Il rapper dell’Isis

Che il boia in nero dell’Isis abbia qualcosa del rapper in fondo non è affatto strano. Alla musica rap non ho mai badato, se non altro per risparmiarmi il supplizio. Meno ancora alla figura del rapper. Però il bulletto tagliatore di teste (o pseudo tale) mi ha improvvisamente illuminato sulla sua psicologia, sua del rapper, voglio dire. Di questo lo devo ringraziare. Prima pensavo al rapper, per giustificatissima pigrizia, semplicemente come a un ebete. Non ho cambiato idea, ci mancherebbe altro, ma adesso distinguo con nettezza la tipicità della sua ebetudine. Del profilo nero dello spaventapasseri mancino si notano soprattutto la testa caratteristicamente inclinata e il gesticolare del braccio sinistro. Ma vi è qualcosa di raffrenato in lui, come di uno che abbia consuetudine col rap ma lo voglia nascondere. Comunque ciò basta a rivelare in lui, anche senza i suoi ammonimenti, la posa del predicatore; la quale, me ne sono reso conto adesso, è quella che qualifica il rapper tra tanti altri imbecilli posatori che popolano oggigiorno il mondo della musica. Perché il rapper predica? Anche questo l’ho capito solo adesso (e probabilmente solo perché, per la prima volta, ci ho pensato, grazie allo spaventapasseri): il rapper predica per mascherare le stronzate che gli escono di bocca. Alt! Lo so: qualche mammalucco adesso mi parlerà dei virtuosismi dei cantanti rap (figuriamoci: non sopporto neanche quelli del belcanto) e del valore poetico di alcuni testi rap che io, nella mia ignoranza e supponenza, non conosco e in ogni caso non so apprezzare. Gli rispondo così: prego, circolare. Ma riprendiamo l’analisi psicologica del rapper. Dunque, ben sapendo di non essere una cima, di essere fondamentalmente un coglione senz’arte né parte, e appunto di essere capace solo di sparare ritmicamente minchiate senza soluzione di continuità; sapendo dunque istintivamente tutto questo il rapper piega la testa (come fanno i cani perplessi, ma senza la loro incantevole innocenza) e, tutto compreso di sé (al contrario di Fido), impone a se stesso una maschera di ieratica fissità, cominciando poi a sciorinare tutto quell’insulso, risibile campionario di gesti (buffissimo il contrasto con la faccia seriosamente scema), che altro non è che un surrogato del ditino ammonitore del predicatore. Insomma, è un modo per farsi prendere sul serio. Perciò, tutto sommato, lo spaventapasseri dell’Isis è degno di essere suo fratello.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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