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Immagine diversa? No, la solita

Il parlamentare Pd Federico Gelli vuole sapere dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi come mai il famoso comandante De Falco è stato trasferito dal settore operativo della Capitaneria di Livorno ad un ufficio amministrativo. Secondo Gelli, De Falco «sui mezzi di informazione di tutto il mondo è diventato il simbolo dell’Italia che prova a dare un’immagine diversa rispetto ad un disastro del genere». Ma quale immagine diversa! Abbiamo dato la stessa immagine di sempre! A cominciare dal famoso comandante De Falco, il quale, invece di conservare la calma e mostrare senso pratico e invece di cercare di fare dello scosso Schettino un collaboratore che gli potesse dare il massimo delle informazioni utili possibili, volle annichilire lo sciagurato con una tirata da operetta – cosa assolutamente inutile in quel frangente – tra ordini perentori quanto assurdi e toni sarcastici, sapendo bene che registrando la telefonata e comunicando il fatto a Schettino faceva di costui un animaletto impaurito capitato improvvisamente sotto le luci della ribalta. Insomma, era l’ostentata rappresentazione dell’uomo retto e tutto d’un pezzo contrapposto al reo vile ed infingardo. In questa sceneggiata s’identificò quell’Italia farisaica e senza dignità che fa ridere lo straniero e che ci fa disprezzare.

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Quello stantio odore di complottismo

Devo essere sincero: i tipi come Ferruccio De Bortoli mi stanno proprio sui cosiddetti. Perfino quando iniziano un articolo con «Devo essere sincero:» non riescono a spingere la schiettezza al di là dell’incipit. Infatti tutto l’attacco che il direttore del Corriere della Sera ha sferrato ieri a Matteo Renzi si potrebbe virilmente condensare così: «Matteo, sei un berluschino. Amen.» Come spiegare questo attacco a freddo tanto mellifluo quanto brutale? Intanto c’è da tenere in conto il quadro generale della situazione politica: a sinistra la resistenza contro Renzi si sta facendo sempre più forte, il nervosismo è alle stelle, e La Repubblica si sta lentamente spostando verso una posizione apertamente critica nei confronti del Rottamatore. E La Repubblica è il quotidiano che negli ultimi decenni ha di fatto dettato la linea a tutti i grandi giornali. E poi c’è il fatto personale: De Bortoli è un direttore in uscita, essendo stato dimissionato dagli azionisti di Rcs. E quindi è probabile che trovi vantaggioso riposizionarsi politicamente. Trovate che sia un’insinuazione bassa e volgare? Calma, sono solo sincero e sinceramente schietto: è quel che penso, punto e basta. Tanto più che non posso sinceramente pensare che un uomo di mondo come De Bortoli cada in insinuazioni così basse e volgari come quella sul contenuto del patto del Nazareno, a sua detta emanante uno «stantio odore di massoneria», senza avere in mente le fenomenali doti ricettive del tipico complottista di sinistra, cresciuto a pane e servizi deviati.

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Il fiuto dei Rockefeller

La Fondazione Rockefeller non investirà più nel settore dei combustibili fossili e quindi neanche nelle compagnie petrolifere. La signora Valerie Rockefeller Wayne, discendente di John D. Rockefeller Sr, fondatore nel lontano 1870 della Standard Oil, dopo aver partecipato alla People’s Climate March in quel di New York, ha spiegato la decisione con «l’imperativo morale di preservare un pianeta in buona salute». Più pragmatico, Stephen Heintz, presidente del Rockefeller Brothers Fund, ha detto: «Siamo convinti che se Rockefeller Sr fosse qui oggi, da astuto uomo d’affari orientato al futuro, si starebbe muovendo fuori dal business petrolifero per investire nell’energia rinnovabile e pulita». Benché non lo creda quasi nessuno, Heintz per primo, io sono invece convinto che un redivivo Rockefeller Sr potrebbe davvero fare quanto Heintz ha dichiarato, ma non per motivi puramente imprenditoriali, come si vorrebbe lasciare intendere. Quando un imprenditore diventa un grosso imprenditore, diventa anche un personaggio pubblico. Correre dietro solamente al consumatore non gli basta più. Si rende conto che il politico o il leader dell’opinione pubblica possono fargli del male, o che possono essere suoi preziosi alleati. Ecco allora che corre dietro anche a loro. Ed ecco allora spiegate le fisime ostentatamente filantropiche (anche Rockefeller Sr morì filantropo), salutiste e ambientaliste di certi miliardari alla moda. Anche questo, naturalmente, è fiuto. Ma è molto meno nobile o molto più gretto del fiuto che l’astuto uomo d’affari usa nei confronti del consumatore. Quest’ultimo odora di sollecitudine, l’altro puzza di cortigianeria.

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Le riforme e la memoria corta del Corriere

E’ commovente vedere il presidente della Repubblica dire schiettamente no ai conservatorismi e auspicare coraggio e politiche nuove sulla questione del lavoro; così come ci rinfranca leggere le ferme parole di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera contro «i nostalgici del novecento», cioè le mummie di quella sinistra «immobilista e conservatrice» che si oppone a quella «riformista» oggi incarnata in Italia da quella sagoma del Rottamatore. Però i due personaggi dovrebbero prima spiegarci dove fossero gli augusti presidenti della Repubblica e le auguste firme del Corriere della Sera o del Sole 24 Ore quando quella sagoma del Berlusca si scontrava coi sindacati – a cominciare dalla guerra scoppiata nel 1994 sulle pensioni che fece saltare il suo primo governo – oppure quando si azzardava anche solo ad ipotizzare una qualche riformicchia liberale in campo economico. Non ci risulta che i primi spalleggiassero con la loro autorevole e meditata parola i tentativi del nostro eroe, né che i secondi scrivessero nei loro editoriali «Avanti tutta, Silvio!». Proprio per nulla, nonostante anche allora, come ora, la patria necessitasse di riforme vitali. Su Silvio si leggevano invece seriose reprimende grosso modo di questo tenore: «E’ proprio in queste occasioni che si vede tutta l’incapacità politica di Berlusconi di essere all’altezza delle sfide del futuro. Il caratteristico tratto demagogico-populista della “filosofia politica” berlusconiana può concepire il riformismo solamente come una guerra contro qualcuno, e non piuttosto come la capacità di raccogliere il necessario consenso tra le diverse parti sociali, anche attraverso duri negoziati, condotti però col tratto costruttivo dello statista vero ecc. ecc. ecc.». Ora è cambiato tutto. A proporre le riformicchie liberali è la stessa sinistra, o almeno una parte di essa. Quindi si può perfino rischiare di sbilanciarsi. A conferma che in Italia, nonostante il ventesimo secolo sia ormai finito da qualche lustro, la sinistra è ancora una chiesa: fuori di essa nulla salus. Per questa riforma epocale, di tipo antropologico, i tempi non sono ancora maturi. Ma aspettiamo fiduciosi l’avvento del ventiduesimo secolo.

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Effetto «serra»? No, effetto «setta»

Nelle ultime settimane non capivo bene cosa stesse succedendo: gli allarmi sui cambiamenti climatici si moltiplicavano all’impazzata. A star dietro a questo tremendo crescendo rossiniano c’era da mettersi le mani sui capelli: la fine del mondo pareva davvero dietro l’angolo. Invece non era la fine del mondo, ma la People’s Climate March, la giornata di mobilitazione mondiale per sensibilizzare i popoli e soprattutto i potenti della terra sul più grande problema cui l’uomo abbia mai dovuto far fronte da quando fu cacciato dal Paradiso Terrestre. Così ieri, giorno nel quale centinaia di migliaia, e forse milioni, di manifestanti sono scesi in piazza in migliaia di località del pianeta Terra, ho finalmente capito la ragione di tutta questa strana frenesia: l’effetto «setta». Esatto: l’effetto «setta», quell’effetto specialissimo che spinge l’uomo bramoso di potere ad intrupparsi nelle compagnie, anche le più stravaganti, cui sembra arridere un successo irresistibile. Se poi gli tocca la disgrazia di farlo nel nome di una causa tanto nobile quanto vaporosa, la voglia di protagonismo o la semplice paura di restare tagliati fuori, che sono le vere ragioni che lo muovono, se la squagliano senza il minimo strepito nell’angolino più riposto della sua coscienza. Fino a qualche decennio fa – qualcuno se lo ricorderà, persino divertito – pareva che tutte le creazioni intellettuali o artistiche dovessero pagare in qualche modo un tributo al marxismo, foss’anche il più cervellotico e microscopico degli orpelli. Erano i tempi in cui la lotta di classe era una religione che aveva i suoi sacerdoti e i suoi marciatori. Poi tutto è finito nel cesso. Ma intanto i marciatori avevano fatto strada. Cioè: carriera. Accadrà lo stesso alla religione dei cambiamenti climatici e ai suoi adepti.

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Lo «spiritismo di Monaco»

Durante la conferenza di Monaco del 1938 l’Europa cedette alle rivendicazioni territoriali hitleriane su una parte del territorio dell’allora Cecoslovacchia abitata da genti di etnia tedesca, sperando con questo bocconcino di aver preservato la pace e calmato gli appetiti del Führer; il quale Führer al contrario vide naturalmente in questo cedimento tutta la giustezza della sua aggressiva politica: i suoi appetiti si scatenarono allora definitivamente e l’anno successivo scoppiò la guerra. L’attitudine mentale che presiedette alla miope politica di appeasement nei confronti di Hitler prese nel dopoguerra la denominazione assai disprezzata di spirito di Monaco. Espressione che divenne un cavallo di battaglia retorico usato soprattutto negli ambienti politico-culturali filo-occidentali in funzione anti-sovietica: è per questo che lo spirito di Monaco, come concetto, non ha mai goduto di molta popolarità non solo tra la sinistra socialista o liberal ma anche tra gli intellettuali e i giornalisti, i quali, com’è universalmente noto, sono tutti o quasi bolscevichi, antropologicamente parlando. Ma adesso la musica è improvvisamente cambiata. Lo spirito di Monaco è diventato un mantra, soprattutto tra quelli che per più di mezzo secolo l’hanno schifato. E tutto questo grazie a Vladimir Putin, lo Zar di tutte le Russie, che è diventato, suo malgrado, il nemico numero uno del progressismo mondiale. E quindi, in quanto tale, il nuovo Hitler. Da qualche tempo non passa giorno che la stampa liberal non denunci le significative intemperanze verbali del nuovo Hitler. L’ultima rivelazione è di ieri. Secondo la Süddeutsche Zeitung, il grande quotidiano di Monaco di Baviera (anche nel Land più saldamente conservatore di Germania, e forse d’Europa, la stampa è in mano ai liberal, e anche a qualche bolscevico fatto e finito), Putin avrebbe detto questo: «Se voglio posso far arrivare in due giorni le mie armate a Riga, Vilnius, Tallinn, Varsavia, Bucarest.» Lo avrebbe detto, al telefono, al presidente ucraino Poroshenko, che lo avrebbe poi riferito al presidente uscente della Commissione europea, José Manuel Barroso, in visita a Kiev, che poi avrebbe spifferato la cosa in quel di Bruxelles. Insomma, vogliono assolutamente convincerci che Hitler è riapparso. L’evocazione del suo spirito è ossessiva: tutti lo vogliono, tutti lo chiamano. E’ lo spiritismo di Monaco.

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Doppia noia

La titanica sfida tra Massimo Giannini e Giovanni Floris risveglia in me solamente un interesse di tipo sociologico. Mi stufai di questo tipo di circhi già più di vent’anni fa al tempo della Samarcanda di Santoro. Da allora ho detto loro addio, anche se ogni tanto passo cinque minuti in loro compagnia solo per sincerarmi che sia sempre la solita sbobba. Ma sarebbe più che sufficiente seguire il riverbero che questi programmi televisivi hanno sui giornali per capire che in effetti della solita micidiale sbobba si tratta. Per cui non ho certo perso tempo a guardare gli show di Giannini e Floris. E’ una questione di serietà. Ho troppa stima della mia intelligenza per aver bisogno, in certi casi, della prova sperimentale. Già, perché possono cambiare i nomi, i caratteri, i toni, i tirapiedi del conduttore, il tasso di manifesta faziosità, ma a dominare su tutto, implacabilmente, è sempre quell’aria da compagnia di giro formata da quei giovanotti della Migliore Italia che a forza di chiagnere e di atteggiarsi da oppositori del regime hanno occupato tutto ciò che c’era da occupare, e che adesso non possono fare altro che passare il tempo combattendosi l’un l’altro. Ed ora che la sfida è partita, sento parlare di doppioni ed avverto in giro anche un certa stanchezza, come di chi comincia a confessare a se stesso che di questi riti ha piene le scatole. Coi soliti vent’anni di ritardo.

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Ezio Mauro, reazionario inconsapevole

Una decina di giorni fa Ezio Mauro scriveva su Repubblica questa sciocchezza ridondante: «Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive.» Ora, quest’idea che ogni nazione abbia un suo incancellabile carattere che non solo ne colora la condotta, ma che ne domina pure la volontà, è un concetto tipicamente conservatore-reazionario. Se il progressismo giacobino adora talmente la civilizzazione da annichilire tranquillamente popoli e tradizioni, il conservatorismo reazionario fa il contrario: adora talmente i popoli e le tradizioni da non ammettere affatto il fattore cosmopolita ed universalista della civilizzazione. Sono due forme di negazione della storia. Quello del conservatore-reazionario è un errore profondo che nega alla radice l’umana fratellanza, ma che raramente assume i caratteri dell’ideologia e dell’odio propri, ad esempio, di quel nazifascismo che uscì dai lombi generosi del socialismo ottocentesco. Questo perché il conservatore-reazionario, nel negare la storia, rispetta troppo la realtà di questo mondo per cadere in tale genere di arbitri. Mentre il giacobino-progressista, nel negare la storia, accetta alcuni brandelli di realtà ma solo per interpretarli alla luce del suo spirito messianico: le idee fisse del conservatore-reazionario in lui diventano “totalitarie”. Quando vuole il giacobino sa essere un reazionario non temperato, anzi, solo così può esserlo. E infatti furono gli illuministi a porre le basi del razzismo “scientifico”, nonostante il loro cosmico umanitarismo. Perciò il fatto che questo bel pensiero reazionario sia uscito dalla penna del direttore della più influente e diffusa gazzetta giacobino-progressista che l’Italia abbia mai conosciuto non deve stupire affatto. E che la sua sia, in fondo, tutta superstizione, lo dimostra un fatto inoppugnabile: le Pussy Riot, nel corso di una lezione tenuta all’Università di Harvard (stanno facendo un tour negli Stati Uniti), hanno rivelato che anche quando stavano in carcere in Russia non avevano affatto perso il loro status di star, tanto che i secondini chiedevano loro l’autografo. Ecco la dimostrazione che anche nella Russia di Putin si fa ormai comodamente – sì, comodamente – carriera attraverso il più spudorato e stucchevole esibizionismo. Ma va benissimo: ho sempre pensato che un tasso eccezionale di pubblica volgarità fosse sintomatico della presenza di una sana, vibrante e consapevole democrazia.

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Il salotto Veltroni

Pare proprio che sarà il nostro Walter a celebrare, in quel di Venezia, il matrimonio fra lo stagionato George Clooney e l’avvocatessa libanese-britannica Amal Alamuddin. Sarà certamente l’apogeo della sua carriera, perché è difficile che ad un cerimoniere nato come l’ex segretario dei democratici possa capitare in futuro un’occasione migliore per legare per secoli la sua fama ad un evento di altrettanta elegante mondanità. In fondo il veltronismo non è altro che un salotto. Se Walter fosse nato donna nel settecento o nell’ottocento sarebbe stato certamente la regina di un qualche prestigioso salotto di una qualche insigne capitale europea. L’arte di attirare a sé la più variegata umanità – anche quando si trattava in fondo dell’umanità di una sola fazione – purché illustre e non ancora caduta in disgrazia, e di conciliarla per qualche ora al brusio grazioso del chiacchiericcio, faceva del salotto di queste intrallazzatrici un’isola dorata di civiltà che irraggiando tutt’intorno la sua gloria ingannevole accecava il ricco e il povero, l’ambizioso e il semplice invidioso. Questa prassi sapientemente selettiva si traduce oggi nell’inclusivo mondo veltroniano, dove tutto il materiale scelto si compone in meravigliosa armonia: dall’impegno ostentato delle icone della società civile al cretinismo modaiolo di Jovanotti, dal comunismo monacale di Berlinguer al luccichio delle star hollywoodiane.

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Il rapper dell’Isis

Che il boia in nero dell’Isis abbia qualcosa del rapper in fondo non è affatto strano. Alla musica rap non ho mai badato, se non altro per risparmiarmi il supplizio. Meno ancora alla figura del rapper. Però il bulletto tagliatore di teste (o pseudo tale) mi ha improvvisamente illuminato sulla sua psicologia, sua del rapper, voglio dire. Di questo lo devo ringraziare. Prima pensavo al rapper, per giustificatissima pigrizia, semplicemente come a un ebete. Non ho cambiato idea, ci mancherebbe altro, ma adesso distinguo con nettezza la tipicità della sua ebetudine. Del profilo nero dello spaventapasseri mancino si notano soprattutto la testa caratteristicamente inclinata e il gesticolare del braccio sinistro. Ma vi è qualcosa di raffrenato in lui, come di uno che abbia consuetudine col rap ma lo voglia nascondere. Comunque ciò basta a rivelare in lui, anche senza i suoi ammonimenti, la posa del predicatore; la quale, me ne sono reso conto adesso, è quella che qualifica il rapper tra tanti altri imbecilli posatori che popolano oggigiorno il mondo della musica. Perché il rapper predica? Anche questo l’ho capito solo adesso (e probabilmente solo perché, per la prima volta, ci ho pensato, grazie allo spaventapasseri): il rapper predica per mascherare le stronzate che gli escono di bocca. Alt! Lo so: qualche mammalucco adesso mi parlerà dei virtuosismi dei cantanti rap (figuriamoci: non sopporto neanche quelli del belcanto) e del valore poetico di alcuni testi rap che io, nella mia ignoranza e supponenza, non conosco e in ogni caso non so apprezzare. Gli rispondo così: prego, circolare. Ma riprendiamo l’analisi psicologica del rapper. Dunque, ben sapendo di non essere una cima, di essere fondamentalmente un coglione senz’arte né parte, e appunto di essere capace solo di sparare ritmicamente minchiate senza soluzione di continuità; sapendo dunque istintivamente tutto questo il rapper piega la testa (come fanno i cani perplessi, ma senza la loro incantevole innocenza) e, tutto compreso di sé (al contrario di Fido), impone a se stesso una maschera di ieratica fissità, cominciando poi a sciorinare tutto quell’insulso, risibile campionario di gesti (buffissimo il contrasto con la faccia seriosamente scema), che altro non è che un surrogato del ditino ammonitore del predicatore. Insomma, è un modo per farsi prendere sul serio. Perciò, tutto sommato, lo spaventapasseri dell’Isis è degno di essere suo fratello.

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Ma la deflazione è innocente, caro Saviano!

Prima o dopo doveva succedere. Ed è successo: Roberto Saviano passa il Rubicone e nella sua rubrica sull’Espresso attacca Renzi con l’artiglieria pesante. Lo paragona nientepopodimeno che a Berlusconi, il mostro. Sarà che mostro chiama mostro, fatto sta che Saviano ne tira fuori anche un secondo, la famigerata deflazione, in questo passaggio piuttosto interessante del suo articolo: «Se il giorno in cui si è ufficializzata la deflazione che ha portato l’economia italiana al 1959 il nostro premier ha teatralmente mangiato il gelato, forse a breve sarà costretto a presentarsi al Paese in ginocchio e con la testa bassa, in un vuoto di parole, finalmente rappresentativo del disastro.» La frase è un tantino confusa, scoordinata, ma ciò è scusabile. I giornalisti – e parlo anche di quelli veri (allusione al dilettante, non a Saviano) – devono andare di fretta e la necessità di sintesi li porta spesso ad imbrogliarsi nelle loro stesse parole. Roberto Saviano voleva dire: «Proprio nel giorno in cui l’economia italiana conosce ufficialmente, per la prima volta dal lontanissimo 1959, il funestissimo fenomeno della deflazione, il nostro spiritoso premier non trova di meglio da fare che mangiarsi bel bello un gelato in piazza alla faccia della perfida Albione, come un fanfarone qualsiasi appena uscito dalla scuola dell’obbligo berlusconiana; senza rendersi minimamente conto che, invece, di qui a breve sarà forse costretto a presentarsi davanti al Paese in ginocchio e con la testa bassa, nella muta consapevolezza di essere la vivente rappresentazione di un disastro immane.» Ciò detto, bisogna pur gridare alto e forte che la deflazione è gravemente calunniata. In fin dei conti all’uomo della strada con la testa sulle spalle non può sfuggire il fatto che il calo dei prezzi è per lui una manna. In una situazione normale è anzi il più sano indicatore della crescita economica. Così avvenne, per esempio, in Europa e negli Stati Uniti nella seconda metà dell’ottocento. E così avveniva nel 1959 in un’Italia che cresceva economicamente al ritmo cinese del 7%. Eravamo un paese emergente, e il calo dei prezzi rifletteva la crescita della produttività. Magari l’odierna deflazione fosse fatta sullo stampino di quella del 1959! Perfino a Saviano verrebbe a noia quell’aria cupa da Califfo che si porta addosso ormai da troppo tempo!

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La fuffa del Codacons

Gli ultimi dati di Confcommercio sui consumi degli italiani sono tragici, esattamente come ci aspettavamo, ed infatti abbiano accolto la ferale notizia con uno sbadiglio. Non così il Codacons che ha lanciato una innovativa proposta al governo. Le proposte del Codacons non sono mai nuove, o inedite, o originali, o rivoluzionarie, o audaci, o qualcos’altro ancora. Mai. Sono sempre e solo innovative. Già questa mancanza di fantasia lessicale dovrebbe mettervi sull’avviso: mai aspettarsi dal Codacons la zampata geniale! Al contrario! Le idee del Codacons sono fatte per lasciarvi a bocca aperta per la loro straordinaria, schietta e limpida ingenuità. Le leggete e le rileggete convinti che di non aver afferrato il punto. Ma invano. L’ultima alzata d’ingegno del Codacons è di ieri. Sentite un po’: «Chiediamo al Premier Renzi di lavorare subito ad un apposito decreto “salva-consumi” ossia un provvedimento contenente misure specifiche non solo per aumentare il potere d’acquisto delle famiglie, ma anche per incentivare gli acquisti in tutti i settori. Come dimostrato dai dati elaborati dal Codacons e da quelli sulle vendite al dettaglio, il bonus da 80 euro non è sufficiente a far ripartire i consumi. Ora servono altre soluzioni». La trovata geniale sarebbe dunque questa: il governo deve prima finanziare le famiglie, e poi incentivarle a spendere. Detta così, però, farebbe ridere. Osservate invece la sapiente retorica dei difensori dei consumatori. Vi ricordate la famosa (o famigerata) poesia di Brecht “Il fumo”? Ve la riporto tutta nella sua brevità: «La piccola casa sotto gli alberi sul lago./ Dal tetto sale il fumo./ Se mancasse/ Quanto sarebbero desolati/ La casa, gli alberi, il lago!» Ecco, provate adesso a privare il verbo lavorare dell’avverbio subito, la parola decreto dell’aggettivo apposito, e la parola misure dell’aggettivo specifiche; e poi ditemi se della proposta, pardon, della innovativa proposta, è rimasta ancora qualche traccia.

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NOTA CODACONS:

Gentile Zamarion,

abbiamo letto il suo articolo sulla “fuffa” del Codacons. La ringraziamo per gli insulti gratuiti che ci rivolge. Capiamo che – evidentemente – la sua sudditanza al Pd le impedisce di accettare o condividere qualsiasi critica al Governo, ma la informiamo che la crisi in cui versa il nostro paese è determinata proprio dalla riduzione dei consumi e dal minor potere d’acquisto delle famiglie. Probabilmente lei questo lo ignora. Come ignora anche che esistono delle misure a costo zero, che potrebbero essere introdotte con apposito decreto, in grado di aiutare le famiglie e dare un impulso all’economia. Certo da sole non bastano ad uscire dalla crisi, ma tra fare niente e fare poco, noi preferiamo la seconda opzione. Non a caso nel suo articolo non si capisce per quale ragione le nostre proposte non sarebbero valide…Su una cosa ha ragione però: il termine “innovativo” è stata una forzatura. In effetti alcune di queste proposte le avevamo già presentate durante il Governo Prodi, Governo “casualmente” appartenente alla stessa area politica che lei difende.

Con i migliori saluti

Ufficio stampa Codacons

Stefano Zerbi

°°°°

MIA RISPOSTA:

Carissimo Zerbi,

la sua innata perspicacia l’ha portata infallibilmente al nodo della questione: la sudditanza. Questa brutta malattia dello spirito mi è stata infatti spesso rimproverata. Ma a torto. Io infatti, a differenza dell’untuoso suddito, non ho mai nascosto le mie idee politiche. Quando, vent’anni fa, Berlusconi fondò Forza Italia ebbi un tuffo al cuore: finalmente un partito che potevo votare con qualche entusiasmo. Fu una leale apertura di credito. Talmente leale che nel corso del tempo mi sono permesso d’impallinare più di una volta il Carissimo Leader col mio moschetto giornalettistico. Anzi, allo Psiconano ho spesso rimproverato certe ricette economiche stranamente simili, nella loro filosofia grossolanamente krugmaniana o keynesiana, a quelle del Codacons. E tuttavia sono ancora convintamente berlusconiano. Sappiamo bene come nell’immaginario collettivo dell’Italia Migliore berlusconiano equivalga a suddito. E quindi possiamo dire che Ella non ha toppato completamente.

Ecco un modo che trovo elegante, e di cui sinceramente mi compiaccio, per rispondere a quello che non definirò un “insulto”, ma soltanto una frecciatina innocente e financo innovativa. D’altronde penso che la suscettibilità sia cosa sommamente indecorosa in un uomo, con ciò intendendo soprattutto il gender rigorosamente maschile. Avendo quindi la massima considerazione (possibile, s’intende, perché superato un certo limite la massima considerazione diventa irrisione) delle mie vittime, mi sento sempre mortificato quando esse scambiano la mia finissima satira per degli insulti gratuiti.

Quanto alla sua osservazione che «la crisi in cui versa il nostro paese è determinata proprio dalla riduzione dei consumi e dal minor potere d’acquisto delle famiglie» mi sembra una di quelle formidabili tautologie che hanno reso famoso il Codacons pel vasto mondo; osservazione che nel linguaggio dei comuni mortali e dei marziani meno eccentrici si potrebbe tradurre così: «la crisi in cui versa il nostro paese è determinata proprio dall’impoverimento delle famiglie»; ma che nel linguaggio della saggia casalinga di Voghera, Alfa e Omega di ogni tradizione sapienziale in difesa dei consumatori, andrebbe capovolta così: «l’impoverimento delle famiglie è determinato proprio dalla crisi in cui versa il nostro paese», frase che sarebbe splendidamente intesa anche dal più ostinato dei babbei.

Quanto alle misure «a costo zero», atte a rimpinguare le casse delle famiglie, oso dire che appartengono al mondo delle fiabe. Nell’immediato uno spostamento di ricchezza, senza scambio, non può che andare a detrimento di qualcuno; oppure è un prestito, che bisogna restituire e sul quale pagare pure gli interessi. Leggo una dichiarazione, sempre in stile Codacons, del 28 agosto del presidente del Codacons Rienzi: «E’ evidente che il bonus da 80 euro non ha prodotto gli effetti sperati la crisi continua a impoverire le famiglie, le quali reagiscono contraendo i consumi, con conseguenze negative per imprese, industrie e occupazione. Il Governo Renzi deve cambiare strategia: la strada maestra da seguire per uscire dal pantano in cui versa l’economia nazionale, è incrementare il potere d’acquisto dei cittadini, con misure strutturali, riduzione delle tasse, sgravi e incentivi ai consumi». Sono queste le misure a costo zero? «Riduzione delle tasse, sgravi e incentivi ai consumi»? Ma queste sono misure che si pagano tutte, e a caro prezzo, nel breve-medio termine. Anche se possono essere di successo nel lungo termine. Solo che noi, e non solo noi, abbiamo un piccolo problema: siamo indebitati fino al collo. Se non fosse così potremmo permetterci allegramente tutte le riduzioni di tasse e tutti gli sgravi di questo mondo. Cioè potremmo permetterci una sana recessione. O sono forse, queste misure a costo zero, le liberalizzazioni? Va bene, ma le liberalizzazioni non hanno affatto un impatto immediato, ed inoltre andrebbero a colpire, nell’immediato, alcuni agenti economici protetti. Vogliamo abbattere tutti i carrozzoni e gli enti inutili? Benissimo, ma c’è un sacco di gente che da quei carrozzoni e da quegli enti inutili trae il proprio sostentamento. E nei numeretti del PIL anche gli stipendi sono conteggiati…

Massimo Zamarion

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La leggenda degli omicidi di stato

In Francia le chiamano bavures policières mortelles. In questo sito altermondialista d’Oltralpe si può leggere, ad esempio, che «diciotto decessi che vedono coinvolti dei poliziotti sono stati registrati nel 2012». Tutti i paesi civili conoscono ogni anno i loro casi Davide Bifolco. E spesso sono fattacci che succedono, prevedibilmente, dentro zone di frontiera; e che altrettanto spesso innescano piccoli o meno piccoli tumulti di popolo. L’Italia quindi non è un’eccezione. La particolarità italiana è un’altra. La gente che protesta qui da noi non se la prende tanto coi poliziotti, o con una municipalità, o con un certo atteggiamento giudicato discriminatorio nei suoi confronti; no, da noi i manifestanti se la prendono con lo stato; che in bocca al popolo, naturalmente nemico delle astrazioni, è una parola che suona falsa e libresca. E questo è il frutto di una narrazione, per dirla con Nichi Vendola, o di un indottrinamento politico, per dirla col sottoscritto, che nacque insieme a quell’Italia repubblicana che una mezza Italia antifascista accettò con grandi riserve mentali, considerandola in cuor suo come un interregno che sarebbe finito solo al momento del trionfo di quella democrazia compiuta che avrebbe spazzato via una volta per tutte un potere corrotto e percorso da pulsioni autoritarie. Generazioni di italiani, ormai, sono cresciute nella convinzione, ridicolissima, e perfino metafisica, come ben si addice ad una setta religiosa, che all’origine della democrazia italiana ci sia una qualche tara genetica o un qualche segreto oscuro: tutto un popolo proclive a vedere negli incidenti un manifestarsi – rivelatore – di una natura maligna o, se volete, di un corpo malato. Naturalmente questa fumosa demagogia prêt-à-porter, nota per avere sempre in bocca inflazionate espressioni come strage di stato oppure omicidio di stato, ha servito benissimo gli scopi di chi in realtà non è mai stato interessato a sapere la verità, nel timore che questa verità fosse troppo prosaica e magari assai poco lusinghiera nei suoi stessi confronti.

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Articoli Giornalettismo, Schei

Quando il patriottismo finisce fuori strada

Un sano patriottismo è sempre una buona cosa. Purtroppo è anche merce piuttosto rara. Quello che va per la maggiore è quasi sempre il patriottismo fuori luogo. Ieri, per esempio, abbiamo scoperto due nuovi illustri patrioti, tutti e due a causa di quello sfrontato di Marchionne. Per Della Valle, Marchionne è un «cosmopolita furbetto» che da dieci anni «fa annunci e promesse a vuoto agli italiani e ai suoi dipendenti». Mentre per Montezemolo, scaricato qualche giorno fa dallo sfacciato Sergio, «la verità è che ormai la Ferrari è diventata americana». Americana? Dipende dai punti di vista.

Da quando Fiat ha preso il controllo di Chrysler, circa cinque anni fa, Marchionne si è concentrato soprattutto sulle attività americane del gruppo. Non è stata una scelta. E’ stata una necessità. Solo rilanciando Chrysler (marchi Chrysler, Jeep, Dodge e Ram Truck) in America, il nuovo gruppo Fiat Chrysler – FCA – avrebbe potuto “sperare” di acquistare una massa critica tale da poter poi competere coi giganti mondiali dell’automobile. Salvare Chrysler voleva dire salvare Fiat, sic et simpliciter. Ma allo stesso tempo la Chrysler in bancarotta che nessuno si voleva prendere neanche gratis aveva bisogno di Fiat, perché fuori del Nord-America Chrysler praticamente non esiste, mentre Fiat fuori dell’Europa ha invece qualche presenza importante (per esempio nel grande mercato brasiliano).

E’ accaduto un mezzo miracolo, su cui pochissimi avrebbero scommesso, e ora FCA si sta avvicinando ai volumi di vendite delle altre due Detroit’s big three, General Motors e Ford. Il contributo italiano a questo successo è stato decisivo: cura degli interni, pianali, motori. Per esempio, il modello più venduto del gruppo, il Ram Pickup, da tempo monta in una sua versione, che ha avuto molto successo, un motore diesel di fabbricazione italiana. Ma la grande intuizione di Marchionne è stata quella di valorizzare pienamente un marchio come Jeep, marchio glorioso e diciamo pure leggendario, ma finora sentito come di nicchia. Da qualche tempo le vendite di Jeep sono letteralmente esplose, grazie soprattutto al modello Cherokee, la prima Jeep interamente concepita dalla nuova gestione italiana, un Suv dalle linee morbide basato sul pianale modificato dell’Alfa Romeo Giulietta, che ha fatto scandalo tra gli aficionados yankees del marchio. Al momento del lancio molti parlarono di tradimento e predissero la fine del marchio Jeep. Erano solo una piccola parte di quella legione di americani che, ancor oggi, con una smorfia di disgusto, affermano la loro amara verità: e cioè che, per dirla con Montezemolo, «Chrysler è ormai diventata italiana».

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO – Io ho denunciato, piuttosto divertito, un certo miope patriottismo automobilistico che coinvolge sia gli italiani sia gli statunitensi. Mi sembra poi strano che si voglia far dipendere il giudizio sul nuovo corso della Fiat, cioè FCA, un gruppo che attualmente produce 4 milioni e mezzo di veicoli, sul destino di Mirafiori, qualunque esso sia. Il mercato europeo, dove peraltro Fiat riesce nel migliore dei casi, ma proprio nel migliore dei casi, a difendersi, è asfittico e non produce utili. Negli anni passati era il mercato brasiliano che teneva a galla i conti della Fiat. Oggi anche quel mercato – in generale, non solo per Fiat – è entrato in sofferenza. La carta americana era l’unica che Marchionne poteva realisticamente giocare, per cercare di realizzare una base credibile sulla quale poi costruire un futuro globale e perciò anche italiano per FCA. Se non ci fosse stato questo lustro di successi americani, difficilmente la fusione Fiat Chrysler avrebbe potuto realizzarsi. E sicuramente mai Marchionne avrebbe potuto annunciare, come ha fatto recentemente, progetti ambiziossimi per Alfa Romeo e, in sottordine, per Maserati. La cui produzione dovrebbe essere interamente localizzata negli impianti italiani. E magari anche in quel di Mirafiori. E poi, mi scusi, è chiaro che quando Montezemolo dice che la “Ferrari è ormai diventata americana”, non fa altro che confessare che Marchionne, intelligentemente, vuole che il marchio Ferrari esca dal suo piccolo mondo e faccia da traino all’intero segmento del lusso italiano che si vuole rilanciare nel settore automobilistico. E come possiamo dare torto a Marchionne di pensare in grande?]

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E adesso la sinistra si prende pure l’Occidente

Abbiamo un nuovo grande difensore dell’Occidente: il pugnace Ezio Mauro, direttore de La Repubblica. Siccome la strenua presa di posizione deve aver sbalordito più di qualcuno, vi spiego io la vera ragione del misfatto. Che è questa: il comunismo, il grande nemico dell’Occidente è crollato; il radicalismo islamico ormai lo conosciamo: può terrorizzare, può spargere sangue, ma non può vincere; ergo: fino a quando una grande potenza emergente o un’alleanza di potenze emergenti non si contrapporrà all’Occidente (cosa che finora l’ancor debole e fragile Russia di Putin, media potenza economica e demografica, non ha fatto: è per questo che tutti ne parlano male), l’Occidente, malgrado tutti i suoi guai, avrà poco da temere; ergo: impadronirsi dell’idea dell’Occidente, allo scopo d’impadronirsi dell’Occidente stesso, e di plasmarlo a propria immagine e somiglianza, è diventato un affare molto appetibile per tutti quegli opportunisti che per mezzo secolo hanno disertato la battaglia contro il vero Impero del Male.

Questo opportunismo in Italia ha interpreti di classe assolutamente eccezionale fin da quando, settant’anni fa, nel giro di qualche settimana, la pancia fascista dell’Italia si convertì all’antifascismo. Per poi cominciare ad arraffare ciò che, a forza di sconfitte, non riusciva a liquidare. Lo scrissi, profetico, qualche giorno fa: «La sinistra ha sempre vituperato ciò di cui successivamente si è impadronita. E’ successo con la figura di Aldo Moro, col tricolore, col Festival di Sanremo, con l’Ubalda tutta nuda e tutta calda. E’ successo, in definitiva, con l’Italia repubblicana, il paese di merda per eccellenza, il paese mai “compiutamente” democratico, così intimamente clerico-fascista, così repellente, così corrotto, così volgare, che è davvero difficile capire perché l’insaziabile società civile progressista non ne voglia lasciare neanche un pezzettino ai bifolchi.» Ecco, adesso è la volta dell’idea dell’Occidente, su cui per tanto tempo l’Italia Migliore ha sputato, su di essa e sui suoi impresentabili sostenitori. Ed è solo l’inizio, naturalmente, perché fra non molto comincerà ad accusare di anti-occidentalismo proprio chi ha sempre difeso l’Occidente: è una razza di voltagabbana che non si smentisce mai.

[pubblicato su Giornalettismo.com]