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Ezio Mauro, reazionario inconsapevole

Una decina di giorni fa Ezio Mauro scriveva su Repubblica questa sciocchezza ridondante: «Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive.» Ora, quest’idea che ogni nazione abbia un suo incancellabile carattere che non solo ne colora la condotta, ma che ne domina pure la volontà, è un concetto tipicamente conservatore-reazionario. Se il progressismo giacobino adora talmente la civilizzazione da annichilire tranquillamente popoli e tradizioni, il conservatorismo reazionario fa il contrario: adora talmente i popoli e le tradizioni da non ammettere affatto il fattore cosmopolita ed universalista della civilizzazione. Sono due forme di negazione della storia. Quello del conservatore-reazionario è un errore profondo che nega alla radice l’umana fratellanza, ma che raramente assume i caratteri dell’ideologia e dell’odio propri, ad esempio, di quel nazifascismo che uscì dai lombi generosi del socialismo ottocentesco. Questo perché il conservatore-reazionario, nel negare la storia, rispetta troppo la realtà di questo mondo per cadere in tale genere di arbitri. Mentre il giacobino-progressista, nel negare la storia, accetta alcuni brandelli di realtà ma solo per interpretarli alla luce del suo spirito messianico: le idee fisse del conservatore-reazionario in lui diventano “totalitarie”. Quando vuole il giacobino sa essere un reazionario non temperato, anzi, solo così può esserlo. E infatti furono gli illuministi a porre le basi del razzismo “scientifico”, nonostante il loro cosmico umanitarismo. Perciò il fatto che questo bel pensiero reazionario sia uscito dalla penna del direttore della più influente e diffusa gazzetta giacobino-progressista che l’Italia abbia mai conosciuto non deve stupire affatto. E che la sua sia, in fondo, tutta superstizione, lo dimostra un fatto inoppugnabile: le Pussy Riot, nel corso di una lezione tenuta all’Università di Harvard (stanno facendo un tour negli Stati Uniti), hanno rivelato che anche quando stavano in carcere in Russia non avevano affatto perso il loro status di star, tanto che i secondini chiedevano loro l’autografo. Ecco la dimostrazione che anche nella Russia di Putin si fa ormai comodamente – sì, comodamente – carriera attraverso il più spudorato e stucchevole esibizionismo. Ma va benissimo: ho sempre pensato che un tasso eccezionale di pubblica volgarità fosse sintomatico della presenza di una sana, vibrante e consapevole democrazia.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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