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I forzati dello sforzo

Da un po’ di tempo faccio camminate. Prima andavo spesso in bicicletta. Non che abbia smesso. Ma mi sono un po’ stufato d’incontrare branchi di esaltati, compresi certi vecchi panzoni, abbigliati ed equipaggiati come se stessero per partire immantinente per il Tour de France. Questi squadristi non guardano né a destra né a sinistra, hanno i loro percorsi obbligati, sono quasi sempre in tensione, e quando non lo sono si mettono a chiacchierare «okkupando» in tripla fila mezza sede stradale, infischiandosi di tutto e di tutti, e soprattutto del codice della strada, quasi a provocare l’istinto omicida degli automobilisti.

Io fuggo istintivamente questo abbruttimento da forzati. Anche a me ogni tanto viene voglia di misurarmi con me stesso, ma fondamentalmente io sono – first and foremost – un flâneur della bici, cioè un uomo sano: non sacrifico completamente all’esercizio fisico il rilassato piacere del vagabondaggio erratico e della ricezione delle impressioni fuggitive. Vi è poi da dire che negli ultimi tempi a guastare il mio rapporto con la bici ci si è messa la setta. Quale setta? Ma la solita di sempre, la parte più consapevole della società civile, quella che rovina tutto, cioè quella più esibizionista ed opportunista, che ha fatto della bici un mezzo di locomozione politicamente corretto e che adesso pedala in branco nuda per le piazze delle città per protestare contro il traffico e per l’ambiente.

Comunque la settimana scorsa mi sono rimesso in sella. Cominciavo a sentire un po’ di nostalgia. Sto correndo lungo una bella e liscia pista ciclabile larga due e metri e mezzo e lunga sui quattro chilometri, quando ad un certo punto sento il classico ronzio di una bici da corsa che sopraggiunge alle mie spalle e poi mi supera volando – ça va sans dire – sulla carreggiata stradale alla mia sinistra. E’ una vecchierella secca tutta in rosso, con una bandana alla Pantani in testa. Al momento del sorpasso, senza degnarmi di uno sguardo, mi dice: «E allora, ci muoviamo?» E scappa via, brontolando qualcosa di indistinto. Ho avuto la forza di non battere ciglio, ho contato fino a cinque, e poi per protesta, virilmente, ho impigrito con una certa voluttà la mia velocità di crociera. E sono tornato alle camminate.

L’ultima delle quali, però, mi ha assai inquietato. Ho fatto un gran brutto incontro. Un altro branco, a piedi, simile ad un gruppo di soldatini. Anche questi non guardavano né a destra né a sinistra, non faticavano ma si vedeva che cercavano la fatica. Era una squadra di «camminatori nordici» coi loro bastoni. Ho segretamente gioito della libertà delle mie mani. Però la notte stessa ho avuto gli incubi. Ho fatto due sogni, uno più spaventoso dell’altro: la mangiata nordica e, dulcis in fundo, la trombata nordica. Dell’uomo non era più restata traccia.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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