Se la pace diventa una specie di idolo

Il vescovo ausiliare del Patriarcato di Babilonia della chiesa cattolica dei Caldei, Shlemon Wardouni, presente al “Meeting di Rimini”, in merito all’avanzata dell’Isis ha detto che «Quello che sta accadendo rappresenta una tragedia inimmaginabile. (…) Io sono qui per gridare all’Occidente di svegliarsi da un sonno profondo durato troppo tempo. Bisogna ricominciare a costruire la pace.» E che quindi bisogna «intervenire, sia per via diplomatica sia, se necessario, per via armata.» Anche i Patriarchi delle Chiese Orientali, intanto, chiedono all’Occidente «un intervento deciso». L’uso della forza, dichiarano, è legittimo: «abbiamo il diritto di difenderci e chiediamo di essere difesi.» Ma il serafico padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, pure presente al Meeting, da quell’orecchio non ci sente proprio: Papa Francesco, dice, invita a «fermare, disarmare. I bombardamenti e gli interventi ai quali abbiamo assistito in anni recenti non hanno risolto nulla.» E allora chiediamo al direttore di Civiltà Cattolica: per quale motivo il Papa avrebbe sentito il dovere di precisare che «fermare l’aggressore ingiusto» è lecito, se quest’azione non fosse necessariamente un’azione di forza e non potesse contemplare la possibilità di un intervento armato? In caso contrario la precisazione papale sarebbe stata perfettamente inutile, e perfino bizzarra. Il Papa, alludendo poi ai bombardamenti e alla guerre, come è chiaro a qualsiasi persona onesta e di buon senso, intendeva solo dire che l’azione di forza non deve andare oltre il ragionevole e non deve avere secondi fini. In questo caso specifico, fra l’altro, non si tratta di risolvere un bel nulla, ma di rispondere prima di tutto ad una terribile emergenza. A volte si ha come l’impressione che per certi cattolici la “pace fra le nazioni” sia divenuta una specie di idolo, che impedisce loro perfino di parlare dei mezzi di coercizione, quasi che quest’ultimi fossero per natura cattivi: ed è come cadere in una seconda idolatria, un’idolatria in negativo, per così dire. La “pace fra le nazioni” è una buona cosa, però non è la pace vera di cui parlava Gesù, il quale disse: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.» Anche il mondo può dare la pace, e la “pace fra le nazioni”, pur essendo, ripetiamo, una buona cosa, rimane nel perimetro del mondo.

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Perché c’è inimicizia tra Cristianesimo e Islam

Il Cristianesimo vede se stesso (parlo ovviamente da un punto di vista cristiano) come il compimento dell’Ebraismo. Per il Cristianesimo l’uomo è prima di tutto – dogmaticamente – figlio di Dio. L’appartenenza alla propria famiglia, alla propria tribù, alla propria nazione viene dopo, ma attenzione, non viene rinnegata: Dio non annulla Cesare. Sul piano sociale le conseguenze fondamentali di tale concezione dell’uomo sono l’altissima dignità della persona, l’anelito alla libertà, lo spirito di fratellanza universale. Tale elemento universalistico era già presente nell’Antico Testamento: il Nuovo Testamento lo portò definitivamente alla luce. L’Occidente è così impregnato di Cristianesimo che tutte le ideologie o le filosofie anticristiane di portata politica che si sono succedute negli ultimi secoli hanno recato in sé il marchio dell’universalismo cristiano. L’illuminismo l’ha interpretato attraverso la “religione” dei liberi muratori o la “religione” dei diritti umani che oggi va per la maggiore; il socialismo ha pensato di realizzarlo. Sono tutte caricature del Cristianesimo di stampo millenaristico: il loro orizzonte è terreno. Persino i totalitarismi di destra, che pure rinnegano per principio l’universalismo, ne conservano traccia: dentro la razza o la nazione, infatti, regna l’egualitarismo socialista.

La civiltà cristiana si propaga indirettamente nel mondo non cristiano anche attraverso le ideologie anticristiane nate in occidente. Il comunismo, per esempio, benché violentemente antireligioso, reca in sé l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini (ancorché, nei fatti, spesso, un’uguaglianza da schiavi): si pensi all’impatto di questa idea su una società tribale o da millenni divisa in caste. L’incontro del Cristianesimo col paganesimo o dell’Occidente col mondo non cristiano non è mai uno scontro antropologicamente frontale. Infatti, per così dire, solo in un mondo che ha conosciuto Cristo può spuntare l’Anticristo: solo lì lo scontro può essere frontale. Ma certo è traumatico: il Cristianesimo “desacralizza” ogni istituzione terrena. Ossia la consegna al secolo: la secolarizzazione è figlia del Cristianesimo. Mentre purifica l’idea di Dio. Nel mondo greco-romano, che pure era il terreno più favorevole all’impiantarsi del messaggio cristiano, i cristiani stessi furono spesso sentiti come “atei” e “dissacratori”.

In questo quadro l’Islam viene a trovarsi in una posizione unica nei confronti del Cristianesimo. Mentre infatti, come spiegato sopra, il problematico, conflittuale, ma anche fecondo incontro del Cristianesimo col mondo “pagano” – pagano ma pur sempre ammaestrato da quel Logos che fu fin da principio – non si risolve mai in uno scontro frontale; mentre l’Ebraismo, non avendo voluto, per così dire, “conoscere” Cristo, rimane in attesa e lo scontro viene evitato; l’Islam è l’unica grande religione monoteista post-cristiana. Dal Cristianesimo ha preso l’idea universalista e l’idea della Rivelazione definitiva. Ma nonostante ciò l’Islam – tanto è pasticciato, confuso, incompiuto – conserva uno spirito veterotestamentario, nel senso negativo del termine, che se lasciato a se stesso potrebbe anche condurre il musulmano a riposare – farisaicamente, per dirla con Vangelo – la propria coscienza nel solco della legge o del precetto, tranquillamente, a casa sua. Ma l’elemento universalista non glielo permette. Da questa contraddizione nascono le tensioni cicliche dell’Islam. Ora che l’universalismo proprio della civiltà cristiana – che distingue la prospettiva terrena da quella ultraterrena – si è propagato ai quattro angoli della terra, la tensione nell’Islam è al massimo. E’ il suo incompiuto universalismo che è messo alla prova: anzi, smascherato. Di qui la necessità dello sfogo millenarista, di realizzare perfettamente l’universalismo là dove ciò non è possibile: sulla terra. E’ per questo che il radicalismo islamico oggi somiglia per molti versi a quei totalitarismi che solo in una civiltà cristiana o occidentale sono concepibili.

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L’Italia non fallirà! (E poi forse ce la farà)

Nel dicembre del 2013, a “Piazza Pulita”, Romano Prodi disse una cosa abbastanza intelligente, anche se mi scoccia riconoscerlo. Mortadella (devo pur rifarmi in qualche modo), Mortadella, dunque (caspiterina, mi è venuta l’acquolina in bocca: domani la compro), Mortadella, dicevo, affermò che l’Italia ce l’avrebbe fatta …in quindici anni, con la politica della formica. Però anche lui quando era al timone dell’Italia si diceva sicuro che il Belpaese ce l’avrebbe fatta nel giro di qualche mese o poco più. Parlando con l’ “Economist” nel 2007, per esempio, Mortadella disse: «…e io sono fiducioso che il paese ce la farà». Certo non è stato il solo. «L’Italia ce la farà!» è diventata la professione di fede di qualsiasi politico italiano con qualche responsabilità di governo o istituzionale da vent’anni a questa parte. La cosa divertente – avete notato? – è che costui la recita sempre con una qualche solennità, quasi che il popolo italiano non fosse ancora pronto per annunci di così grande momento. «Non ho mai avuto dubbi sul fatto che l’Italia ce la farà.», disse, sempre per esempio, Berlusconi a Marsiglia nel 2011, durante il XX congresso del PPE. Pochi mesi dopo Romano Prodi, intervistato dalla Radio Svizzera di lingua italiana vaticinava: «Ho estrema fiducia in Monti, con lui l’Italia ce la farà.» E qualche altro mese dopo il presidente del Consiglio Monti scriveva a Napolitano: «Il Paese sta attraversando una fase difficile della sua storia ma, come Lei ama dire, l’Italia ce la farà…». E in effetti è difficile immaginare un presidente della Repubblica Italiana che non dica, almeno una volta al mese: «L’Italia ce la farà!». Nel 2013 il presidente del Consiglio Letta, durante la conferenza stampa di fine anno (nonostante le profezie da menagramo di Prodi) sentenziò fiducioso: «Sono fermamente convinto che l’Italia ce la farà perché abbiamo dietro le spalle la parte più complessa di questa crisi». E bisogna pur dire che in fin dei conti l’Italia ce l’ha sempre fatta in questi vent’anni, se ancora sta in piedi. Ed è forse per questo che neanche Renzi ha avuto il coraggio di rottamare la professione di fede. Però qualcosa si è incrinato. Mesi fa, a “Quinta Colonna”, la fede si era già stemperata in un fiducioso ottimismo: «Non mi piacciono tutti quelli che dicono che l’Italia non ce la farà mai, sono convinto che ce la faremo…». E l’altro giorno Matteo ha detto: «La situazione è complicata e delicata e va gestita con grande responsabilità e serietà. Ma l’Italia non fallirà.» L’Italia non fallirà! Ecco una novità che suona alquanto sinistra! Tranquilli comunque: per vent’anni ancora, quantomeno, abbiamo il futuro assicurato.

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Montebourg, la nuova stella del populismo gauchiste

La crisi economica ha spaccato il governo francese. Il primo ministro Valls ha presentato le dimissioni di tutto il governo al presidente Hollande, che lo ha subito reincaricato di formarne uno nuovo. Scopo della manfrina: smascherare la fronda socialista radicale e formare un governo in linea con la politica faticosamente – molto faticosamente – conciliante del socialista “liberale” Valls nei confronti di Berlino e Bruxelles. E infatti tre ormai ex-ministri si sono già detti indisponibili ad imbarcarsi nella nuova avventura. Tra di essi, il grande protagonista della vicenda: il ministro dell’economia Arnaud Montebourg, che qualche giorno fa ha intimato ad Hollande di dire chiaro e tondo ai crucchi che le politiche di austerità e di riduzione del deficit sono delle cavolate utili solo a bloccare la “mitica” crescita; e che ora si prepara a dare l’assalto alla sinistra francese. Ambizioso, giustizialista, demagogo e ammalato di protagonismo, Montebourg è fautore: 1) del “patriottismo economico”, belluria lessicale che nasconde idee e concetti in campo economico non molto lontani da quelli della destra identitaria; 2) della “de-mondializzazione”, sulla quale ha scritto perfino un libro; 3) della riconversione ecologica e sociale del sistema produttivo; 4) della rivoluzione industriale verde. Nonostante ciò, questo bambino era stato messo a capo di un ministero importante come quello dell’economia. Cose che neanche in Italia… almeno fino ad ora.

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Prudenti più dei serpenti

Non è detto che sia proprio impossibile conciliare la schiettezza con la diplomazia, la sincerità con la politica. Si può dire sempre la verità, ma non occorre sempre dirla tutta. Una ben ponderata reticenza può essere il segno di saggezza e responsabilità. Bisogna essere candidi come colombe e prudenti come serpenti, come disse una volta per tutte il mister: ecco un insegnamento valido anche in questo campo un po’ profano. E’ perciò comprensibile che da ampia parte del mondo cattolico si mostri cautela sulle iniziative da intraprendere per fermare i tagliagole del “Califfato”. E’ meno comprensibile, però, che in tanta parte di questa ampia parte l’approccio alla questione risulti così riguardoso da sconfinare nel ridicolo.

Monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ad esempio, correndo davvero un po’ troppo, arriva a dire che bisogna rinunciare «definitivamente all’idea di ricercare la giustizia mediante il ricorso alla guerra». Definitivamente? Ma caro monsignore, questo è un sogno messianico, simile a quello di abolire il male sulla terra! Tanto è vero che subito dopo lo stesso Toso si contraddice: «Occorre», dice, arzigogolando insopportabilmente, «imboccare vie alternative: va cioè coltivata la multilateralità come via che offre maggiori garanzie di giustizia, anche nel caso che si debba attuare il principio di responsabilità di proteggere etnie e gruppi che sono minacciati di morte, come sta avvenendo in Iraq, da gruppi terroristici». Anche nel caso, cioè, «che si debba usare la forza per proteggere etnie e gruppi ecc. ecc.»: espressione di evidente e colpevole brutalità.

E che dire del Segretario di Stato Pietro Parolin? Ad una domanda del vaticanista de “La Stampa” Andrea Tornielli, sul presunto scontro tra Cristianesimo e Islam, risponde: «Io credo che sia una semplificazione. Leggevo proprio in questi giorni alcuni rapporti del nunzio in Siria, nei quali raccontava quanti musulmani soffrono per questa situazione e sono solidali con i cristiani. Quindi non si tratta assolutamente di uno scontro tra islam e cristianesimo.» Come? Prima dice che è una semplificazione; e poi, forse sentendo di aver osato troppo, di essere stato, forse, troppo possibilista, diciamo – lo diciamo o non lo diciamo? diciamo che lo diciamo – e poi, dunque, afferma che «non si tratta assolutamente di uno scontro»? Quando in realtà lo scontro è latente da più di mille anni?

E che dire poi di certi editorialisti cattolici che più che con l’Isis sembrano avercela coi “crociati” nostrani neo o teocon (a loro volta spesso candidi più delle colombe: è la loro forma, contraria, di intemperanza) colpevoli di piegare il Cristianesimo alle ragioni dell’Occidente, e anzi di identificare l’Occidente col Cristianesimo? Ma nessuno, ovviamente, si sogna di «identificare» Cristianesimo ed Occidente! Io per esempio sostengo che l’Occidente, in senso lato, è la civiltà cristiana. Ma è evidente che la civiltà cristiana non s’identifica col Cristianesimo. E’ vero piuttosto che l’Occidente è stato marchiato dal Cristianesimo: anche quando si dimostra anticristiano l’Occidente tradisce questo marchio di fabbrica. Ma adesso questi signori, pur di dare addosso ai “crociati” nostrani e a Bush, giungono perfino a rivalutare la figura di Saddam Hussein, durante il regime del quale i cristiani erano rispettati. Vero. Ma perché? Perché Saddam Hussein era un dittatore “laico”; perché era un esponente di quel Partito Ba’ath che come linee direttive aveva panarabismo, socialismo e nazionalismo arabo; partito che era stato fondato da siriani che avevano studiato in Europa; perché insomma Saddam Hussein, a suo modo, era in parte figlio dell’Occidente.

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E allora tifo Tavecchio

E’ andata com’è andata: ha vinto il brutto, sporco e cattivo. D’altronde aveva la vittoria in tasca, anche per mancanza di candidati alternativi autorevoli o di qualche reale carisma, nella corsa alla presidenza della FIGC. Ci aveva provato lui ad auto-silurarsi con la frase sui pedatori africani ex mangia-banane e senza pedigree. Se l’avesse detta con intenti genuinamente provocatori sarebbe stato meglio. Il fatto che gli sia scappata ingenuamente e non solo genuinamente di bocca dimostra invece che Tavecchio vive in un mondo tutto suo. Gli è arrivato addosso di tutto e tutti – diciamo la verità – lo davano per morto stecchito. Invece Tavecchio – vivendo in un mondo tutto suo – non ha capito d’aver perso ed ha perciò stupidamente continuato a lottare tra lo sbalordimento generale fino alla vittoria finale.

Fortissimo! Be’, è andata così. Amen!

Ma adesso vedo purtroppo in giro gente che si era esposta contro Tavecchio, specie dopo la scivolata bananiera – legittimamente, ma anche un po’ furbescamente – e che adesso, ferita nell’amor proprio, tenta di sbalzarlo di sella dopo una regolare e democratica vittoria, profittando dell’inchiesta aperta dall’Uefa sulle parole di Tavecchio. In un’intervista al Corriere della Sera il presidente del Coni Malagò, per esempio, che già aveva evocato la possibilità di un commissariamento della FIGC prima della vittoria del dirigente settantunenne, dice che di questa inchiesta aveva avuto dei segnali. E aggiunge: «E non mi sorprenderei se si muovesse la Fifa e sulle prese di posizione dell’Associazione calciatori anche la procura federale. (…) [Tavecchio] l’ho sentito, gli ho parlato, sta preparando la sua difesa, mi è parso sereno, sta lavorando molto. Ma aggiungo che se il neo-presidente federale dovesse sentirsi condizionato da certi eventi, tipo quello dell’Uefa, o da altre manovre, da pressioni di parte, corporative, non mi stupirei affatto se facesse un passo indietro e rassegnasse le dimissioni». 

Questo è un invito a sloggiare, chiaro nella sostanza quanto sgradevolmente obliquo nella forma. No, non va affatto bene. Si può cavalcare il politicamente corretto ma non andare oltre. Questi scenari li abbiamo già visti nella lotta politica. Augusti consessi di censori, giustizieri, arbitri istituzionali che si arrogano il diritto, in nome naturalmente dei valori democratici eccetera eccetera, di decidere chi ha e chi non ha i requisiti, anche retroattivamente; e che non hanno fatto altro che screditare la democrazia e la politica. Abbiamo visto com’è finita: gente che invocava il commissariamento della democrazia pro domo sua e che adesso, scontenta dei risultati, nell’impazzimento generale, grida contro «i ladri di democrazia».

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La storia bussa alla porta dell’Islam

L’Islam non rappresenta una minaccia reale – strutturale, potenzialmente vincente, per così dire – per l’Occidente. E’ destinato a soccombere. Voglio forse dire con questo che il fenomeno del radicalismo islamico è sopravvalutato? No, al contrario. E’ proprio la profondità e la vastità del fenomeno a dirci che non si tratta di una febbre passeggera sullo sfondo grandioso della storia, ma il sintomo di una malattia mortale. Malgrado le apparenze non è l’Islam a premere sul mondo, ma è il mondo a premere sull’Islam. E malgrado le apparenze è la civiltà occidentale, figlia dell’universalismo cristiano, che sta ormai facendo suo il mondo. E’ sbagliato dire che non esiste l’Islam moderato. Ma è anche sbagliato pensare che l’Islam moderato sia la soluzione. L’Islam è un fenomeno post-cristiano, e per questo è universalista. Ma mentre l’universalismo cristiano dà al secolo quel che è del secolo, e dà a Dio quel che è di Dio; mentre distingue fra la nazione e il popolo di Dio; e fra la società e la chiesa; e fra popolo ed individuo; e cioè fra una prospettiva terrena ed una ultraterrena; l’universalismo islamico non ha mai conosciuto questa distinzione di piani e con ciò ha sacralizzato il secolo, il popolo, la terra. In una parola, ha rifiutato quella storia che adesso bussa alla sua porta.

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De Gasperi: da «forchettone» a «compagno»?

E’ il complesso dell’ex-democristiano inghiottito dalla sinistra. Cioè dell’utile idiota. Pur di nascondere a se stesso questa pacifica e amara verità, l’ex-democristiano arruolatosi a sinistra, nell’angolo più risposto del suo cuore, cioè del suo morboso orgoglio, immagina se stesso come colui che ha trionfalmente convertito o addomesticato l’avversario politico di sempre: i post-comunisti, insomma, sarebbero i suoi figli adottivi. Quindi non è del tutto sbalorditivo che Beppe Fioroni abbia proposto di dedicare la Festa de l’Unità ad Alcide De Gasperi nel 60° avversario della sua morte. Attenzione però. La proposta di Fioroni alla fine potrebbe anche essere accettata. La sinistra ha sempre vituperato ciò di cui successivamente si è impadronita. E’ successo con la figura di Aldo Moro, col tricolore, col Festival di Sanremo, con l’Ubalda tutta nuda e tutta calda. E’ successo, in definitiva, con l’Italia repubblicana, il paese di merda per eccellenza, il paese mai “compiutamente” democratico, così intimamente clerico-fascista, così repellente, così corrotto, così volgare, che è davvero difficile capire perché l’insaziabile società civile progressista non ne voglia lasciare neanche un pezzettino ai bifolchi. Perché allora la stessa cosa non potrebbe succedere con l’ex «forchettone» tanto inviso agli «onesti» comunisti un anno appena prima della sua morte?

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Il Papa non ha detto che non si può bombardare

Di ritorno dalla visita in Corea del Sud, sull’aereo che lo stava riportando in Italia, Papa Francesco ha risposto ad alcune domande dei giornalisti, compresa una sulla drammatica situazione dei cristiani in Iraq e sulle modalità dell’intervento militare intrapreso in loro aiuto. I media hanno sintetizzato la risposta del Papa così: «E’ lecito fermare l’aggressore, ma non bombardare.» Ma non è questo che il Papa ha detto. Le sue esatte parole sono state queste: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito “fermare” l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo “fermare”, non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto la vera guerra di conquista.» Il discorso è chiarissimo, per chi lo vuole intendere. Il Papa ha detto che è lecito reagire ad un’aggressione, ma bisogna commisurare la forza della risposta alle necessità della situazione. La violenza subita non deve diventare il pretesto per andare oltre la legittima difesa, e nei casi in cui essa coinvolga intere popolazioni, non deve tramutarsi “automaticamente” in azioni ingiustificate di guerra aperta, ivi compresi i bombardamenti. L’uccidere, e anche il “bombardare”, in sé, e sottolineo “in sé”, non sono atti che hanno sempre, necessariamente, una valenza morale negativa. Il “non uccidere” biblico comprende nel divieto tutti gli atti di violenza e di sopraffazione immaginabili, anche di tipo psicologico: però, in certi casi, estremi, l’azione di forza, finanche potenzialmente omicida, può essere giustificata. E’ la volontà, il libero arbitrio che qualifica l’azione di forza: quasi sempre è “violenza”, cioè male; ma a volte è una risposta che non equivale a rispondere al male con il male. I comandamenti biblici vanno sempre letti alla luce della volontà. Quel “non desiderare la donna d’altri”, per esempio, non significa affatto “non provare attrazione” per quella donna, che magari è bellissima: sarebbe una cosa contro natura, oltre che ridicola, e Dio non apprezza le cose contro natura. Significa “volerla”, significa essere disposti a “possederla” se se ne presentasse la possibilità. Lo stesso pleonasmo usato dal Papa, “aggressore ingiusto” (cioè una persona che usa la forza ingiustificatamente contro un’altra persona) indica che vi può essere, per così dire, un “aggressore giusto” (cioè una persona che usa giustificatamente la forza contro un’altra persona). Anche se è chiaro che la Chiesa userà sempre la massima cautela prima di giustificare qualsiasi azione di forza.

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[P.S. – Le stesse parole del Papa, a leggerle bene, non hanno messo un limite “tecnico” all’intervento militare. E non lo potevano fare: bombe o moschetti non hanno una diversa consistenza etica, perché non ne hanno alcuna: restano sempre dei mezzi. Il male e il bene, il giusto l’ingiusto, sono questioni che riguardano l’uso. “In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito “fermare” l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo ‘fermare’, non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati. In video, arricchita dalla gestualità e dall’espressione facciale del Papa, il significato della frase risulta ancora più chiaro. Il Papa vuole dire, in soldoni: “E’ lecito fermare l’aggressore. Ma attenzione: ho detto fermare, non necessariamente bombardare, o fare la guerra. La cosa va valutata.”  D’altronde basta consultare il catechismo della Chiesa Cattolica, che non esclude il ricorso alla guerra, per capire che quella è la posizione del Papa. Poi ci sono le sfumature più propriamente politiche della questione, e lì si può criticare fin che si vuole…]

Vitalità dell’Islam? No, convulsioni

Nel web gira una mappa che rivelerebbe i grandiosi progetti del nuovo Califfato che ha visto la luce recentemente tra Siria e Iraq. In essa è compresa buona parte dell’Africa (da quella mediterranea in giù fino all’altezza, circa, del Camerun sull’Oceano Atlantico e del nord della Tanzania su quello Indiano); la penisola arabica, la Mesopotamia, l’Iran, il Pakistan, l’Afghanistan, la Turchia, il Caucaso e parte della Russia fino al limite settentrionale del Mar Caspio, e tutta la vastissima regione turco-asiatica, fin dentro l’attuale territorio cinese; la penisola iberica; i Balcani e l’Austria. In sostanza, con l’eccezione dei paesi musulmani dell’Estremo Oriente, essa non è tanto la mappa dell’Islam al momento della sua massima espansione, ma piuttosto la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali dell’Islam di tutti i tempi. Faremmo un errore perciò nel vedere in essa solo un folle progetto, o un sogno di Reconquista: per i fanatici dell’Isis, in profonda sintonia però con lo spirito islamico, questa mappa prima di tutto corrisponde già ora al Califfato. Se una zolla di terreno entra nel recinto dell’Islam non può più uscirne: è terra consacrata una volta per tutte. Dalla dār al-Islām non si torna indietro. Questo perché l’universalismo e il monoteismo cristiano non servirono a Maometto per distinguere la sfera civile da quella religiosa, come accadde nel pagano mondo greco-romano, ma per legarle definitivamente, per assolutizzare e rendere sacra la sfera civile, cioè la terra. Maometto ha legato i destini della Gerusalemme Terrena e di quella Celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Invece il Cristianesimo, proprio perché ha purificato il concetto di sacro, ha una forte carica dissacratoria. Nell’antichità questa cosa era sentita istintivamente, e probabilmente anche oggi fuori del mondo cristiano-occidentale. Col Cristianesimo compare un Dio finalmente personale e perciò universale. Ciò implica la desacralizzazione di qualsiasi autorità terrena, e insieme di ciò che essa rappresenta, un popolo, una tribù, uno stato. Il politeismo e i sacrifici di animali (frutti di un oscuro senso di colpa) furono un percorso di avvicinamento a questa purificazione. Nello stesso tempo il monoteismo del popolo cui parlò il Dio della Rivelazione era ancora rinchiuso – come nel grembo di una madre, per così dire – nel pregiudizio etnico. La comparsa del Dio-Uomo non rinnega, ma perfeziona, completa, compie questo percorso e perciò ne abolisce i caratteri. L’uomo viene restituito alla divinità. Ancorché in esilio, egli si riconcilia con l’Essere, cui appartiene. Rimane soggetto al Divenire, alla dimensione del tempo e dello spazio, ma non ne è più schiavo. Da esso non è più assorbito. Non c’è più né Giudeo né Greco: ma questo, in senso lato, riguarda tutti i popoli, non solo Israele.

Questo non vuol dire che il Cristianesimo abbia abolito i popoli: semplicemente li ha consegnati al secolo. Il Cristianesimo non rifiuta la storia, ma dà al secolo ciò che è del secolo. La secolarizzazione (quella vera e buona) è figlia sua. E solo con la secolarizzazione si può parlare di una Legge Positiva vera e propria (anche se essa già veniva adombrata nella Legge Mosaica intesa in senso stretto, distinta dal Decalogo). L’elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili della civiltà cristiana/occidentale. L’espandersi della libertà individuale, che è naturale, tende sempre ad accompagnarsi alla trasgressione e alla negazione della Legge Morale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva (e in ultima analisi liberticida): non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire – in coscienza – la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati.

Se vogliamo chiamare questo processo col vago nome di modernità, ebbene esso non potrà mai abbattere il Cristianesimo, perché è figlio suo, e perché solo il Cristianesimo lo può sostenere in prospettiva. Il popolo appartiene al secolo, l’individuo a Dio: essi camminano insieme nella storia. Ma l’Islam, come succede ai totalitarismi, terre promesse terrene, rifiuta la storia. La modernità lo sta piano piano uccidendo: quelle cui stiamo assistendo non sono manifestazioni di vitalità, ma le convulsioni di un mondo in agonia.

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