Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

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[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

L’aria fritta, però solenne, di Andrea Riccardi

Sull’efferata uccisione di 28 non musulmani in Kenya da parte dei miliziani islamisti di al-Shabaab è stato pubblicato sul Corriere della Sera uno spassoso articolo a firma di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio. Ne parlo perché rappresenta un esempio perfetto dello stile del nostro campione, e perché il nostro campione è un esempio perfetto di un certo cattolicesimo che ciurla nel manico con impeccabile urbanità: il tono è ispirato, solenne e ammonitore; ma serve a dar corpo all’aria fritta. Che ha da dirci il fondatore? Qualche proposta operativa? Oppure una parola decisiva sui nodi religiosi della questione? Nulla. Tutto affonda in una vaghezza attentissima a non turbare qualsivoglia suscettibilità, benché sussiegosamente espressa. Ma intanto lo sciocco resta come ipnotizzato davanti a tanta gravità, mentre al saggio non resta che controllare il proprio dispetto, cioè la voglia impellente di scoreggiare o spernacchiare.

La maggiore preoccupazione ostentata da Riccardi è di evitare che si faccia di ogni erba un fascio, che si mettano tutti i musulmani nello stesso calderone. Questo nobile sentimento è però alquanto sospetto perché va al di là di ogni ragionevolezza. Tale è infatti la delicatezza d’animo dell’operatore di pace più indaffarato d’Italia e forse del mondo, da spingerlo a farsi forte dell’autorità del Corano nel condannare il misfatto: «Questa vicenda», scrive Riccardi, «offenderà nel profondo – credo – i veri fedeli musulmani. Gli assassini hanno dimenticato la parola ammonitrice del Corano per cui “chi uccide un uomo è come se uccidesse il mondo intero”». Notate che in questo caso Riccardi si comporta esattamente come certi crociati da lui – potete esserne certi – profondamente detestati: ci sbatte in faccia la frasetta del Corano che fa al caso suo, come se essa ne riassumesse lo spirito. I crociati, com’è loro consuetudine, e con qualche argomento in più, potrebbero sventolargli sotto il naso un robustissimo elenco di frasette truculente di una concretezza singolarmente esplicita di segno opposto.

Io, che ho espresso idee chiarissime e negative sulla fede di Maometto, non sono mai ricorso a questo metodo. La natura del linguaggio è convenzionale. Nessun linguaggio è di per se stesso talmente eloquente da non poter essere travisato. Il problema è, però, che tutti i tesori di spiritualità che Riccardi  – anche di ciò potete essere certi – vorrà riconoscere al Corano, sono stati presi letteralmente di peso dal Vecchio e Nuovo Testamento, e confusamente sistemati tra la precettistica dell’Islam. Non vi è affatto un’unità spirituale nel Corano. Il problema fondamentale del Libro Sacro dei musulmani non è tanto la sua interpretazione letterale, perché anche quella risulterebbe contraddittoria, ma il fatto che non si presta ad alcuna interpretazione unitaria e superiore. Di fatto l’Islam è una religione che vive di precetti, strumenti di un disegno terreno. Senza di quelli evapora.

Il problema fondamentale di Riccardi è invece la sua passione per i salamelecchi, tanto per rimanere in campo islamico, cioè quella caricatura del dialogo religioso che oggi va per la maggiore e il cui presupposto sembra essere che tutte le verità di cui le religioni si fanno portatrici assurdamente si equivalgano, e che in fondo tutti conflitti di stampo religioso siano un gigantesco equivoco. E’ ben vero che persone di buona volontà e in buona fede albergano in ogni campo, ed è anche probabilissimo (io ne sono certo) che la cialtroneria sia diffusa in maniera simile tra cristiani e musulmani: lo dicono la ragione e la carità, per dirla cristianamente. Ed è proprio questo che dovrebbe far pensare il cattolicissimo Riccardi.

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La commedia degli onesti

A Maurizio Landini sono sfuggite parole piuttosto sgradevoli nei confronti del Presidente del Consiglio: «Renzi», ha detto il leader della Fiom, «non ha il consenso delle persone oneste». La frasetta velenosa ha fatto rumore. A Landini hanno tirato le orecchie non solo esponenti del governo o della politica in generale, ma anche pezzi grossi di Confindustria, nonché tutte le gazzette della penisola, tranne quelle dei fanatici. Benché giustificata, c’è qualcosa di vagamente surreale in questa corale rampogna.

La potentissima mafia degli onesti assedia la repubblica italiana fin dalla sua nascita. Sui manifesti della campagna elettorale del 1953, ad esempio, si poteva leggere: «Votate P.C.I. – Per un governo di uomini onesti», oppure «Vota comunista – Per l’onestà contro la corruzione». Con il crollo del comunismo l’onestà (e la disonestà degli altri) è diventata l’unico argomento, l’unica ragione d’essere, l’unico messaggio politico della sinistra orfana del marxismo; anche se qualcuno osserverà, a ragione, che la politica dovrebbe essere connaturata proprio a quella società civile che ci ha fatto uscire dallo stadio belluino dei buoni contro i cattivi. Da noi la società civile è invece una sceltissima parte della società, è la Cassazione dell’opinione pubblica, e propugna esattamente questo: la lotta dei buoni contro i cattivi, la lotta della società civile contro la società incivile.

Ed è così che un po’ alla volta il minaccioso partito dell’onestà e La Repubblica hanno rimpiazzato il partitone comunista e L’Unità, finendo per guadagnare alla loro sbrigativa causa anche la grande stampa pantofolaia milanese e torinese. Mettere in dubbio l’onestà, ed anzi proclamare la disonestà genetica di democristiani, socialisti craxiani e berlusconiani è stato per decenni il passatempo preferito dell’autoproclamatasi società civile, dei suoi referenti politici e dei suoi organi di stampa, un vero e proprio segno di distinzione; e denunciare cricche e caste è diventata tutta la beata occupazione di un’armata di giornalisti, politici, e intellettuali di complemento.

Col tempo la malattia si è estesa a tutto un popolo: ad un certo punto in Italia non si trovava più neanche un povero cane pidocchioso che non si ritenesse onesto, offeso, umiliato e buggerato dalle cricche. Ma così, purtroppo, alla razza disonesta veniva a mancare il materiale umano. E’ stato dunque per un’impellente necessità organica che il corpo della nazione ha partorito la fazione vaffanculista (quella propriamente detta e quella di rincalzo) e il suo quotidiano di riferimento: è il partito degli onestissimi indispensabile a rimettere in moto la circolazione; il quale adesso usa il linguaggio degli onesti contro il partito degli onesti; i quali adesso si sentono mortalmente offesi da tanta grossolana volgarità. Mentre la sullodata stampa pantofolaia riscopre all’improvviso tutta la nefanda bruttezza del giacobinismo di piazza.

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Due risposte al professor Veronesi

«Così come Auschwitz per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. (…) Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so». Così scrive Umberto Veronesi nel suo nuovo libro, “Il mestiere di uomo”, di cui i quotidiani hanno pubblicato alcuni estratti. Ho due risposte da dare al professore. Una di carattere assertivo, l’altra di carattere propositivo.

Cominciamo con quella assertiva.

Il male (compreso quello che colpisce il corpo con le malattie) non può venire direttamente da ciò che è Sommo Bene, cioè da Dio. Il male, insegna la dottrina cristiana, è causato dalla caduta, dal peccato originale. Siamo caduti in questo mondo, cioè siamo caduti dal mondo dell’Essere (per usare il linguaggio dei filosofi) in questo mondo, nel mondo del Divenire, che ha le sue proprie leggi naturali. In questo mondo del Divenire la malattia è un fatto naturale. In caso di malattia qual è il ruolo della Provvidenza? Dobbiamo renderci conto che la Provvidenza, nel suo amore per noi, ci sostiene ogni giorno ma agisce sempre ai fini ultimi della salvezza, della salute eterna, cioè di quello che costituisce il nostro Sommo Bene, sia che alla malattia si soccomba, sia che dalla malattia si guarisca.

La malattia può essere occasione di correzione e una prova nel nostro cammino terreno; la liberazione dalla malattia può essere pegno della liberazione dalla morte; la morte per malattia la fine di una vita che arriva sapientemente al momento giusto (anche nel caso dei bambini), prima che la corruzione arrivi subdolamente all’anima, e questo vale per ogni tipo di morte. Dio, perciò, nella malattia trasforma il male in bene, modulandolo ai fini della nostra salvezza, e legando le mani, per così dire, al Diavolo, che con la corruzione del corpo mira a corrompere anche l’anima. Questo stesso mondo, il mondo del Divenire, è un mondo provvidenziale. E’ stato creato per arrestare la caduta dell’angelo (l’angelo sta all’Essere come l’uomo sta al Divenire) nell’abisso. E’ una rete fatta di tempo e di spazio che Dio ha gettato per salvare i suoi figli e che egli tirerà su alla fine del mondo.

Passiamo a quella propositiva.

Abbiamo detto che in questo nostro mondo del Divenire, che ha le sue proprie leggi naturali, la malattia è un fatto naturale. Si ammalano gli animali, si ammalano le piante. Di fronte a queste sue malattie, cioè a queste sue mutazioni organiche, la natura osserva una suprema, naturale indifferenza. Di fronte alla malattia c’è solo un trasgressore dell’ordine naturale: l’uomo. Certamente anche gli animali soffrono nella malattia, ma la loro è una sofferenza puramente fisica. Solo nell’uomo la sofferenza fisica ha per compagna l’angoscia. L’angoscia è uno stato di sospensione, è incapacità di vivere pienamente il presente, sgravandosi del peso del passato e delle ansie del futuro.

L’angoscia è anche la condizione esistenziale dell’uomo: è un dolore di fondo dal quale l’uomo non può mai liberarsi, e che l’uomo ha cercato d’imbrigliare con l’invenzione del tempo, trovando cioè nella ritmica regolarità dei rapporti fra i movimenti degli astri un parametro atto a misurare quelli dei mutamenti della natura. Il tempo, per così dire, è il lamento di fondo dell’umanità, è la cantilena della sua angoscia. Naturalmente l’angoscia diventa profonda e quasi insostenibile in determinate circostanze, ed in questi casi ha anche una vera e propria estrinsecazione fisica: il peso nel cuore è una vera e propria diminuzione delle funzioni del nostro organismo, un dolore sordo, ma autenticamente fisico. Nella malattia la persona soffre dunque doppiamente: al dolore fisico si somma l’angoscia. Ciò spiega il valore morale e terapeutico della compassione: è ovvio che nessuno può partecipare del dolore fisico dell’altro; ma può riuscire («grazie alla carità», aggiungerebbe il cristiano) a partecipare dell’angoscia dell’altro, e ad alleviarla partendo da una posizione di forza.

Il professor Veronesi si turba, è preso da un sentimento d’angoscia di fronte alle devastazioni della malattia nei bambini, che sono oggetto della sua compassione. Ma da cosa gli deriva questo turbamento se non da una dolorosa accettazione o da una non accettazione del Divenire, e quindi da una partecipazione all’Essere? Se Dio non esistesse e tutto si risolvesse nel Divenire, se fossimo solo figli della Natura, non dovremmo proprio per questo assistere alle sofferenze dei bambini con la suprema indifferenza della Natura, senza amore e senza odio, quand’anche, per assurdo, ce ne prendessimo cura col massimo scrupolo possibile? Sollecitudine che in questo assurdo caso non sarebbe altro che un semplice prodotto della cultura, forma civilizzata dell’istinto materno proprio anche degli animali, ammesso e non concesso che cultura e civiltà si sarebbero mai potute sviluppare se l’uomo non avesse speculato – e quindi costruito – sul mistero della sua sofferenza. La capacità di speculazione dell’uomo, infatti, deriva dalla sua sofferenza esistenziale, dal suo essere dentro e fuori di questo mondo, dall’incapacità di vivere pienamente il presente.

La mafia non c’è più

La mafia, al singolare, è sparita dai nostri discorsi. Oggi in pubblico tutti parlano di mafia rigorosamente al plurale: di mafie, cioè. Questo vezzo fino a qualche tempo fa era prerogativa di giornalisti, intellettuali e politici. Ora è pressoché d’obbligo nei discorsi ufficiali. Lo strano fenomeno lessicale merita un approfondimento. E’ ben vero che di manifestazioni di tipo mafioso ce ne sono varie, ciascuna ben caratterizzata e storicamente individuata. E’ anche vero, però, che gli italiani l’hanno sempre saputo senza sentirsi per questo in dovere di fare i pedanti. Infatti la plebe – gente è un termine abusato, dolciastro e anche ruffiano, che cerco di evitare col massimo scrupolo – la plebe, dicevo, nel linguaggio di tutti i giorni tende sempre a preferire le denominazioni semplici piuttosto che quelle articolate, quelle generiche (purché non astratte) piuttosto che quelle specifiche.

Il fenomeno è quindi indotto, non naturale. Le mafie cominciarono ad abbondare in maniera sospetta nella bocca dei fanatici della grande setta dell’Antimafia lustri or sono. Suonava artificioso anche allora, ma al poco malizioso gonzo poteva sembrare ancora il frutto genuino di una maggiore consapevolezza in chi da mane a sera si confrontava, in un modo o nell’altro, colla piovra dai mille tentacoli. Poi però divenne un segno distintivo di tutti gli antimafiosi doc, specialmente di quelli più chiacchieroni e piazzaioli. E allora l’umanità non affetta da gonzaggine capì che si voleva inoculare nel corpo dell’opinione pubblica una nuova parola d’ordine. Dietro la sua aria innocente l’espressione le mafie nasconde infatti un micidiale potere allusivo. Il messaggio subliminale che tale paroletta veicola al gonzo e al militante è pressappoco questo:

«Di mafie ce ne sono molte, e non ci riferiamo solamente alle caratterizzazioni regionali del crimine organizzato; ma anche alle consorterie che si annidano nel tessuto economico della società e nei gangli del potere politico, le quali, a loro volta, con le mafie vere e proprie sono spesso in rapporti più o meno sotterranei; e ci riferiamo, infine, anche a tutta quella realtà liquida di fiancheggiatori, faccendieri e clientes che in qualche modo partecipano, volenti o nolenti, all’attività corruttiva delle cricche piccole e grandi, del primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto e settimo livello. In generale possiamo perciò dire che la mafiosità non denota solo la partecipazione a una qualche attività mafiosa o para-mafiosa, ma anche una condizione antropologica o categoria dello spirito che caratterizza il singolo cittadino, e divide la società civile dalla società incivile. Ne consegue che chi parla di mafia al singolare già dimostra una preoccupante predisposizione al delitto contro lo spirito repubblicano.»

Il militante capisce tutto questo al volo e si adegua con entusiasmo alla nuova parola d’ordine; al contrario il gonzo nella sua stranita perplessità si limita ad avvertire oscuramente una vaga minaccia: nulla comprende tranne il fatto che è meglio allinearsi. Ma intanto un linguaggio nuovo s’impone ed imporre un linguaggio significa già imporre una verità ed esercitare un potere, come ben sanno gli artefici del politicamente corretto. Solo che qui l’atmosfera è oltremodo plumbea e i metodi sono un po’ quelli mafiosi del figlio prediletto del Fascismo, l’Antifascismo, di cui l’Antimafia in fondo è un aggiornamento. Non c’è alcun dubbio, infatti, che i seguaci dell’Antimafia si sentano come dei nuovi partigiani; per i quali partigiani il fascismo, inteso come manifestazione morale, è per sua natura eterno: ne deriva così che anche la mafiosità è eterna. Tutto ciò dà al fenomeno dell’Antimafia una connotazione messianica.

Non stupisce allora che l’Antimafia a volte assuma le caratteristiche di quel fanatismo religioso-politico che fu proprio dei movimenti ereticali medioevali. E’ una mobilitazione permanente contro un Male che tutto compenetra. E’ una carovana di puri che gira in lungo e in largo per lo Stivale ad ammonire e a pronosticare flagelli inenarrabili se gli italiani non estirperanno la mafiosità dal loro cuore. E’ un’armata di associazioni che si batte contro un esercito di diavoli: le mafie, appunto. In una parola, è il donciottismo.

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Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il tuttologo

Inizia oggi la mia nuova rubrica su Giornalettismo. L’appuntamento è settimanale. Scrivendo un pezzo alla settimana torno all’antico, ai primi tempi della mia collaborazione con Giornalettismo. Giocoforza gli articoli saranno più lunghi e avranno un carattere più meditato, meno legato alla strettissima attualità, di quello di “Vergognamoci per lui” o de “Lo schiaffo di Zamarion”. Un mio affezionato lettore (c’è anche questo genere di umanità) mi ha offerto spontaneamente (e gratuitamente) una consulenza (altamente) professionale sull’eventuale nuovo nome della rubrica. Mi ha spedito una profusione di titoli, tutti rigorosamente motivati. Alla fine la scelta (mia e della redazione) è caduta su “Il tuttologo”. Essendo i tuttologi una categoria assai disprezzata, anzi, spernacchiata, mi sembra faccia perfettamente al mio caso. Ed inoltre il solo fatto che io mi onori di questa etichetta è di per sé una provocazione per me irresistibile. S’intende che nel mio caso la tuttologia va intesa nel suo senso più nobile, non orizzontale o quantitativo (che fra l’altro è troppo faticoso), ma verticale o qualitativo, filosofico al massimo grado (che fra l’altro ha qualcosa di riposante): l’arte, cioè, di cogliere l’intima unità del sapere ogniqualvolta se ne esamini anche il più piccolo aspetto. S’intende.

Brittany, gli stoici e la Chiesa Cattolica

«“Il suicidio assistito è un’assurdità” perché “la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito.» Così inizia un articolo apparso su Il Secolo XIX, peraltro nient’affatto oltranzista nei toni e nel contenuto, di Luisella Battaglia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, dall’eloquente titolo “Perché il suicidio di Brittany non è indegno come dice il Vaticano”. Articolo sul quale voglio fare delle brevi osservazioni, in merito al pensiero degli stoici sul suicidio e alla posizione della Chiesa Cattolica sulla vicenda in questione.

Nelle due grandi correnti filosofiche che dominavano la scena nel mondo greco-romano all’avvento del cristianesimo, lo stoicismo e l’epicureismo, c’era dentro, come si usa dire oggi, tutto e il contrario di tutto; anche molto “cristianesimo”, soprattutto nella riflessione sui beni materiali e su quelli spirituali: in una parola, nella riflessione sul “vero bene” o sul “sommo bene”. In ciò il miglior stoicismo aveva molti punti in comune col miglior epicureismo; il quale ultimo si riduceva poi sostanzialmente all’opera di Epicuro, il cui pensiero andò presto incontro a quel generale travisamento grossolanamente materialista che tuttora ben conosciamo. Su questa nascosta vicinanza fra le due scuole di pensiero certi passi, quasi apologetici, dello stoico Seneca sopra la figura del filosofo del “piacere” risultano assai eloquenti.

E’ alla luce della più ampia riflessione sul “vero bene” che si capisce meglio quella sul suicidio degli stoici, la quale in realtà nel suo nocciolo è intimamente contraria a quella degli attuali sostenitori dell’eutanasia. La possibilità del suicidio, o del “lasciarsi morire”, negli stoici (e certo in Seneca, per esempio) viene generalmente contemplata quale segno di virile accettazione della morte e di disdegno verso l’attaccamento carnale alla vita. Il suicidio – quale extrema ratio, s’intende, – diventa così un’altra occasione per ribadire che il “vero bene”, incorruttibile e pieno, rimane nella “virtù”; che esso cioè è spirituale. Se in questo contesto la “qualità della vita” viene evocata è solo per significare che il suo deterioramento non intacca affatto ciò che è essenziale e che perdendo la vita in realtà nulla si perde. Nei sostenitori dell’eutanasia la prospettiva è diversa: il “vero bene” rimane chiuso nel cerchio della materia, anche quando intesa nel senso più largo del termine, comprensivo perciò delle sue proprietà intellettuali. Col deterioramento della “qualità della vita” è il “vero bene” a deteriorarsi: il suicidio assistito diventa in questo caso l’ultimo atto “ragionevole”, o “sensato”, prima dello spegnersi dell’autocoscienza.

Nella riflessione stoica sul suicidio c’è molto più pudore, più ubbidienza ad un fato o ad una volontà superiore che affermazione di libertà; e non è difficile scorgere in essa un embrione di speranza, un embrione di provvidenzialismo pre-cristiano: «libertà è ubbidire a Dio», scrive Seneca nel “De vita beata”. Sarà la risposta della Rivelazione, ossia il cristianesimo, ossia Dio, a completare questa riflessione e a dire a quest’uomo sull’orlo del sacrificio di se stesso, Abramo ed Isacco racchiusi in una sola persona: «non temere, abbi fiducia in me fino in fondo, non ti chiedo questo: farò tutto io, al momento dovuto».

Brittany Maynard, non si sa con quale grado di consapevolezza o di intima convinzione – ed è per questo che anche nel suo caso, come in tutti gli altri casi di suicidio, e come d’altra parte in tutti casi di “peccato”, la Chiesa Cattolica non ha giudicata, cioè “condannata”, la persona – si è proposta invece come esempio e “segno di contraddizione”, e allo scopo di conferire pubblicamente “dignità” ad un atto che la Chiesa giudica “intrinsecamente cattivo” ha cercato l’aiuto dei media. Tutte cose legittime, s’intende. Ma i media di tutto il mondo hanno trasformato il messaggio di Brittany in una campagna soffocante dal sapore semi-totalitario a favore dell’eutanasia. E’ a questa valanga che la Chiesa Cattolica assediata ha risposto, mettendo i puntini sulle “i”, non a Brittany. Ed è per questo che ora gli stessi media vogliono trasformare questa risposta al loro assedio nell’arcigno rimbrotto rivolto da una Chiesa senza cuore ad una giovane donna sfortunata.

[pubblicato su LSblog]

MIEI COMMENTI AL MIO E AD ALTRI ARTICOLI APPARSI SU LSBLOG SULLA VICENDA BRITTANY

Ripeto che mi sono limitato a delle brevi osservazioni su due punti dell’articolo della Battaglia. 1) L’accenno alla tradizione filosofica stoica, che (pur nella sua varietà) a mio parere non è pertinente (mentre lo è certamente quello a Hume, per esempio). 2) Le parole di Mons. Carrasco de Paula, che, sempre a mio parere, vanno intese, oltre che nella loro interezza, come una risposta, e direi pure un minimo di risposta, alla impressionante campagna mediatica a favore dell’eutanasia veicolata dal caso Brittany. In fondo non si aspettava altro: che qualche “prete” –  finalmente – dicesse qualche parolina non in linea con questa rappresentazione sciropposa del dramma di Brittany per parlare di una Chiesa senza cuore. Mi sembra che l’articolo della Battaglia – che, ripeto, non è affatto “oltranzista nei toni e nel contenuto” – sotto questo aspetto abbia un pagato un piccolo dazio all’isteria generale. Sono poi bel lontano dal pensare che a chi si trovi di fronte a scelte drammatiche che riguardano la propria persona sia per forza necessario l’ausilio della cultura. Non lo credo affatto. Non parlo di “consapevolezza” o “intima convinzione” da un punto di vista intellettuale, ma morale. Lo voleva, o non lo voleva? Lo voleva veramente? I cristiani non possono non farsi questa domanda, anche se si trattasse di Hume in persona… Non mi sfugge poi il fatto che l’insistenza della Chiesa sulla distinzione tra peccato (da condannare) e peccatore (verso il quale usare misericordia) possa sembrare una furbizia “gesuitica” compiacente ma nel fondo offensiva. A questo posso solo rispondere che non è così.

Primo. Quello di Seneca non è buon senso. Il “vivere bene” si riferisce alla vita morale, non a quella fisica. Una vita “virtuosa” è una vita interamente compiuta, che duri venti anni o che duri cento. “Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto essa debba durare.” Perciò è pronto a lasciarla ogni giorno. (Esattamente come insegna il Cristianesimo). Come in tutta la sua opera egli attacca chi è schiavo dei beni materiali: perciò anche chi è attaccato “carnalmente” alla vita. E’ da questo punto di vista che bisogna intendere le sue parole. Ho scritto l’articolo proprio perché ho una lunga consuetudine con l’opera di Seneca. Secondo. La “povertà di spirito” (o “in spirito”) evangelica significa la “povertà nello spirito”, cioè la “non schiavitù delle ricchezze”, cioè la “non schiavitù dei beni materiali”. Il “povero nello spirito” è colui che non è “ricco” nel senso evangelico, cioè colui che non è schiavo dei beni di questa terra (che sono buoni, come tutta buona è la creazione, ma che possono essere occasione di corruzione morale). Il “povero nello spirito” è assai ambizioso: non mira ai beni di questa terra, ma al sommo bene: di lui sarà il regno dei cieli. E si dice “povero nello spirito” appunto perché questa “povertà” deve essere spirituale, non materiale. Anche chi è “benestante” può essere “povero nello spirito”. Lo stesso discorso vale per il “ricco”. Il “ricco” condannato dal Vangelo è il “ricco nello spirito”. Anche un miserabile può essere “ricco nello spirito”, cioè schiavo dei beni materiali. Insomma: “povero di spirito” significa “povero secondo lo spirito” (da elogiare) non “povero secondo la lettera”, e per converso, “ricco” significa “ricco secondo lo spirito” (condannabile, schiavo di Mammona) non “ricco secondo la lettera”. E’ stupefacente la confusione che si continua a fare, anche dentro la Chiesa Cattolica, su questi termini evangelici.

Giova poi ricordare che Seneca ebbe salute cagionevole fin da bambino, e più volte anche in età adulta lo dettero per spacciato. Molte volte avrebbe potuto “ragionevolmente” suicidarsi. Comunque basta leggersi il “De Providentia” (si fa presto, e lo si trova su Internet), nel quale tratta del significato della sofferenza e dell’atteggiamento di Dio, per capire che la prospettiva del “buon senso eutanasico” è del tutta estranea alla sua filosofia. D’altra parte, a ben guardare, quel conformismo mediatico che oggi contegnosamente celebra il precipitoso suicidio di Brittany, è lo stesso che in altri casi celebra il grossolano vitalismo di chi dice di “aver sconfitto il cancro”, o peggio ancora, “la bestia”, quasi che soccombere alla malattia fosse una vergogna. Nel primo e nel secondo caso, che sono le due facce di una stessa medaglia, io vedo solo un triste esorcismo collettivo. Se poi vogliamo parlare di “buon senso” in termini puramente umani, mi sembra strano che non si veda , che non si senta, come il gesto di Brittany abbia qualcosa di esagerato nella sua fretta, qualcosa che stride, per così dire, con la ragionevolezza dei sentimenti.

E allora mi si perdonerà se chiudo anch’io con una …citazione, metafore militari comprese, di quel Seneca seguace dello stoicismo che si è tirato in ballo per il caso Brittany – e non solo qui su LSblog, naturalmente – senza coglierne, a mio avviso, il vero spirito. “E cosa c’è di più precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come è possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il più piccolo stimolo piacevole e doloroso può sconvolgerlo? E non può essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtù può salire fin là. Dovrà vincere questa salita col suo passo, terrà duro e sopporterà ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversità della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerà il comandante per cui è caduto. Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Così, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: libertà è ubbidire a Dio.” (De vita beata)

Che Dio non voglia la sofferenza degli uomini mi sembra pacifico, visto che li vuole in paradiso. E visto che Cristo invita tutti ad esser “lieti”. “Accettare” la sofferenza non significa certo “ricercare” attivamente la sofferenza – cosa che denoterebbe quantomeno uno stato patologico – non fosse altro perché significherebbe presumere di saperne più della Provvidenza, ossia più di Dio. Ma la sofferenza esiste in questo mondo. L’uomo in qualche misura “soffre” anche quando è perfettamente sano. Il Cristianesimo ci dà una risposta sul perché e sul come affrontare – la croce di Cristo – spiritualmente questa sofferenza. E ci dice – sorridendoci, per così dire – che questo male, che non può venire direttamente da ciò che è Sommo Bene, cioè Dio, Dio stesso lo trasforma in bene, modulandolo ai fini della nostra salvezza. In altre parole è Dio che nella sofferenza lega le mani al Diavolo, che non mira (o non mira solo) alla nostra rovina fisica, se noi da Lui ci facciamo guidare. Naturalmente ciascuno è libero di considerare queste considerazioni delle solenni corbellerie… però ci tengo che siano ortodosse (nel senso di cattoliche)…