Italia – Uruguay …0-0

«L’Italia fallimento completo.» «Niente alibi.» «Baratro.» «Rifondazione!» In breve: abbiamo perso. Siamo fuori dal mondiale. Ma avremmo anche potuto pareggiare e continuare l’avventura, senza troppi scandali. L’Italia ha giocato esattamente come nelle prime due partite. Così come contro l’Inghilterra e la Costa Rica l’Italia ha tirato fuori dal cilindro un tiki-taka dai ritmi equatoriali. L’Uruguay è stato al gioco e così abbiamo rischiato seriamente di addormentarci al ritmo dei ventidue ragazzotti di Ipanema. Perciò nel primo tempo il climax è stato raggiunto quando dai microfoni della RAI Bizzotto ha voluto sottolineare che «oggi però l’Italia è precisa nei passaggi», con Dossena che di rincalzo assentiva con un «Eh sì!» che suonava quanto mai pregno di significati reconditi e di promesse ineffabili. Nonostante lo strazio, in quel momento sono scoppiato in una sonora risata: questi due signori non avevano ancora dunque capito che contro la Costa Rica l’Italia era stata imprecisa nei passaggi perché aveva subito il pressing (cioè la superiorità numerica degli avversari nella zona della palla) e che era stata precisa con l’Inghilterra perché non aveva subito alcun pressing, come con l’Uruguay. La tragedia è che essi rappresentano la maggior parte degli opinionisti e degli appassionati di calcio italiani, tutti espertissimi in quella numerologia astro-chiromantica dei moduli che incanta i gonzi e che purtroppo domina la scena, tutti stanchi ripetitori della retorica della preparazione fisica, o di quella ancora peggiore della «fame», perché incapaci di vedere il gioco nella sua essenza, ossia nella sua totalità, che non è quella spaziale e statica degli schemi rappresentati su una tavoletta, ma è quella spazio-temporale. Non è un discorso filosofico, è semplice buon senso. L’Italia è diventato invece il paese della dotta stupidità calcistica. Siamo espertissimi di tattiche (cioè di tattichette), però le nostre squadre, indipendentemente dalla qualità, giocano malissimo e nelle competizioni europee sembrano sempre in sofferenza e disorganizzate, anche contro avversari modesti: questo fatto me lo devono spiegare!

Ma torniamo alla fatale partita con “los orientales”: e se per caso gli italiani avessero pareggiato la stessa partita, tale e quale, cosa si sarebbe detto? Io penso più o meno questo:

“L’Italia si qualifica con qualche patema d’animo ma con pieno merito. Era l’Uruguay a dover fare la partita e non l’ha fatta. Un’Italia tornata precisa e concentrata si è adeguata alla passività degli uruguayani senza rischiare nulla e anche quando nel secondo tempo si è trovata in inferiorità numerica, per via di una decisione piuttosto fiscale dell’arbitro, ha controllato senza soffrire più del dovuto le offensive dei sudamericani, nulla concedendo né al matador né al pistolero. Questa ritrovata tenuta psicologica della squadra azzurra, questa solidità spiccatamente italiana, è la notizia più bella per Prandelli, e ci fa guardare tutti con un certo ragionato ottimismo al prosieguo della competizione.”

Ciò detto, penso che la mancata qualificazione dell’Italia sia meritata e costituisca piuttosto una specie di “squalifica”. Non vogliamo vedere che la nostra è, da lustri, una crisi di gioco, di mentalità, non di uomini; che nel nostro campionato le squadre saranno anche «benissimo messe in campo» ma in realtà giocano un calcio casual, legato ai singoli; squadre con reparti slegati; squadre lunghissime in campo; squadre che non pressano (neanche la Juventus fa un vero pressing, che può essere solo di squadra) e che perciò faticano lo stesso ma corrono male ed improduttivamente. «Gli altri hanno un’altra intensità», ha detto spesso Prandelli. Sì, ma da cosa dipende quest’intensità, se non dal gioco? O forse credete ancora, poveri babbei, che dipenda dal fisico bestiale degli altri? Lo si credeva anche qualche decennio fa. Poi venne il Milan di Sacchi, e dimostrò, col gioco, che gli italiani potevano essere anche superuomini.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[MIO COMMENTO – Scrive il gran conformista Gramellini,  ben riassumendo le stupidaggini di coloro che non vedono il “gioco”: «E questa Italia depressa e deprimente, senza talento né carattere, merita soltanto di tornarsene a casa e ricominciare daccapo, con meno squadre e meno stranieri, come accadde dopo la Corea del 1966. Quando fummo eliminati al primo turno per la seconda volta consecutiva, proprio come adesso, e Gianni Brera scrisse: “La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco, l’attacco composto di gente molto sollecita a impaurirsi. E dove credevamo di andare?” Più che un’analisi, una profezia.» Che vi avevo detto? Colpa dei singoli (talento) della “fame” (carattere) e in più il ritorno rivelatore alle fissazioni pre-sacchiane di Brera (gli italiani fisicamente mezze cartucce e conigli). TUTTE BALLE.] [REPETITA IUVANT – VERGOGNAMOCI PER LUI – IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego. MIO COMMENTO – Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d’attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, ma mentale. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]

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