibile va ko» In breve: abbiamo perso. Ma avremmo anche potuto pareggiare. Non sarebbe stato un grossissimo scandalo. L’Italia ha giocato esattamente come nella prima partita. Anche stavolta l’Italia ha tirato fuori dal cilindro un tiki-taka dai ritmi equatoriali che però è stato soffocato sul nascere da i giocatori della Costa Rica. La squadra latino-americana, invece, ha giocato con la squadra cortissima, col pressing (che si fa con tutta la squadra, sennò non serve a nulla) e con la vecchia tattica del fuorigioco. Sono tre cose che vanno gioco forza assieme, e la Costa Rica le ha fatte sul serio, senza riserve mentali, prendendosi i relativi rischi. Né il Barcellona, né la Spagna le fanno più ed è per questo che il loro tiki-taka non funziona più. L’Italia è andata subito in crisi (l’Inghilterra andava a folate, ma non pressava e lasciava giocare) e nell’impossibilità di costruire si è affidata ai lanci lunghi. All’improvviso gli “eroi” di Manaus si sono ammosciati, e gli errori nei passaggi si sono moltiplicati: in una parodia di gioco si è risolto, perciò, il possesso degli azzurri. Thiago Motta (ma anche De Rossi non scherzava) si rivelava una volta di più il giocatore più lento e filosofeggiante del mondo. In compenso ne sembrava molto compiaciuto. E tuttavia grazie ai lanci di Pirlo avremmo anche potuto infilare un paio di golletti nella rete della Costa Rica. E se per caso gli italiani avessero vinto la stessa partita, tale e quale, con un pizzico di fortuna, cosa si sarebbe detto? Io penso più o meno questo:

“L’Italia prenota la qualificazione con la calma delle grandi squadre. La Costa Rica ha giocato una partita volitiva, ma anche ingenua e presuntuosa, con una difesa altissima e una grande intensità, ma nulla ha potuto contro un’Italia sapiente e sicura di sé, che non si è fatta innervosire dal forcing iniziale dei latino-americani. Due-lanci-due di Pirlo e due-gol-due di Balotelli hanno deciso la partita nel primo tempo: due coltellate nella migliore tradizione italiana. Neanche quando la Costa Rica ha ridotto le distanze l’Italia ha mostrato nervosismo. Nel secondo tempo gli azzurri, senza correre veri pericoli, si sono limitati a camminare per il campo con saggezza, anche per non sprecare energie preziose in vista del proseguimento del mondiale. E’ bene, anzi, è essenziale rimanere coi piedi per terra, ma una cosa già ora con certezza si può dire: l’Italia c’è.”

Ciò detto, penso che la Costa Rica abbia vinto più che meritatamente. Ma voi, italiani chiacchieroni, invece di guardare al gioco, continuate pure ad ubriacarvi coi moduli, coi moduletti, coi modulini, con le prestazioni dei singoli, con la tenuta fisica, e col noiosissimo calciomercato.

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Una materia nuova al giorno toglie la scuola di torno

Il ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (a proposito di tagli: non si potrebbe cominciare da questi titoli spagnoleschi?) Stefania Giannini vuole introdurre (o reintrodurre, in alcuni casi) lo studio della storia dell’arte in tutti i livelli dei licei, perché «non è pensabile che oggi solo chi sceglie il liceo classico o nasce in una famiglia che ha una biblioteca familiare con centinaia o migliaia di volumi possa arrivare in età adulta ad avere una sensibilità per l’arte». Non solo: il ministro ha in serbo qualche progetto anche per quanto riguarda la musica: «nella patria di Puccini e Verdi deve tornare a essere protagonista formativa e di prodotto sulla scena internazionale». In teoria potrei anche essere favorevole, ma c’è un problema bello grosso. Le materie scolastiche sono come le tasse: aumentano sempre di numero, magari impercettibilmente. E come le tasse, non si sa per quale misterioso motivo, diventano tutte indispensabili. Inoltre, in base ai miei ricordi di liceo posso con certezza affermare che lo studio della storia dell’arte non folgorò sulla via di Damasco nessuno dei miei compagni. Era una materia di terza fascia, nonostante tre libroni seri seri e grossi grossi, letti per un terzo e solo una volta, proprio quando serviva: una materia di complemento, che si doveva fare, ma che nessuno prendeva veramente sul serio. In breve, ore trascorse in completa rilassatezza. E’ straordinariamente ridicola poi l’affermazione secondo la quale solo chi frequenta il liceo classico o vive in una casa provvista di una ben ordinata e ricca biblioteca possa sviluppare una sensibilità per l’arte. Chi ce l’ha, ha sempre trovato il modo di svilupparla. Figuriamoci se non lo può fare al tempo delle biblioteche comunali e di internet. Ma che il ministro (che poi passa pure per “liberale”) dica queste sciocchezze non è poi un caso: lo stato, se ogni tanto non lo prendi per il bavero e non gli dici di stare al suo posto, tende sempre a considerare il cittadino un babbeo da educare in tutto; così come lo studente, costretto a piluccare il sapere da cento materie e a sorbirsi cento tipi di educazioni, da quella sessuale a quella alimentare, nell’illusione di formarlo come uomo per via quantitativa, o nella segreta volontà di farne una scimmietta ammaestrata. Per parafrasare Tacito: moltissime sono le materie quando la scuola non funziona.

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Eh no, caro Corriere, col piffero!

Colpo da maestro di Angelino Alfano, ancorché involontario. L’altro giorno, mentre il presunto omicida di Yara Gambirasio era sottoposto a fermo dai carabinieri, preso da un ingenuo entusiasmo e da una non proprio commendevole voglia di far bella figura, ha twittato: «Individuato l’assassino di Yara Gambirasio». Il procuratore Francesco Dettori, al quale non è spiaciuta tanto la gaffe giustizialista del Ministro dell’Interno, quanto piuttosto la fuga di notizie, ha detto: «Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo. Questo anche a tutela dell’indagato in relazione al quale, secondo la Costituzione, esiste la presunzione d’innocenza.» Il Ministro dell’Interno, gaffe a parte, ha avuto allora buon gioco nel ricordare un fatto incontestabile: la notizia era già apparsa nel web. Il primo sito a dare la notizia dell’arresto del presunto assassino era stato quello del Corriere, con toni che trasudavano stentoree certezze. E il Corriere ne era fiero, tanto è vero che di rincalzo sul sito si poteva leggere: «Non ci credeva più nessuno. Noi stessi, quando sul sito abbiamo lanciato per primi la notizia (una Buona Notizia, con le maiuscole di rigore), stentavamo a prenderne atto. Eppure la svolta è arrivata.» 

Le parole del procuratore hanno finito perciò per mettere nell’imbarazzo il Corriere. Che naturalmente ha fatto finta di niente, ma nello stesso tempo ha apprestato le prime difese. Il critico televisivo Aldo Grasso (al pari di tanti tartufi della stampa giacobina) si è reso protagonista di una manovra diversiva, concentrando il fuoco sulla gaffe dello sventurato neo-giustizialista Angelino; mentre Fiorenza Sarzanini, la leggendaria inviata che da anni vive in simbiosi con le procure di mezza Italia (come faccia non so, dev’essere una marziana) ha vergato un articoletto dal titolo eloquente: “Botta e risposta Alfano-Procura – Non è l’ora delle liti”, che è sembrato un invito a smetterla, nel senso manzoniano, però, di troncare e sopire. Dopo aver rampognato, pure lei, l’Angelino Sterminatore, poveretto, la Sarzanini è venuta al dunque: «Ma anche il capo dei pubblici ministeri», ha scritto, «sembra aver preso un abbaglio. Il sito Internet del Corriere della Sera ha dato la notizia del fermo di un uomo accusato del delitto prima della nota del Viminale. Dunque non è vero che la Procura aveva stabilito di agire nel massimo riserbo come ha dichiarato pubblicamente l’alto magistrato, oppure se l’aveva deciso non è comunque riuscita a custodire il segreto.»

Discorso apparentemente franco, ma in realtà elusivo, giacché implica come conseguenza tre possibili e non esplorati scenari: 1) o il Corriere ha una talpa in procura; 2) oppure in ogni procura d’Italia c’è sempre qualcuno geneticamente predisposto a divulgare notizie al primo giornalista che incontra, o a quello bravo che sa lavorarlo meglio; 3) oppure la Procura racconta balle, e il pasticcio è nato da un corto-circuito nei sistemi di comunicazione tra procura e stampa, innescato dal tweet di Alfano. Insomma, mi sembra una buonissima occasione per vederci chiaro in questa «collusiva», «inquietante», «depistante», «oscura», «deviata», ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. pluridecennale corresponsione d’amorosi sensi tra magistrati e gazzette, di vedere finalmente come funziona dal di dentro il circo mediatico-giudiziario ai livelli altissimi; per scoprire poi, magari, che a vederlo da vicino non è poi tanto più bello e tanto meno sgangherato del mondo delle nefande cricche e dei luridi comitati d’affari.

Ma la Sarzanini non la pensa così. Altre sono le priorità: «È la loro esigenza [dei genitori di Yara] che adesso bisogna soddisfare. Ed è necessario farlo senza alimentare inutili e sterili diatribe che rischiano soltanto di inquinare un’indagine delicatissima che coinvolge tante altre persone e rischia di distruggere moltissime vite. Il lavoro degli investigatori e degli inquirenti è ancora lungo e ricco di insidie. Bisogna procedere un passo dopo l’altro analizzando ogni elemento, valutando ogni mossa. Sarebbe auspicabile che si pensi soltanto a questo, lasciando il resto – soprattutto la politica e i suoi protagonisti – fuori da tutto.» Che c’entrano i politici? I politici in questa faccenda non c’entrano per niente. Sono un depistaggio. Per dirla con Letta (il giovanotto): e che, c’abbiamo scritto Jo Condor? Noi invece siamo irresponsabili. Sì, irresponsabili! Vogliamo rompere! Non vogliamo che il pasticcio sia insabbiato! Vogliamo la trasparenza! Vogliamo la verità! Anche noi per un giorno (mica siamo fanatici, siamo sempre berlusconiani) vogliamo praticare il culto della legalità e sentire l’effetto che fa! Così, per sport.

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Il lato B merita rispetto

L’estate sta arrivando. Due sono i segni inequivocabili: il caldo, e il bombardamento dei lati B. Da qualche tempo il lato B ha invaso la nostra vita e, a naso, penso che resterà con noi per sempre. L’irrompere irresistibile del lato B nella vita pubblica non è casuale. Esso costituisce sicuramente una prova importante e delicata per il senso estetico di qualsiasi uomo. Lo si capisce anche dalla mancanza di equilibrio, di sangue freddo e di serenità generalmente esibita dai media nell’affrontare il cimento. Notate, infatti, come i lati B si dividano sempre, misteriosamente, in due e solo due tipi: quello da urlo, e quello cadente. Quello già piatto non può cadere e quindi non suscita interesse. E così succede che spesso alla stessa signora o signorina vengano attribuiti lati B di entrambi i tipi: a volte a distanza di pochi mesi, a volte allo stesso tempo. Nel secondo caso, immancabilmente, per la gazzetta X il culo è da urlo, per la gazzetta Y il culo sta clamorosamente crollando. Io penso che questo non sia serio. Io stimo che sia ormai tempo che il popolo e i giornalisti italiani dimostrino più maturità, più equilibrio, più serietà davanti al culo. Si giudichi dunque il culo per quello che è, pur conservando ciascuno le sue preferenze particolari per i culoni o i culetti. Voglio dire: se proprio vogliamo parlare di culo, parliamone con gusto, con finezza, con serena proprietà, e direi pure con senso artistico; con il tutto il rispetto, insomma, che questa parte così espressiva del corpo umano merita. I romanzieri dell’ottocento scrissero meravigliosamente su caviglie, braccia e spalle. Il novecento scoprì gambe, cosce, fianchi e seni nudi. E oggi riusciamo a parlare, quando vogliamo, con naturalezza di tutti questi bei quarti di femmina. Il secolo XXI è invece quello del culo, non c’è alcun dubbio. Ma il linguaggio non vi si è ancora adeguato. Oggi, in genere, le descrizioni del culo sono apocalittiche, entusiastiche, oppure, quando sono crude e perfide, sembrano stese da un medico legale. Cosa significa? Significa che in realtà il lato B per noi è ancora una pietra d’inciampo. E cosa manca? Manca la naturalezza della maturità. Diamoci dentro, quindi. Le qualità estetiche di ogni culo meritano di essere dibattute con grazia e spontaneità: anche quando questo culo non è portentoso, anche quando somiglia, per parafrasare De Gregori, al crollo di una diga.

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Ma fateli tacere!

Succede sempre così ed è successo anche stavolta: all’uscita dalla caserma dei carabinieri dell’auto che portava in carcere il presunto assassino di Yara Gambirasio, in mezzo alla folla dei curiosi e dei giornalisti, si sono alzate le grida scomposte del solito gruppetto zelante di prefiche del giustizialismo da bar. Il fatto stesso che questi scioperati con la bava alla bocca non abbiano scrupoli nel trasformare un momento decisivo di un grande dramma in una becera manifestazione di insulti dimostra che il dramma non l’hanno vissuto. Un dolore vero, o una partecipazione non affettata, creano sempre un sentimento di pudore nei confronti di tutti i protagonisti, anche quelli negativi, di una vicenda tragica. Chi si abbandona alla volgarità, invece, non ha paura di svilirla. Per costui l’arresto dell’infame è solo un’occasione per sfogare senza pudore il suo protagonismo farisaico, per sentirsi rozzamente migliore degli altri: in breve, è una forma di sciacallaggio.

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