Libia stuprata e abbandonata

Il fallimento lo avevo messo in conto: tre anni fa, agli inizi del conflitto, quando ancora Al Jazeera e la diplomazia occidentale parlavano la stessa lingua, io avevo parlato, invece, de «l’intervento militare più cretino di questo secolo» e di «una storiaccia che non può finir bene»; ma certo un esito così disastroso, o per meglio dire, un esito così ignominiosamente disastroso, andava al di là di ogni possibile immaginazione. Non essendovi stata alcuna «primavera libica», tranne che nella testa del vanesio Bernard-Henry Lévy e del vasto popolo dei rivoluzionari da salotto, oggi non è neanche possibile intravvedere dietro la cortina della guerra per bande e del caos totale una qualche «società civile» sulla quale in un futuro più o meno prossimo rifondare una nuova Libia. Sarkozy, Cameron e Obama agirono per semplice opportunismo: scelsero di voltare le spalle al loro amico Gheddafi – amico da almeno più di un lustro – pensando di portarsi a casa facilmente un bel trofeo, di compiacere parte del mondo arabo, di estendere la propria influenza nella regione, il tutto a prezzo scontatissimo, impegnandosi quel tanto che bastava per portare a termine con successo la caccia grossa al Raìs. Il falso umanitarismo democratico che li aveva spinti ad intervenire senza costrutto, ora, quando un intervento «umanitario» assai muscolare e deciso sarebbe più che mai necessario, li spinge a mollare l’osso e ad abbandonare a se stesso un paese in macerie ed in mano non a uno, ma a orde di banditi che ammazzano con allegra ferocia «il loro stesso popolo».

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Chi di Costituzione ferisce di Costituzione perisce

Insieme alla «questione morale», sulla genesi della quale non torno (anche perché ho scritte parole definitive in merito), il «patriottismo costituzionale» è l’espressione più popolare del bigottismo di sinistra in Italia, e come quella è un frutto del crollo del comunismo; crollo che per il nostro paese significò la fine della glaciazione politica imposta dalla Guerra Fredda. Sintomi politici di questo disgelo furono negli ottanta non solo l’affermarsi del socialismo craxiano a sinistra e del fenomeno leghista a destra, che interpretava in modo confuso la protesta dell’elettorato conservatore nelle roccaforti democristiane del Lombardo-Veneto, ma anche il protagonismo, per esempio, di un democristiano sui generis come Cossiga, il presidente delle «esternazioni». Il feticismo costituzionale della sinistra, prima di esplodere strumentalmente nel «ventennio» berlusconiano, cominciò a mettere radici proprio negli anni ottanta, insieme ad un inedito amore per il tricolore, che il «garibaldino» Craxi per primo aveva rispolverato a sinistra. Infatti si può dire che fino a tutti gli anni settanta per la nostra straordinaria Costituzione il popolo di sinistra non mostrò alcun segno di affetto particolare; e che al tricolore nazionale guardò perfino con sospetto. Alla sinistra post-comunista il «patriottismo costituzionale» servì per una battaglia di retroguardia, per combattere il nuovo, per agitare l’arma della Costituzione contro il «decisionista» Craxi e il «picconatore» Cossiga, e per rivendicare la propria italianità nella lotta contro il «secessionismo» leghista. Il «patriottismo costituzionale», perciò, è figlio di un conformismo settario, che ha avuto in tutti questi anni anche i suoi cantori di regime. Il più illustre dei quali è Roberto Benigni, il celebrato autore ed interprete de “La più bella del mondo”. Glielo ricordano ora i nuovi campioni di questo conformismo, i settari puri e duri di Grillo, impegnati nella lotta ad oltranza contro le riforme renziane, riuscendo in un colpo solo ad essere dei babbei e ad aver ragione.

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Il fantasma del neo-imperialismo russo

Ci fu un tempo, che sembrava non finire mai, in cui i sovietici e i loro numerosissimi amici occidentali di fede comunista avevano l’ossessione dell’accerchiamento. E per convincere la numerosa truppa dei perplessi prendevano in mano una carta geografica o il vecchio e caro mappamondo indicando a dito ai miscredenti che qui, e qui, e poi qui, e poi ancora qui, ai confini dell’Urss, stavano in bellicosa attesa i nemici del popolo sovietico, includendo senz’altro nella nefanda lista perfino i compagni cinesi. Era evidente che per questi bei tomi, professionisti della propaganda o candidi allocchi che fossero, solo col raggiungimento delle sponde dell’oceano Atlantico e dell’oceano Indiano l’Unione Sovietica avrebbe potuto considerarsi in uno stato di ragionevole sicurezza. Salvo poi scoprire, naturalmente, che anche degli impenetrabili oceani non era poi il caso di fidarsi ciecamente.

In quel tempo, qui in Occidente, parlare di “Impero Sovietico” era sommamente sconveniente: chi lo faceva passava, lui sì, agli occhi del bel mondo “progressista”, per professionista della propaganda o candido allocco, ossia per cripto-fascista o servo degli amerikani; ma anche agli occhi dello spaurito mondo “moderato” il povero disgraziato sarebbe quantomeno passato, con il suo vocabolario da villano, per uno spirito da dirozzare.

Col crollo del comunismo l’Unione Sovietica propriamente detta perse il Kazakistan, il Turkmenistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kirghistan, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, la Moldavia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Bielorussia, l’Ucraina e forse qualche altra zolla di terra che non ricordo al momento. L’Impero Sovietico perse inoltre la Polonia, la Cecoslovacchia, la Germania Est, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Di questi stati la Russia cosiddetta neo-imperialista non ne ha riconquistati manco uno. Oggi la Russia è rientrata nei suoi più stretti confini “naturali”, e nella sua pur sempre sgomentevole vastità mi sembra – a naso – la Russia più piccola dai tempi di Pietro il Grande, quando San Pietroburgo era ancora allo stadio palafitticolo. Rimessosi a stento in piedi, il pachiderma russo col tempo ha ricominciato a camminare con qualche sicurezza e oggi cerca di esercitare la sua influenza sulla vasta zona turco-asiatica che ha perduto. Ma non si capisce cosa ci sia di oltraggioso in questo: dovremmo forse chiedere ai francesi di non mettere becco sulle questioni riguardanti il loro ex impero coloniale africano? E di non romperci le scatole con la francophonie nel continente nero? Si offenderebbero a morte!

Eppure oggi, qui in Occidente, parlare di “neo-imperialismo russo” è diventata una moda tirannica che non lascia scampo: chi non si piega passa, agli occhi della società civile più salottiera, per un fiancheggiatore del dispotismo e dell’autocrazia, per un campione della reazione, ossia per un servo di Putin.

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La ferita ucraina

Nella democrazia c’è sempre una corrente di fondo messianica e, per così dire, missionaria. Se questo impulso di fondo viene dominato, esso si confronta con la ragione e con la storia, senza essere peraltro rinnegato. Se non viene dominato, se la democrazia diventa ideologia, la volontà di potenza si ammanta di un principio civilizzatore di tipo giacobino o democraticista. Con il comunismo kaputt e il terrorismo islamico messo sulla difensiva, o almeno ricacciato dentro il mondo musulmano, il messianismo democratico proprio della sinistra europea e dei liberal anglosassoni ha visto nell’attivismo muscolare in politica estera solo vantaggi: l’esportazione della democrazia, derisa ai tempi di Bush, è diventata di nuovo sacra. Quell’Impero del Male che ai tempi di Reagan non si voleva riconoscere nell’Unione Sovietica, lo si vuole ora vedere, con grande sprezzo del ridicolo, nella Russia di Putin.

Questo spiega l’atteggiamento fatuo ed opportunista dell’Occidente nei confronti delle primavere arabe. Questo spiega perché in Ucraina si sia voluto forzare la situazione; perché ci si sia schierati acriticamente per una delle parti; perché si sia deciso, in obbedienza ad un’astratta ideologia democraticista, che l’Ucraina fosse un paese propriamente europeo (mentre solo una sua piccola frazione occidentale può dirsi tale) da mettere sotto l’ombrello della Nato; perché si sia voluto – e questo è stato il peccato più grave – “forgiare” una nazione ucraina sul fondamento del sentimento anti-russo. E tutto questo a dispetto del fatto che da più di mille anni la storia ucraina s’intreccia a quella russa: fin da quando, cioè, nella Rus’ di Kiev il mondo slavo-orientale ortodosso trovò il suo centro d’irradiazione. In un paese ancora in cerca di una sua identità precisa, non ancora perfettamente fuso (non parlo della lingua, ma del sentimento nazionale) ciò voleva dire aprire una ferita. Ed è quello che stiamo vedendo ora: non una guerra civile vera e propria, o almeno non ancora, ma l’inizio di uno di quei sordi conflitti che come ulcere croniche piagano tanti angoli del pianeta.

Chissà cosa avrebbe pensato di questo dramma l’ucraino Gogol’, uno dei padri della letteratura russa. Gogol’ era profondamente legato alla sua terra ucraina, dove ambientò parte delle sue opere, ed ebbe anche dei progetti storiografici in merito. Il padre di Gogol’ scrisse commedie in ucraino. Eppure Gogol’ fu l’autore di quel poema sulla Russia – poema naturalmente al suo particolarissimo modo: disincantato, dissacrante e tuttavia leggiadro e pieno d’affetto – che sono “Le anime morte”. Sappiamo solo che un giorno scrisse: «Solo qualche parola riguardo alla mia anima, se la sento russa o ucraina, dato che – come vedo dalla vostra lettera – ciò è stato oggetto delle vostre riflessioni e anche di qualche dissapore in società. Vi dirò dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni dal cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità.»

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La pochade mediatico-giudiziaria

Dovrebbe essere una cosa tremendamente seria, ma dopo tanti anni di stato di polizia a bassa intensità si ha quasi l’impressione che il circuito mediatico-giudiziario cominci a far ridere. Come una pochade, appunto. Gli schemi sono saltati tutti, quasi fossimo alla fine di una partita di calcio spossante e decisiva, e di salvare le apparenze ormai non si preoccupa più nessuno. Così ieri, puntuali come il sole all’alba, dopo la notte rappresentata dalla disfatta del processo Ruby, sono spuntate nuove eclatanti rivelazioni riguardanti il Mistero Occulto della Trattativa Stato-Mafia. Prima la registrazione di una conversazione tra Emilio Fede e il suo “personal trainer”, carpita di nascosto da quest’ultimo: un coacervo di frasi smozzicate di difficile comprensione, ma perfetto per lo stile allusivo dei professionisti della possente macchina del fango dei fanatici della Costituzione. E poi una nuova puntata dei “Dialoghi dal carcere” di Totò Riina, una soap-opera che va avanti da anni e che ha per protagonisti l’ex boss mafioso e un collega galeotto. I casi sono due: o Totò Riina è così rimbambito da non sospettare nemmeno di essere intercettato; oppure lo sa benissimo e in preda a manie di protagonismo chiacchiera a vanvera dicendo quello che sa e quello che non sa. Le puntate di questa soap-opera escono irregolarmente sui giornali, e sono per lo più dei brani scelti, un florilegio di solenni smargiassate (o minchiate, per dirla con Totò) sempre in straordinaria sintonia coi momenti caldi dell’attualità politico-giudiziaria. L’ultimo capitolo pubblicato è di ieri: Riina racconta con le sue parole di come Borsellino fosse intercettato dalla mafia e di come fosse stato lo stesso magistrato ad azionare inconsapevolmente il congegno esplosivo che l’avrebbe ucciso. Ed è uscito ieri anche perché l’altro ieri (o quasi) era l’anniversario della morte di Borsellino, quest’anno valorosamente animato dalla piazzata sanculotto-cospirazionista del pm antimafia Di Matteo, nuovo grande sacerdote del Culto fondato sul dogma della Trattativa.

Ridere di tutto questo è ormai un dovere civico.

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Anche Albertini «si mette a disposizione»

E’ divertente vedere come anche in questi tempi di retorica meritocratica (bolsa, detto per inciso, come ogni retorica alla moda) siano ben pochi coloro che ammettano schiettamente la loro onesta ambizione. Che male c’è nel farlo? Certo, si corre il rischio di essere ridicoli, se non si ha un’esatta consapevolezza delle proprie qualità. Ma meglio un dilettante cazzuto (io, per esempio, sono un onesto megalomane: però sono simpatico) che un noioso e guardingo professionista dalla “langue de bois”, di quelli usi, per esempio, a «mettersi a disposizione». Per esempio: Demetrio Albertini, che si è candidato ufficialmente (e finalmente) alla presidenza della Figc. Il suo programma, bisogna dirlo, è tutto un programma. Demetrio vuole «riportare il calcio al centro di tutto». Come? «con molto lavoro e unità d’intenti». Dice Demetrio che in otto anni di lavoro alla Federazione ha fatto «un percorso importante». Un percorso importante… Ed inoltre ha «maturato delle considerazioni». Per cui – eccoci qua – «si mette a disposizione» per il rilancio del calcio italiano. Che ha bisogno di «un cambio di marcia». Un cambio di marcia… Però per cambiare «ci vuole una volontà comune». La Federazione «deve essere condivisione». Condivisione… Tre i punti fondamentali sui quali intervenire: «la governance»; «il progetto sportivo»; e «la valorizzazione del nostro sport sul territorio». Sul territorio… Ecco, magari poi Demetrio si rivelerà un cannone. Però lo vedo straordinariamente ingessato anche in certi dettagli al mio occhio molto rivelatori. Per esempio: la capigliatura. Il taglio, la pettinatura, la lunghezza dei capelli: sono quelli da un quarto di secolo, cioè da quando lo abbiamo visto calcare per la prima volta i campi di gioco alla televisione. Se li faccia tagliare a zero e se li lasci crescere almeno una volta! Vedrà che sentirà una scossa rivoluzionaria e vivificante: vedrà il mondo con occhi diversi!

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Lunga vita alla nipote di Mubarak

Si sa cos’è, purtroppo, il popolo di sinistra in Italia: un gregge. E’ per questo che ha il brutto vizio di accusare compulsivamente di pecoraggine il popolo di destra; e anche i compagni meno settari, giacché a sinistra della sinistra c’è sempre una pecora più pecora di te che bela con particolarissima sollecitudine il leit-motiv del giorno. Ieri, per esempio, il leit-motiv del gregge era «la nipote di Mubarak». Questa formula sciamanica trionfava come la spuma del mare sulle onde possenti dell’indignazione civica quasi riassumesse in sé, evocandole, le diverse essenze dell’arbitrio, della sordidezza e del ridicolo. Ma è chiaro che queste manifestazioni morbose si addicono solo ad un mondo esacerbato e incattivito. A noi, per esempio, non solo «la nipote di Mubarak», ma anche «Ruby Rubacuori» e il «Bunga Bunga» sono apparsi come elementi di una irresistibile pochade sullo sfondo di un bacchettonismo di regime mostruosamente affettato. E alla nostra natura delicata, sognatrice ed artistica non è parso vero, in questo particolare frangente, di prendere idealmente le parti di una Ruby Rubacuori vigliaccamente svillaneggiata dall’Italia progressista e di quella sua meravigliosa, femminile presenza di spirito che le dettò la frottola prodigiosa. Se il nonnetto la bevve, significa che ha ancora un cuore. Sono cose che i bruti antiberlusconiani non capiranno mai. Essi ragionano come Massimo Gramellini. Cioè così: «E allora quell’erotomane di John Kennedy che si intratteneva con due donne al giorno? Intanto è morto prima che lo si scoprisse, ma soprattutto agiva con discrezione, appunto, presidenziale. Non è moralismo. E’ la consapevolezza di rappresentare un Paese senza mettersi nelle condizioni di sputtanarlo a livello planetario. E’ senso dello Stato. Qualcosa che Berlusconi e i suoi seguaci non comprenderanno mai.» Intanto ci sarebbe da dire che di norma gli “statisti” del resto del mondo civile non sono spiati ed intercettati al telefono allo scopo puro e semplice di sputtanarli, con qualsiasi pretesto e in un clima generale di omertosa complicità da parte della sussiegosa “società civile”. Ma a parte questo, noi capiamo bene la natura inferiore e volgare delle sue seriose rampogne, e ad esse rispondiamo, sulle orme di Dante, con quel tocco cordiale ed artistico che ci è proprio, del cul facendo trombetta.

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E basta con questa “fame”!

L’altro giorno mi sono divertito ad immaginare cosa avrebbe scritto il nostro tipico giornalista nel pallone nel caso l’Argentina si fosse portata a casa il mondiale con un golletto maligno di Messi, pur giocando per il resto la medesima partita disputata contro la Germania in finale. M’immaginavo, dunque, che il nostro noioso ronzino, dopo aver reso il dovuto omaggio all’eccellenza della Mannschaft, avrebbe concluso la tirata con un saggio di appassionata retorica bellica (che non definisco “fascista” solo per non dare soddisfazione alla cricca bolscevica della società civile). Questo: «Il calcio è una metafora della vita. E la vita non è solo intelligenza e programmazione. Il calcio è anche fede. Una fede che supera tutti gli ostacoli. Che ti fa sputare sangue volentieri se c’è da sputare sangue, che esalta il tuo spirito di sacrificio, la tua volontà di non mollare mai, il tuo coraggio e la tua perseveranza, il tuo cameratismo, e quell’attenzione parossistica e tuttavia tanto naturale (perché è propria di chi “veglia”) che ti porta a riconoscere e a cogliere l’attimo segnato dal destino, com’è successo a Messi, mai come oggi il vero Messia del pallone. In una parola, il calcio è prima di tutto la “garra” tanto cara agli argentini e agli uruguagi: una grinta forgiata al fuoco della fede, un sacro furore.»

Ecco, se i gauchos hanno la “garra”, noi abbiamo la “fame”. Con la “fame” tutto è possibile o quasi. Perfino per un pacioccone come Pierluigi Battista, il quale, sconvolto dall’addio di Conte alla Juve, ha scritto sul Corriere un articolo dal titolo eloquente: “La fame feroce che ci mancherà”. Un articolo con uno straziante finale da boia chi molla: «È questa storia che Conte, con l’ausilio di una società finalmente rimessa in piedi dai suoi vertici in giù, con il “nostro” stadio ha spezzato e sepolto restituendo l’orgoglio, la voglia di combattere, il desiderio di primeggiare, la determinazione, il non arrendersi mai, la classe di Pirlo, Tevez che corre come un dannato fino al novantesimo, l’orrore della sconfitta. Il riscatto. La rinascita. Gli scudetti. Persino le frustrazioni in Europa. E ora? E ora si resta svuotati, costretti a immaginare un futuro incolore, in cui quella fame feroce di punti e di gloria può diventare un ricordo del passato.»

Dunque. Calma e sangue freddo. I successi della Juve di Conte sono facilmente spiegabili. La Juventus di Conte è l’unica tra le grandi squadre italiane (e anche tra le piccole del resto della Serie A, e con l’eccezione della Roma di Garcia) ad avere avuto un gioco decente negli ultimi anni: squadra corta e pressing di squadra non come soluzioni sporadiche ma come impostazione di base, sulla quale innestare, anche variandoli, i soliti “moduli” che incantano i chiacchieroni. Gioco attuato tutt’altro che “ferocemente” ma con una convinzione ed una costanza sufficienti a dominare in lungo ed in largo in Italia. Mentre in Europa son stati dolori. Lì la Juve è andata a sbattere. Non sono mancati solo i risultati. Spesso la squadra è parsa balbettante. E la mitica “fame” non si è proprio vista. Non si diceva che il calcio italiano doveva ripartire? Ecco, cominciamo col dare un calcio nel sedere a queste superstizioni.

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In Europa, da italiani

L’ “Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune” dell’Unione Europea si chiama così, probabilmente, proprio perché Sua Altezza non conta un piffero. Quindi le baruffe chiozzotte intorno alla nomina del nuovo “ministro degli esteri europeo” non riescono a catturare la mia attenzione. Ma una cosa mi ha colpito ieri: l’incondizionato, patriottico appoggio espresso in contrasto col gruppo popolare europeo dall’italo ed euro-popolare Angelino Alfano alla candidatura della italo-democratica, cioè della euro-socialista Mogherini. Il centrodestra vecchio e nuovo era andato sopra le righe anche due settimane fa difendendo a spada tratta l’italo-democratico, cioè l’euro-socialista Renzi, nel giorno del suo insediamento come presidente di turno del Consiglio della Ue, dagli attacchi subiti da parte del gruppo popolare europeo per le sue idee in materia di politica economica. Invece di mediare, parrebbe proprio che i «popolari» italiani provino in questo momento una particolare soddisfazione nel fare fronte comune col gruppo socialista europeo. E ciò potrebbe sembrare strano, se non fosse che tutta la truppa politica italiana a Bruxelles, a guardarla bene, ha qualcosa di strano. In primis, un partito socialista che si chiama democratico. Poi un partito grillino, il cui zoccolo duro è formato da un elettorato montagnardo e vetero-statalista, che si allea con l’UKIP di Nigel Farage, un partito “indipendentista” e mezzo libertario, nato da una costola del conservatorismo britannico. Poi un partito federalista-secessionista come la Lega Nord che stringe legami informali col Front National, espressione dello statalismo nazionalista francese. Non c’è proprio niente che quadri, tranne questo: la nostra antropologica avversione per qualsiasi forma elementare di coerenza.

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La lezione argentina

Un sistema calcio che è ormai visto come un modello in tutto il mondo, risanato nelle strutture materiali ed immateriali, negli stadi, nel tifo, nella classe dirigente; un sistema diventato ricco per i suoi profitti, non per la presenza di ricchi sfondati; un sistema opulento ma oculato, non scialacquatore; una federazione che lavora a lungo termine sui giovani; un sistema pronto ad aprirsi con duttilità all’apporto delle nuove leve della gioventù multietnica tedesca e a quello delle novità tattiche provenienti da fuori: la forza della Mannschaft del mondiale brasiliano era rappresentata anche da questo recente e fecondo retaggio, che andava a sommarsi alla tradizionale disciplina, alla consueta potenza atletica e alla sempre notevole qualità tecnica di base dei giocatori tedeschi. Eppure tutto questo non è bastato. La rasoiata di Messi ha silurato la corazzata germanica regalando all’Argentina il suo terzo alloro mondiale. Ma sarebbe ingiusto dire che a decidere tutto sia stato il caso o l’unghiata del campione. Il calcio è una metafora della vita. E la vita non è solo intelligenza e programmazione. Il calcio è anche fede. Una fede che supera tutti gli ostacoli. Che ti fa sputare sangue volentieri se c’è da sputare sangue, che esalta il tuo spirito di sacrificio, la tua volontà di non mollare mai, il tuo coraggio e la tua perseveranza, il tuo cameratismo, e quell’attenzione parossistica e tuttavia tanto naturale (perché è propria di chi “veglia”) che ti porta a riconoscere e a cogliere l’attimo segnato dal destino, com’è successo a Messi, mai come oggi il vero Messia del pallone. In una parola, il calcio è prima di tutto la “garra” tanto cara agli argentini e agli uruguagi: una grinta forgiata al fuoco della fede, un sacro furore.

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