Quando il patriottismo finisce fuori strada

Un sano patriottismo è sempre una buona cosa. Purtroppo è anche merce piuttosto rara. Quello che va per la maggiore è quasi sempre il patriottismo fuori luogo. Ieri, per esempio, abbiamo scoperto due nuovi illustri patrioti, tutti e due a causa di quello sfrontato di Marchionne. Per Della Valle, Marchionne è un «cosmopolita furbetto» che da dieci anni «fa annunci e promesse a vuoto agli italiani e ai suoi dipendenti». Mentre per Montezemolo, scaricato qualche giorno fa dallo sfacciato Sergio, «la verità è che ormai la Ferrari è diventata americana». Americana? Dipende dai punti di vista.

Da quando Fiat ha preso il controllo di Chrysler, circa cinque anni fa, Marchionne si è concentrato soprattutto sulle attività americane del gruppo. Non è stata una scelta. E’ stata una necessità. Solo rilanciando Chrysler (marchi Chrysler, Jeep, Dodge e Ram Truck) in America, il nuovo gruppo Fiat Chrysler – FCA – avrebbe potuto “sperare” di acquistare una massa critica tale da poter poi competere coi giganti mondiali dell’automobile. Salvare Chrysler voleva dire salvare Fiat, sic et simpliciter. Ma allo stesso tempo la Chrysler in bancarotta che nessuno si voleva prendere neanche gratis aveva bisogno di Fiat, perché fuori del Nord-America Chrysler praticamente non esiste, mentre Fiat fuori dell’Europa ha invece qualche presenza importante (per esempio nel grande mercato brasiliano).

E’ accaduto un mezzo miracolo, su cui pochissimi avrebbero scommesso, e ora FCA si sta avvicinando ai volumi di vendite delle altre due Detroit’s big three, General Motors e Ford. Il contributo italiano a questo successo è stato decisivo: cura degli interni, pianali, motori. Per esempio, il modello più venduto del gruppo, il Ram Pickup, da tempo monta in una sua versione, che ha avuto molto successo, un motore diesel di fabbricazione italiana. Ma la grande intuizione di Marchionne è stata quella di valorizzare pienamente un marchio come Jeep, marchio glorioso e diciamo pure leggendario, ma finora sentito come di nicchia. Da qualche tempo le vendite di Jeep sono letteralmente esplose, grazie soprattutto al modello Cherokee, la prima Jeep interamente concepita dalla nuova gestione italiana, un Suv dalle linee morbide basato sul pianale modificato dell’Alfa Romeo Giulietta, che ha fatto scandalo tra gli aficionados yankees del marchio. Al momento del lancio molti parlarono di tradimento e predissero la fine del marchio Jeep. Erano solo una piccola parte di quella legione di americani che, ancor oggi, con una smorfia di disgusto, affermano la loro amara verità: e cioè che, per dirla con Montezemolo, «Chrysler è ormai diventata italiana».

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO – Io ho denunciato, piuttosto divertito, un certo miope patriottismo automobilistico che coinvolge sia gli italiani sia gli statunitensi. Mi sembra poi strano che si voglia far dipendere il giudizio sul nuovo corso della Fiat, cioè FCA, un gruppo che attualmente produce 4 milioni e mezzo di veicoli, sul destino di Mirafiori, qualunque esso sia. Il mercato europeo, dove peraltro Fiat riesce nel migliore dei casi, ma proprio nel migliore dei casi, a difendersi, è asfittico e non produce utili. Negli anni passati era il mercato brasiliano che teneva a galla i conti della Fiat. Oggi anche quel mercato – in generale, non solo per Fiat – è entrato in sofferenza. La carta americana era l’unica che Marchionne poteva realisticamente giocare, per cercare di realizzare una base credibile sulla quale poi costruire un futuro globale e perciò anche italiano per FCA. Se non ci fosse stato questo lustro di successi americani, difficilmente la fusione Fiat Chrysler avrebbe potuto realizzarsi. E sicuramente mai Marchionne avrebbe potuto annunciare, come ha fatto recentemente, progetti ambiziossimi per Alfa Romeo e, in sottordine, per Maserati. La cui produzione dovrebbe essere interamente localizzata negli impianti italiani. E magari anche in quel di Mirafiori. E poi, mi scusi, è chiaro che quando Montezemolo dice che la “Ferrari è ormai diventata americana”, non fa altro che confessare che Marchionne, intelligentemente, vuole che il marchio Ferrari esca dal suo piccolo mondo e faccia da traino all’intero segmento del lusso italiano che si vuole rilanciare nel settore automobilistico. E come possiamo dare torto a Marchionne di pensare in grande?]

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