Immagine diversa? No, la solita

Il parlamentare Pd Federico Gelli vuole sapere dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi come mai il famoso comandante De Falco è stato trasferito dal settore operativo della Capitaneria di Livorno ad un ufficio amministrativo. Secondo Gelli, De Falco «sui mezzi di informazione di tutto il mondo è diventato il simbolo dell’Italia che prova a dare un’immagine diversa rispetto ad un disastro del genere». Ma quale immagine diversa! Abbiamo dato la stessa immagine di sempre! A cominciare dal famoso comandante De Falco, il quale, invece di conservare la calma e mostrare senso pratico e invece di cercare di fare dello scosso Schettino un collaboratore che gli potesse dare il massimo delle informazioni utili possibili, volle annichilire lo sciagurato con una tirata da operetta – cosa assolutamente inutile in quel frangente – tra ordini perentori quanto assurdi e toni sarcastici, sapendo bene che registrando la telefonata e comunicando il fatto a Schettino faceva di costui un animaletto impaurito capitato improvvisamente sotto le luci della ribalta. Insomma, era l’ostentata rappresentazione dell’uomo retto e tutto d’un pezzo contrapposto al reo vile ed infingardo. In questa sceneggiata s’identificò quell’Italia farisaica e senza dignità che fa ridere lo straniero e che ci fa disprezzare.

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Quello stantio odore di complottismo

Devo essere sincero: i tipi come Ferruccio De Bortoli mi stanno proprio sui cosiddetti. Perfino quando iniziano un articolo con «Devo essere sincero:» non riescono a spingere la schiettezza al di là dell’incipit. Infatti tutto l’attacco che il direttore del Corriere della Sera ha sferrato ieri a Matteo Renzi si potrebbe virilmente condensare così: «Matteo, sei un berluschino. Amen.» Come spiegare questo attacco a freddo tanto mellifluo quanto brutale? Intanto c’è da tenere in conto il quadro generale della situazione politica: a sinistra la resistenza contro Renzi si sta facendo sempre più forte, il nervosismo è alle stelle, e La Repubblica si sta lentamente spostando verso una posizione apertamente critica nei confronti del Rottamatore. E La Repubblica è il quotidiano che negli ultimi decenni ha di fatto dettato la linea a tutti i grandi giornali. E poi c’è il fatto personale: De Bortoli è un direttore in uscita, essendo stato dimissionato dagli azionisti di Rcs. E quindi è probabile che trovi vantaggioso riposizionarsi politicamente. Trovate che sia un’insinuazione bassa e volgare? Calma, sono solo sincero e sinceramente schietto: è quel che penso, punto e basta. Tanto più che non posso sinceramente pensare che un uomo di mondo come De Bortoli cada in insinuazioni così basse e volgari come quella sul contenuto del patto del Nazareno, a sua detta emanante uno «stantio odore di massoneria», senza avere in mente le fenomenali doti ricettive del tipico complottista di sinistra, cresciuto a pane e servizi deviati.

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Il fiuto dei Rockefeller

La Fondazione Rockefeller non investirà più nel settore dei combustibili fossili e quindi neanche nelle compagnie petrolifere. La signora Valerie Rockefeller Wayne, discendente di John D. Rockefeller Sr, fondatore nel lontano 1870 della Standard Oil, dopo aver partecipato alla People’s Climate March in quel di New York, ha spiegato la decisione con «l’imperativo morale di preservare un pianeta in buona salute». Più pragmatico, Stephen Heintz, presidente del Rockefeller Brothers Fund, ha detto: «Siamo convinti che se Rockefeller Sr fosse qui oggi, da astuto uomo d’affari orientato al futuro, si starebbe muovendo fuori dal business petrolifero per investire nell’energia rinnovabile e pulita». Benché non lo creda quasi nessuno, Heintz per primo, io sono invece convinto che un redivivo Rockefeller Sr potrebbe davvero fare quanto Heintz ha dichiarato, ma non per motivi puramente imprenditoriali, come si vorrebbe lasciare intendere. Quando un imprenditore diventa un grosso imprenditore, diventa anche un personaggio pubblico. Correre dietro solamente al consumatore non gli basta più. Si rende conto che il politico o il leader dell’opinione pubblica possono fargli del male, o che possono essere suoi preziosi alleati. Ecco allora che corre dietro anche a loro. Ed ecco allora spiegate le fisime ostentatamente filantropiche (anche Rockefeller Sr morì filantropo), salutiste e ambientaliste di certi miliardari alla moda. Anche questo, naturalmente, è fiuto. Ma è molto meno nobile o molto più gretto del fiuto che l’astuto uomo d’affari usa nei confronti del consumatore. Quest’ultimo odora di sollecitudine, l’altro puzza di cortigianeria.

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Le riforme e la memoria corta del Corriere

E’ commovente vedere il presidente della Repubblica dire schiettamente no ai conservatorismi e auspicare coraggio e politiche nuove sulla questione del lavoro; così come ci rinfranca leggere le ferme parole di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera contro «i nostalgici del novecento», cioè le mummie di quella sinistra «immobilista e conservatrice» che si oppone a quella «riformista» oggi incarnata in Italia da quella sagoma del Rottamatore. Però i due personaggi dovrebbero prima spiegarci dove fossero gli augusti presidenti della Repubblica e le auguste firme del Corriere della Sera o del Sole 24 Ore quando quella sagoma del Berlusca si scontrava coi sindacati – a cominciare dalla guerra scoppiata nel 1994 sulle pensioni che fece saltare il suo primo governo – oppure quando si azzardava anche solo ad ipotizzare una qualche riformicchia liberale in campo economico. Non ci risulta che i primi spalleggiassero con la loro autorevole e meditata parola i tentativi del nostro eroe, né che i secondi scrivessero nei loro editoriali «Avanti tutta, Silvio!». Proprio per nulla, nonostante anche allora, come ora, la patria necessitasse di riforme vitali. Su Silvio si leggevano invece seriose reprimende grosso modo di questo tenore: «E’ proprio in queste occasioni che si vede tutta l’incapacità politica di Berlusconi di essere all’altezza delle sfide del futuro. Il caratteristico tratto demagogico-populista della “filosofia politica” berlusconiana può concepire il riformismo solamente come una guerra contro qualcuno, e non piuttosto come la capacità di raccogliere il necessario consenso tra le diverse parti sociali, anche attraverso duri negoziati, condotti però col tratto costruttivo dello statista vero ecc. ecc. ecc.». Ora è cambiato tutto. A proporre le riformicchie liberali è la stessa sinistra, o almeno una parte di essa. Quindi si può perfino rischiare di sbilanciarsi. A conferma che in Italia, nonostante il ventesimo secolo sia ormai finito da qualche lustro, la sinistra è ancora una chiesa: fuori di essa nulla salus. Per questa riforma epocale, di tipo antropologico, i tempi non sono ancora maturi. Ma aspettiamo fiduciosi l’avvento del ventiduesimo secolo.

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Effetto «serra»? No, effetto «setta»

Nelle ultime settimane non capivo bene cosa stesse succedendo: gli allarmi sui cambiamenti climatici si moltiplicavano all’impazzata. A star dietro a questo tremendo crescendo rossiniano c’era da mettersi le mani sui capelli: la fine del mondo pareva davvero dietro l’angolo. Invece non era la fine del mondo, ma la People’s Climate March, la giornata di mobilitazione mondiale per sensibilizzare i popoli e soprattutto i potenti della terra sul più grande problema cui l’uomo abbia mai dovuto far fronte da quando fu cacciato dal Paradiso Terrestre. Così ieri, giorno nel quale centinaia di migliaia, e forse milioni, di manifestanti sono scesi in piazza in migliaia di località del pianeta Terra, ho finalmente capito la ragione di tutta questa strana frenesia: l’effetto «setta». Esatto: l’effetto «setta», quell’effetto specialissimo che spinge l’uomo bramoso di potere ad intrupparsi nelle compagnie, anche le più stravaganti, cui sembra arridere un successo irresistibile. Se poi gli tocca la disgrazia di farlo nel nome di una causa tanto nobile quanto vaporosa, la voglia di protagonismo o la semplice paura di restare tagliati fuori, che sono le vere ragioni che lo muovono, se la squagliano senza il minimo strepito nell’angolino più riposto della sua coscienza. Fino a qualche decennio fa – qualcuno se lo ricorderà, persino divertito – pareva che tutte le creazioni intellettuali o artistiche dovessero pagare in qualche modo un tributo al marxismo, foss’anche il più cervellotico e microscopico degli orpelli. Erano i tempi in cui la lotta di classe era una religione che aveva i suoi sacerdoti e i suoi marciatori. Poi tutto è finito nel cesso. Ma intanto i marciatori avevano fatto strada. Cioè: carriera. Accadrà lo stesso alla religione dei cambiamenti climatici e ai suoi adepti.

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Lo «spiritismo di Monaco»

Durante la conferenza di Monaco del 1938 l’Europa cedette alle rivendicazioni territoriali hitleriane su una parte del territorio dell’allora Cecoslovacchia abitata da genti di etnia tedesca, sperando con questo bocconcino di aver preservato la pace e calmato gli appetiti del Führer; il quale Führer al contrario vide naturalmente in questo cedimento tutta la giustezza della sua aggressiva politica: i suoi appetiti si scatenarono allora definitivamente e l’anno successivo scoppiò la guerra. L’attitudine mentale che presiedette alla miope politica di appeasement nei confronti di Hitler prese nel dopoguerra la denominazione assai disprezzata di spirito di Monaco. Espressione che divenne un cavallo di battaglia retorico usato soprattutto negli ambienti politico-culturali filo-occidentali in funzione anti-sovietica: è per questo che lo spirito di Monaco, come concetto, non ha mai goduto di molta popolarità non solo tra la sinistra socialista o liberal ma anche tra gli intellettuali e i giornalisti, i quali, com’è universalmente noto, sono tutti o quasi bolscevichi, antropologicamente parlando. Ma adesso la musica è improvvisamente cambiata. Lo spirito di Monaco è diventato un mantra, soprattutto tra quelli che per più di mezzo secolo l’hanno schifato. E tutto questo grazie a Vladimir Putin, lo Zar di tutte le Russie, che è diventato, suo malgrado, il nemico numero uno del progressismo mondiale. E quindi, in quanto tale, il nuovo Hitler. Da qualche tempo non passa giorno che la stampa liberal non denunci le significative intemperanze verbali del nuovo Hitler. L’ultima rivelazione è di ieri. Secondo la Süddeutsche Zeitung, il grande quotidiano di Monaco di Baviera (anche nel Land più saldamente conservatore di Germania, e forse d’Europa, la stampa è in mano ai liberal, e anche a qualche bolscevico fatto e finito), Putin avrebbe detto questo: «Se voglio posso far arrivare in due giorni le mie armate a Riga, Vilnius, Tallinn, Varsavia, Bucarest.» Lo avrebbe detto, al telefono, al presidente ucraino Poroshenko, che lo avrebbe poi riferito al presidente uscente della Commissione europea, José Manuel Barroso, in visita a Kiev, che poi avrebbe spifferato la cosa in quel di Bruxelles. Insomma, vogliono assolutamente convincerci che Hitler è riapparso. L’evocazione del suo spirito è ossessiva: tutti lo vogliono, tutti lo chiamano. E’ lo spiritismo di Monaco.

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Doppia noia

La titanica sfida tra Massimo Giannini e Giovanni Floris risveglia in me solamente un interesse di tipo sociologico. Mi stufai di questo tipo di circhi già più di vent’anni fa al tempo della Samarcanda di Santoro. Da allora ho detto loro addio, anche se ogni tanto passo cinque minuti in loro compagnia solo per sincerarmi che sia sempre la solita sbobba. Ma sarebbe più che sufficiente seguire il riverbero che questi programmi televisivi hanno sui giornali per capire che in effetti della solita micidiale sbobba si tratta. Per cui non ho certo perso tempo a guardare gli show di Giannini e Floris. E’ una questione di serietà. Ho troppa stima della mia intelligenza per aver bisogno, in certi casi, della prova sperimentale. Già, perché possono cambiare i nomi, i caratteri, i toni, i tirapiedi del conduttore, il tasso di manifesta faziosità, ma a dominare su tutto, implacabilmente, è sempre quell’aria da compagnia di giro formata da quei giovanotti della Migliore Italia che a forza di chiagnere e di atteggiarsi da oppositori del regime hanno occupato tutto ciò che c’era da occupare, e che adesso non possono fare altro che passare il tempo combattendosi l’un l’altro. Ed ora che la sfida è partita, sento parlare di doppioni ed avverto in giro anche un certa stanchezza, come di chi comincia a confessare a se stesso che di questi riti ha piene le scatole. Coi soliti vent’anni di ritardo.

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Ezio Mauro, reazionario inconsapevole

Una decina di giorni fa Ezio Mauro scriveva su Repubblica questa sciocchezza ridondante: «Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive.» Ora, quest’idea che ogni nazione abbia un suo incancellabile carattere che non solo ne colora la condotta, ma che ne domina pure la volontà, è un concetto tipicamente conservatore-reazionario. Se il progressismo giacobino adora talmente la civilizzazione da annichilire tranquillamente popoli e tradizioni, il conservatorismo reazionario fa il contrario: adora talmente i popoli e le tradizioni da non ammettere affatto il fattore cosmopolita ed universalista della civilizzazione. Sono due forme di negazione della storia. Quello del conservatore-reazionario è un errore profondo che nega alla radice l’umana fratellanza, ma che raramente assume i caratteri dell’ideologia e dell’odio propri, ad esempio, di quel nazifascismo che uscì dai lombi generosi del socialismo ottocentesco. Questo perché il conservatore-reazionario, nel negare la storia, rispetta troppo la realtà di questo mondo per cadere in tale genere di arbitri. Mentre il giacobino-progressista, nel negare la storia, accetta alcuni brandelli di realtà ma solo per interpretarli alla luce del suo spirito messianico: le idee fisse del conservatore-reazionario in lui diventano “totalitarie”. Quando vuole il giacobino sa essere un reazionario non temperato, anzi, solo così può esserlo. E infatti furono gli illuministi a porre le basi del razzismo “scientifico”, nonostante il loro cosmico umanitarismo. Perciò il fatto che questo bel pensiero reazionario sia uscito dalla penna del direttore della più influente e diffusa gazzetta giacobino-progressista che l’Italia abbia mai conosciuto non deve stupire affatto. E che la sua sia, in fondo, tutta superstizione, lo dimostra un fatto inoppugnabile: le Pussy Riot, nel corso di una lezione tenuta all’Università di Harvard (stanno facendo un tour negli Stati Uniti), hanno rivelato che anche quando stavano in carcere in Russia non avevano affatto perso il loro status di star, tanto che i secondini chiedevano loro l’autografo. Ecco la dimostrazione che anche nella Russia di Putin si fa ormai comodamente – sì, comodamente – carriera attraverso il più spudorato e stucchevole esibizionismo. Ma va benissimo: ho sempre pensato che un tasso eccezionale di pubblica volgarità fosse sintomatico della presenza di una sana, vibrante e consapevole democrazia.

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Il salotto Veltroni

Pare proprio che sarà il nostro Walter a celebrare, in quel di Venezia, il matrimonio fra lo stagionato George Clooney e l’avvocatessa libanese-britannica Amal Alamuddin. Sarà certamente l’apogeo della sua carriera, perché è difficile che ad un cerimoniere nato come l’ex segretario dei democratici possa capitare in futuro un’occasione migliore per legare per secoli la sua fama ad un evento di altrettanta elegante mondanità. In fondo il veltronismo non è altro che un salotto. Se Walter fosse nato donna nel settecento o nell’ottocento sarebbe stato certamente la regina di un qualche prestigioso salotto di una qualche insigne capitale europea. L’arte di attirare a sé la più variegata umanità – anche quando si trattava in fondo dell’umanità di una sola fazione – purché illustre e non ancora caduta in disgrazia, e di conciliarla per qualche ora al brusio grazioso del chiacchiericcio, faceva del salotto di queste intrallazzatrici un’isola dorata di civiltà che irraggiando tutt’intorno la sua gloria ingannevole accecava il ricco e il povero, l’ambizioso e il semplice invidioso. Questa prassi sapientemente selettiva si traduce oggi nell’inclusivo mondo veltroniano, dove tutto il materiale scelto si compone in meravigliosa armonia: dall’impegno ostentato delle icone della società civile al cretinismo modaiolo di Jovanotti, dal comunismo monacale di Berlinguer al luccichio delle star hollywoodiane.

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Il rapper dell’Isis

Che il boia in nero dell’Isis abbia qualcosa del rapper in fondo non è affatto strano. Alla musica rap non ho mai badato, se non altro per risparmiarmi il supplizio. Meno ancora alla figura del rapper. Però il bulletto tagliatore di teste (o pseudo tale) mi ha improvvisamente illuminato sulla sua psicologia, sua del rapper, voglio dire. Di questo lo devo ringraziare. Prima pensavo al rapper, per giustificatissima pigrizia, semplicemente come a un ebete. Non ho cambiato idea, ci mancherebbe altro, ma adesso distinguo con nettezza la tipicità della sua ebetudine. Del profilo nero dello spaventapasseri mancino si notano soprattutto la testa caratteristicamente inclinata e il gesticolare del braccio sinistro. Ma vi è qualcosa di raffrenato in lui, come di uno che abbia consuetudine col rap ma lo voglia nascondere. Comunque ciò basta a rivelare in lui, anche senza i suoi ammonimenti, la posa del predicatore; la quale, me ne sono reso conto adesso, è quella che qualifica il rapper tra tanti altri imbecilli posatori che popolano oggigiorno il mondo della musica. Perché il rapper predica? Anche questo l’ho capito solo adesso (e probabilmente solo perché, per la prima volta, ci ho pensato, grazie allo spaventapasseri): il rapper predica per mascherare le stronzate che gli escono di bocca. Alt! Lo so: qualche mammalucco adesso mi parlerà dei virtuosismi dei cantanti rap (figuriamoci: non sopporto neanche quelli del belcanto) e del valore poetico di alcuni testi rap che io, nella mia ignoranza e supponenza, non conosco e in ogni caso non so apprezzare. Gli rispondo così: prego, circolare. Ma riprendiamo l’analisi psicologica del rapper. Dunque, ben sapendo di non essere una cima, di essere fondamentalmente un coglione senz’arte né parte, e appunto di essere capace solo di sparare ritmicamente minchiate senza soluzione di continuità; sapendo dunque istintivamente tutto questo il rapper piega la testa (come fanno i cani perplessi, ma senza la loro incantevole innocenza) e, tutto compreso di sé (al contrario di Fido), impone a se stesso una maschera di ieratica fissità, cominciando poi a sciorinare tutto quell’insulso, risibile campionario di gesti (buffissimo il contrasto con la faccia seriosamente scema), che altro non è che un surrogato del ditino ammonitore del predicatore. Insomma, è un modo per farsi prendere sul serio. Perciò, tutto sommato, lo spaventapasseri dell’Isis è degno di essere suo fratello.

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