E basta con questa “fame”!

L’altro giorno mi sono divertito ad immaginare cosa avrebbe scritto il nostro tipico giornalista nel pallone nel caso l’Argentina si fosse portata a casa il mondiale con un golletto maligno di Messi, pur giocando per il resto la medesima partita disputata contro la Germania in finale. M’immaginavo, dunque, che il nostro noioso ronzino, dopo aver reso il dovuto omaggio all’eccellenza della Mannschaft, avrebbe concluso la tirata con un saggio di appassionata retorica bellica (che non definisco “fascista” solo per non dare soddisfazione alla cricca bolscevica della società civile). Questo: «Il calcio è una metafora della vita. E la vita non è solo intelligenza e programmazione. Il calcio è anche fede. Una fede che supera tutti gli ostacoli. Che ti fa sputare sangue volentieri se c’è da sputare sangue, che esalta il tuo spirito di sacrificio, la tua volontà di non mollare mai, il tuo coraggio e la tua perseveranza, il tuo cameratismo, e quell’attenzione parossistica e tuttavia tanto naturale (perché è propria di chi “veglia”) che ti porta a riconoscere e a cogliere l’attimo segnato dal destino, com’è successo a Messi, mai come oggi il vero Messia del pallone. In una parola, il calcio è prima di tutto la “garra” tanto cara agli argentini e agli uruguagi: una grinta forgiata al fuoco della fede, un sacro furore.»

Ecco, se i gauchos hanno la “garra”, noi abbiamo la “fame”. Con la “fame” tutto è possibile o quasi. Perfino per un pacioccone come Pierluigi Battista, il quale, sconvolto dall’addio di Conte alla Juve, ha scritto sul Corriere un articolo dal titolo eloquente: “La fame feroce che ci mancherà”. Un articolo con uno straziante finale da boia chi molla: «È questa storia che Conte, con l’ausilio di una società finalmente rimessa in piedi dai suoi vertici in giù, con il “nostro” stadio ha spezzato e sepolto restituendo l’orgoglio, la voglia di combattere, il desiderio di primeggiare, la determinazione, il non arrendersi mai, la classe di Pirlo, Tevez che corre come un dannato fino al novantesimo, l’orrore della sconfitta. Il riscatto. La rinascita. Gli scudetti. Persino le frustrazioni in Europa. E ora? E ora si resta svuotati, costretti a immaginare un futuro incolore, in cui quella fame feroce di punti e di gloria può diventare un ricordo del passato.»

Dunque. Calma e sangue freddo. I successi della Juve di Conte sono facilmente spiegabili. La Juventus di Conte è l’unica tra le grandi squadre italiane (e anche tra le piccole del resto della Serie A, e con l’eccezione della Roma di Garcia) ad avere avuto un gioco decente negli ultimi anni: squadra corta e pressing di squadra non come soluzioni sporadiche ma come impostazione di base, sulla quale innestare, anche variandoli, i soliti “moduli” che incantano i chiacchieroni. Gioco attuato tutt’altro che “ferocemente” ma con una convinzione ed una costanza sufficienti a dominare in lungo ed in largo in Italia. Mentre in Europa son stati dolori. Lì la Juve è andata a sbattere. Non sono mancati solo i risultati. Spesso la squadra è parsa balbettante. E la mitica “fame” non si è proprio vista. Non si diceva che il calcio italiano doveva ripartire? Ecco, cominciamo col dare un calcio nel sedere a queste superstizioni.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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