Da Mubarak a Super Mubarak

Di “primavere arabe” ce ne sono state svariate, alcune false, alcune autentiche. Quella egiziana fu sicuramente autentica. Il motivo è semplice: l’Egitto era uno dei paesi medio-orientali più “liberi”. Le rivoluzioni non avvengono mai quando un popolo è chiuso in una prigione, ma quando la porta di questa prigione comincia ad aprirsi lasciando passare spifferi di libertà. Un popolo rassegnato accetta tutto; ad un popolo che invece comincia ad assaporare la libertà quel poco di libertà appena conquistato non sembra mai abbastanza; un popolo siffatto, e specialmente quella sua parte più vicina alla porta, pensa che basti spalancare quella stessa porta per trovarsi in paradiso e non immagina che quella libertà bisogna anche governarla; ritrovatosi nel caos e non nel paradiso della libertà è quello stesso popolo che dopo non molto comincia ad invocare di essere rinchiuso di nuovo in prigione. Noi in Occidente sapevamo tutto questo. E’ la nostra storia. Abbiamo visto che a popolare la piazza, come da copione, e a chiedere più libertà era l’Egitto più libero ed occidentalizzato: i figli delle avanguardie liberali urbane. E tuttavia, per viltà ed opportunismo, abbiamo appoggiato la rivoluzione ed abbiamo chiamato despota, pure noi, l’ex militare che da trent’anni rappresentava un punto d’equilibrio fra le istanze di libertà e la necessità di tenere a bada i fratelli musulmani. C’è stata la prima rivoluzione, da noi appoggiata, e poi la “vera rivoluzione”, cioè la controrivoluzione, sempre da noi appoggiata, che hanno polarizzato più che mai il paese, e reso spietato lo scontro tra i militari e i fratelli musulmani. Il nuovo Egitto due volte rivoluzionario, cioè controrivoluzionario, processa e condanna a pene durissime non solo i fratelli musulmani ma anche i giornalisti: è la caricatura feroce del “regime” di Mubarak, è l’Egitto di Super Mubarak Al-Sisi. L’Occidente è sgomento e costernato. E non è nemmeno pentito. E’ proprio rimbecillito.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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