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I voltagabbana neo-occidentalisti

Lo so: è antipatico dire «l’avevo detto». Ma mi preme far luce su un importante rivolgimento culturale che sta completamente sfuggendo all’occhio del nostro mondo conservatore-liberale e che è il vero motivo per cui da qualche tempo ci stiamo dividendo in quella materia della politica estera che tradizionalmente ci ha invece sempre visti uniti: i progressisti si stanno impadronendo dell’idea dell’Occidente. Per quale motivo? Perché l’Occidente in realtà sta vincendo. E questo durerà fino a quando una qualche Cina o India si ergerà minacciosa contro di esso: allora gli opportunisti torneranno pacifisti.

Ne scrissi per esempio qualche giorno fa: «… con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del “patriottismo costituzionale”?»

Ma di questo fenomeno scorsi i primi sintomi già nel 2011: «Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. (…) Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.»

Il voltagabbanismo nel nostro paese ha una tradizione gloriosa: per cui non sorprende che il manifesto dei neo-occidentalisti italiani appaia ora sulle pagine de La Repubblica, per la firma del direttore Ezio Mauro. Dobbiamo stare attenti. Dobbiamo fermare questo imbroglio. Ricordiamoci, per esempio, che nella nostra bella Italia, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale su nessun manuale di storia si può leggere che le roccaforti del fascismo si trasformarono nel giro di qualche mese nelle roccaforti del comunismo; che il cuore del consenso fascista divenne poi quello del consenso antifascista. Il radicalismo islamico è un falò che può bruciacchiare il mondo, non farlo suo. E’ un mondo che muore. Quando ciò apparirà chiaro i laico-progressisti non avranno più remore. Saranno loro che si dimostreranno i più sprezzanti verso gli islamici. E subito dopo cominceranno a scomunicare e ad accusarci di essere – noi – anti-occidentali.

[pubblicato su LSblog]

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