Fedez il parruccone

La cosa più divertente dei tipi alla Fedez è che nonostante si diano arie da personaggi di straordinaria e riconosciuta apertura mentale, non appena li tocchi sul vivo s’immusoniscono come bambini. Un tratto comune a molti rapper (è un modo per dire tutti, naturalmente) è che mancano completamente di senso dell’umorismo, che si prendono terribilmente sul serio, che non sanno incassare, che sono insomma di una suscettibilità a mio ben ponderato avviso non compatibile con la maturità virile. Un altro tratto comune a molti rapper è il narcisismo. Guardateli: ci fissano serissimi negli occhi come per dirci: «Guardatemi! Non sono forse irresistibile?» E noi guardiamo. E ridacchiamo. Proprio non ce la facciamo a restar seri. E’ quello che è successo al sempre ruspante Gasparri, il quale, alludendo alla devastazione di tatuaggi che oltraggia le membra del rapper (scherzo! scherzo!), su Twitter gli ha dato del «coso dipinto», chiosando poi la superba intuizione estetica con queste alate parole: «Uno che tratta così il suo corpo chissà come ha trattato il cervello, credo sia già una gioia non essere ridotti come lui».

Fedez, fulminato da questo uppercut, ha risposto serissimo con parole altrettanto alate, postando meschinamente una foto assai infelice di un uomo – Maurizio Gasparri – al naturale già brutto quasi come il peccato. Ma, alla fin fine, qual è la colpa del povero Gasparri se non di aver visto il re nudo, cioè il lato ridicolo del rapper? Mi ricordo che circa un quarto di secolo fa (ammazza, come passa il tempo) Frank Zappa (che aveva fama luciferina) disse di Michael Jackson: «E’ talmente strambo da far apparire normale persino me. Passerà certamente alla storia, non tanto per la sua musica o per il suo esibizionismo pacchiano, ma perché non sono biodegradabili i chili di plastica che si è fatti iniettare addosso». Frank vide il re nudo e fu come se rompesse un incantesimo.

Ma l’infame Gasparri non si è fermato là. Da straordinario sciabolatore qual è, ha risposto per le rime ad una ragazzina intervenuta in difesa del tatuato, twittando un vero e proprio ceffone: «Meno droga, più dieta, messa male». Insomma, è tutta da ridere. Tranne che per l’offesissimo Fedez, il quale, tutto compreso di sé, a questo punto ha postato su Facebook un pippone moralistico (non ve l’avevo detto tempo fa che al rapper piace posare da predicatore?), un pippone moralistico, dicevo, infarcito di luogocomunismi politicamente corretti imparati alla scuola elementare della società civile, prendendosela pure con «l’ego debordante» di certi tristi personaggi, intendendo certi intoccabili personaggi politici. Di quello del suo personaggio naturalmente non si è affatto accorto. Ma che mondo di bambini!

E tutto ciò sarebbe anche perdonabile, se dietro le pose ci fosse almeno un briciolo di musica. Negli anni settanta (e ancora negli anni ottanta) i protagonisti della musica pop erano spesso molto più ridicoli, ingenuamente ridicoli, di quelli di adesso, ma dietro c’era anche molta musica (perfino nel caso di Michael Jackson): adesso sono rimaste solo le pose e la fuffa modaiola, alla cui vacuità nessun messaggio goffamente impegnato potrà mai rimediare.

L’artista sgonfiato

Clamoroso a Parigi! Qualche malandrino ha bucato nella notte l’enorme Albero gonfiabile di Paul McCarthy installato nella Place Vendôme. Dico bucato per rendere più evidente il lato poetico dell’azione, anche se in realtà il poeta ha «sezionato i cavi elettrici del sistema d’alimentazione che gonfia la scultura», così almeno leggo sui giornali. L’opera d’arte del grande artista americano aveva causato scandalo, oltre che per la sua stratosferica pacchianeria (di cui solo i mediocri hanno paura: ecco la sua grandezza, babbei), anche per il fatto di somigliare ad un sex toy. A dire il vero io, di primo acchito, nella mia innocenza, avevo pensato ad una specie di trottola, ma poi mi è bastato gettare una rapidissima occhiata alle opere dell’artista americano per capire che l’allusione oscena era assolutamente voluta e per capire inoltre che Paul, insomma, non è mica tanto a posto. Dico solo che una plastica (e magistrale) rappresentazione del fattaccio di Napoli – quello del compressore, per capirci – nel catalogo delle sue opere avrebbe potuto entrare alla perfezione. E dico «avrebbe potuto entrare» (me ne sono accorto mentre lo scrivevo) forse perché contagiato dalla bruciante passione di Paul per gli sfinteri. E dico inoltre che di fronte a tale capo d’opera i gridolini d’ammirazione si sarebbero sprecati in tutte le più famose gallerie d’arte del mondo.

L’assessore alla Cultura del Comune di Parigi, Bruno Julliard, nell’esprimere tutta la sua indignazione per il gesto vandalico, ha twittato «Viva la libertà degli artisti!» Qui, però, bisogna fare una riflessione seria. In fin dei conti, il nefando oltraggio all’albero/sex toy non ci dice forse che l’arte emozionale di McCarthy ha raggiunto il suo obiettivo? E chi poteva essere così toccato nella propria sensibilità dal gigantesco sex toy gonfiabile da sentirsi obbligato ad aggiungere emozione ad emozione, se non un altro artista? E non abbiamo forse tutti noi sentito una nuova grande emozione nel vedere la struttura sgonfiata a terra, simile ai resti di un pallone aerostatico? Quella stessa emozione che si prova davanti ad una nuova, sorprendente opera d’arte, L’artista sgonfiato, frutto prezioso della libera attività di un libero artista?

Ma basta con questa “crescita”!

Diciamolo: questa storia della crescita ha proprio rotto. Non se ne può più. Anche perché a forza d’invocarla si è creato quel clima malsano di attesa che paralizza ogni attività ed ogni sensato ragionamento. Per di più chi ne parla sembra che lo faccia apposta per ingenerare confusione nell’opinione pubblica. Ieri per esempio non è mancato in materia l’auspicio del Presidente della Repubblica. Il quale ha peraltro molte attenuanti: sappiamo tutti come certe figure istituzionali siano, per così dire, costrette a dire banalità da mane a sera (questa è una delle ragioni per cui non ho mai invidiato i politici). Fatto sta, però, che Napolitano ha detto, con l’aria di chi esprime la più pacifica delle verità: «Di certo all’Unione Europea tocca ora imboccare la strada di politiche più favorevoli alla crescita, anche perché – nonostante indubbie differenze nel suo seno – è l’Europa nel suo insieme che accusa i colpi di una tendenziale stagnazione se non deflazione.» 

In questa frase non c’è niente di nuovo; anzi, l’uomo della strada l’ha ormai imparata a memoria ascoltando i notiziari. Purtroppo. Purtroppo in primo luogo perché gli si è ficcata in mente l’idea che la deflazione e la recessione vadano necessariamente di conserva, e magari coincidano. Quando invece in una situazione ideale la deflazione dovrebbe essere il sintomo per eccellenza della crescita economica: i beni costano meno per l’aumento della produttività; siamo tutti, in generale, più ricchi perché con gli stessi soldi possiamo acquistare più cose. E purtroppo in secondo luogo perché ormai pure lui si è convinto che la crescita dipenda sostanzialmente da un atto di volontà: la crescita, sì, la crescita, questa è la via che vogliamo seguire, sembrano dire gli scopritori dell’acqua calda. Quando invece bisognerebbe far capire all’ometto quello che in cuor suo ha sempre saputo e che l’esperienza gli ha sempre insegnato: che cioè anche in economia tutto si tiene. Questa continua evocazione della crescita non fa altro che aumentare la demagogia e l’impazienza. Diamoci un taglio. Anche perché a questo punto abbiamo ormai il fondatissimo sospetto che porti pure sfortuna.

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La Grande Albania e le Piccole Jugoslavie

Degli incidenti avvenuti durante la partita di calcio fra Serbia e Albania hanno colpa anche l’Europa e gli Stati Uniti. Era fatale che nell’Europa orientale e nei territori dell’ex Unione Sovietica, dopo il periodo di sbandamento ma anche di euforia seguito al crollo del comunismo e dopo il superamento della fase del primum vivere, con la fase di consolidamento (quella nella quale tutti hanno la pancia un po’ più piena) la storia riprendesse il suo corso. Vecchissime questioni mai risolte (e vecchissime ferite mai pienamente rimarginate) si sono riaperte; soprattutto, naturalmente, nei Balcani. Siamo rimasti sorpresi, ad esempio, dall’esplodere del nazionalismo ungherese. E ci siamo limitati a condannarlo, senza nemmeno cercare di capire. Il drone che ha fatto piovere sullo stadio del Partizan la bandiera della Grande Albania – un’Albania più che raddoppiata territorialmente con l’accorpamento del Kossovo, di pezzi di Serbia, Montenegro, Macedonia e Grecia – ci deve aver sorpreso ancor di più.

I nazionalisti di tutte le latitudini, si sa, ragionano come i fanatici dell’Isis, i quali, peraltro in profonda sintonia con lo spirito islamico, considerano già oggi Califfato (basta dare un’occhiata alle mappe che fanno girare nel web) la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali realizzate dall’Islam in tutti i tempi (Spagna compresa, ad esempio). Questo perché quando una qualsiasi landa entra nel recinto dell’Islam diventa terra consacrata una volta per tutte: dalla dar al-Islam non si può uscire. Allo stesso modo i nazionalisti sacralizzano i confini, sottraendoli a quella storia sempre in movimento cui in realtà appartengono.

Detto questo, però, non bisogna cadere nell’errore contrario di negare al sogno della Grande Albania tutte le ragioni, perché ne ha anche di solidissime. Esiste infatti un’Albania fuori dell’Albania – la gran parte del Kossovo e la parte più occidentale della Macedonia – che dopo la fine delle guerre jugoslave sarebbe stato sensato unire al corpo della madrepatria. L’Occidente, per viltà, invece di assumersi il compito di ricomporre con coraggiosa ragionevolezza la geografia politica dell’ex-Jugoslavia preferì baloccarsi con vacue evocazioni di principi fra loro contraddittori (e quindi non principi) come l’autodeterminazione dei popoli e l’integrità territoriale. Ne vennero fuori tante piccole Jugoslavie: dalla Bosnia (stravagante entità statale sentita solamente dai bosgnacchi musulmani, ma estranea ai sentimenti dei croati e dei serbi) al Montenegro, dal Kossovo alla Macedonia. Anche di questa follia è figlio il fattaccio dell’altro giorno.

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La Meglio Italia e gli Angeli del Fango

E’ bastato poco alla Meglio Italia per incapricciarsi degli spalatori di Genova, i cosiddetti Angeli del Fango: appena il tempo di capire che avrebbe potuto per l’ennesima volta sbandierare spudoratamente la propria diversità morale dal resto della ciurma italica stringendosi idealmente attorno (con stravaganti adulazioni) ai ragazzotti con la pala, alcuni dei quali (ho detto alcuni, non arrabbiatevi) (ma volevo dire molti, arrabbiatevi pure) animati sicuramente più da protagonismo che da spirito di abnegazione. La meglio gioventù, che vede non a caso alcuni dei suoi protagonisti arruolarsi tra gli angeli del fango della Firenze alluvionata del 1966, è, prima di tutto, un film che rappresenta al meglio, proprio perché inconsapevolmente, una malattia nazionale, la più grave dell’Italia repubblicana: un fariseismo di massa che oggi imperversa ormai anche nei più sciocchi e leggeri programmi televisivi. Che diceva, pregando tra sé, il fariseo della famosa parabola tratta dal Vangelo secondo Luca? «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.» Dopo decenni di velenosa predicazione, quest’attitudine, declinata in mille modi diversi, dai più sottili ai più grossolani, sembra aver contagiato tutti, tanto che non si capisce come ci possa essere in giro ancora qualche ladro o pubblicano da stigmatizzare. Ma il problema non si pone: c’è sempre un fariseo meglio fariseo di te che ti dà del pubblicano. E’ lo stadio zero della società civile e della politica, quando non ci sono più né l’una né l’altra.

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Esibizionismo sentimentale

L’ultima è di ieri. Una proposta di matrimonio durante una manifestazione sportiva, con tanto di microfono alla bocca. Non ho ancora deciso se questo tipo di spettacolo sia più disgustoso o meno disgustoso di quello delle folle di cretini che applaudono – non si sa che cosa – durante i funerali. Di certo in quanto a bruttezza son fatti l’uno per l’altro. La bellezza di un funerale sta tutta nella sua nera tristezza. Ma è una malinconia riscaldata da una fiammella di speranza. Insomma, c’è perfino il rischio di uscire dalla chiesa non solo edificati ma pure rasserenati. Ed ecco che questo prezioso stato d’animo viene subito distrutto senza ritegno dai bruti che applaudono e che non si sentono tranquilli – nella loro frigidità morale – se non buttandola in vacca. Le proposte di matrimonio sulla pubblica piazza sono invece semplicemente sconce. Cosa significa, infatti, dare in pasto al pubblico i propri (presunti) più sacri e delicati sentimenti se non che non si crede in essi, oppure che non li si rispetta? E cosa significa coinvolgere e mettere sotto i riflettori la (presunta) persona amata se non che si è disposti a violare la sua intimità, oppure che si stima costei così leggera da prestarsi alla pagliacciata?

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Genova, l’Italia che funziona

L’alluvione di Genova è la metafora perfetta dell’Italia che funziona. Come dell’Italia che funziona? Ma certo, dell’Italia che funziona o come si vorrebbe funzionasse. Pensateci bene: che dice la gente? Dice che questo scempio è colpa dei politici, che a Genova è tutto fermo da decenni, e che ormai la città della Lanterna va sott’acqua almeno una volta all’anno. Però, diciamo noi, questa bella gente non si sta forse dimenticando che sono decenni che vota per la stessa famiglia politica, nonostante, a sua detta, non abbia combinato nulla? E che dicono i politici? Dicono che le progettate (e in parte iniziate) opere di difesa idrogeologica del territorio sono ferme a causa della burocrazia, di contenziosi al Tar e al Consiglio di Stato. E cosa avrebbero dovuto fare? Passare sopra le norme e le leggi pur di portarle a termine? Ed inoltre, diciamo noi, non ci stiamo forse dimenticando che la burocrazia svolge anche quel basico e pubblico ruolo di controllo della legalità che tanto abbonda nella bocca dell’Italia perbene? Ci dobbiamo forse lamentare se burocrati e magistrati svolgono il loro lavoro con quella certosina attenzione, con quel rispetto meticoloso delle procedure che soli possono garantirci della bontà e della regolarità dei passi intrapresi? Qualcuno, più vile, ha dato la colpa ai meteorologi. Ma la meteorologia non è una scienza esatta. E d’altra parte, se anche fosse stato emesso il grado di allerta “giusto”, non si vede di quale decisiva utilità sarebbe stato, vista l’assenza delle imprescindibili opere di salvaguardia. Insomma, fino a prova contraria qui non si vede l’ombra di corruzione. La gente ha votato, i politici deliberato, i burocrati controllato, i magistrati vagliato, i tecnici valutato: tutti, nei limiti del possibile, e nel rispetto rigoroso delle loro prerogative, hanno fatto il loro dovere. Come da manuale.

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Mario Draghi, populista per un giorno

Personaggi come il presidente della Bce Mario Draghi, un po’ per il ruolo che ricoprono, un po’ per la tediosa e mummificante esemplarità dei loro studi e della loro carriera, sono quasi costrette a dire banalità. Ma le dicono con quel tono misurato, anzi, sorvegliato, e in più sommesso e solenne insieme, di chi centellina tesori di saggezza, o di chi adombra segreti innominabili, o di chi annuncia l’ora segnata dal destino. Detto volgarmente: fanno con molto garbo i preziosi, e questo garbo solo è un dono di cui l’umanità dovrebbe esser loro profondamente grata. Quindi non si capisce cosa sia successo ieri al nostro Mario nel corso di un incontro alla Brookings Institution di Washington, l’universalmente celebre e prestigioso think tank americano di cui non avevo mai sentito parlare. La mia ignoranza può sembrare strana: in fin dei conti, cos’è un think tank se non un tuttologo in forma collettiva? E come può un tuttologo come il sottoscritto ignorare uno dei colossi della concorrenza? Ciò si spiega col fatto che un tuttologo dalla vocazione autentica per natura e per comodità considera se stesso il solo essere capace di cogliere l’intima unità di tutti i rami del sapere: è la posizione di un Dio, e di Dio ce n’è uno solo. Ma abbandoniamo pure al loro triste destino queste osservazioni cliniche. Dicevamo dunque di Mario, che ieri si è scandalosamente lasciato scappare di bocca questa strabiliante dichiarazione di schiettissimo sapore populista: «gli elettori devono mandare a casa i governi che non sono riusciti ad agire contro la disoccupazione». Ora, il presidente della Bce non può non sapere – è persino imbarazzante dirlo – che in economia tutto si tiene, e che dunque «agire contro la disoccupazione» è un’asserzione che in se stessa non significa nulla, visto che qualsiasi governo d’imbroglioni può lottare con successo per qualche tempo contro la disoccupazione, almeno fino a quando in cassa non c’è più una palanca. E allora perché ha detta questa fesseria? La mia opinione è che anche Mario Draghi è un uomo, e ieri ha sentito improvvisamente il bisogno di uscire dal personaggio, di sentire il sangue scorrergli nelle vene, di battere, per così dire, anche lui il pugno sul tavolo. Un’ebbrezza cui non era abituato, e che lo ha fatto, per un attimo, sbandare paurosamente. Ma siamo sicuri che poi, a mente fredda, e in cuor suo, non abbia giudicato la topica un prezzo troppo alto per un così nuovo e sorprendente piacere.

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Da Incitatus a Conchita Wurst

Non è vero che Caligola nominò senatore il suo cavallo. Svetonio scrisse che ebbe soltanto l’intenzione di nominare console (e non senatore, quindi) Incitatus, il suo favorito fra i cavalli; il più tardo Cassio Dione assicura invece che, se non fosse stato vittima di una congiura, Caligola avrebbe mantenuto il proposito. Di sicuro sappiamo che il depravato Caligola amava ferire le persone anche con le parole: la minacciata nomina era un modo per dimostrare in quale considerazione tenesse la classe politica, cioè gli augusti senatori della specie umana. Comunque l’episodio divenne un caso paradigmatico di istituzioni screditate fino al grottesco. Se ne resero conto i cittadini dell’Urbe dell’epoca? Non crediamo, viste anche le affettuose reazioni dei media all’esibizione della cantante Conchita Wurst, ossia il travestito Thomas Neuwirth, ossia la più famosa sventola barbuta della storia, davanti alla sede del Parlamento Europeo. Il bello è che la splendida Conchita – so da fonti certe che è il sogno proibito del Califfo dell’Isis; a questo tipo di degenerazione occidentale non era preparato: la peluria morbidissima, nerissima e fittissima di Conchita l’ha letteralmente folgorato – la splendida Conchita, dicevo, non è stata chiamata a Bruxelles da alcun Caligola dei nostri tempi. Sono stati anzi cinque parlamentari europei (in rappresentanza di cinque gruppi politici) ad invitare il fenomeno nel cuore stesso delle istituzioni europee quale simbolo della lotta contro ogni forma di discriminazione: la storia del cavallo di Caligola, nella sua innocenza, fa ormai parte a tutti gli effetti del buon tempo antico.

La protervia di Obama ed Erdogan

Se non fosse per i barconi carichi di disgraziati che s’inabissano senza soluzione di continuità nel Mediterraneo, dello scatolone di sabbia, cioè della Libia, non si parlerebbe quasi più: per vergogna. Nel paese delle piramidi, intanto, il laico Al-Sisi, che già scruta con voluttà il caos libico nella speranza di fare dell’ex regno di Gheddafi un protettorato egiziano, si rivela un autocrate molto più ruvido e megalomane del laico Mubarak: ma nessuno lo chiama dittatore. Mentre in Siria la guerra civile che si è voluto con incredibile leggerezza far scoppiare a tutti i costi ha fatto 200.000 morti e siamo ormai ridotti al punto di dover quasi tifare per Assad. Ecco dove ci ha condotto la politica estera di un Occidente fatuo e furbacchione.

Eppure non era poi tanto difficile prevedere questo disastro se tre anni e mezzo fa, all’inizio della caccia grossa a Gheddafi scrivevo, proprio su queste colonne, prendendo per l’orecchio i vari Sarkozy, Cameron e Obama: «Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. (…) Visioni parziali conducono a vicoli cechi.» 

Ed infatti adesso nessuno sa più dove diavolo andare a sbattere la testa. Tanto più che nascosta dai fumi del caos è prosperata nel frattempo la potenza dell’Isis; e tanto è prosperata che ad un certo punto il nero Califfo del XXI secolo ha deciso di mostrarsi al mondo. Ciononostante, anche nella decisione di Obama ed Erdogan di fare finalmente la guerra sul serio al Califfo a farla da protagonisti sono una certa doppiezza ed un machiavellismo da strapazzo. I nostri due strateghi si sono infatti accorti che in fondo, con la scusa della guerra all’Isis, americani e turchi possono prendere due piccioni con una fava, possono cioè mettere piede in Siria e far fuori anche Assad: gli americani perché preoccupati di un eventuale asse scita tra Iran, quello che resta dell’Irak, e la Siria di Assad; il leader turco per cominciare a mettere in atto quella politica di potenza con la quale flirta da lustri. Segno che la lezione non è stata affatto imparata.

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Achtung, ultra-cattolici!

E’ altamente probabile che il novantanove per cento delle Sentinelle in piedi sia contro il matrimonio omosessuale. (A proposito: si può dire ancora matrimonio omosessuale? Star dietro ai mirabolanti sviluppi linguistici della cultura di genere è diventato impossibile, benché non si possa negare che in un certo senso ci si diverte molto). Però non è detto. Contro il DDL Scalfarotto si sono levate voci anche da sponda laico-liberale. Infatti la protesta silenziosa inscenata l’altro giorno dalle Sentinelle non era contro il matrimonio gay, ma contro chi vuol negare loro il diritto di esprimersi contro il matrimonio gay e di agire politicamente come cittadini in tal senso, ed inoltre quello di poter esprimere liberamente le proprie vedute morali sulla questione dell’omosessualità. Il bel mondo progressista e quasi tutti i media hanno fatto finta di non capire.

Sono arrivate, naturalmente, anche le spiegazioni capziose su quella che potremmo chiamare l’oggettiva intolleranza delle pacifiche Sentinelle, tutte basate, però, su un trucco vecchio come il cucco dell’armamentario retorico giacobino: trasformare una propria opinione in un indiscutibile principio democratico (per esempio l’invocato inalienabile diritto al matrimonio omosessuale) per sottrarla al dibattito democratico, e per gettare l’anatema su chi la contrasta. E questo tipo di trasformazione di base è il modo per trasformare tutta la democrazia in una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino deve consultare per saper bene cosa fare e cosa dire. Ed è il modo per far coincidere questa nuova cangiante morale civica con la legge, quando invece la civiltà liberale di cui ci si riempie la bocca si basa sulla distinzione fra legge positiva e morale.

Se la legge positiva diventasse solo lo specchio, sempre cangiante, della morale della maggioranza, tutti gli altri si considererebbero degli estranei alla società. La legge certamente non può essere a-morale e capricciosa, ma non deve confondersi con la morale. La legge regola, condanna penalmente, non moralmente; assolve penalmente, ma non santifica. E’ questa distinzione che crea la tolleranza: cioè un tacito accordo fra noi per creare, compatibilmente con le esigenze della società, una zona di non punibilità per quegli atti e quei comportamenti che reciprocamente ci potremmo rimproverare. Ne risulta che tutti questi atti sono legittimi, ma che ognuno allo stesso tempo mantiene il diritto di critica morale sugli stessi. Non si dà una cosa senza l’altra. Una legislazione che rinsaldi sempre di più la difesa dei diritti della persona mette al riparo l’individuo, qualsiasi individuo, dagli ondeggiamenti della massa. In questo, senza essere invasiva, la legge indirettamente mantiene e confessa il suo fondamento etico. Mentre l’altra, quella ad personas, ottiene l’effetto opposto.

Ma a cosa serve ragionare? Tanto poi arriva il solito muezzin della società civile a lanciare l’allarme: achtung, ultra-cattolici! E tutto il branco lo segue, facinorosi compresi.

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Il populismo debole di monsignor Galantino

Il segretario della CEI critica il governo: «Senza sinergie non si va da nessuna parte. Se il governo pensa di andare avanti da solo perderà pezzi di gente, pezzi di consenso. Tenendo l’orecchio appoggiato alla storia comune della gente vediamo i limiti di certe agende politiche.» Così dice monsignor Galantino, aggiungendo poi che è necessario mettere al centro dell’azione di governo «la famiglia, la formazione, il lavoro, i nostri giovani; quando non si fa questo si tradiscono le attese della gente.» Caro monsignor Galantino, io invece critico lei. Ma non la critico perché critica il governo. Ci mancherebbe. Si rilegga bene il discorsetto che ho riportato sopra: non si accorge che è la tipica sbobba del politicante o del sindacalista, quello che in piazza dice tutto e niente, ma lo dice con vivissima partecipazione lisciando il pelo al popolo? Da una parte sembra di risentire la vecchia retorica della concertazione, che in Italia ha già fatti abbastanza guai; dall’altra sembra che anche lei, come molti, e forse come la maggioranza degli italiani, ritenga che la politica sia onnipotente, nel bene come nel male, e che il suo primo compito sia quello di accudire il gregge, cioè la gente. Non si accorge che di queste sfatte quadrature del cerchio è fatto quel populismo debole che regna in Italia dalla fine della guerra e che ci ha portato alla paralisi?

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